Autore: Redazione ArcheoMe

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NEWS | Notte a Villa Palagonia

Notte a Villa Palagonia. Visite serali alla Villa dei Mostri di Bagheria
Piazza Garibaldi, 3 – Bagheria (PA) | Contributo: € 7
Venerdì 27 dicembre. Turni disponibili: ore 19:20 – 20  – 21:20 e ore 22
Prenotazione obbligatoria: 329.8765958 – 320.7672134 –
eventi@terradamare.org –  www.terradamare.org/infoline

Venerdì 27 dicembre, insieme alla Cooperativa Terradamare, visite
serali alla splendida dimora nobiliare voluta dal Principe di Palagonia, conosciuta come la “Villa dei Mostri” per le misteriose statue di cui è circondata. Come in un percorso iniziatico, si ammireranno, tra le tante
meraviglie: lo scalone monumentale a doppia rampa in marmo di Billiemi, le tante sale della Villa, tra cui l’enigmatica “Sala degli Specchi” con il suo gioco di sovrapposizioni tra magia e realtà, gli affreschi settecenteschi raffiguranti le Fatiche di Ercole e numerose altre sale visitabili per l’occasione.

La storia di Villa Palagonia

La storia di Villa Palagonia si inserisce su più livelli di narrazione, conosciuta come splendida dimora nobiliare, costruita a
partire dal 1715 per conto di Ferdinando Francesco I Gravina Cruyllas, principe di
Palagonia, ad opera dell’architetto Tommaso Maria Napoli e, altrettanto celebre,
per le storie connesse alle misteriose statue raffiguranti figure mostruose che circondano la villa. Quest’ultima aggiunta, cosi suggestiva ed emblematica, causa della
denominazione della villa come Villa dei mostri, si deve all’omonimo
nipote Ferdinando Francesco II, detto Il negromante. Ma al di lá dell’alone di mistero, resta eccezionale il patrimonio artistico della dimora bagherese. Difatti, dall’impressionante facciata principale, animata da uno scenografico scalone a doppia rampa, si giunge al piano nobile. Come un percorso iniziatico, il visitatore resta incantato dal vestibolo di forma ellittica fatto affrescare alla fine del Settecento
con scene raffiguranti le Fatiche di Ercole.
Questo spazio è il proscenio dell’eccezionale Sala degli specchi, un grande salone di forma quadrangolare con il soffitto ricoperto da
specchi posizionati con angolature varie in modo da, in un gioco di sovrapposiozioni tra
magia e realtà, riflettere e deformare i presenti e contemporaneamente rendere unico questo spazio di altri tempi.

 

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PIEMONTE | La villa romana di Almese

A poche decine di chilometri da Torino, proprio all’imbocco della Val di Susa, si trova la villa romana di Almese.

La villa

Nell’antica Roma, il termine villa indicava una qualunque residenza extraurbana. Quella trovata nel 1879 nel comune di Almese, alle pendici del
monte Musinè, non è, tuttavia, una casa qualsiasi. I suoi 3000 mq di superficie, con gli edifici disposti intorno a un corpo principale, ne fanno la residenza signorile più importante del Piemonte romano.

La sua posizione, di certo, non è casuale: essa si trova nel luogo in cui il territorio extraurbano pianeggiante di pertinenza della città di Augusta Taurinorum si incontra con le pendici della Valle di Susa e della strada che portava al di là delle Alpi, verso la Gallia Cisalpina.

Siamo, infatti, in prossimità di Ad Fines (località Malano, Avigliana), la dogana sul confine della provincia delle Alpi Cozie. Questo potrebbe significare che i ricchi proprietari della casa potessero essere stati in qualche modo coinvolti nell’amministrazione statale della zona.

Benvenuti in una villa romana

Come era costituita questa grande nobiliare? Per fortuna, l’estensione degli scavi e la conservazione delle strutture hanno permesso di ricostruirne completamente la planimetria.

L’ingresso, che si apriva lungo il perimetro nord del muro di cinta, era costituito da un ampio portico colonnato aperto su tre lati. Il quarto lato era chiuso da una porta a due battenti. Da questa si accedeva al cuore della casa, il cortile porticato, che conduceva all’abitazione vera e propria, che probabilmente si sviluppava su due piani. Il primo piano, l’unico conservato, era occupato da ambienti di servizio, con pavimenti di terra battuta e senza rifiniture di pregio. Sul lato opposto al cortile porticato, verso valle, la costruzione si apriva su un ampio giardino. Gli ambienti da questo lato erano intonacati di bianco e alcune travi bruciate fanno pensare alla presenza di un solaio soprastante.

Questa parte è stata pesantemente rimaneggiata quando, nel IV-V sec. d.C,
la famiglia abbandonò l’abitazione. Gli ambienti vennero modificati per
diventare unità abitative singole.

Gli oggetti trovati durante lo scavo hanno permesso di collocare il periodo
di massima fioritura della villa tra il I e il IV sec. d.C.

Per informazioni: 

http://archeo.piemonte.beniculturali.it/index.php/it/musei/aree-archeologiche/70-aree-arch-prov-di-torino/346-villa-romana-di-almese

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NEWS | Nel Kurdistan iracheno vengono alla luce alcuni rilievi assiri

Scoperti dei rilievi assiri nel Kurdistan iracheno settentrionale dall’equipe di archeologi “Terre di Ninive”, dell’Università di Udine, guidata dal professor Daniele Morandi Benacossi.

Si tratta di dieci imponenti pannelli, grandi 5 metri e larghi 2 metri, scolpiti lungo un antico canale d’irrigazione che misura quasi 7 chilometri. I ritrovamenti sembrano da attribuire alle grandi opere di canalizzazione promosse dal sovrano assiro Sargon II. Lo scavo apre nuovi scenari sull’antica Mesopotamia del nord: l’odierna regione di Duhok, infatti, è ancora scarsamente indagata. Purtroppo, i continui conflitti, che per anni si sono susseguiti, hanno impedito l’esplorazione.

Descrizione dei rilievi 

Il sovrano assiro è posto al cospetto delle statue di sette divinità su piedistalli sorretti da animali. La mitologia assira raffigurata sulla roccia, infatti, è un campionario significativo di divinità e animali sacri. Le figure divine rappresentano il dio Assur, la principale divinità del pantheon assiro, su un dragone e un leone con corna, sua moglie Mullissu, seduta su un elaborato trono sorretto da un leone, il dio della Luna, Sin, anch’egli su un leone con corna, il dio della Sapienza, Nabu, su un dragone, il dio del Sole, Shamash, su un cavallo, il dio della Tempesta, Adad, su un leone con corna e un toro, e Ishtar, la dea dell’Amore e della Guerra, su un leone.

Archivio

NEWS | Milano mette in mostra “L’esercito di terracotta e il primo imperatore della Cina”

È approdata nei suggestivi spazi della Fabbrica del Vapore di Milano la mostra internazionale “L’esercito di Terracotta e il Primo Imperatore della Cina”.
Visitabile fino al 9 febbraio 2020, è la più completa esposizione mai creata sulla necropoli, sulla vita del Primo Imperatore Qin Shi Huangdi (260-210 a.C.) e sull’Esercito di Terracotta, ottava meraviglia del mondo per l’impatto visivo che l’ha resa celebre nel mondo.

In bella copia

La mostra espone 300 riproduzioni di oggetti realizzati agli albori dell’impero, tra statue (tra cui 170 soldati) , carri, armi e oggetti scoperti nella vastissima necropoli cinese di Xi’An. Le statue, le armi, le armature, i carri da guerra, il vasellame e gli oggetti che richiamano alla vita quotidiana dell’antica Cina, presenti nella mostra, sono ricavati dagli unici calchi esistenti, frutto del lavoro e delle attente rifiniture di artigiani cinesi della regione dello Xi’An, che con gli stessi materiali di allora perpetuano la grande tradizione dell’arte orientale. La bellezza delle statue e delle opere ritrovate, la loro storia, la spettacolarità che il sito archeologico offre agli occhi del visitatore, rivivono tra luce e narrazione multimediale grazie a una particolare istallazione che conclude il percorso.

Location sui generis

La scelta di esporre la mostra nel quadrante della Fabbrica del Vapore assume un forte significato anche per la vicinanza del Cimitero Monumentale di Milano, imponente luogo simbolo di spiritualità che richiama la forza del famoso Mausoleo che ospita le sculture in Cina. Un parallelismo unico nel suo genere in un incontro tra culture antichissime che pone al centro l’Esercito di Terracotta del Primo Imperatore della Cina, una delle più grandi scoperte archeologiche del ventesimo secolo, proprio come il ritrovamento della tomba di Tutankhamon, le grotte di Lascaux e Machu Picchu.

Archivio

NEWS | Pompei ed Ercolano rinascono in Danimarca

Il Moesgaard Museum di Aarhus, in Danimarca, espone l’interessante mostra dal titolo: ‘Bound for disaster – Pompeii and Herculaneum’. Questa è composta da più di 250 reperti, provenienti da sette musei e istituzioni culturali italiane. Ingente il patrimonio di materiali da Ercolano, mai esposto in precedenza fuori dall’Italia. Le città dell’area vesuviana sono presentate da una prospettiva incentrata sull’impero romano come sovrano dell’Adriatico e del Mediterraneo, quando l’espansione della marina fornì le basi per lo stile di vita romano, una società basata sugli schiavi, in cui beni di consumo, lussi e lavoro forzato scorrevano in quantità enormi attraverso il Mediterraneo e fornivano l’intero impero romano. Pompei ed Ercolano, infatti, beneficiarono enormemente della loro posizione geografica e questo favorì un fiorente commercio, che tale restó fino a quando il disastro non le colpì.
I visitatori potranno vedere rilievi e lapidi recanti iscrizioni che forniscono descrizioni vivide e informazioni sulle relazioni familiari, affreschi con motivi marittimi, paesaggi e situazioni quotidiane, attrezzature militari e marittime e carichi di merci provenienti da destinazioni lontane e destinate al porto di Napoli. Ci sono anche mosaici e statue in marmo, fontane e figure legate alla mitologia e al culto, insieme a gioielli e altri beni di lusso dell’alta vita dei romani prima del cataclisma. La mostra sarà visitabile fino al 10 maggio 2020.

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NEWS | Messina commemora il 111° anno del terremoto del 1908

Il 27 dicembre andrà in scena al Palacultura “Notte Funesta, cronaca dell’ora in cui si cancellò la storia”.
Il Comune di Messina ricorderà quei 32 secondi che distrussero la città, a 111 anni di distanza dal terribile cataclisma del 1908, attraverso le note dell’Orchestra a Fiati del Conservatorio “Arcangelo Corelli”, diretta dal Maestro Lorenzo Della Fonte e dal Maestro Cesare Natoli al Pianoforte.

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LOMBARDIA | Como, il Castello Baradello

Il castello Baradello è una fortificazione che domina dall’alto la città di Como. Deve il suo nome alla radice  bar, che significa “luogo elevato”.

Sono diverse le narrazioni inerenti alla sua costruzione: c’è chi la vorrebbe far risalire alla dominazione Gallica e chi, invece, la attribuisce al re Liutprando. Secondo un’ulteriore ipotesi, il castello sarebbe stato costruito nel X secolo, probabilmente dal vescovo Vallone.  Infine, la teoria più accreditata è quella che attribuisce l’edificazione dell’opera a Federico I Hohenstaufen, detto il Barbarossa, imperatore del Sacro Romano Impero.

La posizione del Baradello, all’imbocco della strada proveniente da Milano e dominante un tratto della campagna, costituiva un valido punto d’appoggio per il popolo comasco.

In particolare, è durante la guerra tra Como e Milano (1118 – 1127) che il Castello Baradello assume un ruolo di fondamentale importanza.

Milano e Como erano già in lotta da alcuni decenni, soprattutto per questioni commerciali e religiose. Milano, nel XII secolo, era in assoluto la provincia più grande e potente e aspirava a controllare un territorio ben più vasto di quello milanese: in particolare, mirava a sottrarsi al controllo dell’imperatore e solo con il possesso del Lago di Como e delle Valli Ticinesi poteva garantirsi tale sicurezza.

Dal canto suo, Como non tollerava il fatto che parte del ramo orientale del lago fosse sotto il dominio politico di Milano.

Nel 1117, Milano tentò di assoggettare Como con una mossa politica: l’imperatore Enrico V, alleato di Milano, nominò vescovo di Como il milanese Landolfo da Carcano, nel tentativo di rendere la diocesi lariana egualitaria a quella ambrosiana.

Fu nel 1118 che il conflitto esplose. La causa scatenante fu l’attacco da parte della cittadina comasca nel territorio della Pieve di Agno; l’offensiva costò la vita ai nipoti di Landolfo, Ottone e Bianco, mentre Landolfo stesso venne, invece, imprigionato e consegnato al suo nemico Guido Grimoldi. A seguito di questo contrasto, Milano dichiarò guerra a Como.

Subito i Milanesi avanzarono nel territorio comasco, arrivando fin sotto al Castel Baradello. Qui ebbe luogo il primo scontro armato del conflitto che vide l’ago della bilancia pendere dalla parte dei comaschi.

Durante i dieci anni di guerra, si susseguirono numerose battaglie, anche navali, che portarono alle vittorie alternate di entrambi gli schieramenti.

Nel 1127, si verificò un ultimo assalto dei Milanesi contro la città nemica: i comaschi non furono in grado di rispondere come avevano fatto dieci anni prima e furono completamente  travolti dai nemici. La città cadde, venne saccheggiata e, infine, distrutta.

Con questo evento, il 27 agosto 1127, Como divenne territorio di Milano. Fu soltanto sotto Federico I Hoenstaufen, detto il Barbarossa, che la città lariana recuperò la propria indipendenza e partecipò alla campagna militare italiana dell’imperatore, culminata nel 1162 con l’assedio e la distruzione di Milano.

 

Il Palio del Baradello

Dal 1981 la città comasca allestisce, nel mese di settembre, una serie di eventi per festeggiare la prima visita dell’imperatore Federico Barbarossa e per ringraziarlo del suo aiuto nella lotta contro la dominazione milanese.

I diversi borghi si sfidano tra loro con giochi quali il tiro alla fune, la corsa delle carriole e la gara delle Lucie (la tipica imbarcazione del lago di Como) per la conquista del  “Pallium”, il drappo in seta dipinto a mano ogni anno da vari artisti comaschi.

Un momento imperdibile che diffonde in città un magico profumo di medioevo.

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PIEMONTE | Il Museo di Antropologia Criminale Cesare Lombroso

Nel cuore di Torino, all’interno del palazzo storico della facoltà di Medicina, trova posto il Museo di Anatomia criminale “Cesare Lombroso”. Negli ultimi anni, molte sono state le parole dette al riguardo, ma cosa contengono realmente le sue sale? E qual è la sua storia?

Il Museo tra fine Ottocento e inizi Novecento

La sua storia

Il primo nucleo del museo si formò in casa dello stesso Lombroso che, nel 1876, ospita la sua raccolta “di scheletri e di casse” direttamente nella sua abitazione, a Torino. A partire dall’anno successivo, il materiale venne spostato presso il suo laboratorio, in Via Po 18. Cominciò, quindi, un lungo peregrinare, che vide la collezione spostarsi in vari locali dell’università e in alcune esposizioni. Infine, dal 2001, essa è collocata all’interno del Palazzo degli Istituti Anatomici: insieme al museo di Anatomia umana e al Museo della Frutta, costituisce il polo dedicato al Positivismo ottocentesco torinese. 

Cesare Lombroso e l’atavismo criminale

Cesare Lombroso, infatti, arrivato a Torino nel 1876 per occupare la cattedra di Medicina legale e Igiene pubblica all’Università degli Studi della città, ben incarna l’ideologia positivista. Spesso ricordato, forse non completamente a ragione, come il padre dell’antropologia criminale, Lombroso credette di poter identificare alcune caratteristiche fisiche appartenenti all’uomo e alla donna criminali. Tali caratteristiche erano dovute, a suo dire, a uno stadio evolutivo più primitivo, che egli chiamò atavismo criminale.

Le sue teorie non erano isolate nel panorama degli studi di psicologia e psichiatria dell’epoca, ma si presentavano analoghe all’idea, oggi superata, che gli studiosi dell’800 avevano riguardo ai malati mentali e ai criminali. Per esempio, l’austriaco Franz Joseph Gall aveva istituito la frenologia, che postulava il carattere innato dei difetti morali dei criminali: ogni facoltà psicologica risiedeva in una zona ben precisa del cervello. La maggior grandezza di una zona rispetto alle altre provocava la preponderanza o meno di una di queste qualità. Misurando il cranio di un individuo con appositi strumenti, si poteva, quindi, rilevarne la personalità. 

Il Museo di Antropologia criminale

A Torino, Lombroso raccolse molto materiale per i suoi studi: crani in particolare, ma anche oggetti appartenuti a criminali, collegati a crimini efferati o prodotti da questi durante la detenzione (molto bella la collezione di orci incisi dai detenuti). Data la sua scarsa capacità di inventariazione, oggi è impossibile ricostruire la provenienza della stragrande maggioranza dei reperti. Lombroso, inoltre, non si limitò allo studio dei criminali torinesi, ma raccolse anche il materiale cartaceo che gli veniva inviato da studiosi italiani e stranieri che, dal canto loro, analizzavano i criminali locali: disegni, descrizioni, articoli e tavole.

Il Museo di Antropologia criminale si compone in totale di 9 sale, nelle quali viene raccontata la storia della scienza nell’800, le condizioni dei carcerati e dei malati mentali, gli attrezzi che utilizzavano i medici (è disponibile un tour virtuale). Una delle prime sale è dedicata all’esposizione di alcuni teschi e oggetti collezionati da Lombroso stesso e legati a crimini efferati. In questa sala, trova posto anche lo scheletro dello stesso Lombroso, così come indicato nel suo testamento. Un’altra sala è dedicata agli oggetti realizzati dai detenuti in carcere: mobili, vestiario e gli orci già citati (che sono stati digitalizzati e sono visibili qui). All’interno del museo, vi è anche lo studio di Lombroso, interamente ricostruito con i mobili e gli oggetti originali appartenutigli. Il tutto è corredato da video e postazioni multimediali, che rendono fruibile il museo e inquadrano le teorie di Lombroso nel panorama scientifico del suo tempo. Queste installazioni permettono di comprendere quale sia lo scopo del museo: parlare di un’epoca storica attraverso uno dei suoi esponenti di spicco del panorama torinese. Un museo di storia della scienza, dunque, e non di scienza. 

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MITI | Apollo e Dafne, il primo amore di un dio

Apollo ebbe il cuore spezzato dal suo primo amore, la naiade Dafne, figlia di Gea e del fiume Peneo, in Tessaglia o, secondo altre versioni, del fiume arcadico Ladone. Tale sofferenza fu, tuttavia, il castigo di un altro dio: egli, infatti, aveva schernito Eros, osservando che l’arco e le frecce non sembravano armi adatte a lui. Fu così che, allora, il figlio di Afrodite decise di vendicarsi e, per dimostrare l’efficacia della sua mira, centrò Apollo con un dardo d’oro, capace di generare un amore folle per la prima persona vista dopo esserne stati colpiti, e trafisse, invece, Dafne con una freccia di piombo che, al contrario, faceva rifiutare ogni moto del cuore.

Ben presto, il bel dio, posando i suoi occhi sulla naiade, arse di passione; Dafne, invece, provò repulsione: non appena vide Apollo che le si avvicinava, cominciò a scappare disperatamente, ma, giunta sulla sponda di un fiume, capì di essere spacciata. Pregò, così, i genitori di aiutarla e, immediatamente, un’energia nuova invase il suo corpo: divenne tronco, rami, foglie, radici. Ogni suo tratto, ogni sua forma era svanita: la sua bellezza era mutata in albero di alloro.

Apollo, pur avendo perso, così, il suo amore, non volle mai separarsene: le foglie sempreverdi di Dafne divennero a lui sacre, se ne cinse il capo e dispose che ogni uomo notevole per le imprese più ardite facesse altrettanto.