Autore: Vera Martinez

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NEWS | Scoperte palafitte dell’Età del Bronzo sulle rive del Lago di Garda

La scoperta è avvenuta a Desenzano del Garda (BS), durante i lavori per portare al largo lo scarico della Spiaggia d’oro.

Un intero villaggio palafitticolo a pochi metri dalle rive del lago di Garda

Il ritrovamento, del tutto casuale, è stato effettuato dalla società Acque Bresciane che stava lavorando per la realizzazione di una condotta sotterranea nel lago. A circa 800 metri di distanza dalla riva e a una profondità di 4 – 6 metri, gli operatori hanno trovato una ventina di pali in legno, in posizione verticale. Acque Bresciane ha subito avvisato la Soprintendenza, che ha confermato l’importanza del ritrovamento e ha comunicato l’inizio di una campagna di scavi per studiare l’insediamento.

La datazione del legno ci porta indietro di 3400 anni

Sebbene la scoperta risalga a qualche mese fa, tra aprile e maggio, arriva solo adesso la conferma della datazione dell’insediamento, che permette di collocarlo in un periodo storico preciso. Le analisi al radio carbonio hanno datato i pali in legno al 1400 a. C., nell’ Età del Bronzo medio, che ha visto proprio sul Garda la presenza di molteplici villaggi palafitticoli a dimostrazione di come le rive del lago fossero abitate stabilmente già in antichità. Si tratta di pali in legno indurito, realizzati a colpi d’ascia e dal diametro di 17 centimetri ciascuno.

I villaggi palafitticoli nell’arco Alpino

La scoperta del villaggio di Desenzano non è un caso isolato. Sono molti i villaggi palafitticoli di cui si ha notizia, presenti in tutto l’arco alpino, la cui datazione spazia dal 5000 al 500 a. C. che si trovano sotto l’acqua, sulle rive di un lago, lungo i fiumi o in aree umide. Le eccezionali condizioni di conservazione dei materiali organici fornite dai siti saturi d’acqua, insieme a costose indagini e ricerche archeologiche, hanno consentito un’eccezionale e dettagliata ricostruzione del mondo delle prime società agricole in Europa, fornendo informazioni precise sull’agricoltura, la zootecnia, lo sviluppo della metallurgia per un periodo di oltre quattro millenni. Questi insediamenti sono sparsi tra Svizzera, Austria, Francia, Germania, Slovenia e Italia. Si tratta di ben 111 siti archeologici, che dal 2011 fanno parte del Patrimonio Unesco. Dei 19 siti che si trovano in Italia, la maggior parte di questi è concentrata proprio sul Lago di Garda.

 

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NEWS | Sicilia, la rivoluzionaria Carta di Catania “libera” i beni culturali dai depositi

Una svolta importante per tutti gli oggetti rimasti chiusi nei depositi polverosi dei musei, degli uffici della soprintendenza o dei laboratori di ricerca.

La Carta di Catania, Il nuovo decreto firmato da Alberto Samonà

Quante volte abbiamo pensato “che spreco!”, guardando scaffali pieni di reperti antichi, con un valore storico o artistico così evidente da pensare che fosse un peccato vederli lasciati dietro le quinte, lontani dagli occhi affascinati dei visitatori di musei e parchi archeologici? Probabilmente lo avrà pensato almeno una volta anche Alberto Samonà, l’assessore regionale dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, che ha fortemente voluto questo nuovo decreto che riguarda proprio i Beni Culturali che giacciono nei depositi. La Carta di Catania, autorizza Soprintendenze, Parchi archeologici, Musei, Gallerie e Biblioteche a concedere in uso per la valorizzazione e la pubblica fruizione il cospicuo patrimonio in giacenza nei depositi.

Il decreto, voluto dall’assessore Samonà, va ascritto all’impegno della Soprintendente dei Beni Culturali di Catania, Rosalba Panvini che, in linea con i contenuti del decreto, ha già aperto i caveau della Regione per esporre nella Sala Pinacoteca del Museo Diocesano di Catania le importanti raccolte Urzì e Nicolosi.

I beni a cui si fa riferimento nella “Carta di Catania” sono quelli acquisiti per confisca, quelli donati o consegnati spontaneamente, quelli di più vecchia acquisizione per i quali sia stata smarrita la documentazione e, in generale, quelli deprivati di ogni riferimento al loro contesto di appartenenza.

Un intervento rivoluzionario, grazie al quale migliaia di beni culturali, spesso non inventariati e conservati nei depositi dei musei e degli altri luoghi della cultura regionali, potranno essere finalmente esposti e fruiti da tutti.”  

Una grande opportunità per studenti e giovani professionisti nei Beni Culturali

Gli istituti periferici della Regione dovranno ora impegnarsi a stilare degli elenchi di beni, suddivisi in relazione alle loro caratteristiche storico-culturali o tipologiche.

In questa operazione potranno inserirsi studenti universitari in discipline connesse alla conservazione dei beni culturali, che opereranno in regime di tirocinio formativo.

Infine, “La Carta di Catania – evidenzia l’assessore Samonà – offrirà nuove opportunità ai giovani professionisti che saranno chiamati a lavorare da esterni a fianco dell’amministrazione e dei privati per rendere possibile l’attuazione dei progetti di concessione in uso dei beni richiesti”.

 

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NEWS | Venafro (IS), scoperta villa tardo imperiale durante i lavori per la rete elettrica

Durante gli scavi per la realizzazione delle fondazioni di un traliccio elettrico nella piana di Venafro (IS) sono emerse quattro sepolture e numerose strutture, che facevano parte di una grande villa romana.

Le indagini archeologiche

Sul posto erano già presenti gli archeologi per l’assistenza al cantiere, che hanno subito avviato le indagini. Per prima cosa, lo scavo ha riguardato le quattro sepolture di età successiva all’abbandono della villa. La lettura stratigrafica ha attribuito a queste sepolture una datazione all’Alto Medioevo, che potrebbe essere confermata da future analisi antropologiche. Al di sotto dello strato destinato a uso funerario, si trovano le strutture e gli ambienti di quella che è stata identificata come la pars rustica della villa.

Per comprendere la natura e l’estensione delle strutture intercettate, l’indagine archeologica si è estesa a un’area di 900 metri quadri. Lo scavo di queste strutture ha permesso di ricostruire la loro finalità d’uso: si tratta della parte produttiva di un’importante villa romana. Il rilevamento di diverse opere di risistemazione edilizia ha permesso agli studiosi di distinguere due fasi di costruzione della villa: una di età tardo repubblicana e una di età tardo imperiale.

“La parte produttiva, spiega il dottor Luca Coppola, presenta una serie di ambienti con fornaci per la lavorazione del materiale, magazzini e ambienti di stoccaggio per le derrate alimentari. Conosciamo l’ultima fase di vita della villa grazie ad uno degli oggetti più belli che abbiamo ritrovato: un anello sigillo in bronzo che reca il nome di Maecius Felix, databile al IV secolo d.C”.

Oltre all’esame delle tecniche costruttive, la datazione delle fasi abitative della villa è stata resa possibile dai reperti rinvenuti durate gli scavi. Il ritrovamento di due tegole, bollate con il nome di M. Clodio, colloca nel I secolo d.C. l’utilizzo della fornace, ritrovata in uno degli ambienti indagati, per la produzione proprio di tegole e mattoni. L’anello con sigillo appartenuto a Maecius Felix, invece, appartiene all’ultima fase della villa, cioè tra la fine del IV e l’inizio del V secolo d.C., periodo in cui Maecius Felix era patrono di Venafro e governatore della provincia del Sannio.

Archeologia preventiva, un iter perfettamente seguito con Terna

Dal 2018, nella piana di Venafro sono in corso i lavori per il rinnovo della rete elettrica Capriati-Presenzano. La società Terna, che cura i lavori di rinnovo della rete elettrica in quest’area, si è interfacciata con i vari enti per avere i nulla osta necessari ai lavori, tra cui la Soprintendenza per le valutazioni sull’impatto archeologico dei lavori. La tempestiva indagine archeologica del sito è stata resa possibile dalla corretta sinergia tra Terna e la Soprintendenza, come spiega la dottoressa Maria Diletta Colombo della Sabap Molise:

In questo caso, con Terna è stato eseguito perfettamente l’iter di archeologia preventiva prevista dalla normativa. Nello specifico, dopo la trasmissione dei documenti di valutazione d’impatto preliminare, si è proceduto all’assistenza archeologica per lo scavo dei sostegni del traliccio”.

Durante i lavori per la rete elettrica nella piana di Venafro, sono state trovate due ville rustiche, di cui questa rinvenuta recentemente risulta la meglio conservata.

 

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NEWS | Gela (CL), ritrovati i resti di pire funebri della colonia greca

Il sottosuolo di Gela torna a sorprendere gli archeologi. L’antica colonia greca, fondata nel 689-688 a.C., è una vera miniera di informazioni che riguardano il suo passato più remoto. Informazioni che negli ultimi giorni si susseguono quasi senza sosta, come se la Città avesse deciso di raccontarsi senza più riserve.

Tra i più recenti, ricordiamo i rinvenimenti dal fondale marino di Gela, che riguardano reperti databili al VI sec. a.C.

Il ritrovamento delle pire funebri 

La scoperta, che sembra databile all’VIII secolo a.C., è avvenuta in un cantiere privato, durante i lavori di demolizione di un edificio del Novecento, per la costruzione di un nuovo immobile, sul lungomare Federico II, a poche centinaia di metri dall’area archeologica di Bosco Littorio, che ospita i resti dell’emporio di età arcaica della colonia di Gela. Sul posto erano già presenti la Soprintendenza di Caltanissetta con l’arch. Daniela Vullo e la dirigente archeologica Carla Guzzone, che dispongono sempre di controlli nei cantieri privati di una città che un tempo fu un’importante colonia greca.

Sotto uno strato di terra databile al VII secolo a.C. sono state rivenute tre strutture in terra, al cui interno si è conservato uno strato di cenere, legna carbonizzata e frammenti di ossa umane. Una di queste fu utilizzata per la cerimonia funebre di un neonato di pochi mesi, a giudicare dalle dimensioni dei resti del cranio e da un piccolo ciondolo a forma di corno ritrovato tra le ceneri. Sono visibili anche i fori nel terreno per l’installazione della pira in legno, sulla quale veniva adagiato il corpo del defunto per la cerimonia funebre.

La pira funebre nella storia e l’importanza della cerimonia funeraria per i greci

L’eccezionalità del ritrovamento risiede nell’importanza del cerimoniale che aveva il compito di purificare l’anima del defunto e accompagnarla nel regno di Ade, dio dei morti.

Tale importanza è riportata in moltissime forme, dalla rappresentazione dei roghi sulla ceramica dipinta, alle rappresentazioni teatrali, fino alla forma scritta. E proprio parlando di fonti scritte, già Omero nell’Iliade dedica moltissima importanza alla cerimonia funebre degli eroi nel suo poema. Grazie alla ricchezza di dettagli che riguardano la cerimonia funebre di Patroclo, sappiamo che il funerale per gli antichi greci era un momento molto importante per i parenti e cruciale per il defunto. In gioco c’era la salvezza della sua anima e il transito da questo mondo a quello dei morti, cosa che sarebbe avvenuta solo se tutti i passaggi della cerimonia fossero stati effettuati correttamente.

Dal lavaggio del corpo, ai lamenti delle donne, al banchetto in sua memoria procedendo con la processione che accompagnava il corpo al luogo dove le sue spoglie mortali sarebbero diventate ceneri alla sepoltura: tutto doveva svolgersi seguendo i rigidi canoni della tradizione, o il defunto non avrebbe raggiunto l’Ade e sarebbe rimasto a vagare sotto forma di spirito maligno.

Il ritrovamento di Gela rappresenta solo uno di questi passaggi, il più significativo forse, ma non l’ultimo. Dopo il rogo, infatti, le ceneri e le ossa, che resistevano al fuoco, venivano raccolte in un contenitore funerario e trasportate nella tomba che le avrebbe custodite in eterno.

L’area funebre più antica di Gela

Per avere una datazione certa bisognerà aspettare la fine dello scavo archeologico e le analisi effettuate in laboratorio. Se dovesse essere confermata la datazione all’VIII secolo a.C., questa diverrebbe l’area funebre più antica della storia greca di Gela. Ma su questo gli archeologi non si pronunciano ancora.

L’attenzione è tutta sullo scavo in corso, seguito da Antonio Catalano, ispettore onorario nominato dalla Regione, dal direttore dei lavori arch. Enzo Insalaco e dal proprietario del terreno Alessandro D’Arma, che si è dichiarato molto felice per la sensazionale scoperta. Le operazioni si stanno svolgendo in stretta relazione con la Soprintendenza di Caltanissetta. Dopo la necropoli dei primi coloni in via di Bartolo, portata alla luce su area pubblica dallo stesso archeologo Gianluca Calà e che sta per diventare museo all’aperto con i fondi di Open fiber, il sottosuolo gelese continua a restituire preziosi tasselli di storia.

Resti delle pire funebri da “La Sicilia”

 

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NEWS | Scoperta sepoltura gentilizia a Sirolo (AN), la tomba del Guerriero piceno

Il ritrovamento è avvenuto durante gli scavi di archeologia preventiva, guidati dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio delle Marche in accordo con l’Amministrazione comunale di Sirolo (AN). 

Le indagini, dirette dall’archeologo Stefano Finocchi e condotte dalla cooperativa ArcheoLab, sono state effettuate in un terreno di proprietà comunale. In vista di un cambiamento di destinazione d’uso del terreno, i lavori di archeologia preventiva erano finalizzati alla verifica di eventuali interferenze di origine archeologica. La necessità di queste indagini era data dalla vicinanza di quest’area con la “necropoli dei Pini” e della cosiddetta “Tomba della Regina”. Queste sepolture di epoca picena, risalenti al VI secolo a.C., hanno restituito numerosissimi esempi della ricchezza dei corredi con cui le famiglie aristocratiche seppellivano i propri morti.

La sepoltura del Guerriero

L’oggetto della sensazionale scoperta effettuata a Sirolo è proprio un’altra sepoltura gentilizia. La fossa, di forma rettangolare, contiene un individuo armato di elmo, lancia, spada lunga, pugnale con fodero e un’ascia. Una serie di oggetti che lasciano pochi dubbi su quale sia stato il ruolo dell’uomo. Il Guerriero è stato deposto in posizione rannicchiata, sul fianco destro. Sul suo petto sono state trovate due fibule in bronzo, ambra e osso, probabilmente attaccate alla veste con cui era avvolto il corpo.

Ai suoi piedi si trova parte del ricchissimo corredo funerario, costituito per la maggior parte da reperti ceramici. Lo status di prestigio del defunto è testimoniato da alcuni particolari oggetti bronzei tra cui una brocca di tipo rodio (oinochoe), da attribuire forse a una produzione etrusca e connessa al consumo del vino. La presenza di due spiedi e di altri strumenti in ferro per la cottura delle carni sono importanti riferimenti alla pratica del banchetto.

Lo sgabello portatile, il simbolo più eloquente dello status sociale del Guerriero

Oltre agli spiedi, al ricco corredo ceramico e alle armi, un altro elemento ritrovato nella sepoltura racconta qualcosa in più sulla storia del Guerriero e sulle cariche che può aver ricoperto durante la sua vita: uno sgabello pieghevole. Si tratta del reperto più affascinante e rappresenta lo status e la magnificenza del personaggio qui sepolto. L’oggetto è stato realizzato con elementi e sottili aste di ferro con terminazione a borchie di bronzo inserite entro un disco d’avorio, che reggevano il piano di seduta originariamente in stoffa o cuoio.

La Soprintendenza ci viene in aiuto spiegandoci il significato dello sgabello:

«Nel mondo etrusco (e poi anche romano) lo sgabello è simbolo di alte cariche pubbliche nella vita politica della città: la presenza di questo oggetto in questa ricca deposizione potrebbe far ipotizzare che il defunto possa aver ricoperto una carica pubblica/politica nell’ambito della comunità picena di età arcaica di Sirolo/Numana.»

Questa nuova e importante scoperta è frutto della collaborazione tra la Soprintendenza e l’Amministrazione comunale che si era già concretizzata nel sostegno logistico ed economico delle nuove ricerche avviate nella necropoli “dei Pini” dalla soprintendenza delle Marche, assieme all’Università di Bologna.

Per approfondimenti sulla necropoli “dei pini” di Sirolo clicca QUI

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NEWS | Volpiano (TO), scoperta una necropoli romana con 44 tombe del I secolo d.C

Durante i sondaggi preliminari per la costruzione del nuovo parco fotovoltaico Eni di Volpiano (TO), appena pochi centimetri sotto la superficie del terreno, è venuta in luce una necropoli di epoca romana.

La necropoli ha restituito 44 tombe, i cui corredi erano costituiti da preziose coppe in vetro, vasi in ceramica e iscrizioni in latino. Il perfetto stato di conservazione dei reperti deve la sua fortuna alla natura sterile e pietrosa del terreno: sebbene si trovasse solo pochi centimetri sotto la superficie, infatti, l’inutilizzo del terreno ha fatto si che la necropoli restasse invisibile e incorrotta fino a oggi.

La presenza romana in quest’area era già nota agli archeologi, grazie al ritrovamento di una villa rustica di età imperiale avvenuto casualmente, durante i lavori per la costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Milano. La villa è situata a soli 10 km dal luogo della necropoli, tra Brandizzo e Volpiano.

Proprio per la vicinanza con la villa, i lavori per la costruzione del parco fotovoltaico sono stati progettati con cautela. Eni e la Soprintendenza hanno effettuato dei sondaggi preliminari, affinché la posa dei pannelli fotovoltaici non distruggesse nulla, costringendoli a un improvviso stop dei lavori.

Il Sindaco di Volpiano, Emanuele De Zuanne, ha commentato:

“In base al presunto tracciato della centuriazione romana (l’antica organizzazione agraria del territorio) e ai precedenti ritrovamenti era ipotizzabile rinvenire qualcosa nel sito interessato dal nuovo impianto. Questi reperti sono le più antiche testimonianze presenti nel territorio di Volpiano ed è intenzione dell’amministrazione comunale mostrarli al pubblico, prima in una mostra temporanea e successivamente in una sede permanente”.

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NEWS | San Severino (SA), gli scavi restituiscono le tombe di sei bambini

Centola (SA). Durante gli scavi effettuati nel castello di epoca longobarda, gli archeologi hanno messo in luce le mura della fortezza e le sepolture di sei bambini.

“Siamo ancora in una prima fase di scavo – spiega Maria Tommasa Granese, funzionaria – archeologa della Soprintendenza – ma, grazie a questi primi interventi, è già possibile osservare alcuni ambienti del castello: la cappella, la cisterna e altre aree ancora oggetto di studio. Gli archeologi – continua la Granese – stanno elaborando dati e relazioni per ricostruire con esattezza la storia del castello. Per quanto riguarda le sepolture ritrovate – aggiunge l’esperta – stiamo analizzando i reperti per risalire all’esatta datazione”. 

I ritrovamenti fatti dagli archeologi sono stati portati via dal sito per uno studio più approfondito in laboratorio.

Il borgo fantasma di San Severino, dai Longobardi all’abbandono agli inizi del ‘900

Da ciò che si evince dalle stratificazioni archeologiche, dallo studio dei resti visibili e dalle fonti storiografiche, la prima fase di frequentazione del sito risale al X secolo, durante l’occupazione longobarda. Sempre all’epoca longobarda risale anche il nome del Borgo: i Sanseverino erano la più ricca e potente famiglia del Principato longobardo di Salerno. Uno tra i primi edifici a essere costruiti fu senza dubbio proprio il loro castello. La fortezza sorge sulla roccia che domina la sottostante Valle del Mingardo: da questo punto, infatti, era possibile avere il pieno controllo della così detta Gola del Diavolo, da cui si accedeva al borgo di San Severino. Alle prime fasi di vita dell’abitato risale anche una cappella e una torre di avvistamento.

Nonostante le successive dominazioni, quella normanna e sveva, la famiglia Sanseverino mantenne il controllo sul borgo, tramandandolo di generazione in generazione, dal X al XIV secolo. Fu solo a causa di aspri contrasti con il re spagnolo Carlo V, che nel 1552 la famiglia perse il potere e fu esiliata fuori dal Regno di Napoli.

Nel corso dei secoli, il borgo si è ingrandito, sono sorti altri palazzi e altri edifici religiosi oltre a quelli della prima fase longobarda. Lo stesso castello ha subito numerose modifiche: oggi ritroviamo degli archi a sesto acuto, una sala dai cui resti si vedono alcune finestre e una nicchia. Troviamo anche parte della cappella palatina, dell’abside e della navata.

Nel 1624 un’epidemia di peste decimò la popolazione di San Severino; proprio a questo periodo sembra appartenere la consacrazione della chiesa di Santa Maria degli Angeli, protettrice contro il morbo.

La storia del borgo arriva al capolinea nel 1888, in seguito alla costruzione della linea ferroviaria Pisciotta-Castrocucco. Agli inizi del ‘900, la popolazione era quasi tutta scesa a valle, lasciando il borgo completamente abbandonato.

Gli scavi archeologici e la rinascita del borgo di San Severino

 “Abbiamo sempre creduto nella valenza artistica e culturale del borgo e del castello di San Severino – spiega il sindaco Carmelo Stanziola – e fin dal primo giorno del nostro insediamento ci siamo attivati per reperire risorse per gli scavi e la messa in sicurezza dell’intera area. E oggi, finalmente, raccogliamo i primi risultati, le prime soddisfazioni. Faremo in modo che si continui a scavare e a studiare – continua il primo cittadino – ma soprattutto cercheremo di rendere fruibile ai turisti gli scavi e il borgo già per la prossima primavera”.

Gli scavi sono stati commissionati dal comune di Centola e finanziati dal Ministero dell’Interno. La direzione è stata affidata alla Soprintendenza “Archeologia, belle arti e paesaggio” delle province di Salerno e Avellino. La speranza del primo cittadino di Centola e degli studiosi è quella di rendere il borgo già visitabile in primavera. Il progetto di riqualificazione riguarda anche l’allestimento di un padiglione museale per contenere i resti della cultura materiale provenienti dagli scavi.

 

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NEWS | Il Dioniso di Tivoli all’asta, la storia della statua da Roma a Londra

Dal 24 novembre al 17 dicembre torna a Londra la Classic Week di Christie’s. La più grande casa d’aste al mondo metterà in mostra una serie di capolavori provenienti da tutto il mondo. I collezionisti di antichità che parteciperanno all’asta del 16 Dicembre avranno l’occasione di fare la loro offerta per acquistare un ornamento che, in passato, aveva decorato la dimora di un imperatore romano.

Stiamo parlando del Dioniso di Tivoli: la statua che l’imperatore Adriano in persona aveva accarezzato con lo sguardo, chissà quante volte, durante una delle sue passeggiate nella sua immensa villa a Tivoli.

La statua sarà venduta all’asta con un’offerta stimata tra 700.000 e 1.000.000 di sterline.

La storia del Dioniso di Tivoli

Per ripercorrere la storia di questa statua, bisogna tornare indietro nel tempo, proprio a Tivoli. Tra il 1769 e il 1771, lo scozzese Gavin Hamilton, pittore e appassionato di archeologia, condusse delle ricerche nella Villa Adriana. In particolar modo si concentrò nella parte nord della villa, vicino al Teatro Greco. Questa zona era chiamata Pantanello, a causa della natura paludosa dell’area. Dagli scavi erano stati rinvenuti numerosi busti, capitelli e marmi. Per poter continuare le ricerche, Hamilton dovette addirittura ricorrere a delle opere di drenaggio, grazie alle quali vennero alla luce numerose altre statue. In un periodo in cui l’archeologia si confondeva quasi totalmente con l’antiquaria, i numerosi ritrovamenti del Pantanello finirono sul mercato antiquario e furono dispersi tra varie collezioni inglesi e romane. Lo stesso pontefice Clemente XIV acquistò una parte di queste opere per i Musei Vaticani.

Da Tivoli a Londra

La statua di Dioniso, che faceva parte del tesoro del Pantanello, fu ceduta da Hamilton a Lord Shelbourne.  Se oggi si presenta a noi come erma, in origine doveva trattarsi di una statua intera che Hamilton modificò, forse perché incompleta al momento del ritrovamento. Se questo oggi risulta impensabile, è doveroso tenere a mente che Hamilton era un appassionato e non un archeologo.

Alla morte di Shelbourne nel 1805, l’erma restò proprietà della famiglia fino al 1930, quando venne venduta al diplomatico Karl Bergsten, entrando così a far parte della Bergsten collection di Stoccolma. Termina così la storia del Dioniso, dalla villa di un imperatore romano a una delle raccolte di antichità private più famose del XX secolo a Stoccolma. Il 16 Dicembre, a Londra, si aggiungerà un altro tassello alla sua storia e la statua intraprenderà un nuovo viaggio, non ci resta che scoprire chi sarà il suo nuovo proprietario!

Il patrimonio di Tivoli e il progetto Atlas

Il Dioniso, oggi all’asta, è testimone della straordinarietà della decorazione architettonica e scultorea della villa imperiale di Tivoli: i suoi capolavori, infatti, figurano oggi nei più importanti musei del mondo. Ma esiste anche una parte di questo immenso patrimonio che è rimasta a Tivoli ed è conservata nei Mouseia della Villa Adriana. Si tratta per lo più delle sculture rinvenute negli scavi degli anni ’50; tra queste, ritroviamo il ciclo scultoreo del Canopo.

Di questo ciclo fanno parte il gruppo di Scilla, la fontana-coccodrillo e una figura semisdraiata in cui è stata identificata la personificazione del Nilo. I lavori per la riqualificazione dei Mouseia sono da poco terminati e saranno presto aperti al pubblico. Nel frattempo, le Villae si stanno impegnando nella mappatura di tutto il patrimonio proveniente dalla residenza imperiale, presente nelle collezioni d’arte antica di tutto il mondo.

“Le Villae – dichiara il direttore, Andrea Bruciati – si stanno impegnando per garantire che, alla fine della sospensione dell’apertura dovuta all’emergenza sanitaria, i Mouseia di Villa Adriana, chiusi dal 2014, tornino fruibili per il pubblico, rinnovati negli apparati didattici, nel racconto della luce e nei colori. Non può che suscitare emozione anche il Dioniso oggi all’asta, poiché evoca la suggestione e il fascino che Villa Adriana ha esercitato nei secoli e ne racconta emblematicamente la storia e la fortuna in età moderna, rappresentandone i valori identitari. Del resto, l’unicità del complesso e l’universalità del suo messaggio, sancite dall’iscrizione alla World Heritage List Unesco, sono legate proprio alla capacità di esercitare nel tempo un’influenza che va al di là dei confini geografici e culturali. Per questo le Villae stanno lanciando il progetto Atlas, una mappatura del patrimonio di Villa Adriana presente nelle principali collezioni del mondo”.

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NEWS | Pompei restituisce altre due vittime, scoperti i corpi intatti di due uomini

Sensazionale scoperta a Pompei nei giorni scorsi. Gli archeologi hanno riportato alla luce altre due vittime di quell’ottobre del 79 d.C., nel momento in cui Pompei venne cristallizzata nella fotografia di una delle più terribili tragedie della storia umana. Due personaggi in più si aggiungono al racconto di fuga e terrore e la loro posizione, il luogo del ritrovamento e i loro vestiti riusciranno a parlare per loro, a dire chi erano e dove erano diretti.

Il ritrovamento è avvenuto nella villa signorile del “Sauro Bardato”, oggetto di studi e grandiose scoperte già dal 2017.

Clicca qui per il video del ritrovamento

La villa suburbana di Civita Giuliana

La lussureggiante villa di epoca augustea era già famosa per la scoperta fatta nel 2017. Nelle stalle, infatti, gli archeologi avevano riportato alla luce i resti di tre cavalli di razza, uno dei quali era bardato con una sella in legno e bronzo e ricchissimi finimenti, come se fosse pronto per l’uscita imminente del suo padrone.

Il direttore del Parco archeologico di Pompei, Massimo Osanna, aveva ipotizzato che si trattasse di un comandante militare o un alto magistrato. Grazie ad un piccolo graffito ritrovato su una parete affrescata, su cui era inciso il nome di una fanciulla, “Mummia”, da cui gli studiosi erano risaliti alla possibile identità della famiglia: i Mummii, una importante famiglia romana di epoca imperiale.

La villa è stata paragonata alla famosissima Villa dei Misteri per la sua eleganza e raffinatezza. Situata subito fuori le mura della città, disponeva di terrazze e giardini da cui si poteva godere della vista del Golfo di Napoli e di Capri. Era costituita da numerosi ambienti, da quelli di rappresentanza alle camere da letto “signorili”, agli ambienti di servizio, come magazzini per l’olio e per il vino e le già citate stalle.

Il criptoportico

Dopo le stalle, l’attenzione degli archeologi si era rivolta all’esterno, nella zona di un lunghissimo criptoportico edificato sotto una delle grandi terrazze della villa.

“Abbiamo avvertito la presenza di vuoti nella coltre di materiale piroplastico e da lì la sorpresa dei resti umani”, sottolinea ancora emozionato Osanna. C’erano le condizioni ottimali per provare a ottenere il calco delle vittime, seguendo la tecnica messa a punto nel 1863 da Giuseppe Fiorelli. L’ultimo tentativo era stato fatto negli anni Novanta del Novecento, purtroppo senza grandi successi. Stavolta l’esperimento è pienamente riuscito.

Grazie al calco sono visibili anche i resti dei vestiti dei due uomini: uno dei due portava con sé un secondo indumento in lana, forse un mantello o una coperta.

Il ritrovamento proprio nel criptoportico ha già un precedente a Pompei: negli scavi del ‘700, infatti, furono scoperti numerosi corpi nel criptoportico della Villa di Diomede, ambienti sotterranei dove probabilmente uomini, donne e bambini si erano sentiti più al sicuro durante il cataclisma.

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NEWS | Gite virtuali? A Paestum si può

Il Parco Archeologico di Paestum e Velia, in collaborazione con l’associazione Cilento4All, ha aderito all’iniziativa “A scuola Nel museo e Dal museo. Percorsi di fruizione museale per tutti in modalità digitale e in presenza”,  in cui viene sperimentata una nuova forma di didattica a distanza su scala nazionale che ha permesso ad alunni e docenti di visitare virtualmente l’area archeologica.

Una piattaforma gratuita per interagire con le scuole

A causa delle misure di sicurezza anti COVID-19, musei e parchi archeologici di tutta Italia hanno dovuto chiudere le loro porte ai visitatori. Molti, però, hanno aperto le lorofinestre, permettendo al pubblico di continuare a visitarli tramite il web, grazie ad una piattaforma per interagire con tutti gli istituti scolastici nazionali.

A inaugurare le visite interattive a distanza gli alunni della V elementare della scuola “Carducci King” di Casoria (NA), che questa mattina hanno potuto visitare il museo di Paestum da casa. Operatori appositamente formati hanno interagito con gli alunni e gli insegnanti rispondendo a domande e soddisfacendo curiosità con specifici strumenti quali la chat, i sondaggi e la lavagna virtuale, così da rendere l’ora di visita piacevole, partecipata ed efficace per l’apprendimento.

“La Scuola Nel museo e Dal museo”

Questo è il titolo del progetto che si pone come risposta necessaria e tempestiva per affrontare e superare le limitazioni imposte dall’attuale emergenza sanitaria. Il tema centrale del progetto è la “RELAZIONE che supera i Pixel” a sottolineare come il digitale possa essere una risorsa per l’apprendimento se utilizzato per andare oltre la distanza o la realtà virtuale e, proprio come una visita in presenza, per sollecitare emozioni, rapporti e vissuti attraverso le attività proposte dagli operatori e con l’ausilio degli insegnanti.

La didattica a distanza del Parco archeologico di Paestum e Velia si avvale anche della partecipazione del Dipartimento di Scienze Mediche Traslazionali dell’Università “Federico II” di Napoli per l’analisi dell’efficacia del modello di apprendimento in modalità ibrida, in particolare per gli alunni con disabilità cognitiva.

Altri progetti sono in arrivo

Oltre alle visite nel museo, il Parco Archeologico di Paestum e Velia sta sviluppando un ricco programma didattico per le scuole e le università, da fruire interamente a distanza. Sono in preparazione laboratori tematici sulla musica nel mondo antico, webinar sull‘archeologia, sul restauro e sulla comunicazione, video di approfondimento sul lavoro dietro le quinte di un ente culturale pubblico e, inoltre, tantissimi contenuti da fruire ogni giorno sui canali social del Parco.

“Sono felice di dare il via alla didattica a distanza da Paestum – dichiara il direttore, Gabriel Zuchtriegel. – Mentre affrontiamo una crisi sanitaria globale, credo sia necessario potenziare la funzione educativa dei luoghi della cultura per promuovere conoscenze, abilità e comportamenti consapevoli per lo sviluppo di una cittadinanza attiva e democratica. Così, il Parco ha raccolto il disagio di famiglie e istituzioni scolastiche e ha strutturato un progetto capace di colmare almeno in piccola parte quel vuoto lasciato dal blocco del turismo scolastico…”