Palma Bucarelli è stata una delle figure più influenti nell’ambiente artistico italiano del XX secolo, nonché la prima donna a dirigere un museo pubblico, la Galleria d’Arte Moderna di Roma, alla quale legherà il suo nome per oltre 30 anni.
Ghitta Carell. Ritratto di Palma Bucarelli, 1938
Una giovane donna intelligente Nata nel 1910 a Roma da una famiglia della media borghesia, Palma ebbe modo di laurearsi in Storia dell’Arte alla Sapienza, dove fu allieva di Adolfo Venturi e Pietro Toesca. Tra i suoi compagni di corso vi fu anche Giulio Carlo Argan, cui Palma restò sempre legata da una profonda amicizia. Nel 1933, a soli 23 anni, vinse il concorso al Ministero per l’Educazione Nazionale come funzionaria per le Belle Arti e venne assegnata alla Galleria Borghese di Roma. Nel 1936 fu trasferita per un breve periodo a Napoli, dove, a casa di Benedetto Croce, conobbe Paolo Monelli, giornalista e grande amore della vita di Palma, che sposerà nel 1963.
La Galleria d’Arte Moderna e la guerra Tornata a Roma già nel 1937 e assegnata alla Soprintendenza del Lazio, dall’anno successivo iniziò a lavorare alla Galleria d’Arte Moderna, diventandone direttrice nel 1941, in piena guerra mondiale. Primo compito fu pertanto quello di preservare l’integrità delle opere d’arte della Galleria dai rischi generati dal conflitto mondiale: nel suo “Cronaca di sei mesi” la Soprintendente Bucarelli racconta come, già nell’autunno del 1941, la maggior parte delle opere (672 pezzi della collezione) venne trasferita nei magazzini di Palazzo Farnese a Caprarola. Con la salita del fronte verso nord e l’approssimarsi delle rappresaglie tedesche sul Lazio, Palma Bucarelli, coadiuvata da alcuni validi collaboratori e da Rodolfo Siviero, predispose un nuovo trasferimento delle opere nei sotterranei di Castel Sant’Angelo, considerati inviolabili in quanto territorio vaticano. Dopo i tragici mesi dell’inverno del 1944, la liberazione di Roma, avvenuta a giugno, venne celebrata da una serie di iniziative artistiche tra cui una nuova mostra alla GNAM, inaugurata il 10 Dicembre.
Palma Bucarelli nel suo studio
Gli anni ’50 e ’60: una direttrice rivoluzionaria Sotto la direzione Bucarelli le esposizioni della GNAM iniziarono a privilegiare le correnti dell’avanguardia e dell’astrattismo, aprendosi al panorama artistico internazionale: negli anni ’50 e ’60 vennero allestite grandi mostre, dedicate ad artisti internazionali quali Picasso (1953), Mondrian (1956) e Pollock (1959). Con l’apertura all’arte contemporanea internazionale iniziò, non senza polemiche, un processo di revisione nell’organizzazione del museo, avviato a diventare un’istituzione di ampio respiro, non più mero contenitore ma punto d’incontro tra le varie arti, nonché centro didattico aperto a tutti. In particolar modo la Bucarelli cambiò radicalmente il contenuto del museo e il modo di presentare le opere al grande pubblico: dotata di un grande intuito per le avanguardie, la direttrice della GNAM non esiterà a fare scelte controverse, acquistando quadri di Fontana, Burri, Vedova e Manzoni. Proprio l’acquisizione dell’opera “Sacco Grande” di Burri fece esplodere la polemica astrattismo-realismo. Furono anni difficili, in cui Palma, difesa da una generazione di artisti e di critici a lei affini (soprattutto Argan e Venturi), era costantemente attaccata sia sul piano culturale che su quello gestionale, con accuse piuttosto pesanti riguardo alla gestione finanziaria del museo.
Alberto Savinio. Ritratto di Palma Bucarelli, 1945
La Regina di Quadri La dedizione al lavoro era tale che nel 1952 Palma Bucarelli era arrivata a trasferirsi in un appartamento ricavato all’interno della stessa Galleria. Donna di grande fascino e di grande carisma, immortalata da pittori celebri come Alberto Savinio e Carlo Levi, coltissima, intelligente e dotata di un’innata eleganza nel parlare e nel vestire, difese inflessibilmente le sue idee innovative – tanto che Marino Mazzacurati la chiamava “Palma e sangue freddo” – in un settore in cui le donne erano poche e, raramente, ricoprivano ruoli di primo piano. Rachele Ferrario, autrice della biografia di Palma Bucarelli, l’ha definita, per tutte queste sue doti, la “Regina di Quadri”. A lei si deve, sicuramente, il merito di aver portato l’Italia del dopoguerra fuori da quel provincialismo artistico che era stato tipico del ventennio fascista. Nel 1975 lascia la direzione della Galleria, probabilmente ormai stanca delle infinite polemiche sul suo operato e dei pettegolezzi sulla sua vita privata. Dopo la sua morte, avvenuta il 25 luglio 1998, 58 opere della collezione personale di Palma Bucarelli sono state donate alla GNAM e sono tutt’ora contrassegnate da un cartellino con una palmetta disegnata.
EMINENT FIGURES | Palma Bucarelli, the Queen of Paintings
Palma Bucarelli was one of the most influential figures in the Italian artistic environment of the twentieth century, as well as the first woman to direct a public museum, the National Gallery of Modern Art, to which she will link her name for over 30 years.
An intelligent young woman Born in 1910 in Rome into a middle-class family, Palma was able to graduate in History of Art at La Sapienza, where she was a pupil of Adolfo Venturi and Pietro Toesca. Among his classmates there was also Giulio Carlo Argan, to whom Palma always remained tied by a deep friendship. In 1933, at the age of 23, she won the competition at the Ministry for National Education as an official for the Fine Arts and was assigned to the Galleria Borghese in Rome. In 1936 she was transferred for a short time to Naples, where, at the home of Benedetto Croce, she met Paolo Monelli, a journalist and great love of Palma’s life, whom she married in 1963.
The National Gallery of Modern Art and the war Returned to Rome in 1937 and assigned to the Superintendency of Lazio, the following year she began working at the National Gallery of Modern Art, becoming its director in 1941, in the middle of the World War. The first task was therefore to preserve the integrity of the works of art in the Gallery from the risks generated by the world war: in her “Cronaca di sei mesi” the Superintendent Bucarelli tells how, in the autumn of 1941, most of the works (672 pieces from the collection) were transferred to the warehouses of Palazzo Farnese in Caprarola. With the rise of the front to the north and the approach of German reprisals on Lazio, Palma Bucarelli, assisted by some valid collaborators and Rodolfo Siviero, arranged a new transfer of the works in the basement of Castel Sant’Angelo, considered inviolable as Vatican territory. After the tragic months of the winter of 1944, the liberation of Rome, which took place in June, was celebrated by a series of artistic initiatives including a new exhibition at the GNAM, inaugurated on December 10th.
The 1950s and 1960s: a revolutionary director Under the Bucarelli direction, the GNAM exhibitions began to favor avant-garde and abstract art currents, opening up to the international art scene: in the 1950s and 1960s large exhibitions were set up, dedicated to international artists such as Picasso (1953), Mondrian (1956) and Pollock (1959). With the opening to international contemporary art, a process of revision in the organization of the museum began, not without controversy, to become a wide-ranging institution, no longer a mere container but a meeting point between the various arts, as well as educational centre open to all. In particular, Bucarelli radically changed the content of the museum and the way of presenting the works to the large public: endowed with a great intuition for the avant-garde, the director of GNAM will not hesitate to make controversial choices, buying paintings by Fontana, Burri, Vedova and Manzoni. The acquisition of Burri’s work “Sacco Grande” caused the abstraction-realism controversy to explode. These were difficult years, in which Palma, defended by a generation of artists and critics similar to her (especially Argan and Venturi), was constantly attacked both on a cultural and managerial level, with rather heavy accusations regarding the financial management of the museum.
The Queen of Paintings The dedication to work was such that in 1952 Palma Bucarelli had moved into an apartment in the same Gallery, a woman of great charm and charisma, immortalized by famous painters such as Alberto Savinio and Carlo Levi , intelligent and gifted with an innate elegance in speaking and dressing, inflexibly defended her innovative ideas – so much so that Marino Mazzacurati called her “Palm with cool head” – in a field in which women were few and, rarely, they held prominent roles. Rachele Ferrario, author of the biography of Palma Bucarelli, defined her, for all these qualities, the “Queen of Paintings”. Certainly we owe the credit to her for having brought post-war Italy out of that artistic provincialism that had been typical of the Fascist period. In 1975 she left the direction of the Gallery, probably by now tired of the endless controversies about her work and the gossip about her private life. After her death on 25 July 1998, 58 works from Palma Bucarelli’s personal collection were donated to GNAM and they are still marked by a tag with a drawn palmette.
Posto in cima a verdi colline, l’Eremo di Monte Giove domina dall’alto la città di Fano, con una splendida vista sul mare. Costruito nel 1628, il monastero è tutt’ora occupato dai monaci camaldolesi, che lo edificarono e che lo custodiscono da oltre 400 anni. L’eremo fu da subito oggetto di grande interesse, tanto da richiamare anche “turisti illustri”, come la regina di Svezia, Cristina Alessandra Maria. Nel 1741, a causa di danni dovuti all’instabilità del terreno, il complesso fu completamente ristrutturato dall’architetto riminese Gian Francesco Buonamici. Per chi volesse provare l’esperienza unica di fuggire dal mondo e ritrovare se stesso in un eremo può farlo qui a Monte Giove: infatti, nel complesso monastico è presente una foresteria aperta al pubblico.
HISTORY | Monte Giove (PU), a pagan name for a Christian place
Located on top of green hills, the Hermitage of Monte Giove overlooks the city of Fano and enjoys a splendid view of the sea. The Monastery is still occupied by the Camaldolese monks, who built it in 1628 and kept it for over 400 years. The Hermitage immediately aroused such a great interest that it also attracted ‘eminent tourists’, such as Queen Christina of Sweden. In 1741, due to the damage caused by instability of the ground, the complex was completely renovated by architect from Rimini Gian Francesco Buonamici. For those wishing to try the unique experience of escaping from the world and finding themselves in a hermitage, you can do it here in Monte Giove: in fact, there is a guesthouse in the monastic complex that is open to the public.
La data di oggi, 9 ottobre, è stata designata, dal Consiglio d’Europa e dalla Commissione Europea, come Giornata Europea dedicata all’Arte Rupestre (European Day of Rock Art), come tributo all’anniversario del riconoscimento da parte della comunità scientifica internazionale dell’autenticità dell’arte magdaleniana raffigurata nella grotta di Altamira. Per celebrare quest’occasione, oggi vi parliamo di quella che è stata considerata e premiata come la scoperta archeologica più importante del 2019: la scoperta di dieci imponenti bassorilievi rupestri raffiguranti un sovrano e i grandi dei d’Assiria nel sito archeologico di Faida (20 km a sud della città di Duhok e 50 km da Mosul, nel Kurdistan iracheno settentrionale), nell’ambito del Kurdish-Italian Faida Archaeological Project condotto dall’Università di Udine e dalla Direzione delle Antichità di Duhok, che ha vinto il premio mondiale per l’archeologia intitolato a Khaled al-Asaad.
L’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”
Il premio, intitolato all’archeologo siriano che nel 2015 ha pagato con la vita la difesa del patrimonio culturale del sito di Palmira, è l’unico riconoscimento mondiale dedicato agli archeologi che affrontano quotidianamente il loro compito nella doppia veste di studiosi del passato e di professionisti al servizio della protezione del patrimonio culturale a rischio. Il premio è assegnato in collaborazione con le testate giornalistiche internazionali media partner della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico: Archeo (Italia), Antike Welt (Germania), Archéologia (Francia), Archäologie der Schweiz (Svizzera), Current Archaeology (Regno Unito), Dossiers d’Archéologie (Francia), British Archaeology (Regno Unito).
Daniele Morandi Bonacossi, professore del Dipartimento di studi umanistici e del patrimonio culturale dell’Università di Udine, ritirerà l’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” 2020 il 20 novembre prossimo a Paestum, in occasione della XXIII Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico.
Con i rilievi di Faida, le altre quattro scoperte archeologiche del 2019 candidate per la vittoria nella sesta edizione del premio sono state: la città perduta di Mahendraparvata capitale dell’impero Khmer nella foresta sulle colline di Phnom Kulen, a nord-est di Angkor (Cambogia); Motza (Israele), 5 km a nord-ovest di Gerusalemme, una metropoli neolitica di 9.000 anni fa; a Roma la Domus Aurea ha svelato un nuovo tesoro: la Sala della Sfinge; ancora in Italia, nell’antica città di Vulci, è stata portata alla luce una statua etrusca raffigurante un leone alato del VI secolo a.C.
Il Kurdish-Italian Faida Archaeological Project (KIFAP)
Il progetto, co-diretto da Daniele Morandi Bonacossi (Università di Udine) e da Hasan Ahmed Qasim (Direzione delle Antichità di Duhok – Regione del Kurdistan iracheno) è un progetto archeologico congiunto che lavora dal 2019 nella regione di Duhok nel nord del Kurdistan iracheno. Nei mesi di settembre e ottobre 2019, il team di archeologi ha individuato dieci imponenti rilievi rupestri di epoca assira (VIII-VII secolo a.C.) scolpiti nella roccia, lungo un antico canale d’irrigazione di quasi 8,4 km di lunghezza. Il canale di Faida fu fatto probabilmente scavare dal sovrano assiro Sargon (721-705 a.C.) alla base di una collina. Lungo il canale, il sovrano assiro fece scolpire grandi pannelli, di quasi 5 m di larghezza e 2 m di altezza, rappresentanti il sovrano assiro ai due lati di una serie di divinità stanti sui loro animali simbolo.
Questo complesso di opere d’arte rupestri è però oggi fortemente minacciato dal vandalismo, da scavi clandestini e dall’espansione del vicino villaggio e delle sue attività produttive, che lo hanno già gravemente danneggiato. Negli anni fra la nascita dello Stato Islamico come auto-proclamata entità statale nel 2014 e la sua sconfitta nel 2017, inoltre, i rilievi di Faida si sono trovati ad essere ubicati a soli 25 km dalla linea del fronte. Il progetto congiunto italo-curdo è dunque un intervento di salvataggio, che mira non solo a portare alla luce questi importantissimi rilievi assiri (dieci sono già stati scavati, ma molti altri attendono ancora di essere individuati ed esposti), ma anche a documentarli con tecnologie innovative e restaurarli.
Il contributo della ALIPH Foundation
Lo scorso luglio, la ALIPH Foundation, una prestigiosa fondazione internazionale per la protezione del patrimonio culturale in aree di conflitto, ha stabilito una collaborazione con l’Ateneo udinese per finanziare la documentazione dei rilievi assiri di Faida e l’elaborazione di un progetto di restauro e protezione di questo monumentale complesso di arte rupestre gravemente minacciato da vandalismo e dall’espansione delle attività produttive del vicino villaggio. L’Università di Udine e ALIPH hanno firmato un accordo di durata annuale che ha permesso l’erogazione di un Emergency Relief Grant da parte della fondazione al “Faida Salvage Project” condotto dall’ateneo.
Il progetto è inoltre sostenuto da:
Governo Regionale del Kurdistan – Iraq;
Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale;
Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca;
Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia;
Fondazione Friuli;
ArcheoCrowd;
Agenzia italiana per la Cooperazione allo Sviluppo.
La Torre degli Asinelli e la Garisenda si possono considerare, senza ombra di dubbio, il cuore della città di Bologna. Entrambi gli edifici, risalenti all’XI-XII secolo, sono stati realizzati in selenite, un gesso crudo, estratto dalle cave del Monte Donato. Le due torri svettano nel centro storico, dove vi era l’ingresso dell’antica via Emilia, che collegava direttamente la città di Ravenna con la città di Bologna.
La Torre degli Asinelli, di 97,20 metri, è la torre medievale più alta d’Italia! Probabilmente venne edificata a scopo difensivo, per volere imperiale, e in seguito passò alla famiglia Asinelli. Questa torre è l’unica della città di Bologna aperta regolarmente al pubblico: per raggiungerne la sommità si devono percorrere 498 gradini e alla loro conclusione è possibile ammirare l’intera città, dal centro storico fino ai colli.
La Garisenda, invece, è alta 47,50 metri e pende in direzione est-sud-est di 3,22 metri. Questa inclinazione avvenne a causa di un cedimento del terreno e delle fondamenta, tanto che Dante la inserì nel XXXI Canto dell’Inferno. La torre venne paragonata al gigante Anteo, figlio di Poseidone, che si piegò per favorire il passaggio di Dante e Virgilio verso il lago ghiacciato di Cocito. Nel XIV secolo, per evitare un futuro crollo, il Comune decise di “mozzarla”, in origine però doveva essere alta 60 metri.
Le due torri, Torre degli Asinelli e Torre della Garisenda, XI-XII sec. d.C., viste da Via Rizzoli. Le torri espletavano funzioni sia militari che di celebrazione del potere della famiglia che le aveva edificate. Interno della Torre degli Asinelli, unica torre regolarmente visitabile dal pubblico a Bologna. La scalinata interna è costituita da 498 scalini Vista sul Palazzo della Mercanzia dalla sommità della Torre degli Asinelli.Dalla sommità della Torre degli Asinelli si può godere di un’ottima visuale del territorio circostante, non a caso lo scopo principale dietro la sua costruzione era quello di punto di osservazione e di difesa.
ARCHITECTURE | The two towers symbol of Bologna
The Asinelli Tower and the Garisenda can be considered, undoubtedly, the heart of the city of Bologna. Both buildings, dating back to the 11th-12th century, were made of selenite, a raw gypsum extracted from the quarries of Monte Donato. The two towers stand out in the historic centre, where there was the entrance to the ancient Via Emilia – Aemilian way – which directly connected the city of Ravenna with the city of Bologna.
The Asinelli Tower, 97.20 metres high, is the tallest medieval tower in Italy! It was probably built for defensive purposes, by royal command, and later passed to the Asinelli family. This tower is the only one in the city of Bologna that is regularly open to the public: to reach the top you have to walk 498 steps and at their conclusion you can admire the entire city, from the historic centre to the hills.
The Garisenda, on the other hand, is 47.50 meters high and leans in an east-south-east direction by 3.22 metres. This inclination occurred due to a subsidence of the ground and of the foundations, so much so that Dante featured it in Canto XXXI of the Inferno. The tower was compared to the giant Antaeus, son of Poseidon, who bent to facilitate the passage of Dante and Virgil towards the frozen lake of Cocito. In the fourteenth century, to avoid a future collapse, the Municipality decided to cut it, but originally it had to be 60 metres high.
The two towers, The Asinelli Tower and The Garisenda, 11th-12th century. AD, seen from Via Rizzoli. The towers carried out both military functions and celebrations of the power of the family that had built them.
Inside of the Asinelli Tower, the only tower that can be visited regularly by the public in Bologna. The internal staircase consists of 498 steps
View on the Palazzo della Mercanzia from the top of the Asinelli Tower.
From the top of the Asinelli Tower you can enjoy an excellent view of the surrounding area, it is no coincidence that the main purpose behind its construction was that of an observation and defense point.
Article translated and curated by Veronica Muscitto
I principali riferimenti storici alla nascita di Alba sono contenuti nella stessa denominazione della città romana, Alba Pompeia. “Alba” nel mondo ligure indica il centro principale di una tribù, facendo pertanto presupporre il ruolo di capoluogo, forse di un sottogruppo dei Bagienni, popolazione celto-ligure insediatasi prima dell’arrivo dei Romani nella città.
E’ da collegarsi con la figura di Gneo Pompeo Stradone, uomo politico e generale romano, che nell’89 a.C., tramite la Lex Pompeia, concedette il diritto latino alle comunità transpadane, che non corrisponde all’immediata creazione di una struttura urbana, quanto piuttosto alla costituzione di un luogo di raccolta della comunità preurbana, di “mercato” e di approdo alla confluenza tra il fiume Tanaro e il torrente Cherasca. In effetti, Alba conosce il periodo di maggiore sviluppo economico ed urbano nel I sec. d.C., nel corso del quale si definisce l’impianto monumentale cittadino, a seguito della romanizzazione della Valle del Tanaro, cruciale punto di collegamento tra la pianura padana, i valichi alpini ed i centri della Liguria. L’insediamento si inserisce rapidamente nei flussi commerciali, favoriti sia dal sistema di comunicazione fluviale dell’area sia da una fitta rete stradale terrestre, come testimoniato dalla dislocazione del suo porto nella zona nord-ovest della città, in collegamento con l’asse viario che conduceva alla costa ligure e, in particolare, a Vada Sabatia/Vado Ligure attraverso il valico di Cadibona. Inoltre, forma, insieme alle altre due città del bacino del Tanaro – Pollenzo e Benevagienna – il cosidetto “triangolo produttivo”, che occupa una posizione economica primaria nel Piemonte romano: viticoltura, allevamento ovino e suino, agricoltura e sfruttamento del legname delle aree boschive si configurano come le sue principali attività.
Un primo elemento di particolare interesse è rappresentato dalla forma ottagonale della cinta muraria: tale soluzione appare dettata soprattutto da esigenze pratiche e ambientali, in quanto “si lega ottimamente al raccordo con il territorio rurale circostante, messo in relazione da una fitta rete stradale radiale che converge nel nucleo cittadino”; inoltre, “permetteva […] un’accentuata difendibilità militare del sito e una maggiore protezione dalle frequenti esondazioni dei limitrofi corsi d’acqua” (Alessandro Mandolesi 2013). Del circuito murario sono archeologicamente documentati cinque lati: possedeva fondazioni in opus caementicium ed elevato in opus vittatum mixtum (struttura mista di pietra e laterizio con elementi disposti secondo piani orizzontali) a doppi ricorsi di mattoni e originario rivestimento laterizio, sia sul fronte esterno che su quello interno. Era inoltre dotata di torri quadrangolari, di cui restano tracce sul lato nord, collocate in corrispondenza dei principali percorsi viari interni.
Alla città, la cui superficie era di circa 33 ettari, si accedeva mediante tre principali vie di ingresso, in corrispondenza delle tre porte urbiche, situate una all’estremità del cardine massimo, sul lato meridionale delle mura (probabilmente all’incrocio tra le attuali via Mazzini e via Vittorio Emanuele II), e le altre due alle estremità del decumano massimo, sui lati occidentale ed orientale (di difficile identificazione). Il lato settentrionale, invece, probabilmente non ospitava nessuna via di accesso se non un’apertura di secondaria importanza, a causa dello spazio ridotto che intercorreva tra le mura e il Tanaro.
All’interno della cinta muraria, l’intersezione tra cardine massimo (asse principale nord-sud, lungo l’odierna via Vittorio Emanuele II) e decumano massimo (asse principale est-ovest, oggi via Vida-piazza Risorgimento-piazza Pertinace) generava una serie di strade ortogonali, che articolavano lo spazio urbano in 52 isolati, dei quali 34 di forma quadrata, con lato di 71 m, 10 rettangolari (71 x 58 m) nel settore occidentale, 8 grossomodo triangolari, in corrispondenza dei lati diagonali delle mura. La minor estensione del settore occidentale, in cui si trovavano le insulae di minor ampiezza, era causata dalle limitazioni imposte dal Tanaro, che lambiva le mura a ovest, e dall’esigenza di collegare il cardine massimo con la strada suburbana principale. Il ritrovamento di tratti di selciato e di condotti della rete fognaria ha consentito di ricomporre archeologicamente tutti gli assi viari. Tutte le strade rinvenute sono risultate larghe 5,50 m e dotate di ampi marciapiedi in terra battuta, di circa 3 m, per un totale di 11,50 m di sede stradale. L’ampiezza dei marciapiedi presuppone l’esistenza di portici, probabilmente costituiti da spioventi su pilastri in laterizi o in legno, di cui vi sono tracce rappresentate da basi quadrangolari, disposte a intervalli regolari di 3 metri, ritrovate in vari punti.
Una delle prime infrastrutture di cui Alba si dotò fu l’acquedotto: lo testimonierebbero le analogie costruttive dei suoi resti con i 29 tratti di condotti fognari emersi, risalenti alla prima metà del I sec. d.C. Si tratterebbe di un impianto posteriore al primo sistema idrico, di età repubblicana, nato in relazione all’espansione della città e, pertanto, ad un accresciuto fabbisogno idrico. Si ritiene che fosse basato su più direttrici idriche, o almeno su di un condotto primario correlato con bracci secondari; prevalentemente interrato, avrebbe tuttavia presentato alcuni tratti impostati su arcate, come attestato da alcuni basamenti di piloni rinvenuti, ad esempio, tra piazza Savona e via Vittorio Emanuele II e anche in corso Italia.
Si hanno, inoltre, indizi di altre strutture a carattere pubblico, come il foro, il teatro e un complesso monumentale, forse a carattere religioso, mentre a oggi mancano dati su altri edifici (basilica, curia…) e sull’anfiteatro. Nel 1839, in occasione degli scavi per la costruzione di due case alle spalle del Duomo, in piazza Rossetti (angolo via Vida), area corrispondente all’antica insula XXI e a nord del decumano massimo, si registra il ritrovamento di quello che è considerato come uno dei più importanti documenti artistici romani dell’Italia settentrionale: si tratta di una grande testa femminile in marmo, oggi custodita nel Museo Archeologico di Torino, internamente cava ed appartenente ad una statua cultuale della fine del II sec. a. C., realizzata in materiali diversi e posta all’interno di un tempio, di cui si ignora la localizzazione. Tale ritrovamento costituirebbe anche un indizio dell’ubicazione dell’area forense, proprio in quanto proveniente da una zona connessa alla presunta area del foro, di circa 71 m, dove peraltro è affiorato un piano in mattoni forse pertinente alla pavimentazione della piazza pubblica. L’ipotesi sarebbe avvalorata, oltre che da elementi della cartografia antica, anche dalla presenza, in epoca medievale, del mercato cittadino proprio in un’area adiacente a questa.
Testimonianze architettoniche provenienti dall’insula XI (strutture ritrovate al di sotto di via Manzoni, che proseguono in muri individuati in coincidenza della chiesa di S. Giuseppe) appartengono ad un complesso pubblico riferibile al teatro, come testimoniato, in particolare, dalla presenza di due pilastri in mattoni collegati a un muro curvilineo, che disegna uno spazio semicircolare con una fronte di circa 45 m. In effetti, il suo andamento curvo sembrerebbe ancora ripreso in alcuni allineamenti dei fabbricati esistenti; risulta, inoltre, che, proprio in questa zona, tra via Manzoni e via Como, accanto alla chiesa di S. Giuseppe, si trovasse il teatro settecentesco di Alba, poi divenuto Teatro Perucca, facendo ipotizzare una suggestiva continuità d’uso della zona. Altri indizi di rilievo sono rappresentati da resti di pavimentazione in opus sectile, un’antica tecnica artistica che impiega marmi diversi, lastre di rivestimento in marmo, cornici, fregi, frammenti di capitelli e di una statua, bassorilievi, un’erma. La presenza, nel limitrofo isolato a sud (insula XIX), di strutture, presumibilmente attinenti alla porticus post scaenam (l’area porticata retrostante la scena), suggerisce una stretta connessione tra area forense e area per gli spettacoli, che trova confronti in molti progetti urbanistici della prima età imperiale, quali Augusta Bagiennorum (Benevagienna) e, ancora in area cisalpina, Brixia (Brescia). Alla fine del I sec. d.C. lo spazio pubblico viene ampliato, con l’inserimento, nei pressi di via Cerrato, di un nuovo complesso forense-religioso, che, prendendo il posto di una dimora privata, testimonia una successiva fase di monumentalizzazione della città. Tale complesso avrebbe occupato pressoché tutta l’insula X, in collegamento con la zona del foro e con quella del teatro, dalla quale è separato dal cardine massimo. Si articola in un’area quadrangolare di 49 x 50 m ca., delimitata da un porticato e caratterizzata da una sequenza di esedre quadrangolari e semicircolari. Si è supposta in proposito l’identificazione con un templum Pacis, forse ispirato a quello voluto da Vespasiano per Roma a celebrazione della fine delle guerre civili e della guerra giudaica (71 d.C.), che presentava su un lato un tempio rettangolare affacciato su un giardino circondato da portici.
Per quanto concerne l’edilizia privata, a fronte delle scarse attestazioni, la presenza nelle domus indagate di ambienti riscaldati (in qualche caso, forse, riferibili a terme private), di numerosi frammenti di pavimentazioni musive o in opus signinum (tecnica che usava il cocciopesto come impermeabilizzante) e di intonaci parietali riconducibili ai cosiddetti III e IV stile pompeiano, testimoniano il tenore di vita raggiunto dalla città nei primi secoli dell’Impero. Di particolare interesse, la decorazione parietale dell’“ambiente B”, pertinente alla domus di via Acqui, dove compare una scena figurata con un cervide marino tra due delfini. Il riconoscimento di botteghe sulla fronte di una casa, individuata in via Gioberti, induce ad ipotizzare che nel settore meridionale della città prevalessero le attività commerciali e artigianali, in contrasto con la zona settentrionale, dove sembra fossero concentrate le residenze di maggior pregio. La motivazione è stata individuata nello stretto collegamento della zona meridionale con le aree agricole e con le colline delle Langhe, mentre la situazione della zona settentrionale, che costituisce una sorta di “spalto” sulla valle del Tanaro, potrebbe aver favorito “l’insediamento dei ceti più ricchi per le caratteristiche di maggior tranquillità, ma anche di un’agevole collegamento con i servizi della zona pubblica” (Fedora Filippi 1997). Altri importanti ritrovamenti consistono nei corredi funerari provenienti dalle necropoli suburbane, fra cui quelle di via Rossini e S. Cassiano, poste in corrispondenza degli accessi principali alla città.
Ipotesi di ricostruzione di Alba Pompeia (disegno di F. Corni)
Particolare dell’affresco della domus di via Acqui
Ricostruzione dell’atrio della domus del Teatro Sociale
ARCHAEOLOGY | Alba (CN), the city beneath your feet
The main historical references to the birth of Alba can be found in the name itself of the Roman city, Alba Pompeia. ‘Alba’ in the Ligurian world indicates the main centre of a tribe, thus suggesting the role of the capital, perhaps of a subgroup of the Bagienni, a Celtic-Ligurian population that settled before the arrival of the Romans in the city.
The name is also connected with the figure of Gneus Pompeus Strabo, a Roman politician and general, who in 89 BC granted Latin Rights to the communities in Transpadania through the Lex Pompeia de Transpadanis, which did not correspond to the immediate creation of an urban structure, but rather to the establishment of a place of gathering for the pre-urban community, of ‘market’ and of landing at the confluence of the Tanaro river and the Cherasca. In fact, Alba had its greatest economic and urban development in the first century AD, during which the city monumental layout was defined following the Romanization of the Tanaro Valley, a crucial point of connection between the Po Valley, the Alpine passes and the centres of Liguria. The settlement quickly adapted to the commercial flows, favoured both by the river communication system and by a dense land road network, as evidenced by the location of its port in the north-west of the city connected with the road axis which led to the Ligurian coast and, in particular, to Vada Sabatia/Vado Ligure through the Cadibona pass. Furthermore, together with the other two cities in the Tanaro basin, Pollenzo and Benevagienna, it formed the so-called ‘productive triangle’, which occupies a primary economic position in the Roman Piedmont: its main activities were viticulture, sheep and pig breeding, agriculture and timber exploitation of wooded areas.
A first element of particular interest is represented by the octagonal shape of the walls: this solution appears to be dictated, first of all, by practical and environmental needs, as it binds it well to the surrounding rural territory, connected by a dense radial road network that converges in the city core; moreover, it allowed an accentuated military defensibility of the site and greater protection from the frequent flooding of the neighbouring watercourses (Mandolesi, 2013). Five sides of the wall circuit are archaeologically documented: it had foundations in opus caementicium and elevated in opus vittatum mixtum (mixed structure of stone and brick with elements arranged according to horizontal planes) with double brick applications and original brick cladding, both on the external and internal front. It was also equipped with quadrangular towers, of which traces remain on the north side, located in correspondence with the main internal roads.
The city, whose surface was about 33 hectares, was accessed via three main entrance routes, corresponding to the three city gates, located one at the end of the maximum hinge, on the southern side of the walls (probably at the intersection of today’s Via Mazzini and Via Vittorio Emanuele II), and the other two at the ends of the maximum decumanus, on the western and eastern sides (difficult to identify). The northern side, on the other hand, probably did not host any access road if not an opening of secondary importance, due to the limited space that existed between the walls and the Tanaro.
Inside the walls, the intersection between the maximum hinge (main north-south axis, along today’s Via Vittorio Emanuele II) and decumanus maximum (main east-west axis, today’s Via Vida, Piazza Risorgiment, Piazza Pertinace) generated a series of orthogonal streets, which divided the urban space into 52 blocks, of which 34 square, with a side of 71 metres, 10 rectangular (71×58 m) in the western sector, 8 roughly triangular, corresponding to the diagonal sides of the walls. The smallest extension of the western sector, in which the insulae of smaller width, it was caused by the limitations imposed by the Tanaro, which lapped the walls to the west, and by the need to connect the maximum hinge with the main suburban road. The discovery of stretches of pavement and sewer network ducts made it possible to archaeologically recompose all the roads. All the roads found were 5.50 metres wide and equipped with wide gravel pavements of about 3 metres, for a total of 11.50 metres of roadway. The width of the sidewalks indicates the presence of arcades, probably consisting of slopes on brick or wooden pillars, of which there are traces represented by quadrangular bases, arranged at regular intervals of 3 metres, found in various points.
One of the first infrastructures that Alba was equipped with was the aqueduct: the constructive similarities of its remains with the 29 sections of emerged sewer pipes, dating back to the first half of the first century AD, testify to this. This would be a system after the first water system, of the Republican age, born in relation to the expansion of the city and, therefore, to an increased water requirement. It is believed that it was based on several water lines, or at least on a primary conduit correlated with secondary branches; mainly buried, however, it would have presented some sections set on arches, as evidenced by some pillars found, for example, between Piazza Savona and Via Vittorio Emanuele II and also in Corso Italia.
There are also indications of other public structures, such as the forum, the theater and a monumental complex, perhaps of a religious nature, while today there is no data on other buildings (basilica, curia) and on the amphitheater. In 1839, on the occasion of the excavations for the construction of two houses behind the Duomo, in piazza Rossetti (corner of via Vida), an area corresponding to the ancient insula XXI and to the north of the decumanus maximus, the discovery of what is considered as one of the most important Roman artistic documents of northern Italy is recorded: it is a large female head in marble, now kept in the Archaeological Museum of Turin, internally quarried and belonging to a cult statue of the end of the second century BC, made of different materials and placed inside a temple, the location of which is unknown. This discovery would also constitute an indication of the location of the forensic area, precisely as it comes from an area connected to the alleged area of the forum, of about 71 metres, where a brick floor perhaps pertaining to the pavement of the public square has emerged. The hypothesis would be supported not only by elements of ancient cartography, but also by the presence, in medieval times, of the city market in an area adjacent to it.
Architectural evidence from the insula XI (structures found below via Manzoni, which continue in walls identified coinciding with the church of S. Giuseppe) belong to a public complex referable to the theater, as evidenced, in particular, by the presence of two brick pillars connected to a wall curvilinear, which draws a semicircular space with a front of about 45 m. In fact, its curved shape would still seem to be taken up in some alignments of existing buildings; it also appears that in this area, between via Manzoni and via Como, next to the church of S. Giuseppe, there was the eighteenth-century theater of Alba, which later became the Perucca Theatre, suggesting a suggestive continuity of use in the area. Other important clues are represented by remains of paving in opus sectile, an ancient artistic technique that uses different marbles, marble cladding slabs, frames, friezes, fragments of capitals and a statue, bas-reliefs, a herm. The presence, in the neighbouring block to the south (insula XIX), of structures, presumably related to the porticus post scaenam (the arcaded area behind the scene), suggests a close connection between the forensic area and the entertainment area, which finds comparisons in many urban projects of the early imperial age, such as Augusta Bagiennorum (Benevagienna) and, still in the Cisalpine area, Brixia (Brescia). At the end of the first century AD the public space was enlarged with the insertion of a new forensic-religious complex near Via Cerrato, which, taking the place of a private residence, testifies to a subsequent phase of monumentalization of the city. This complex would have occupied almost the entire insula X, in connection with the area of the forum and with that of the theatre, from which it is separated by the maximum hinge. It is divided into a quadrangular area of approximately 49×50 m, bordered by a portico and characterized by a sequence of quadrangular and semicircular exedras. Identification with a templum Pacis, perhaps inspired by the one wanted by Vespasian for Rome to celebrate the end of the civil wars and the Jewish war (71 AD), which featured on one side a rectangular temple overlooking a garden surrounded by arcades.
As far as private construction is concerned, in the face of scarce attestations, the presence in the domus investigated heated rooms (in some cases, perhaps, referable to private baths), numerous fragments of mosaic flooring or in opus signinum (a technique that used cocciopesto as a waterproofing agent) and wall plasters attributable to the so-called III and IV Pompeian style, testify to the standard of living reached by the city in the first centuries of the Empire. Of particular interest is the wall decoration of ‘room B’, pertaining to the domus in via Acqui, where there is a figurative scene with a sea deer between two dolphins. The recognition of shops on the front of a house, located in via Gioberti, leads us to hypothesize that commercial and artisanal activities prevailed in the southern sector of the city, in contrast to the northern area, where the most prestigious residences seem to have been concentrated. The reason was identified in the close connection of the southern area with the agricultural areas and with the hills of the Langhe, while the situation in the northern area, which constitutes a sort of ‘rampart’; on the Tanaro valley, could have favored the settlement of richer classes due to the characteristics of greater tranquility, but also of an easy connection with the services of the public area (Filippi, 1997). Other important findings consist of funerary objects from the suburban necropolis, including those in via Rossini and S. Cassiano, located at the main entrances to the city.
Un viaggio, non solo fisico e geografico, è al centro del progetto ispirato alla celebre opera di Andrea da Barberino Guerrino detto il Meschino, ripresa da Gesualdo Bufalino all’inizio degli anni ’90, che verrà presentato l’8 ottobre a Solunto, il 9 ottobre a Himera e il 10, infine, presso le Case D’Alia a Monte Iato; lo spettacolo, per canto, teatro e musica – ideato e interpretato dalla talentuosa artista palermitana Miriam Palma, accompagnata dalla chitarra di Nino Giannotta, è il “viaggio” che diviene metafora dell’esistenza, grazie alla musicalità della parola narrante, la cui cadenza rimanda all’ostinato ritmo del Cunto siciliano. Il vecchio puparo protagonista, nonostante la vecchiaia e la rigidità del corpo, viene preso dal fuoco dell’arte e rinvigorito dalle sue stesse parole, grazie alla forza del racconto e al potere taumaturgico del canto; così, all’amara riflessione sulla caducità dell’umano il racconto risponde con un inno alla bellezza, un invito a coltivare le passioni che rendono dolce la condizione esistenziale.
“Poter lavorare al Parco Archeologico di Himera, Solunto e Monte Iato, a conclusione della stagione estiva dei Teatri di Pietra, assume – quest’anno – un significato particolare, di prospettiva” commenta Aurelio Gatti, direttore artistico di Teatri di Pietra. “In una stagione segnata da grandi incertezze e numerose difficoltà, sebbene felice e sorprendente nei risultati, poter operare in collaborazione con il nuovo Parco, che di per sé rappresenta una “rete” di siti straordinari, significa progettare il futuro e a questa mission cultura e teatro sono tenuti a contribuire… Per questa si è pensato ad un’opera che ha al centro il tema del viaggio come metafora di vita, proprio qui, in luoghi in cui la storia ha portato genti lontane, di cui leggiamo tracce che ci parlano ancora oggi, attraverso i secoli. Sono questi i luoghi dai quali prendiamo ispirazione e nei quali amiamo portare vita con il teatro, la musica e la danza; ci auguriamo che questa conclusione della stagione estiva sia di buon augurio per una positiva collaborazione con il Parco per l’anno a venire”. L’iniziativa dei Teatri di Pietra si inserisce in un articolato programma di manifestazioni organizzato e promosso dal Parco sotto la direzione dell’Architetto Stefano Zangara.
Orario: 18:30
Biglietto: € 5 / convenzioni e studenti € 3
Area Archeologica e Antiquarium di Solunto 8 ottobre, Via Collegio Romano, Solunto, Santa Flavia (PA)
Area Archeologica e Antiquarium di Himera 9 ottobre, Tempio della Vittoria e Museo Pirro Marconi, SS113, Buonfornello (PA )
Antiquarium Case D’Alia 10 ottobre, Contrada Perciana ( PA )
La Dott.ssa Giuseppina Capriotti, responsabile del Centro Culturale Italiano presso Il Cairo, nella giornata di oggi, mercoledì 7 ottobre, alle ore 18.00 ci porterà “Alla ricerca di Seti I: un giallo archeologico tra Egitto e Roma Capitale”. Il giallo nasce dal ritrovamento di una bella testa, attribuita tradizionalmente al famoso Ramesse II e conservata al Museo Barracco di Roma (Musei Capitolini), arrivata sul suolo italiano insieme ad altre antichità egizie già in epoche remote e soprattutto durante l’Impero Romano.
Sullo sfondo delle vicende storiche dell’Unità d’Italia e alla luce di nuovi studi, tra Egitto e Italia, tra mercati antiquari e archeologia, una nuova intrigante e misteriosa avventura può essere raccontata. L’accurata osservazione, visiva e pure tattile, di una raffinata testa egizia, può condurre a una nuova comprensione dell’opera, del suo significato originario e di quello attribuitogli successivamente. Sarà l’eterno Ramesse II o Seti I suo padre appartenente alla XIX dinastia, che regnò intorno al 1294 a.C., che diede il via alla costruzione di un grande regno, impegnandosi in politica estera e dando il via alla costruzione di grandi opere, lasciando in eredità al suo famoso figlio un regno già prospero.
Seti I al cospetto del dio Osiride sul frammento di un pilastro dalla tomba KV17 del faraone. Neues Museum, Berlino
Il ciclo di incontri online del Museo Tattile Statale Omero di Ancona (AN)
L’incontro, che fa parte del ciclo di conferenze online “Uno zoom sull’arte”, si terrà presso il Museo Tattile Statale Omero di Ancona e sarà disponibile tramite piattaforma web Zoom. Per partecipare occorre prenotarsi via mail all’indirizzo conferenze@museoomero.it.
I prossimi incontri si terranno sempre di mercoledì, dalle 18 alle 19.30:
21 Ottobre – “Brera: ripensare un museo”, a cura di James Bradburne, direttore generale della Pinacoteca di Brera;
4 Novembre – “Rivoluzione digitale e umanesimo”, a cura di Christian Greco, direttore del Museo Egizio di Torino;
18 Novembre – “Reggia di Caserta museo verde: il patrimonio storico-artistico e paesaggistico per lo sviluppo sostenibile della società”, a cura di Tiziana Maffei, direttrice della Reggia di Caserta.
“Roma è il nostro punto di partenza e di riferimento; è il nostro simbolo o, se si vuole, il nostro mito. Noi sogniamo l’Italia romana cioè saggia e forte, disciplinata e imperiale. Molto di quello che fu lo spirito immortale di Roma risorge nel fascismo: romano è il Littorio, romana è la nostra organizzazione di combattimento, romano è il nostro orgoglio e coraggio: civis romanus sum”
Le parole pronunciate da Benito Mussolini il 21 aprile 1922 esprimevano il rapporto di continuità tra romanitas e fascismo, tra la Roma antica e quella moderna. Una parte consistente dell’impalcatura della propaganda fascista fu costruita sul mito di Roma. Nel complesso di simboli e rituali che il Fascismo impose all’Italia dopo la presa del potere, non si faceva riferimento soltanto al fascio littorio o al passo romano ma al potere delle immagini e, in particolare, all’architettura.
Il rapporto tra archeologia e città
La retorica fascista dei discorsi di Mussolini modifica il rapporto tra archeologia e città, fino al totale stravolgimento della topografia urbana, operato attraverso demolizioni e sventramenti. Il Duce desiderava creare un nuovo spazio politico e liberare l’antica urbs dalle “brutture”, dalle “incrostazioni parassitarie accumulate in secoli d’abbandono” e creare una nuova Roma, potente, ordinata come lo era stata al tempo di Augusto. Le vestigia della Roma antica venivano riportate alla luce e inserite in un nuovo spazio pubblico, “inventato” appositamente dal regime. Fu creata una vera e propria scenografia, che poteva essere vista da lontano o percorrendo i grandi assi viari. Nel 1930 Mussolini approva il Piano regolatore di Marcello Piacentini. Il nuovo centro urbano fu ottenuto grazie al trasferimento della stazione ferroviaria a Termini; furono isolati l’Augusteo, il teatro di Marcello e il Campidoglio. Questo piano regolatore venne presentato come il piano di Mussolini: il documento della civiltà fascista. Dopo la Roma di Augusto, dopo la Roma di Sisto V, si edificava la Roma di Mussolini. Il tessuto urbano della Capitale viene completamente manipolato e distrutto, soltanto per attualizzare il mito fascista dell’Urbe.
Piano regolatore di Roma. 1930.
La riscoperta e la rimodulazione dell’antica Roma in chiave fascista si espresse con la realizzazione di Via dell’Impero, oggi Via dei Fori Imperiali. Il primo colpo di piccone per la realizzazione della strada fu dato nell’agosto del 1931. La prima vera moderna via della Capitale legava indissolubilmente il cuore della romanità imperiale con la nuova Roma incarnata dal duce, con Palazzo Venezia e il Vittoriano. Per la sua costruzione furono demoliti il palazzo tra il monumento dedicato a Vittorio Emanuele II e il palazzo delle Assicurazioni, le case in via Cremona e quelle di fronte al Foro di Traiano, l’intero quartiere di via Alessandrina, il Compitum Acilium, ed infine, il sacello dei Lares fu smontato e trasferito nei magazzini comunali.
Via dell’Impero. Roma.
Il piccone demolitore fascista
Tutti gli sventramenti, le demolizioni, le asportazioni dimostravano quanto il regime volgesse ben poco rispetto a quel patrimonio archeologico che pretendeva di valorizzare, interessato piuttosto a servirsene al fine dell’ideologia e della propaganda di regime: il fitto tessuto urbano scomparve definitivamente. Nonostante ciò, Mussolini era considerato dalla popolazione come colui che aveva reso bella l’Italia, come un costruttore. Ed è per questo motivo che il Duce si faceva rappresentare con la pala o il piccone. Sicuramente una delle immagini più famose è la copertina della Domenica del Corriere del 3 marzo del 1935, dedicata a un avvenimento accaduto giorni prima, presentato così dalla didascalia:
“Il Duce vibra il primo colpo di piccone per liberare l’area destinata alla Mole Littoria che, fra quattro anni, di fronte alle glorie monumentali dell’urbe simboleggerà la potenza dell’Italia fascista”
Achille Beltrame raffigurava Mussolini, con divisa e fez, sul tetto di una casa, con all’orizzonte via dell’Impero, mentre impugnava un piccone pronto a scagliare il primo colpo contro quell’edificio da eliminare. L’immagine del piccone, demolitore e risanatore allo stesso tempo, evidenziava il rinnovamento della città e della società operato dal fascismo. L’immagine del Duce con il piccone diviene iconica e riassume, in un gesto, anni di politiche urbanistiche, culturali e propagandistiche.
Copertina a colori de La Domenica del Corriere del 3 marzo 1935 di Achille Beltrame
La copertina di Achille Beltrame deriva da una fotografia in bianco e nero, scattata il 19 febbraio 1935. Nel passaggio da fotografia a copertina a colori, il movimento rimane lo stesso, ma il Duce risulta meno impacciato, più snello e con la luce che gli illumina il viso. Sparisce Achille Starace, poiché Mussolini doveva essere il solo protagonista della scena. Restano i due operai, forse a voler ribadire come il Duce fosse un lavoratore come gli altri. Il paesaggio circostante è idealizzato: sono abbattuti tutti gli edifici che a quel tempo ancora esistevano verso i Mercati traianei, perché, alle spalle del Duce, gli unici edifici che dovevano svettare erano i due luoghi simbolo della romanità e della Patria: la colonna Traiana e il Vittoriano.
Fotografia in bianco e nero. Mussolini inaugura con il piccone i lavori per la realizzazione della Mole Littoria. 12 Febbraio 1935.
La locuzione “piccone demolitore” esisteva già nel 1880, riferendosi alla Roma umbertina e ai piccoli sventramenti attuati, ma l’apice si registra agli albori del regime fascista, quando Giacomo Boni stava lavorando al recupero delle antiche vestigia di Roma e, in particolare, all’individuazione e alla scoperta del Lupercale. Importante testimonianza sono gli appunti dell’archeologo, in cui è presentata una scena abbastanza evocativa e propiziatoria:
“A proposito delle esplorazioni del Lupercale, la culla della civiltà romana, non sarebbe male che un giorno S. E. il Presidente Mussolini, in maniche di camicia nera, desse il primo colpo di piccone o scavasse la prima palata di terra”
Sembra quasi che dalle parole di Boni sia nato quell’atto tipicamente mussoliniano.
La nuova Roma di Mussolini
La nuova Roma di Mussolini era una metropoli di dimensioni europee costituita non soltanto da strade, monumenti ed edifici pubblici, ma da un’anima, un cervello e un centro spirituale. Con Mussolini, Roma non era più soltanto capitale politica ma diventava capitale morale e intellettuale, riprendendo molteplici elementi del passato. L’ideale di Mussolini si può sintetizzare in queste poche parole:
Ho ordinato che siano raccolte in grandi album moltissime fotografie degli esterni e degli interni da demolire, fotografie da dedicare a qualche eroe superstite nostalgico del cosiddetto “colore locale” […] Ed ora cedo la parola al piccone!”
Paolo Matthiae in questo scritto affronta con lucidità e lungimiranza un tema vasto, angosciante e potenzialmente sterminato, un tema che – confessa lo stesso autore – durante la sua carriera di archeologo egli non avrebbe mai immaginato potesse tornare di così scottante attualità. Nei vari capitoli l’illustre archeologo mira a fornire una chiave di lettura delle diverse cause di decadimento del patrimonio storico-artistico, da quello naturale, proprio del passare del tempo, a quello dovuto a saccheggi, appropriazioni e distruzioni intenzionali. In questo sentito e ambizioso libro Matthiae ci ricorda che le distruzioni colpiscono, oggi come nel passato, il patrimonio culturale di ogni civiltà e che, quando intenzionali, la distruzione e il saccheggio di opere d’arte hanno avuto da sempre un preciso significato ideologico e politico di negazione e annientamento della civiltà dei vinti. Nello scorrere dei capitoli il presente e il passato si fondono e si compenetrano, non per dar vita a una “cronaca delle distruzioni” ma per riflettere sulle violazioni degli uomini nei confronti del proprio passato e della cultura di tutti. In chiusura l’autore si concentra sulle “rinascite”, sul concetto di conservazione e salvaguardia, sull’esaltazione della memoria, a patto che essa resti plurale e aperta, come elemento fondante di un futuro di uguaglianza. Un testo scritto con lo sdegno dell’accademico, che ha visto sotto i suoi occhi sgretolarsi le testimonianze di un passato amato, curato, studiato per oltre 60 anni della sua vita; dell’archeologo e dell’uomo che ha sofferto per la morte del collega Khaled al-Asaad, conservatore di Palmira, cui il libro è dedicato. Un libro che è anche un monito affinché, come chiosa Matthiae, “il Passato sia conservato nel Presente e sia consegnato integro al Futuro”.
L’Università di Foggia, in particolare il Dipartimento di Studi Umanistici e la Cattedra di Archeologia Medievale, rappresentata dal prof. Pasquale Favia, è stata fra i promotori dello studio europeo incentrato sull’analisi dei dati genetici di 442 individui di etnia scandinava, i cui resti risalgono al periodo compreso tra l’Età del Bronzo (2400 a.C.) e l’epoca moderna (1600 d.C.). I campioni sono stati raccolti da oltre 80 siti archeologici, per lo più dal Nord Europa (Groenlandia, Islanda, Russia, Norvegia), ma sorprendentemente anche in Italia.
Una buona parte dei resti umani analizzati, infatti, derivano da scavi di età medievale localizzati nella Puglia settentrionale: tali reperti sono conservati nei laboratori di Archeologia del Dipartimento di Studi Umanistici dell’UniFg e della Soprintendenza Archeologia Belle Arti-Paesaggio per le Province BAT e FG, sotto la direzione del funzionario archeologo Italo Muntoni. Sono stati sottoposti a estrazione del DNA reperti provenienti dal sito di San Lorenzo in Carmignano, alle porte di Foggia, rinvenuti nel corso degli scavi condotti dall’Università di Foggia e diretti dal prof. Favia, nonché dalla necropoli della chiesa rurale di Cancarro, non lontano dalla città di Troia (FG), sito archeologico scavato dalla SABAP FG-BAT, con la direzione della dott.ssa Corrente e la collaborazione di ArcheLogica srl, ex spin-off di UniFg.
La diaspora dei Vichinghi
Scopo della ricerca, pubblicata sulla rivista Nature, è di indagare l’ampiezza dell’espansione marittima delle popolazioni scandinave durante l’era vichinga (750-1050 d.C.), dimostrando che la “diaspora” dei Vichinghi coinvolse diverse aree e che popolazioni distinte influenzarono il patrimonio genetico di varie regioni europee. Inoltre, le analisi fatte sui campioni pugliesi testimonierebbero che un gruppo di questa popolazione, di ceppo etnico vichingo, nel corso dell’XI secolo si trasferì nel Mezzogiorno d’Italia.
Mappa dei dataset genomici analizzati nello studio (da Margaryan, A., Lawson, D.J., Sikora, M. et al. Population genomics of the Viking world. Nature585, 390–396, 2020).
“Le analisi effettuate sui reperti campionati non hanno offerto tracce marcate di un’eredità genetica di origine vichinga – ha spiegato il prof. Pasquale Favia – Questo dato tende a confermare, allo stato attuale delle ricerche, il quadro prefigurato sulla base delle fonti storico-documentarie, che portano a ipotizzare una presenza normanna nel Mezzogiorno d’Italia, rilevante sul piano istituzionale e culturale ma contenuta dal punto di vista demografico. Ciò non sminuisce assolutamente l’importanza di essere stati coinvolti in una ricerca internazionale estremamente complessa e di alto profilo che apre una nuova stagione di ricerche in Capitanata. Ci si pone, infatti, in prospettiva, l’obiettivo di fare di queste prime analisi del DNA dedicate alla popolazione medievale daunia, un punto di partenza per più sistematiche e intensive indagini sul patrimonio genetico regionale”.
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