Autore: Vera Martinez

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NEWS | Fornace medievale ritrovata ad Agrigento

Agrigento, famosa per i magnifici esempi di architettura templare della Magna Grecia, torna a raccontarci il suo passato. Questa volta, però, la città svela un particolare della sua vita artigianale medievale: la scoperta di una fornace ci racconta la produzione di ceramica destinata a finire sulla tavola degli Agrigentini, la cosiddetta ceramica da mensa.

Il ritrovamento della fornace

Durante i lavori di consolidamento del muraglione tra via Dante e via dell’Annunziata, in pieno centro,  gli operai hanno scoperto una cavità dietro a una parete in tufo. In seguito allo stop dei lavori, è stato chiarito che quella cavità era quello che restava di una grande fornace medievale, destinata alla produzione di ceramica da mensa.

L’area è stata recintata e i resti della fornace sono stati coperti con delle tavole di legno: un accorgimento provvisorio in attesa di ulteriori studi. 

Ferrovie dello Stato, in collaborazione con la Soprintendenza dei Beni Culturali, ha disposto alcuni accorgimenti riguardo la conservazione del ritrovamento: si è ipotizzata una copertura in vetro per renderne visibili i resti, in prospettiva di uno scavo futuro.

La produzione di ceramica medievale ad Agrigento

Il ritrovamento di una fornace da ceramica medievale non è un caso isolato ad Agrigento. Altri esempi sono già documentati proprio nella Valle dei Templi. Nell’area archeologica, infatti, è stato trovato un impianto produttivo con due fornaci, che ha permesso di datarne l’attività tra i secoli XI-XII  d. C, in un periodo compreso tra la dominazione Islamica e quella Normanna.

Altre fornaci sono state rinvenute fuori dal circuito murario di epoca medievale agrigentino, poiché l’attività artigianale era di solito svolta lontano dalla zona abitata delle città.

I lavori continueranno

Il cantiere tra via Dante e via dell’Annunziata dovrà comunque andare avanti: la situazione di stabilità del versante è poco rassicurante e la priorità resta la preservazione della linea ferrata, delle abitazioni e delle due strade. La ditta che si occupa dei lavori dovrà, però, garantire la massima tutela del bene, in attesa di fondi destinati a un futuro approfondimento del sito.

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NEWS | Gravina, dagli scavi emergono ricche sepolture del VI-IV secolo a.C.

L’area archeologica di Botromagno (Gravina, Puglia) è già nota agli archeologi per essere uno dei più importanti siti della Puglia preromana. Nell’ultima campagna di scavo, avviata nei giorni scorsi, i ricercatori hanno riportato alla luce alcune sepolture a semicamera databili tra il VI e il IV secolo a.C.

L’insediamento 

Il colle Petra Magna, sul quale sorge il sito archeologico, mostra tracce d’insediamento a partire dall’Età del ferro. I greci ne fecero una città, che prese il nome di Sidion. La quantità e la qualità dei reperti rinvenuti nelle varie campagne di scavo dimostrano come questo sito, proprio in epoca greca, facesse parte di una fitta rete di scambi tra Occidente e Oriente che comprendeva altre grandi città della Magna Grecia, come Taranto e Metaponto.

Sidion cambiò nome in Silvium in seguito alla conquista da parte dei romani. La città venne incendiata e gli abitanti furono fatti prigionieri. Data la vicinanza con la via Appia, il centro si trasformò in una stazione militare che l’esercito romano usava per rifornirsi. Il sito venne distrutto da un violento terremoto nel II secolo a.C.

Gli ultimi ritrovamenti

Nei giorni scorsi gli archeologi hanno ritrovato delle sepolture risalenti alla frequentazione greca. Si tratta di tombe a semicamera. L’imponenza di queste strutture funerarie basterebbe a suggerire lo status sociale degli inumati. Si tratta probabilmente di famiglie facoltose, appartenenti all’alta società di Sidion. A confermarlo potrebbero essere anche i numerosi frammenti di oggetti preziosi e ceramiche di importazione rivenuti nel sito, a conferma del fiorente periodo che la città visse tra i secoli IV e VI a.C., forse proprio grazie ai rapporti commerciali con il resto della Magna Grecia e con la Grecia.

Le indagini sul sito

Purtroppo, i tombaroli sono stati i primi a capire l’enorme potenziale del Parco Archeologico di Botromagno. Fin dal XIX secolo, ma con maggior brutalità tra gli anni ’50 e ’70 del XX secolo, hanno saccheggiato quest’area e disperso testimonianze storiche di rilievo.

Dagli anni ’70 del secolo scorso il sito è stato scavato, con metodo, da prestigiosi istituti britannici e canadesi, restituendo così una grossa mole di informazioni storiche e di reperti archeologici di un periodo compreso tra il Neolitico e la dominazione romana.

Attualmente il sito è oggetto di indagine da parte della Soprintendenza Abap per la città metropolitana. La direzione dello scavo è affidata alla dottoressa Marisa Corrente. La responsabile dello scavo ha fatto presente la sua preoccupazione per lo scarso interesse mostrato per il sito di Botromagno e fa presente la necessità di una sinergia istituzionale per salvaguardare un tesoro senza eguali. La preoccupazione riguarda soprattutto le azioni illegali degli scavatori di frodo.

Anche negli ultimi ritrovamenti, infatti, sono visibili le tracce distruttive lasciate dai predoni nel tentativo di saccheggiare le sepolture senza tener conto del contesto storico o stratigrafico, con il solo scopo di trafugare elementi preziosi che fungevano da corredo nelle sepolture.

Entusiasmo per la nuova campagna di scavi da parte del primo cittadino Alesio Valente. «Ogni azione utile a far uscire dall’ombra il destino del parco archeologico di Botromagno non può che essere accolta e salutata con favore – riferisce il sindaco -. Ancor di più lo è la nuova campagna di scavi avviata dalla Soprintendenza. Il governo deve dedicare massima attenzione a questo patrimonio. Battaglia che portiamo avanti da sempre ma che ha portato risultati purtroppo parziali».

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NEWS | Lady Bietikow, la mummia di 5.000 anni contemporanea di Otzi

Aveva quarant’anni la signora di Bietikow, che prende il nome dal luogo del suo rinvenimento.
Ritrovamento fortuito, avvenuto durante i lavori per la costruzione di turbine eoliche, nella regione di Brandeburgo, in Germania.

L’analisi dei resti

Le ossa di Lady Bietikow raccontano molto agli archeologi: i suoi resti sono stati trovati in posizione fetale, una delle più antiche forme di sepoltura dei morti. Oltre alle ossa, si sono conservati anche gli indumenti, che permettono di ricostruire il modo di vestire di uomini e donne nel Neolitico. La datazione delle ossa fa risalire la mummia a 5.000 anni fa (3.400-3.300 a.C.). Le analisi sui denti, invece, permettono di ricostruirne la dieta, ricca di cereali e fibre.

“Normalmente c’è dello smalto sulla superficie dei denti – aggiunge l’archeologa Bettina Jungklaus, descrivendo in dettaglio la mascella dello scheletro. Qui, però, è completamente assente e questo ci permette di trarre conclusioni sull’alimentazione: il cibo che consumava abitualmente era indubbiamente molto ricco di fibre, molto duro”.

I cereali, infatti, potevano essere conservati molto meglio della carne animale e utilizzati più facilmente come mezzo di pagamento.
 

Il confronto con Ötzi

Gli studiosi hanno voluto comparare i due soggetti, per via del loro ritrovamento in un’area geografica abbastanza vicina e per il fatto che vissero nella stessa epoca preistorica.

«E’ possibile confrontare Ötzi e la signora di Bietikow in termini di età. Ma la scoperta dell’uomo di Tisenjoch, cioè Ötzi, è stata molto più spettacolare in termini di stato di conservazione», spiega l’archeologo Philipp Roskoschinsky, che si occupa della mummia di Bietikow.


La mummia di Ötzi, ritrovata nel 1991 su un ghiacciaio alpino, al confine tra Italia ed Austria, è una vera rock star del museo di Bolzano, costruito appositamente per ospitarlo: in quasi trent’anni ha visto più di cinque milioni di visitatori, arrivati da tutto il mondo per conoscere da vicino l’uomo tatuato vissuto 5.000 anni fa.

Ma se la morte di Ötzi resta un cold case ed è avvenuta in circostanze violente, quella di Lady Bietikow ci racconta una storia ricca di tenerezza e cura dei defunti, che meglio ci aiuta a comprendere l’evoluzione del rapporto che l’uomo ha da sempre con la morte stessa.

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NEWS | I più antichi bevitori di vino in Italia

Un vino ben invecchiato allieta il cuore dell’uomo. Lo sanno i buongustai e i buoni intenditori. E potrebbero essere d’accordo anche gli archeologi dell’Università di Padova che dal 2016 si occupano dello scavo della Terramara di Pilastri, un sito dell’età del Bronzo (circa 1600-1300 a.C) presso Bondeno (FE). Durante lo scavo, diretto dal professor Massimo Vidale del Dipartimento di Beni Culturali, sono emerse tracce di quello che potrebbe essere il consumo di vino più antico d’Italia, che risalirebbe a 3500 anni fa.

Le analisi gas-cromatografiche, effettuate da Alessandra Pecci (Università di Barcellona), hanno rivelato che un terzo dei frammenti di vasi presi in esame contiene tracce dei biomarcatori del vino, quali acido tartarico, succinico e maleico. Inoltre, sono presenti anche tracce di zolfo e resina di pino, le cui proprietà sarebbero riconducibili ad una funzione sterilizzante o antifermentativa per il primo; la seconda aveva una funzione impermeabilizzante per la superficie interna dei vasi.

Per bere il vino erano utilizzate delle tazze, ma il ritrovamento di grandi bacini, dotati di capacità fino a quaranta litri, fa ipotizzare una vinicoltura organizzata e abituale.