Nell’autunno del 2017, in seguito ai lavori di riqualificazione dell’ex convento domenicano di via delle Orfane 20, trasformato in QuadraTO, edificio di appartamenti del Gruppo Building, sono stati portati alla luce i resti di un edificio romano con mosaici. L’area archeologica parzialmente restaurata viene presentata al pubblico eccezionalmente in questi giorni, il 16 e 17 ottobre, con visite guidate a cura di Arcana Domus (già sold out).
“È un rinvenimento superiore alle nostre aspettative, ma che non definirei totalmente inaspettato”, spiega Stefania Ratto, funzionaria archeologa della Soprintendenza, “Quando abbiamo saputo che era in corso di realizzazione un intervento di ristrutturazione in questo quartiere che comportava anche degli scavi per la costruzione di un’autorimessa interrata, abbiamo richiesto sin da subito il controllo archeologico agli scavi”.
Il contesto archeologico, esteso su una superficie di circa 125 metri quadrati, di particolare pregio poiché presenta decorazioni a mosaico raffiguranti in particolare la figura mitologica del cacciatore Atteone, sorge dove prima c’era un parcheggio interrato a uso dell’Informa Giovani.
Mosaico raffigurante Atteone illustrato dalle restauratrici del CCR
Difatti, la zona in cui sorge quest’area archeologica si trova in uno dei settori di maggiore rilievo della Torino romana, Augusta Taurinorum, all’interno dell’insula compresa fra le attuali via delle Orfane, via Santa Chiara, via Sant’Agostino e via San Domenico, nei pressi delle mura romane, visibili ancora oggi nella vicina via della Consolata. Dato il ritrovamento di un’ampia residenza poco oltre via Sant’Agostino, s’ipotizza che quest’area di Augusta Taurinorum fosse destinata alle classi agiate della città.
Il restauro e i nuovi rinvenimenti
I lavori di restauro, condotti dal Centro Conservazione Restauro La Venaria Reale, sotto la direzione della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Torino, si concluderanno a primavera 2021.
“Il cantiere di conservazione di via delle Orfane ha rappresentato una importante occasione di collaborazione interdisciplinare tra professionisti di diversi enti e realtà del territorio e di crescita delle competenze di studenti del Corso di Laurea in conservazione e restauro dei Beni culturali dell’Università” – dichiara Michela Cardinali, Direttore dei Laboratori di Restauro del CCR – Lo sviluppo di continue occasioni in cui promuovere contestualmente lo scambio professionale e la crescita delle competenze è uno dei punti di forza e dei principali obiettivi su cui si basa la linea di sviluppo del CCR”.
I complessi interventi conservativi sono condotti con il sostegno della Fondazione CRT e del Ministero per i Beni e le Attività Culturali – Segretariato regionale per il Piemonte, nell’ambito della programmazione triennale 2018-2020. Il contributo rientra nell’ambito del bando “Restauri Cantieri Diffusi”, che favorisce la rinascita beni storici, artistici e architettonici e concorre concretamente alla ripartenza di attività economiche ad alto impatto occupazionale, fondamentali per preservare il tessuto economico-sociale del territorio. Nel corso dell’intervento di pulitura delle pavimentazioni sono stati rinvenuti nuovi reperti, presumibilmente di epoca longobarda, appartenenti ad una probabile sepoltura: ossa umane, in corso di studio, e un pettine in materiale organico.
Resti osteologici rinvenuti durante lo scavoPettine in materiale organico
Lunedì 19 ottobre s’inaugura alle 18 il M.A.FRA, il nuovo Museo Archeologico di Francavilla di Sicilia (ME), progettato e allestito nelle sale di Palazzo Cagnone dal Parco Archeologico Naxos e Taormina, che dal 2010 ha la gestione degli scavi, in collaborazione con il Comune.
La cerimonia inaugurale sarà a numero chiuso per via delle limitazioni anti-Covid19 e vedrà la partecipazione del Presidente della Regione, Nello Musumeci, di Alberto Samonà, Assessore Regionale ai Beni Culturali, Gabriella Tigano, direttrice del Parco Archeologico Naxos e Taormina, Carlo Staffile, direttore del Parco Archeologico di Siracusa, e infine del sindaco di Francavilla di Sicilia, Vincenzo Pulizzi.
L’esposizione
In mostra al M.A.FRA ci sono oltre duecento straordinari reperti, statuette votive dai bellissimi volti femminili riconducibili a Demetra e Kore, corredi funerari, strumenti di uso domestico e celebri pinakes. Si riuniscono così per la prima volta le collezioni sinora distribuite fra l’Antiquarium di Francavilla, il Museo Paolo Orsi di Siracusa e il Museo Archeologico di Naxos e Taormina. Ad arricchire la visita del M.A.FRA. è, a fine percorso, una sala immersiva con contenuti multimediali, animazioni 3D e immagini aeree, per un’esperienza avvolgente e innovativa che appassionerà piccoli e grandi visitatori.
Foto di alcune esposizioni e della sala multimediale al M.A.FRA di Francavilla di Sicilia (ME)
Dopo una fase di co-progettazione tra Parco archeologico e Dipartimento di Ingegneria Civile dell’Università di Salerno, seguita da una campagna di raccolta fondi sul portale “Artbonus”, i 18 sensori di tecnologia avanzata posizionati sul tempio di Nettuno a Paestum danno i primi risultati. Per ora si tratta di test eseguiti da un team di esperti coordinati dal direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel, e dal Prof. Luigi Petti dell’Università di Salerno.
Il progetto mira a monitorare il comportamento dinamico del monumento per comprendere meglio come esso potrà essere tutelato in futuro – non solo in caso di sisma, ma anche da agenti atmosferici e condizioni meteorologiche nel contesto più ampio dei cambiamenti climatici. L’intervento, incentrato sul meglio conservato e più famoso monumento dell’antica Poseidonia-Paestum, costruito nel V sec. a.C., è stato finanziato con l’aiuto di sostenitori privati attraverso la piattaforma Artbonus del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo. Dopo la fase test, ora si lavora a una rete di controllo con l’installazione di altri sensori lungo il basamento del tempio. Il sistema è in grado di misurare movimenti, anche minimi, del monumento, come per esempio vibrazioni create dal vento o dal traffico stradale e ferroviario. Oltre allo studio dell’effetto immediato delle condizioni meteorologiche, antropiche, geologiche e sismiche sul tempio, i dati serviranno a elaborare un modello che aiuterà a prevenire possibili deterioramenti strutturali. Il montaggio del sistema è affiancato da attività di scavo stratigrafico volte a rispondere ad alcuni punti interrogativi che ancora oggi riguardano il monumento più emblematico dell’antica Paestum.
“Una volta completato il sistema – annuncia il direttore – i dati saranno messi a disposizione di tutti sulla rete. Da qualsiasi posto nel mondo, con un pc o uno smartphone si potranno seguire in tempo reale i micro-movimenti e vibrazioni del tempio di Nettuno. Si tratta di un esempio di integrazione virtuosa tra tutela, ricerca, fruizione e partecipazione di donatori e sostenitori. Tutto ciò è stato possibile grazie a un lavoro a più mani che ha coinvolto, oltre ai funzionari del Parco, anche Università italiane e straniere, istituti di ricerca e imprenditori locali che hanno finanziato buona parte del progetto e a cui va il nostro ringraziamento”.
Il successo e i nuovi scavi
Lo scorso 8 ottobre il progetto di raccolta fondi è stato premiato alla XVI edizione di LuBeC – Lucca Beni Culturali 2020, rientrando nella top ten dei progetti Artbonus più votati su scala nazionale.
“Il progetto è anche un’occasione per tornare sulla storia complessa del tempio nell’antichità, in particolare riguardo eventuali presenze più antiche – commenta il direttore. L’ultimo saggio stratigrafico sulle fondazioni del tempio risale a più di 60 anni fa e all’epoca non è stato documentato secondo gli standard di oggi. I nuovi scavi sono pertanto fondamentali per approfondire la nostra conoscenza del monumento, anche alla luce di recenti riletture dell’alzato, che suggeriscono l’esistenza di un più antico progetto architettonico, che pare sia stato cambiato in corso d’opera. Ma sono ipotesi che attendono una precisazione attraverso indagini stratigrafiche”.
Nuovi scavi sono in programma anche per il sito di Velia, che nel mese di febbraio 2020 è stato accorpato all’autonomia di Paestum. A Velia, come si apprende dal Parco Archeologico, gli interventi saranno concentrati sull’acropoli per indagare il rapporto tra strutture d’epoca greca, romana e medievale con la finalità di ampliare la conoscenza del sito e di migliorare fruibilità e accessibilità.
Geolocalizzazione dei sensori di movimento sul Tempio di Nettuno a Paestum (SA)
Gli scavi sono stati condotti dall’Università di Varsavia in collaborazione con il Parco archeologico di Siracusa, Eloro, Villa del Tellaro e Akrai, diretto da Carlo Staffile. Gli scavi hanno interessato la zona sud di una delle due strade principali della città antica (decumano) e hanno portato grandi risultati. La professoressa Roksana Chowaniec dell’Università di Varsavia ha presentato ieri i risultati della campagna di scavi, presentazione a cui hanno partecipato anche il sindaco di Palazzolo Acreide, Salvatore Gallo, e l’Assessore dei Beni culturali, Alberto Samonà.
La colonia di Akrai
Akrai è la prima colonia corinzia di Siracusa, fondata nel 664-663 a.C. Sorge su un’altura, il cosiddetto Palazzolo Acreide, in una posizione strategica per il controllo e la difesa del territorio. La città si è sviluppata nel tempo e ha toccato il massimo splendore sotto la tirannide di Gerone di Siracusa. A livello archeologico sono particolarmente interessanti le due grandi necropoli della Pinita e Colle Orbo. Akrai subì molte dominazioni diverse, dalla romana alla bizantina, per poi essere distrutta dagli Arabi nell’827 d.C. Nell’Ottocento sono iniziati gli scavi e gli studi sulla città.
La domus romana
L’obiettivo dello scavo era quello di indagare la rete urbana e lo sviluppo urbanistico di Akrai. Gli archeologi si sono quindi focalizzati sulla ricerca di strade, edifici privati e botteghe. Prima di questo scavo gli studiosi conoscevano di Akrai solo la parte pubblica e monumentale: l’archeologia domestica, che si interessa della sfera privata e dei contesti abitativi, per troppo tempo è stata poco considerata.
La collaborazione tra la Sicilia e la Polonia ha, sotto questo aspetto, portato buoni frutti. In particolare, gli archeologi dell’Università di Varsavia hanno riportato alla luce una domus romana. Ancora più interessante è il fatto che, sotto la domus, gli archeologi abbiano trovato una più antica abitazione di età ellenistica (III secolo a.C.). Si aspettano quindi studi e pubblicazioni a riguardo, che risulteranno utili da confrontare con altri contesti abitativi romani.
A qualche centinaio di metri fuori dalle mura nord dell’antica città di Pompei, luogo dell’anima dove il tempo è stato per natura “ibernato”, troviamo una villa suburbana, “la villa dei Misteri”, di epoca romana con carattere rustico – residenziale, sepolta dall’eruzione del 79 d.C. e riportata alla luce a partire dal 1909. La villa, chiamata in un primo momento “Villa Item”, deve il suo nome a uno straordinario ciclo di affreschi che adorna la sala del triclinio raffiguranti riti misterici, ben conservati che sono sostanzialmente a grandezza naturale e posti lungo tutto il perimetro interno della sala, avvolgendo il visitatore in un antico abbraccio.
Storia
La villa fu costruita nel II secolo a.C. ed ebbe il periodo di massimo splendore durante l’età augustea: nel corso del suo sviluppo fu notevolmente ampliata ed abbellita. Si trattava originariamente di una villa d’otium dotata di ampie sale e giardini pensili, in una posizione panoramica a pochi passi dal mare; ma in seguito al terremoto del 62 d.C. cadde in rovina, così come il resto della città, e fu trasformata in villa rustica con l’aggiunta di diversi ambienti ed attrezzi agricoli, come torchi per la spremitura dell’uva: la costruzione fu infatti adibita alla produzione e alla vendita del vino. Della villa non si conosce il proprietario, ma solo il nome del custode che l’ha abitata durante l’età augustea, Lucio Istacidio Zosimo, come testimoniato da un sigillo.
Pianta della Villa dei Misteri
La Villa dei Misteri è a pianta quadrata e si trova su una collinetta dalla quale si godeva una meravigliosa vista sull’odierno golfo di Napoli. Poggia in parte su un terrapieno e in parte è sostenuta da un criptoportico, formato da arcate cieche e utilizzato come deposito. L’ingresso principale, in parte ancora da scavare, si trova lungo una via secondaria, che forse si collegava alla via delle Tombe; nella zona dell’ingresso è posto il quartiere rustico e servile con diversi ambienti adibiti a panificio, cucine forno, torchio con il tronco a testa d’ariete e cella per i vini. Superato un piccolo ingresso, troviamo la zona signorile formata dal peristilio a sedici colonne, costruito tra il 90 e il 70 a.C., l’atrio maggiore, senza colonne e decorato con paesaggi nilotici, il tablino e una absidata con veranda vista mare, creata nel I secolo, da cui oggi si entra.
Il tablino è affrescato con pareti nere e decori in stile egittizzante, mentre le altre scene rappresentano il mito di Dioniso; in particolare, in uno di questi assistiamo all’iniziazione dionisiaca di una bambina, la quale dalla prima scena ci pare poco incline a prendere questa strada. Il ciclo continua portando avanti la narrazione dell’iniziazione di questa bambina, nel frattempo diventata fanciulla, che nolente manda avanti il rito (come si può percepire dall’incurvatura, spesso verso il basso, della bocca). In questo dipinto, dove troviamo sostanzialmente una repulsione per la vita dionisiaca e anche rassegnazione, nel contempo però ritroviamo una mirabilissima rappresentazione del II stile pittorico pompeiano, con i suoi accesi colori, che ci sono stati restituiti grazie al più recente restauro. Il colore viola è, inoltre, un altro dato importante per comprendere questo dipinto, in quanto rappresenta per eccellenza il colore del vino, ma è da questo dipinto che nasce il nome di questo gioiello architettonico pompeiano. Al pubblico lasciamo la possibilità di immergersi in quest’antichità lontana, seppur così vicino a noi.
ARCHAEOLOGY | Pompei and Villa Mysteries
A few hundred metres outside the north walls of the ancient city of Pompeii, a place of the soul where time has been stopped by nature, we find a suburban villa, “villa Mysteries”, from the Roman era with a rustic character – residential, buried by the eruption of 79 AD and brought to light starting from 1909. The villa, initially called “Villa Item”, owes its name to an extraordinary cycle of frescoes that adorn the triclinium room depicting mystery rites, well preserved which are substantially life-size and placed along the entire internal perimeter of the room, wrapping the visitor in an ancient embrace.
History
The villa was built in the second century BC and had the period of maximum splendour during the Augustan age: during its development it was considerably enlarged and embellished. It was originally a type of villa d’Otium with large rooms and hanging gardens, in a panoramic position just a few steps from the sea; but following the earthquake of 62 AD it fell into ruin, as did the rest of the city, and was transformed into a rustic villa with the addition of various rooms and agricultural tools, such as presses for pressing grapes: the building was in fact used to the production and sale of wine. The owner of the villa is unknown, but only the name of the caretaker who lived there during the Augustan age, Lucio Istacidio Zosimo, as evidenced by a seal.
The villa has a square plan and is located on a hill from which one enjoyed a wonderful view of the current Gulf of Naples. It rests partly on an embankment and is partly supported by a cryptoporticus, formed by blind arches and used as a deposit. The main entrance, partly still to be excavated, is located along a secondary road, which perhaps connected to via delle Tombe; in the entrance area there is the rustic and servile district with different rooms used as a bakery, oven kitchens, press with ram’s head and cell for wines. After a small entrance, we find the elegant area formed by the peristyle with sixteen columns, built between 90 and 70 BC, the main atrium, without columns and decorated with Nilotic landscapes, the tablinum and an apsidal veranda with sea view, created in 1st century, from which we enter today.
The tablinum is frescoed with black walls and Egyptian style decorations, while the other scenes represent the myth of Dionysus; in particular, in one of these we witness the Dionysian initiation of a little girl, who from the first scene seems unwilling to take this path. The cycle continues carrying on the narration of the initiation of this little girl, who in the meantime has become a girl, who unwillingly carries on the rite (as can be perceived from the bending, often downwards, of the mouth). In this painting, where we basically find a repulsion for the Dionysian life and also resignation, at the same time we find a wonderful representation of the second Pompeian painting style, with its bright colours, which have been returned to us thanks to the most recent restoration. The purple colour is also another important fact to understand this painting, as it represents the colour of wine par excellence, but it is from this painting that the name of this Pompeian architectural jewel was born. We leave the audience the opportunity to immerse itself in this distant antiquity, albeit so close to us.
La “romanità fascista” non era composta soltanto da riti o simboli ma era un vero e proprio stile di vita, che trovava una delle sue utopie più importanti nella creazione dell’“uomo nuovo”. Il mito repubblicano del cives virtuoso, fedele esecutore della suprema volontà dello Stato, si associava in maniera del tutto incoerente con l’ideale imperiale del princeps, dominatore incontrastato del mondo. I personaggi più importanti della storia, come Scipione l’Africano, Cesare, Augusto e Costantino, isolati dal loro contesto storico saranno associati alla figura di Mussolini, assunto a modello di un “puro tipo italico”. Sarà proprio questo modello a portare a una netta mutazione antropologica dell’italiano, destinato a diventare, quindi, il “nuovo uomo mussoliniano”.
Questo nuovo tipo di italiano “era in parte un uomo del passato, perché teneva vivo in sé lo spirito della romanità ma era soprattutto una creatura originale, che avrebbe reso possibile la lunghissima durata se non l’eternità, dell’era fascista”. Mussolini voleva fare degli Italiani i Romani della modernità, uomini destinati non a essere cittadini ma uomini forti, pronti a combattere, obbedire e vincere, un uomo che incarnava tutte le virtutes romane. Un uomo che si sarebbe allontanato per sempre dall’uomo borghese, tanto odiato dalla propaganda fascista. Sarebbe stato un uomo “duro, forte, volitivo, guerriero, una sorta di legionario di Cesare dei tempi moderni, per il quale nulla fosse impossibile”. Mussolini voleva annientare del tutto il carattere borghese di una certa tipologia di Italiano e già l’abolizione del “lei” e la sostituzione con il “voi” come formula di cortesia aveva nettamente deturpato lo stile di vita borghese.
Benito Mussolini
Il passo romano all’epoca di Cesare
Un attributo dell’”uomo nuovo” secondo Mussolini doveva essere la capacità, non scontata, di eseguire il passo romano. Questo passo, in realtà, non aveva alcuna origine romana, al contrario di quanto pretenderebbe di suggerire un’immagine pubblicata su “La Domenica del Corriere”, a corredo di un articolo di Floris Mormone, “Il passo romano all’epoca di Cesare”. Un legionario di Cesare che marcia al passo dell’oca, in cui l’autore, prendendo spunto da un tardo trattato militare di Vegezio (Epitoma rei militaris) pretenderebbe di legittimare storicamente il passo delle camicie nere:
“[…] le legioni usavano assumere un aspetto più rigido, più marziale, e vi riuscivano splendidamente tendendo i muscoli delle gambe le quali, così ritte, facevano battere poderosamente sul terreno i talloni dei calzari, anche i Romani avevano quindi il loro passo di parata, una marcia da forti e vittoriosi […]
L’interpretazione di Floris non ha alcun riscontro nella realtà storica, sia perché questo tipo di assetto di marcia sarebbe risultato inconcepibile rispetto al caratteristico abbigliamento militare legionario, sia per motivazioni di carattere culturale. L’ostentazione di stampo militaristico, propria del regime, non trovava ragione d’esistere in una società come quella romana, dove l’esercizio delle armi era un compito civico fondamentale, strutturato da una serie di riti di passaggio riservato agli iuvenes e legato al contesto religioso saliare.
Il legionario in parata. Da “Il passo romano all’epoca di Cesare” in La Domenica del Corriere
Il passo dell’oca adottato dall’esercito era simbolo di un nuovo spirito aggressivo. A quanti affermavano che era soltanto un’imitazione del passo adottato dal regime nazista, il Duce rispondeva dicendo che il passo di parata italiano era completamente diverso, perché era il passo di marcia delle antiche legioni romane. “L’oca è un animale romano; che un tempo, schiamazzando sul Campidoglio, aveva salvato l’antica Roma dall’attacco nemico”. Nonostante ciò, Mussolini il 25 ottobre associò ufficialmente quella marcia cadenzata alla storia romana, vedendo in essa un indizio di “forza morale” e come monito ai nemici dell’Italia. Tutto ciò dimostrava come la capacità di giudizio di Mussolini fosse alterata e come la sua decisione provocò una vasta irrisione.
BACK TO FASCISM | The pure Italic type and the goose step
The new kind of Mussolini man
The “fascist Romanism” was not composed only of rites or symbols but it was a real lifestyle, which found one of its most important utopias in the creation of the “new man”. The republican myth of the virtuous “cives ” or citizen, faithful executor of the supreme will of the state, was associated in a completely inconsistent way with the imperial ideal of the undisputed ruler of the world. The most important characters in history such as Scipio the African, Caesar, Augustus and Constantine, isolated from their historical context, will be associated with the figure of Mussolini, taken as a model of a “pure Italic type” (Giardina 2000, p.48). It will be precisely this model to lead to a clear anthropological mutation of Italian, destined to become, therefore, the “new Mussolini man”.
This new type of Italian “was partly a man of the past, because he kept the spirit of the Roman spirit alive in himself but was above all an original creature, which would have made possible the very long duration, if not eternity, of the fascist era”. Mussolini wanted to make Italians the Romans of modernity, men destined not to be citizens but strong men, ready to fight, obey and win, a man who embodied all the Roman virtues. A man who would have distanced himself forever from the bourgeois man, so hated by the fascist propaganda. He would have been a man “hard, strong, strong-willed, warrior, a sort of legionary of Caesar of modern times, for whom nothing was impossible”. Mussolini wanted to completely annihilate the bourgeois character of a certain type of Italian and already the abolition of “Lei” and the replacement with “voi” as a courtesy formula had clearly disfigured the bourgeois lifestyle.
The goose-step at the time of Caesar
According to Mussolini, an attribute of the “new man” had to be the not obvious ability to perform the goose-step. This passage, in reality, had no Roman origin, contrary to what an image published in “La Domenica del Corriere”, accompanying an article by Floris Mormone, ” The goose-step” would pretend to suggest. A legionnaire of Caesar marching at the goose step, in which the author, taking his cue from a late military treatise by Vegetio (Epitoma rei militaris) would claim to historically legitimize the step of the black shirts:
“[….] the legions used to assume a more rigid, more martial aspect, and they succeeded splendidly by tensing the muscles of their legs which, so upright, made the heels of their shoes beat powerfully on the ground, so even the Romans had their parade, a strong and victorious march […]
Floris’s interpretation has no comparison in historical reality, both because this type of march would have been inconceivable compared to the characteristic legionary military clothing, and for cultural reasons. The militaristic ostentation, typical of the regime, found no reason to exist in a society like the Roman one, where the exercise of arms was a fundamental civic task, structured by a series of rites of passage reserved for the young men and linked to the religious context rising.
The goose step adopted by the army was a symbol of a new aggressive spirit. To those who claimed that it was only an imitation of the step adopted by the Nazi regime, the Duce responded by saying that the Italian parade step was completely different, because it was the march step of the ancient Roman legions. “The goose is a Roman animal; that once, cackling on the Capitoline Hill, had saved ancient Rome from enemy attack “. Despite this, on 25 October Mussolini officially associated that rhythmic march with Roman history, seeing in it a hint of “moral strength” and as a warning to the enemies of Italy. All of this showed how Mussolini’s judgment was altered and how his decision provoked widespread mockery.
Article translated and curated by Veronica Muscitto
È in partenza “Pompeii Commitment. Materie archeologiche/Archaeological Matters”, progetto basato sullo studio e sulla valorizzazione delle “materie archeologiche” custodite nelle aree di scavo e nei depositi di Pompei (NA). Lo scopo è la costituzione progressiva di una collezione di arte contemporanea per il Parco Archeologico di Pompei. La direzione scientifica è affidata a Massimo Osanna, attuale Direttore generale dei Musei per il MiBACT e in vista dell’interim alla guida del Parco Archeologico di Pompei.
«La materia archeologica – ha dichiarato Osanna – è in primo luogo la disciplina stessa dell’archeologia, ovvero lo studio del passato attraverso lo scavo, l’analisi e l’interpretazione dei reperti in relazione al loro contesto di rinvenimento. Un’indagine che l’archeologo affronta necessariamente agendo nel presente, secondo un processo aperto anche all’intuizione, alla formulazione di ipotesi, all’invenzione e avvalendosi di una visione olistica e di un approccio pluridisciplinare per ricomporre dalla frammentarietà un’unità possibile. Ma materia archeologica sono anche gli innumerevoli reperti con cui l’archeologo si confronta, nel loro stato attuale, quali architetture, sculture, mosaici, affreschi, oggetti d’uso comune, o i resti organici e inorganici, tutti loro, e a loro modo, specie viventi, che recano innumerevoli tracce di accadimenti e di conoscenze pregresse e che condividono con noi il mondo in cui viviamo. Questo rende non solo la “materia archeologica” una disciplina potenzialmente contemporanea, il cui orizzonte è rivolto al futuro più che al passato, ma anche un insieme di energie che oltrepassa le supposte differenze fra tempo storico e trasformazione ambientale, distruzione e ricostruzione, vita e morte».
Un esperto di arte contemporanea nominato curatore del progetto
A curare il progetto c’è Andrea Viliani, responsabile e curatore del Centro di Ricerca del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea ed ex direttore del Museo Madre di Napoli, con il supporto di Stella Bottai – critico d’arte e curatrice di arte contemporanea – e Laura Mariano.
«Pompeii Commitment – sottolinea Viliani – ricongiunge archeologia e contemporaneità, ovvero i reperti archeologici nel loro stato di conservazione e comprensione sempre mutevole e le manifestazioni culturali contemporanee nella loro molteplice e contraddittoria creazione di conoscenze e immaginari che ancora non esistono. Il progetto connette le testimonianze di catastrofi già avvenute con scenari di rischio e ricreazione contemporanei, producendo un patrimonio esperibile non solo quale “eredità” del passato ma anche come esempio di “rigenerazione” e “potenzialità”. Questi non sono oggetti inerti ma creature, “del fango, non del cielo”, per citare Donna Haraway, sono conoscenze e immaginari vivi e in opera che possono quindi fungere da stimolo non solo per l’analisi e l’implementazione del patrimonio esistente, ma anche per la creazione di nuovi scenari, in un contesto aperto al confronto fra le generazioni, le provenienze, le discipline e le materie da cui il nostro mondo è abitato e di cui è composto. In questo senso intendiamo usare la parola “responsabilità” (in inglese “commitment”): come prospettiva che dal passato si affida al presente e dal presente al futuro, ovvero come invito ad assumere un atteggiamento di consapevolezza, di impegno, di proposta nei confronti della persistente contemporaneità, e urgenza, epistemiche che un sito archeologico come quello di Pompei continua a trasmetterci».
Il portale come centro di ricerca virtuale
Il progetto si articola in due fasi: la prima fase (autunno 2020 – inverno 2021) prevede la realizzazione di un portale web dedicato, concepito come una vera e propria porta di accesso al sito archeologico, attraverso il quale confluiranno documenti, progetti di ricerca, saggi testuali e visivi, podcast audio e video – di cui saranno autori artisti, critici, curatori, scrittori e attivisti contemporanei da tutto il mondo – che convergeranno poi in una pubblicazione scientifica finale. Il portale viene presentato come un centro di ricerca, in cui attivare un confronto diretto anche con i diversi professionisti del Parco Archeologico.
La seconda fase, che avrà inizio dal 2021, prevede l’avvio di un programma di commissione, produzione e presentazione di opere che, progressivamente, costituiranno la collezione d’arte contemporanea del Parco. Questa collezione sarà composta da manufatti e documenti prodotti da artisti, che saranno invitati a riflettere sui molteplici significati della materia archeologica pompeiana. Questa seconda fase è ispirata alle linee guida del progetto Italian Council, promosso dalla Direzione Generale Arte e Architettura contemporanee e Periferie urbane del MiBACT e volto a promuovere la produzione, la conoscenza e la disseminazione della creazione contemporanea italiana nel campo delle arti visive.
Una nuova collezione d’arte per il PAP
Opere, documenti ed esperienze entreranno a far parte del patrimonio dello Stato italiano, in consegna al Parco Archeologico di Pompei (PAP), come collezione in-progress. Esposte e discusse in anteprima a Pompei, le opere prodotte saranno successivamente presentate anche in altre sedi istituzionali e in esposizioni temporanee o periodiche, oltre che accompagnate da un programma di seminari, conferenze e workshop. Nell’autunno-inverno 2020/2021 è prevista, inoltre, la presentazione dei primi progetti editoriali e di ricerca e delle opere prodotte: la pubblicazione web connessa all’opera “Indagare il sottosuolo. Atlante delle storie omesse / Digging Up. Atlas of the Blank Histories” (2019) di Lara Favaretto; l’opera The School of Pompeii (2019) di Elena Mazzi; l’opera Black Med-POMPEI (2020) di Invernomuto; il volume monografico Gianni Pettena: 1966-2021, co-prodotto dal Parco Archeologico di Pompei.
Il progetto aspira a costituire anche uno strumento di valorizzazione del sito di Pompei, sia fisico che digitale, intendendolo come patrimonio storico e naturalistico contemporaneo, in grado di ispirare nuove linee di ricerca artistica e di rileggere con strategie innovative l’approccio ai temi del patrimonio culturale nell’accezione odierna di Cultural Heritage.
“La storia siamo noi. Cambiamo il mondo ma il mondo cambia noi” è il tema della nuova edizione dell’iniziativa, arrivata al XVII anno e che, a causa dell’emergenza CoViD, si svolgerà quasi tutta interamente online, dal 17 al 25 ottobre.
Convegni, tavole rotonde, conferenze, interviste, visite guidate virtuali saranno trasmesse in streaming, sul canale Youtube, sulla pagina Facebook e sul sito web dedicato. Non si svolgerà, invece, il tradizionale “Passamano per San Luca”, che sarà rinviato, insieme ai premi “Il portico d’oro – Jacques Le Goff” e “Novi cives: costruttori di cittadinanza” al 2021.
Passamano per San Luca, Bologna.
Il Passamano per San Luca è l’evento col quale si rievoca, lungo il Portico di San Luca a Bologna, la catena umana che il 17 ottobre 1677 permise di trasportare sul Colle della Guardia i materiali da costruzione del grande Portico. Come allora, bambini e adulti si passano di mano in mano oggetti reali e simbolici prodotti nelle attività di studio, di ricerca e di divulgazione svolte a scuola e presso le sedi museali, archivistiche e universitarie.
Premio internazionale Il Portico d’Oro intitolato a Jacques Le Goff
Il Portico d’oro è un premio internazionale, intitolato allo storico Jacques Le Goff, che intende valorizzare figure e opere impegnate nella diffusione e nella didattica della Storia.
Premio Novi cives
Il Novi cives è, invece, volto a valorizzare iniziative e personaggi che si sono distinti nell’impegno per la promozione dei diritti e per il dialogo interculturale.
Uno sguardo sulla Storia
Da diciassette anni la Festa propone la storia attraverso i diversi settori delle attività e delle espressioni umane – l’arte, la musica, la letteratura, il teatro, l’alimentazione, il lavoro, la moda, lo sport – coinvolgendo studiosi, insegnanti, studenti e cultori, e mobilitando innumerevoli risorse e istituzioni culturali (biblioteche, musei, associazioni, scuole, università). Nelle aule, nei teatri, nei musei, nelle chiese, nelle sale pubbliche, nelle strade e nelle piazze, si affrontano i temi che legano i vissuti personali e collettivi alle vicende presenti e future, con lezioni, conferenze, dibattiti, concerti, spettacoli e mostre,.
La Festa nasce dalla collaborazione attiva di una rete di centinaia di soggetti, con l’obiettivo di conoscere, tutelare e valorizzare il passato, affrontando gli argomenti più dibattuti e attuali della storiografia, ma anche temi legati all’ambiente, all’economia, alle relazioni e alle comunicazioni. La manifestazione è organizzata dal Centro Internazionale di Didattica della Storia e del Patrimonio (DiPaSt) del Dipartimento di Scienze dell’Educazione “Giovanni Maria Bertin” dell’Alma Mater Studiorum-Università di Bologna e dal Laboratorio Multidisciplinare di Ricerca Storica (LMRS), in collaborazione con associazioni, scuole e il patrocinio delle istituzioni tra cui la Regione Emilia-Romagna, la Città metropolitana e il Comune di Bologna.
L’artista Marco Divitini esplora il mondo dell’archeologia di Paestum (SA) ed espone ventisette immagini realizzate con la tecnica dell’infrarosso. La mostra “Paestum. Fotografie di Marco Divitini”, a cura di Dora Celeste Amato, verrà inaugurata il 16 ottobre 2020 nel Museo Archeologico Nazionale di Paestum.
La mostra offre ai visitatori l’opportunità di esplorare i monumenti dell’area archeologica, andando oltre il visibile e toccando il punto in cui lo spettro dei colori è oramai cessato: infatti, l’infrarosso dà luce ai templi di Paestum attraverso la scenografia della natura circostante. La maggior parte degli scatti è avvenuta nel giorno del solstizio d’estate, tanto che alcune immagini ritraggono i grandi alberi del Santuario meridionale (pini, cipressi, lecci).
“È un grande onore per me – commenta il maestro Marco Divitini – poter varcare la soglia di Paestum e Velia, siti di unico valore da un punto di vista storico, artistico e architettonico. Ho potuto immortalare gli angoli nascosti e le prospettive più belle, provandone a svelare il lato onirico. Ringrazio pertanto il direttore Gabriel Zuchtriegel, per aver creduto nella mia arte, per averne apprezzato il valore e, dunque, per avermi dato la possibilità di realizzare le mie opere. E un ringraziamento va alla curatrice della mostra, la dottoressa Dora Celeste Amato, per il supporto, l’impegno e la profonda competenza che ha profuso dedicandomi tempo ed energie”.
Una delle foto ad infrarosso esposta nella mostra di Marco Divitini a Paestum (SA)
La mostra “Paestum. Fotografie di Marco Divitini” sarà racchiusa in un catalogo anch’esso curato dalla giornalista e scrittrice Dora Celeste Amato. Tra le pagine del volume, Divitini racconta la sua arte: guarda, vede, narra un mondo passato e interiore di cui ognuno potrà sentirsi partecipe. “Un faro di luce onirica, le fotografie di Marco Divitini, un tempo orizzontale che racchiude passato, presente, futuro”, sintetizza la curatrice Dora Celeste Amato.
Gli archeologi, sotto la direzione di Rosa Maria Cucco, funzionaria archeologa della Soprintendenza palermitana, hanno portato alla luce un’anfora tombale. Il reperto è stato rinvenuto sulla strada provinciale 9bis, che collega Scillato a Collesano, vicino Himera. L’Associazione “Sicilia Antica” di Scillato ha scoperto e segnalato l’anfora alla Soprintendenza dei Beni Culturali e Ambientali di Palermo. L’anfora è riemersa a causa della pioggia, che ha smosso il terreno ai lati della strada. Il personale della Direzione Viabilità della Città Metropolitana di Palermo ha facilitato le operazioni: questo dimostra quanto sia fondamentale la collaborazione tra gli Enti.
Particolarmente interessante è la tipologia tombale: una sepoltura a enchytrismòs. Attestata tra la fine del VI e l’inizio del IV secolo a.C., questa tomba si crea tagliando il vaso per lungo, per permettere l’inserimento del corpo del defunto e procedere quindi alla sepoltura. Il tipo di vaso più utilizzato in epoca imperiale è l’anfora, nonostante la sua natura commerciale. Le anfore tombali molto spesso contengono ossa di neonati e di bambini. All’interno dell’anfora gli archeologi hanno trovato anche un’anfora più piccola, con al suo interno il corredo funerario.
Sepolture in ziro da Cantaru Ena, Florinas (SS) (da MAETZKE 1964).
Tipologie di anfore utilizzate anche nelle sepolture a enchytrismòs. Da sinistra: africana I e II; tripolitana I e II .
Nuovi orizzonti di indagine
Il ritrovamento di quest’anfora tombale potrebbe aprire gli archeologi verso nuovi orizzonti di indagine. Il sito infatti è poco distante dalla città di Himera, colonia greca fondata nel 648 a.C. dai Calcidesi provenienti da Zancle, l’odierna Messina (per approfondire clicca qui). Himera inoltre è stata teatro di grandi battaglie, in particolare contro Cartagine, che la distrusse nel 408 a.C. Gli archeologi quindi auspicano nuove ricerche, alla ricerca di una eventuale necropoli.
BIBLIOGRAFIA
CAMINNECI, V. 2012, Enchytrismòs. Seppellire in anfora nell’antica Agrigento, in V. CAMINNECI (a cura di), Parce Sepulto: il rito e la morte tra passato e presente, Agrigento 2012, pp. 111-132.
MAETZKE, G. 1964, Florinas (Sassari). Necropoli a enchytrismòs in località Cantaru Ena, Notizie degli Scavi di Antichità 1964, pp. 280-314.
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