Autore: Redazione ArcheoMe

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Cultores Artium | Rocca Secca dei Volsci un piccolo Borgo ricco di storia

Rocca Secca dei Volsci è uno dei piccoli comuni nella provincia di Latina che fa parte della Valle dell’Amaseno,  uno dei feudi appartenenti, un tempo, alla grande Contea della famiglia De Ceccano, signori di Ceccano.

Il Borgo Medievale

Il Borgo Medievale di questa città è molto particolare; le case sono dislocate a forma di anello e nella parte più alta è ben visibile il Palazzo Baronale del Principe Massimo, appartenente alla famiglia dei Massimo.

Il palazzo risale al XIV secolo e al suo interno è possibile visionare un antico frantoio, tutt’ora ben conservato, per la molitura delle olive, che veniva azionato dal moto dei cavalli.

Nella cappella privata invece è ben visibile un affresco che raffigura “la Natività” e che viene attribuito alla scuola di Pietro Da Cortona. Nel cortile è anche possibile ammirare una cisterna dove, su un lato, è raffigurata una Meridiana ben visibile da tutte le stanze del primo piano del palazzo.

Di fronte al palazzo si può notare la bellissima chiesa di Santa Maria Assunta in Cielo che rappresenta una piccola ma importante galleria d’arte. Gli affreschi in essa conservati sono opera di Pietro Aquila e Domenico Fiasella, seguace della scuola di Caravaggio. In questa chiesa riposano le spoglie di San Massimo, il protettore della Città.

Tempietto di San Raffaele _ foto dal sito VALLE DELL’AMASENO

Alle porte del centro storico è collocato il tempietto costruito nel 1659 e dedicato a San Raffaele. Esso si presenta come un monoambiente di forma rettangolare con un ampio timpano sporgente. Al suo interno sono conservati pregiati affreschi di Domenico Zampieri, detto il “Domenichino”, che raffigurano la piscina probatica, le nozze di Tobia, Tobia e Tobiolo e la Madonna degli Angeli.

Accanto al tempietto si trova la suggestiva chiesetta di Santa Croce che conserva la reliquia della Croce del Cristo e un crocefisso ligneo.

La storia

La nascita di Rocca Secca dei Volsci è dovuta ad un evento tragico per un altro paese: Privernum, oggi Priverno.

La storia narra, infatti, che la popolazione di Privernum, fuggendo dalla distruzione e dai saccheggiamenti che si stavano compiendo nel paese per opera dei Saraceni, si rifugiò su un colle poco distante chiamato il “Castrum Sanctae Crucis” e sui resti di quella che era un’antica torre di avvistamento romana, costituirono quella che oggi conosciamo come Rocca Secca dei Volsci.

La cittadina fu per molti anni amministrata da famiglie nobili molto importanti per l’epoca; si ricordano in particolar modo le famiglie Frangipane e quella dei De Ceccano, che vantavano già una notevole Contea e che furono possessori del paese nei secoli tra XII e il XIII.

Altre famiglie importanti furono i Carafa e i Massimo, questi ultimi la cedettero ai Gabrielli nel 1762.

Cosa visitare a Rocca Secca dei Volsci

  • La Madonna de gli Cimmorono

Nel mese di Giugno è suggestivo percorrere, assieme ai fedeli, il pellegrinaggio che arriva a ridosso della montagna dove è situata un’icona raffigurante “la Madonna de gli Cimmorono”. 

Si tratta di una tradizione di origine pagana; i fedeli si rivolgevano ad essa per assicurarsi un buon raccolto delle mèssi. Ancora oggi resta una bella tradizione unita al culto verso la Madonna.

Il dipinto è suddiviso in tre parti;  è la più antica opera pittorica della chiesa, risalente al XV-XVI secolo.

Nella parte centrale vi è la rappresentazione della Vergine in trono con in grembo un particolare Gesù Bambino; su un fondo oro si staglia la tunica di colore rosso, con manto azzurro e risvolti verdi.

Nelle tavole ai lati e, in particolar modo, nella parte destra, sono visibili le raffigurazioni di S. Andrea e San Paolo apostolo, mentre in quella di sinistra sono dipinti San Giovanni Evangelista e San Nicola di Bari.

Il quadro era molto adorato anche dagli abitanti dei paesi vicini che si apprestavano a raggiungere la chiesetta per affidarsi alla Madonna nella speranza che Essa potesse intervenire per contrastare le devastanti tracimazioni che il fiume Amaseno spesso arrecava.

 Da visitare sono sicuramente anche:

  • Il Palazzo Baronale Principe Massimo che si trova nel Borgo medievale al cui interno è possibile visitare il Museo dell’Olio e delle tradizioni Popolari;

 

Museo dell’Olio _ Palazzo Baronale dei Conti Massimo.
Foto dal sito VALLE DELL’AMASENO

 

  • La chiesa di Santa Maria Assunta in cielo e i suoi preziosi affreschi;
  • Il tempietto di San Raffaele con le opere del Domenichino;
  • La chiesetta della Madonna della Pace in stile neoclassico 

Piatti tipici

A Rocca Secca dei Volsci si svolge una sagra molto particolare: “la sagra della Capra”. Oltre ad essere un evento culinario molto apprezzato rappresenta, soprattutto, l’evento simbolo di questa cittadina che da sempre si contraddistingue per l’allevamento degli ovini. Durante questa sagra vengono organizzate mostre, convegni e spettacoli di ogni genere.

La cucina di Rocca Secca si contraddistingue per l’uso di prodotti semplici ma di ottima qualità come l’olio prodotto in zona,  la “marzolina”, ovvero il formaggio tipico di pecora e i “cecapreti”, piatto composto da acqua e farina prodotto a mano dalle signore del paese. E’ possibile, inoltre, trovare pietanze come gli “stracci”, sfoglia di pasta, ragù e formaggio pecorino e il “canescione” una tipica pasta di pane che viene farcita con ricotta fresca.

Anche Rocca Secca dei Volsci rientra nell’offerta di promozione turistica di Cultores Artium che vuole ricostruire un percorso turistico sui territori che un tempo furono parte della Contea De Ceccano. 

Per questo vi invitiamo a consultare le nostre pagine Facebook ed Instangram o rivolgervi direttamente a noi all’indirizzo e-mail: cultores.artium@gmail.com per eventuali visite o per conoscere in maniera più approfondita la bellezza di questa città.

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DIETRO AL FASCISMO | La “vera” origine del fascio littorio

Cenni storici

Molti simboli utilizzati dal regime fascista erano ereditati dal mondo antico, con un significato completamente diverso dall’originario. Uno dei più importanti era, sicuramente, il fascio littorio. Nell’Antica Roma era l’arma portata dal littore, un funzionario imperiale, costituita da un fascio di bastoni di legno, legati assieme da strisce di cuoio rosse intorno ad un’ascia.
Il fascio era usato come strumento di giustizia: le verghe servivano per le pene minori, le scuri per la pena capitale. Inoltre, rappresentava l’insegna propria del magistrato che l’amministrava e, successivamente, una generica insegna di potere. Accompagnando il magistrato, i littori procedevano allineati, tenendo il fascio sulla spalla sinistra e un bastone sulla spalla destra, con cui allontanavano la folla.

 

L’origine etrusca del fascio

Contrariamente a quanto comunemente si pensa, il fascio littorio ha un’origine etrusca e non romana.
Proprio a Vetulonia, infatti, nel 1898, Isidoro Falchi rinvenne, nella cosiddetta Tomba del Littore, databile attorno al 600 a.C., un oggetto a forma di fascio, composto da un gruppo di verghe di ferro e da un’ascia a doppio tagliente. L’origine etrusca dei fasci creò non poco imbarazzo in occasione della promulgazione delle leggi razziali, poiché i fascisti non consideravano gli Etruschi appartenenti alla cosiddetta razza ariana. Ciò apparve sconveniente ai propagandisti del nuovo razzismo di regime, considerando le numerose influenze sociali ed economiche esercitate dagli Etruschi sulla Roma di età arcaica.

La diffusione e la distruzione dei fasci

Negli anni, i fasci vennero disseminati ovunque: basti pensare alla decorazione architettonica dei palazzi o, ad esempio, alla moneta da 2 lire, sulla cui superficie compariva la dicitura “Vittorio Emanuele III Re d’Italia”; nasceva, così, il nuovo simbolo del fascio, pienamente fascista, emblema di forza e dominio. Il 26 luglio 1943, non appena si diffuse la voce della caduta del regime, centinaia di persone si riversarono in strada per distruggere quel simbolo. Tuttavia, molti fasci si conservarono nel tempo e, ancora oggi, è possibile ritrovarli in molte città italiane: a essere eliminate, infatti, furono soprattutto le asce, immediatamente collegabili alla coercizione e alla violenza.


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MITI | Giacinto, l’amore di Apollo ucciso dal vento

Giacinto era un principe spartano che, con la sua immensa bellezza, aveva incatenato il cuore di molteplici amanti: tra gli altri, di lui si invaghì perfino l’impalpabile Zefiro, ma chi lo amò senza riserve fu Apollo, al punto di seguirlo in ogni suo passo e di sfidare lo stesso Zefiro, trionfando ogni volta.

Un giorno, Apollo e Giacinto si stavano dedicando al lancio del disco, perché il giovane si allenasse, in vista delle Olimpiadi. A scagliare per primo il disco fu il dio, ma l’oggetto venne deviato da una brezza del geloso Zefiro, colpendo mortalmente la tempia di Giacinto. Apollo, disperato, fece ogni tentativo per strappare l’amato al crudele destino, ma tutto fu vano: il ragazzo spirò. Il dio, allora, col cuore spezzato, volle compiere un ultimo atto di delicatezza verso il giovane, trasformandolo in un bellissimo fiore, dal colore tanto intenso quanto quello del sangue sgorgato dalla terribile ferita.

Prima di ascendere al cielo, infine, Apollo segnò i petali del nuovo fiore con le sillabe “αι αι” (=ai ai), per incidervi la voce del dolore del suo amore perduto, che ancora solca la superficie della pianta.

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ARCHEOLOGIA | Alla riscoperta della villa romana di Patti marina

Villa romana di Patti marina- I mosaici della sala tricora. Veduta da Sud.

A soli 10 km dal sito archeologico di Tyndaris, nel piccolo centro di Patti, si trova una delle ville romane tardo antiche più famose di Sicilia: la villa romana di Patti marina.

Dal momento in cui sono stati messi in luce i primi lembi pavimentali, la villa romana di Patti marina viene equiparata alle più grandi e ricche residenze extraurbane tardo imperiali di Sicilia: la villa del Casale di Piazza Armerina e la villa del Tellàro presso Noto.

La riscoperta di questo interessantissimo sito archeologico è avvenuto in circostanze del tutto occasionali nell’agosto 1973.

Tracce di strutture murarie sono state intercettate durante i lavori di costruzione del viadotto autostradale Messina-Palermo e opportunamente documentate dalla Soprintendenza Archeologica per la Sicilia Orientale, grazie all’archeologo Giuseppe Voza.

La villa romana di Patti marina

Gli interventi di scavo, condotti a più riprese dalla Soprintendenza Archeologica di Siracusa e poi dalla Soprintendenza per i Beni culturali e Ambientali di Messina, hanno permesso di accertare che la villa fu costruita nel corso del IV secolo d.C., impiantandosi al di sopra di strutture precedenti, comprese tra il I e il III secolo d.C.; il suo sviluppo edilizio ricevette, poi, una battuta d’arresto in età bizantina, quando un violento terremoto ne sconvolse completamente l’aspetto, determinando il crollo di gran parte degli elevati. La villa venne poi rifrequentata a più riprese fino al IX d.C.

Oggi, sfortunatamente, il pessimo stato di conservazione in cui versano i resti archeologici impedisce una chiara lettura di insieme del sito.

Come doveva essere, dunque, la villa in origine? Cerchiamo di ricostruirne l’ aspetto originario attraverso una planimetria ricostruttiva.

Villa romana di Patti marina- Planimetria ricostruttiva.

L’ingresso principale avviene dal settore Ovest: da qui ci si immette direttamente all’interno di un grande cortile centrale (33,50 x 25 m), che costituisce il nucleo attorno a cui si snodano i vari ambienti. L’accesso ai vani è dato da un portico largo circa 3,40 m, sostenuto da pilastri quadrangolari, posti ad una distanza di circa 2,20-2,40 m gli uni dagli altri.

A Sud del peristilio, attraverso un ingresso tripartito con due colonne, vi è l’accesso a una delle sale di rappresentanza della villa, il triclinium, nota anche come sala tricora: la ricchezza di questo ambiente viene conferito dai pavimenti musivi, caratterizzati da rappresentazioni zoomorfe e vegetali che rievocano i mosaici della “Grande caccia”, presenti nella villa del Casale di Piazza Armerina.

Villa romana di Patti marina- sala tricora. Particolare musivo.

A Nord-Est della sala tricora, si trova un’aula absidata porticata, ai lati della quale si dispongono una serie di ambienti rettangolari, chiusi da pilastri angolari e coperti da semicupole chiuse.

Infine, vi sono le terme, struttura che non poteva di certo mancare in una villa romana, .

Gli ambienti termali si dispongono a Est della corte centrale: qui sono state riconosciute le tracce di un frigidarium, con annessa vasca, insieme agli altri sistemi di riscaldamento. Nel VII secolo d.C., questo settore sarà occupato da sepolture, i cui corredi, insieme alle testimonianze di cultura materiale, sono conservate presso il piccolo antiquarium, costruito all’ingresso dell’area archeologica.

Cristina Acacia

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ARCHEOLOGIA SUBACQUEA | Il mare fonte di vita e cultura

Amando la cultura della nostra terra, non potevamo non dare uno sguardo, ampliando il nostro interesse, a quel “Blu” che avvolge l’amata isola; la finalità è quella di porre la conoscenza dei nostri fondali in termini di “musei naturali”, valorizzandoli affinché diventino un incentivo alla scoperta – e alla riscoperta – di queste meraviglie.

La Sicilia, bagnata da nord a sud da un velo di mare meraviglioso, presenta, in sé, un grande riscontro biologico ed ecologico di pluri-diversità autoctone e non, che enunceremo in breve. Le specie e i fondali, che si interscambiano, per struttura e conformità, lungo le coste siciliane, rappresentano uno dei più affascinanti “acquari naturali” del mondo.

I fondali siciliani danno riparo e vita a una miriade di specie acquatiche, le quali vivono, da sempre, come quel macro-organismo che lo compone. Quest’isola mediterranea, la più grande, è scenario dell’incontro di “due mari”, lo Ionio e il Tirreno, che si “fondono” nelle acque dello stretto di Messina, mitologicamente conosciuto come lo stretto di Scilla e Cariddi.

Oltre alla bellezza, che si rispecchia nelle loro cristallinità antistanti, queste coste rappresentano la giacenza storica di centinaia e migliaia di anni di cultura. Ciò fa sì che i fondali diventino dei musei non istituzionalizzati, i cui reperti sopravvivono in acqua anche grazie ai fattori chimici e fisici del mare. Tale rubrica ben si accosta agli obiettivi culturali dell’associazione Archeome, poiché affronterà tematiche che potrebbero condurre le persone a innamorarsi di questo meraviglioso ambiente, troppe volte sottovalutato e sfruttato. Obiettivo primario è, quindi, quello di  incrementare l’interesse e la salvaguardia dell’integrità dei suoi fondali e dei suoi tesori.

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CULTORES ARTIUM | Carpineto Romano uno dei Borghi della Contea De Ceccano

CARPINETO ROMANO

 

Carpineto Romano sorge in una piccola vallata al centro dei Monti Lepini e si trova a ottocento metri d’altezza; da questo luogo è, ancora oggi, possibile accedere al tratto che conduce alla via “Francigena del Sud”, che collegava Roma e Brindisi ed era percorsa principalmente dai pellegrini che desideravano arrivare fin lì per poter raggiungere l’imbarco per la Terra Santa.

La Storia 

Carpineto Romano era uno di quei Borghi che un tempo facevano parte della grande contea dei De Ceccano: in epoca medievale, infatti, apparteneva ai conti di Ceccano e, grazie a costoro, la città assunse un ruolo di notevole importanza e crescita sotto tutti fronti. Da qui, il borgo si sviluppò anche in due aree distinte, dammonte e dabballe.

Secondo alcuni storici, la città sorgerebbe nell’area in cui si trovava l’antica città volsca di Ecetra. Oggi è, invece, un bellissimo borgo in provincia di Roma, ricco di storia, arte e cultura.

Il Borgo conserva una storia antica come i popoli che l’abitarono. Nel territorio è possibile notare, ancora oggi, tracce di insediamenti sia preromani che romani; il borgo medievale, tuttavia, ebbe origine tra l’VIII e il IX secolo.

Esso fu sotto il dominio del Papa che ne aveva il totale controllo attraverso la gestione curata dall’autorità dei canonici lateranensi e il suo potere durò fino al 1077, anno in cui  l’abitato fu affittato alla potente famiglia De Ceccano, già Conti di Ceccano.

Particolare della fontana all’esterno della Chiesa di Sant’Agostino con lo stemma del Rione che è simile a quello dei Conti De Ceccano.

Del periodo storico medievale e del legame con i conti di Ceccano restano numerose testimonianze e, in particolare, è nella meravigliosa chiesa di Sant’Agostino che restano vive tali tracce: osservando, infatti, il portale esterno di questa chiesa, è possibile ammirare lo stemma del cardinale Annibaldo De Ceccano.

Chiesa di Sant’Agostino nell’omonimo Rione con il richiamo nello stemma ai   dei Conti de Ceccano,

Un’altra traccia evidente è legata  al “Palio della carriera”, evento molto atteso e sentito che coinvolge tutti i rioni della città; in tale occasione, durante la sfilata dei Rioni, si può notare come il rione di Sant’Agostino porti fiero, ancora oggi,  lo stemma del cardinale, ricordando un antico legame.

Nel 1299, Carpineto fu acquistata dai Conti Caetani: si trattava di una famiglia molto potente, legata a papa Bonifacio VIII, loro diretto familiare.

Nel 1323, Ceccano tornò di nuovo in possesso avendo costoro risolto questioni ereditarie, che ne avevano comportato la temporanea perdita. Nel XVI secolo, questa famiglia, tuttavia, si estinse e di conseguenza, la città fu gestita per trent’anni da un commissario, che diede alla cittadinanza il titolo di “Statuta et Ordinationes”.

Nel 1589 il borgo venne acquistato  dalla famiglia del cardinale Pietro Aldobrandini che, insieme alla sorella Olimpia, lo rese un modello di “bello stato”, generandovi tanto benessere. Con essi, il borgo acquisì anche il titolo di “Ducato”, vedendo la nascita di importanti costruzioni, come la fondazione del Convento e la chiesa francescana di San Pietro Apostolo. Carpineto Romano divenne, così, un importante centro culturale, arricchendosi anche di personaggi illustri come il mistico San Carlo da Sezze.

Gli Aldobrandini furono l’ultima famiglia in possesso della città e il loro potere durò fino alla generale soppressione dei feudi, avvenuta nel 1816.

Durante il periodo dell’invasione napoleonica e fino al 1825, la città subì molti attacchi, specie all’epoca del brigantaggio.

Carpineto Romano città nativa di Papa Leone XIII

Di Carpineto Romano è considerevole ricordare, soprattutto, che essa sia stata la città natale di Papa Leone XIII, all’anagrafe Gioacchino Vincenzo Pecci (1878-1903), nato proprio nel palazzo di famiglia, il Palazzo Pecci, aperto oggi al pubblico per le visite. Papa Leone XIII è conosciuto come colui che scrisse l’enciclica sociale “Rerum Novarum” e fu anche il primo Papa della storia a essere filmato. Durante il suo pontificato, la città si abbellì di chiese meravigliose, di fontane pubbliche, di un ospedale, di scuole.

Cosa vedere a Carpineto Romano

  • La chiesa di Sant’Agostino con il suo convento;
  • Palazzo Pecci, casa natale di Papa Leone XIII e il Museo i cimeli di Papa Leone XIII dove poter trovare appunto oggetti realmente usati dal Pontefice;
  • Palazzo Aldobrandini che oggi è la sede del Museo la Reggia dei Volsci.

Eventi da non perdere:

Il Palio della Carriera è l’evento è più seguito e atteso di questo Borgo.

Il Palio rievoca il periodo storico in cui la città era governata dagli Aldobrandini, sotto il ducato di donna Olimpia. Sono stati riportati alla luce anche le consuetudini di quel tempo, come l’abbinamento di cavalli e cavalieri dei sette rioni storici. Suggestiva è l’offerta dei ceri alla vigilia della festa del Santo Patrono della città, Sant’Agostino (27 Agosto) nella colleggiata. Questo Palio non è soltanto una rievocazione storica, ma un momento di forte aggregazione in cui vengono esposte mostre, rappresentazioni, prodotti di artigianato e percorsi enogastronomici.

Carpineto Romano è conosciuta anche per le Castagne che, nel periodo che va da ottobre a novembre, sono le protagoniste della seguita “Sagra della Callarrosta”, un evento culinario molto apprezzato.

Prodotti Tipici

La “Ciammella Carpinetana”

Uno dei prodotti tipici di Carpineto è, sicuramente, la Ciambella Carpinetana, la cosiddetta “Ciammella”. La Ciammella Carpinetana ha, anch’essa, origini antiche e una leggenda popolare vuole che Papa Leone XIII amasse questo cibo tanto da consumarlo perfino a colazione; pare, inoltre, che, qualora si trovasse lontano dalla sua terra natia, per poter assaporare i prodotti che questa offre ancora oggi, vi inviasse uomini di fiducia a fare scorta di una simile prelibatezza.

La famosa “Ciammella” Carpinetana

Altro prodotto tipico di questa città sono i Giglietti, tipico prodotto da forno; assai apprezzate sono anche le Castagne di Carpineto e il tartufo nero pregiato, vere eccellenze culinarie.

 

Carpineto Romano, essendo parte della grande Contea de Ceccano, è uno dei luoghi che rientrano nel lavoro di promozione territoriale dell’Associazione Cultores Artium. E’ sempre piacevole ripercorrere i vicoli del borgo, ricchi di storia, dove il tempo sembra essersi fermato. E’ un onore, inoltre, per noi di Cultores Artium accompagnare i visitatori in questa meravigliosa passeggiata culturale.

Per info e prenotazioni consultare la pagina Facebook Cultores Artium o scrivete alla mail: cultores.artium@gmail.com 

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DIETRO AL FASCISMO | Romanità E Fascismo. Aspetti di un uso improprio

Il tema della romanità costituì uno dei principali punti di riferimento della propaganda fascista, soprattutto dopo la proclamazione dell’Impero nel 1936: Roma antica riviveva in quella fascista, Mussolini era il nuovo Augusto e la Mostra Augustea della Romanità sanciva ufficialmente questa continuità.

La propaganda fascista era stata veicolata dall’uso delle immagini, dai francobolli alle statue, fino alle pellicole cinematografiche come Scipione l’Africano di Carmine Gallone. L’urbanistica di Roma venne adattata al nuovo messaggio dell’impero fascista: il 28 ottobre fu inaugurata la via dell’Impero, simbolo della grandezza e della superiorità della razza italica. Qui, il 21 aprile del 1934, giorno del Natale di Roma, erano state collocate quattro tavole di marmo che illustravano la storia dell’Urbs e, il 28 ottobre del 1936, ne fu aggiunta una quinta, riferita all’impero creato da Mussolini.

Lo scopo di questa rubrica è far comprendere come il fascismo riattualizzasse le antiche glorie di Roma antica, abusando o, meglio, modificando a proprio piacimento la classicità romana e greca, che per molti anni caratterizzò l’immagine di una nuova Italia. Un esempio sono le copertine de La difesa della razza, una delle più importanti riviste del periodo fascista che, modificando completamente il significato originario di un’antica iconografia, mettono in evidenza il contrasto tra la superiorità della classicità e l’inferiorità delle razze impure. Nonostante il continuo riferimento alla romanità, Roma antica e la sua “vera” storia appaiono assai distanti dalla “nuova” storia mussoliniana.

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ILLUSTRI SICILIANI | Nino Frassica e “l’arte d’esser messinese”

Nino Frassica, all’anagrafe Antonino Frassica, è un noto showman, illustre figlio della nostra terra. Nato a Messina l’11 dicembre 1950, dopo alcune brevi esperienze a teatro e nelle televisioni locali,  viene notato da Renzo Arbore, attraverso un messaggio alquanto eccentrico lasciato sulla segreteria telefonica dal musicista pugliese.

Da li nasce un idillio che porterà a questa fruttuosa collaborazione, a partire dal 1983 in cui Arbore chiama Frassica ad interpretare la parte del tecnico di Tele Ottaviano in FF.SS., poi successivamente nel 1985 nel famoso varietà Quelli della Notte, nel quale il nostro ‘Nino nazionale interpreta frate Antonino da Scasazza, organizzatore di un improbabile concorso a premi. Per finire, relativamente agli anni ’80, con il programma cult per eccellenza del 1987 Indietro Tutta, dove Frassica è nei panni del “bravo presentatore”, mettendo in scena una divertentissima parodia del tipico conduttore televisivo.

Da li in poi la carriera del nostro concittadino è ricca di successi, consolidandosi sempre più, mostrando la completezza di un artista fantastico, da noi definito sopra non a caso showman, proprio per le sue doti che lo rendono artista a tutto tondo, comico esilarante, attore sopraffino e intrattenitore come pochi al mondo. Le sue apparizioni televisive si susseguono, su Raidue gli viene infatti affidata la presentazione della trasmissione Ritira il premio,mentre in seguito viene invitato a partecipare a molti format televisivi come Fantastico, Domenica in, Scommettiamo che…?, I cervelloni, Acqua calda, quest’ultimo insieme anche a Giorgio Faletti.

Numerose sono anche le sue fantastiche apparizioni in ambito cinematografico negli anni ’90, per citarne solo alcuni, film celebri come Sognando California, Vacanze di Natale 91, Anni 90 (1 e 2) e Miracolo Italiano. La sua carriera prosegue spedita, ed anche negli anni 2000 risulta essere ricca di successi, parallelamente al suo percorso cinematografico e da comico televisivo, entra nei cuori di tutti gli italiani con una delle fiction di Rai 1 più seguite di sempre, Don Matteo, in cui Frassica veste i panni del simpatico maresciallo dei Carabinieri Nino Cecchini, recitando al fianco di Terence Hill, Flavio Insinna e Simone Montedoro e senza esimersi dal lanciarsi in siparietti che ricordano Messina e la sua squadra di calcio.  Famosa e molta apprezzata è stata la sua interpretazione al fianco di Ghisoni, il cagnolino trovatello che indossa un vestitino con lo scudetto del Messina di Franza.

Frassica racconta Messina al cane Ghisoni

Nel 2009 viene scelto da Sofia Coppola per interpretare il ruolo di presentatore del Telegatto nel suo film Somewhere, mentre l’anno successivo, marzo 2010, riceve un’altra grande soddisfazione prendendo parte, con un piccolo ma significativo ruolo, nel film The Tourist di Florian Henckel von Donnersmarck con protagonista Johnny Depp. Nello stesso anno, partecipa alla trasmissione migliori anniinterpretando il giudice del reality-parodia Disfactor, ed inoltre sbarcando in radio prendendo parte come ospite fisso nella trasmissione 610 di Lillo e Greg, nella quale è il mago Acirfass che fornisce oroscopi decisamente “particolari”.

Nel 2011 torna con una serie televisiva su Rai 1 Cugino & Cugino, di cui è coprotagonista al fianco di Giulio Scarpati, per poi rimbalzare nuovamente in radio, conducendo insieme al cantautore Simone Cristicchi Meno male che c’è Radio2.

Dal 14 marzo 2012 Frassica si fa notare, invece, al fianco di Sabina Guzzanti nella sua trasmissione su La7, a cui viene dato il nome di Un due tre stella. Proprio in questa occasione Frassica dimostra ulteriormente di essere un grande showman riproponendo alcuni suoi storici personaggi, tra i quali il critico televisivo Anno Ghiotti. Sempre nello stesso anno inoltre, viene accolto nella redazione de Le Iene, dove lavora da inviato sotto il nome di Tommi Paradais; utilizzando come gancio il suo amico Pietro Pulcini, se ne va in giro a disturbare le riprese di alcuni programmi e film televisivi.

Il 2013 è l’anno di Mario, serie televisiva scritta e diretta da Marcello Macchia in onda su MTV Italia. In quella occasione è il pompiere Pompiero. Sempre in questo anno, su Rai 1, partecipa ad Altrimenti ci arrabbiamocondotto da Milly Carlucci. Il 2014 invece si apre con un Frassica inedito, nei panni di scrittore, con la pubblicazione del suo libro che in maniera ironica e originale, viene intitolato La mia autobiografia (70% vera 80% falsa).

Dal 2015 a oggi inoltre, Frassica è una presenza fissa nel cast di Fuori tempo che fala trasmissione di Fabio Fazio. Sempre in questi anni, oltre alle sue numerose ospitate in programmi di spessore, come il Festival di Sanremo, va ricordata la sua grande partecipazione in una importante serie tv di successo, targata Rai 1, La mafia uccide solo d’estate dove interpreta Fra’ Giacinto, un prete colluso con la mafia. 

Questo e tanto altro tracciano il profilo di una carriera unica, ricca di successi, consacrando Nino Frassica come uno degli artisti più apprezzati del panorama italiano e mondiale. Un uomo che non ha mai dimenticato le sue origini, che ribadisce in ogni suo sketch, semplicemente con l’Arte unica d’essere messinese.

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LOMBARDIA | Como, il Palio del Baradello

Un po’ di storia

Il palio del Baradello è una manifestazione storica che si tiene ogni anno a Como, nel periodo compreso tra agosto e settembre.

Secondo gli avvenimenti storici, nel XII secolo,  Como e Milano erano, infatti,  in guerra già da qualche anno per questioni commerciali ed ecclesiastiche; Milano, sotto il controllo della Chiesa, voleva sottrarsi dalle grinfie di questa e poteva garantirsi una sicurezza tale solo con il possesso del Lago di Como e delle Valli Ticinesi.

Il conflitto che ne scaturì durò circa 10 anni (1118 – 1127) e vide vittorie alternate da parte di  entrambi gli schieramenti;  solo il 27 agosto del 1127 il conflitto giunse al termine:  Como venne assoggettata e divenne territorio di Milano.

Fu soltanto sotto Federico I Hoenstaufen, detto il Barbarossa,  che la città lariana recuperò la propria indipendenza.  Dopo aver accordato la pace a Milano nel 1159, nella primavera del 1162, Milano venne conquistata. Federico Barbarossa fece riedificare sopra la città comasca, a guardia della stessa, la maestosa rocca Baradello, oggi uno dei simboli per eccellenza di Como.

Il palio del Baradello

Il Palio, attivo dal 1981, è un momento di festa atto a celebrare  la prima visita alla città di Como dell’Imperatore Federico I Hohenstaufen.

La manifestazione si svolge nel periodo tra fine agosto e settembre e celebra l’imperatore con festeggiamenti, banchetti, giochi e tornei.

La manifestazione si apre con lo sbarco della coppia imperiale sulla tipica imbarcazione della città di Como: la Lucia. Allo sbarco, la coppia reale viene accolta dal Vescovo e dal console della città.

Appuntamento imperdibile è la cena medievale, vero e proprio banchetto del XII secolo. Un momento conviviale in compagnia dell’Imperatore della sua bella consorte Beatrice e dei nobili commensali.

Particolarmente importanti sono le gare in cui si sfidano i vari borghi per aggiudicarsi il Pallium, il drappo in seta dipinto a mano ogni anno da vari artisti comaschi.

I borghi che si sfidano sono diversi; tra essi, figurano Cernobbio, Camerlata, Quartino, Rebbio, Tavernola, Cortesella, Sant’Agostino, Camnago Volta, Casnate con Bernate, Breccia,  Prestino, Sant’Antonio, e San Martino.

Le gare in programma sono disparate: il tiro alla fune, la gara degli astieri, la corsa delle lavandere, la gara delle Lucie e la corsa delle carriole.

     

Tutte le gare seguono un regolamento preciso; accanto a queste vi sono, poi, competizioni minori, organizzate dai singoli Borghi nell’ambito della propria festa. Non danno diritto a un punteggio, ma vi possono partecipare tutte le singole frazioni con i loro costumi medievali. 

A contornare il tutto non manca l’appuntamento con gli esperti dell’Associazione Archeologica Comense per parlare di storia medievale comasca, con la visita guidata alle mura occidentali.

A conclusione dell’evento, la terza domenica di settembre, si svolge il tradizionale corteo storico: è il momento clou dell’intera manifestazione e coinvolge non solo tutti i figuranti, che hanno partecipato ai vari eventi dell’anno, ma anche numerosissime persone appartenenti ai Borghi o perfino da altre località.

Al termine della manifestazione, riunito il corteo e tutti i nobili, in Piazza Cavour, l’imperatore elegge il borgo vincitore al quale consegna l’artistico drappo che resterà definitivamente di proprietà del Borgo vincitore.

 

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Terremoto 1908, “Qui dove è quasi distrutta la storia, resta la poesia”

Il terremoto del 1908, noto anche come Terremoto di Messina o come Terremoto calabro-siculo, fu uno degli eventi sismici più catastrofici che abbia mai colpito il territorio italiano in tempi storici.

I fatti

Tre giorni dopo il Natale, alle ore 5:20:27 di lunedì 28 dicembre 1908, un sisma del decimo grado della scala Mercalli distrusse la città di Messina e gran parte di Reggio Calabria.

I pochi superstiti si ritrovarono a vagare semivestiti e inebetiti dal dramma, con la pioggia scrosciante che disegnava tremule lacrime sullo spesso strato di polvere che si era depositato sulla loro pelle. Allo sgomento del sisma, si unì il frastuono degli incendi e delle esplosioni causate dalle tubazioni interrotte del gas. Questi contribuirono a mietere altre vittime fra chi tentò di portare soccorso ad amici e familiari. Come se non fosse già abbastanza, coloro che si diressero verso il mare a trovare riparo sulle spiagge furono investiti dalle devastanti ondate di maremoto.

Gli aiuti dopo il terremoto 

Per la prima volta, l’eco di questa emergenza mobilitò una macchina dei soccorsi proveniente non solo dall’Europa ma da tutto il mondo. Numerosi Stati, infatti, inviarono aiuti per contribuire al salvataggio dei superstiti e all’opera di ricostruzione. I siciliani e i calabresi vennero immediatamente soccorsi dalle navi russe, di istanza nello Stretto, e britanniche, alla fonda a Siracusa e Augusta. Purtroppo, gli aiuti italiani furono molto meno tempestivi degli altri: le notizie nel resto della penisola arrivarono molto tempo dopo e le navi del Regno partirono con estremo ritardo, circa un mese dopo l’avvenimento. 


I danni

I danni che l’area dello Stretto subì dal Terremoto del 1908 sono inquantificabili. Molte sono le pregiate architetture che furono distrutte e mai più ricostruite e numerosi anche gli edifici che furono pesantemente danneggiati. Tra questi, vi è il Teatro Vittorio Emanuele che proprio la sera prima del terremoto aveva messo in scena la prima dell’Aida e che fu quasi interamente restaurato. Molte dell’opere d’arte di Messina salvatesi dalla tragedia furono trafugate da sciacalli; soltanto alcune riuscirono a salvarsi e si trovano oggi conservate all’interno del Museo Regionale di Messina (MuMe).