Autore: Redazione ArcheoMe

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PERSONAGGI | Rodolfo Siviero, lo 007 italiano al servizio delle opere d’arte

Le novità della rubrica
Da ottobre la rubrica “Personaggi” sarà dedicata, ogni mese, a un tema diverso.
Iniziamo con uno degli argomenti più affascinanti per chi si interessa di archeologia e storia dell’arte, ossia i personaggi che si sono dedicati, a vario titolo, alla difesa e alla salvaguardia del patrimonio storico-artistico italiano e internazionale.
Ci sembra doveroso iniziare da una figura poliedrica e interessante come quella di Rodolfo Siviero, storico dell’arte e agente segreto.

Rodolfo Siviero
Rodolfo Siviero nasce a Guardistallo, in provincia di Pisa, il 24 Dicembre 1911. Nel 1924 la famiglia si trasferisce a Firenze al seguito del padre Giovanni, maresciallo dei carabinieri. Qui il giovane compie la sua formazione, tra studi umanistici e vanterie per l’appartenenza alla gioventù fascista. Sappiamo, infatti, che già nel 1929 Siviero era iscritto al partito Fascista. Dai diari apprendiamo anche la sua passione per le donne e il suo successo con loro, oltre che l’ambizione di farsi strada nell’ambiente letterario di Firenze (nel 1936 pubblicherà una raccolta di poesie intitolata “La selva oscura”).

Rodolfo Siviero: Lo 007 dell'Arte italiano
Il giovane Rodolfo a cavallo

Dal Fascismo alla Resistenza
Dal 1935 al 1938 le notizie su Siviero si fanno scarse e contraddittorie: è probabile che proprio in quegli anni, grazie alle numerose amicizie coltivate con politici e diplomatici fascisti (tra cui ci sarebbe stato addirittura Ciano), abbia iniziato a collaborare con i servizi segreti. Sicuramente nel 1937 è in Germania, con la copertura di una borsa di studio in storia dell’arte.
L’anno successivo rientra in Italia, dove pare inizi ad abbandonare le simpatie totalitarie: il passaggio di Rodolfo Siviero da fervente fascista a membro della resistenza (dopo il 1943 collaborerà attivamente con il comando militare alleato) è uno dei punti maggiormente controversi della sua vita.
Sicuramente un ruolo determinante fu giocato dall’ingente trafugamento di opere d’arte che i nazisti compirono in Italia ben prima dell’8 settembre 1943, con la compiacenza del governo di Mussolini.
Dal 1943 in poi la vita lavorativa di Rodolfo Siviero fu quasi totalmente dedicata alla ricerca e al rimpatrio dei capolavori italiani portati via dai Tedeschi. A lui dobbiamo il recupero di opere famosissime come L’Annunciazione di Beato Angelico, la Danae di Tiziano e il Discobolo Lancellotti, ma anche, assieme a Palma Bucarelli, il salvataggio di numerose tele della Galleria d’Arte Moderna di Roma (di cui Bucarelli era all’epoca direttrice), trasportate rocambolescamente in auto nei rifugi antiaerei del Vaticano.

Rodolfo Siviero, 007 dell'arte, e i recuperi dei capolavori rubati
Rodolfo Siviero con la Danae di Tiziano

Il dopoguerra
Tra il 1946 e il 1953 Siviero, in qualità di capo dell’Ufficio Interministeriale per il recupero delle opere d’arte, svolge un’intensa attività diplomatica, trattando prima con il comando alleato in Germania e poi con la Repubblica Federale Tedesca, per favorire il rientro in patria delle opere trafugate e anche di quelle acquistate dai gerarchi nazisti ma illegalmente esportate.
Nel frattempo Siviero dà la caccia ai capolavori di cui si era persa ogni traccia nei concitati anni del conflitto mondiale e alle opere che in vario modo continuavano a essere rubate ed esportate illegalmente dal nostro paese: nasce la leggenda dello 007 italiano dell’arte.
Complici i suoi metodi non sempre ortodossi, l’efficiente rete di informatori che fu in grado di creare in tutta Europa e la grande disinvoltura con cui era solito muoversi nei meandri della diplomazia europea. Nel privato pare che Siviero fosse un uomo estremamente raffinato: amante dell’arte, della bella vita e delle donne, tutte caratteristiche che lo resero molto popolare nell’ambiente culturale degli anni ’50 e ’60.

Gli ultimi anni
L’opera di recupero dei capolavori trafugati (in Italia il commercio illegale di opere d’arte continua a essere fiorente ancora oggi) porterà Siviero a denunciare, nei suoi scritti, la disattenzione del Governo italiano per il proprio patrimonio culturale e a chiedere ininterrottamente che le istituzioni si occupino con solerzia non solo della conservazione ma anche della tutela e della salvaguardia.
Siviero continua il suo lavoro fino alla morte, avvenuta il 26 ottobre del 1983. In mancanza di eredi, lascia la sua casa fiorentina e la sua collezione privata alla Regione Toscana, con la disposizione, esaudita nel 1998, di trasformarla in museo aperto al pubblico.

 

EMINENT FIGURES | Rodolfo Siviero, the Italian 007 at the service of works of art

The news of the column

From October, the ” Eminent Figures” column will be dedicated, every month, to a different theme.
Let’s start with one of the most fascinating topics for those interested in archaeology and art history, namely the characters who have dedicated themselves, in various ways, to the defense and safeguarding of the Italian and international historical-artistic heritage. Particularly, we are going to analyze the multifaceted and interesting figure of Rodolfo Siviero, art historian and secret agent.

Rodolfo Siviero

Rodolfo Siviero was born in Guardistallo, in the province of Pisa, on December 24th 1911. In 1924 the family moved to Florence following his father Giovanni, a marshal of the carabinieri. Here the young man completed his training, including humanistic studies and boasting of belonging to the fascist youth. We know, in fact, that already in 1929 Siviero was a member of the Fascist party. From his diaries we also learn his passion for women and his success with them, as well as his ambition to make his way in the literary environment of Florence (in 1936 he will publish a collection of poems entitled “La selva oscura”).

 

 

The young Rodolfo on horseback

From Fascism to the Resistance
From 1935 to 1938 news about Siviero became scarce and contradictory: it is likely that in those years, thanks to the numerous friendships cultivated with fascist politicians and diplomats (including Ciano), he began to collaborate with the secret services. Surely in 1937 he is in Germany, with the coverage of a scholarship in art history.
The following year he returned to Italy, where he apparently began to abandon totalitarian sympathies: the passage of Rodolfo Siviero from a fervent fascist to a member of the resistance (after 1943 he will actively collaborate with the allied military command) is one of the most controversial points of his life .
Certainly a decisive role was played by the massive theft of works of art that the Nazis carried out in Italy well before 8 September 1943, with the complacency of Mussolini’s government.
From 1943 onwards, Rodolfo Siviero’s working life was almost totally dedicated to the search for and repatriation of Italian masterpieces taken away by the Germans. To him we owe the recovery of famous works such as The Annunciation by Beato Angelico, the Danae by Titian and the Discobolus Lancellotti, but also, together with Palma Bucarelli, the rescue of numerous paintings from the Gallery of Modern Art in Rome (of which Bucarelli was the director at the time), transported daringly by car to the Vatican air raid shelters.

 

Rodolfo Siniero with the Danae by Titian

The Post-war period

Between 1946 and 1953 Siviero, as head of the Interministerial Office for the recovery of works of art, carried out an intense diplomatic activity, dealing first with the allied command in Germany and then with the Federal Republic of Germany, to favor the return home of stolen works and also of those purchased by the Nazi hierarchs but illegally exported.
In the meantime Siviero hunts for the masterpieces of which all traces had been lost in the agitated years of the world conflict and for the works that in various ways continued to be stolen and illegally exported from our country: the legend of the Italian 007 of art was born.
His methods not always orthodox , the efficient network of informants he was able to create throughout Europe and the great ease with which he used to move in the maze of European diplomacy are complicit. In private it seems that Siviero was an extremely refined man: a lover of art, the good life and women, all characteristics that made him very popular in the cultural environment of the 50s and 60s.

The last years
The work of recovering the stolen masterpieces (in Italy the illegal trade in works of art continues to flourish even today) will lead Siviero to denounce, in his writings, the inattention of the Italian government for his own cultural heritage and to ask without interruption that the institutions take care not only of conservation but also of protection and safeguarding.
Siviero continued his work until his death on October 26, 1983. In the absence of heirs, he left his Florentine home and his private collection to the Tuscany Region, with the provision, fulfilled in 1998, to transform it into a museum open to the public.

Translated and curated by Veronica Muscitto

 

Archivio

NEWS | Denunciato lo sfregio su un mosaico nell’area archeologica di Settecamini (RM)

Il sito archeologico di Settecamini: un gioiello che deve essere tutelato

Il sito archeologico di Settecamini fa parte del IV Municipio di Roma. E’ delimitato dai grandi assi viari di comunicazione, quali la Nomentana, la Tiburtina, la Collatina e la Prenestina. Il territorio è morfologicamente caratterizzato dal fiume Aniene, antica via d’acqua utilizzata, già dall’antichità, per il trasporto di materiale da costruzione e per l’approvvigionamento idrico. L’antica Via Tiburtina era uno dei più importanti assi viari antichi che collegava Roma all’Adriatico e nel sito archeologico di Settecamini è perfettamente conservata

Tratto della antica Tiburtina Valeria in località Settecamini (Roma). Fonte: Wikipedia
Area Archeologica di Settecamini. Strutture in opera reticolata. Fonte: Soprintendenza di Roma Capitale.

 

Il mosaico sfregiato

L’Area archeologica Settecamini, in Via Tiburtina 1467, è ormai in ginocchio per le continue azioni irrispettose dei cittadini. L’ultima eclatante “bravata” è  uno sfregio su un prezioso mosaico pavimentale di età imperiale. Quest’azione è stata scoperta ieri mattina durante un sopralluogo del Comitato di Quartiere e della Polizia Locale di Roma Capitale, chiamati sul posto per verificare lo stato di degrado e di sporcizia dell’area. Il mosaico che decora il pavimento della cosiddetta “taberna” è stato sfregiato con un’offensiva di bestemmia scritta con una bomboletta spray. La scritta è stata fatta per una parte in una zona dove le tessere del mosaico sono ormai saltate, in parte sopra alle stesse tessere.

Particolare del mosaico della taberna, prima dello sfregio. Fonte: CALCI et alia, 2000.

Un’area archeologica lasciata all’incuria

Come si evince dalla denuncia pubblica, l’accesso all’area archeologica è libero, senza recinzione. Inoltre, molte persone usano l’area come passaggio abusivo per arrivare sulla Via Tiburtina. Non c’è cartellonistica, né vigilanza. L’area è alla mercé di tutto e tutti. La zona, come si può notare anche all’uscita dell’autostrada A24, è piena di rifiuti. Questi non solo deturpano il sito, ma anche tutto il quartiere. L’area archeologica è cosparsa di sacchi, mobili, bottiglie e bicchieri: il sito è dunque un luogo di ritrovo in cui bere e festeggiare, per poi lasciarvi tutta l’immondizia. Ma questo non basta: sembra che l’area sia utilizzata spesso anche come zona in cui portare e far transitare i cani senza guinzaglio. Il fatto è testimoniato anche da una recente aggressione di un cane, completamente libero, su un bambino.

La denuncia pubblica

Lo sfregio al mosaico di età imperiale è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. E’ stata quindi sporta una denuncia pubblica. Nel documento si chiariscono e descrivono le pessime condizioni del sito archeologico. Si chiede inoltre di cancellare immediatamente la vergognosa scritta sul mosaico e che quest’ultimo venga restaurato. Si chiede infine di mettere in condizione di sicurezza l’area archeologica con recinzioni, cartellonistica e telecamere. Si auspica inoltre che questa sia l’occasione per creare un nuovo programma di valorizzazione del sito.

 

Bibliografia

C. CALCI, M. GRANDI, A. BIGLIATI, «Mosaici dalla via Tiburtina», in Atti del VI Colloquio dell’Associazione Italiana per lo Studio e la Conservazione del Mosaico, Ravenna 2000, pp. 211-224.

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ARCHEOLOGIA | La Gola dell’Infernaccio (FM), un nome oscuro per un luogo di fede

SANTUARIO DI S. LEONARDO (FM) – La Gola dell’Infernaccio (FM), sovrastante l’abitato di Montefortino, è uno dei canyon più suggestivi tra quelli che si susseguono lungo l’Appennino Marchigiano e soprattutto, tra quelli dei Monti Sibillini. Un luogo carico di storia che per secoli è stato un luogo di passaggio tra il litorale adriatico e la via per Roma, situato nella vicina Valnerina: un percorso storico che in un tratto toccava anche l’eremo di San Leonardo, santuario benedettino fondato nell’VIII secolo.

Questo bellissimo esempio di architettura sacra, che poi ha finito per influenzare anche la toponomastica dei luoghi vicini come il monte Priora, ha però conosciuto un progressivo abbandono a partire dalla fine del Medioevo, essendo un luogo troppo isolato e soggetto a frequenti saccheggi. Nel 1971 il padre francescano Armando Lavini (padre Pietro) gettò le basi per una ricostruzione dell’eremo. Il francescano, partendo dai resti della struttura, ricostruì in stile neogotico il complesso. Elementi neogotici sono visibili ad esempio nelle finestre ogivali, nell’ingresso laterale sotto un portico composto da tre archi a sesto acuto.

Purtroppo, il recente terremoto che ha sconvolto il centro Italia, ha arrecato diversi danni all’eremo, costringendolo a rimanere chiuso fino all’aprile del 2018. Visitate questi bellissimi luoghi per scoprirne la storia nascosta e per aiutare questi borghi colpiti dal terremoto a risorgere!

https://www.turismo.marche.it/Cosa-vedere/Attrazioni/Montefortino-Eremo-di-San-Leonardo/3416

ARCHAEOLOGY | The Gola dell’Infernaccio (FM), a dark name for a place of faith

SANCTUARY OF SAINT LEONARD (FM) – The Gola dell’Infernaccio (literally, ‘gorge of hell’), which overlooks the town of Montefortino, is one of the most suggestive gorges among those that stretch along the Apennines in the Marche region and, above all, among those in the Sibillini Mountains. A place full of history that has been for centuries the passage between the Adriatic coast and the road leading to Rome, located in the nearby Valnerina: a historical path that also led to the hermitage of Saint Leonard, a Benedictine sanctuary founded in the eight century AD.

However, this beautiful example of sacred architecture, which eventually ended up influencing the toponymy of nearby places such as Monte Priora, suffered progressive neglect starting from the end of the Middle Ages, being a place too isolated and subject to frequent looting. In 1971 the Franciscan friar Armando Lavini (father Pietro) laid the foundations for a reconstruction of the hermitage. He rebuilt the complex in neo-Gothic style starting with the remains of the structure. Neo-Gothic elements can be found, for example, in the ogival windows, and in the side entrance under a portico consisting of three pointed arches.

Unfortunately, the recent earthquake that hit central Italy caused various damage to the hermitage, forcing it to remain closed until April 2018. Visit these beautiful places to discover their hidden history and to help these earthquake-struck villages to get back on their feet!

Article translated by Cristina Carloni.

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ARCHITETTURA | L’arco di Augusto a Rimini, simbolo di una città

L’Arco di Augusto a Rimini è l’arco romano più antico esistente. Costruito nel 27 a.C. come porta onoraria, esprime la volontà del Senato di celebrare la figura dell’imperatore Ottaviano Augusto, così come manifestato dall’iscrizione posta sopra l’arcata. Il monumento si inseriva nella cinta muraria cittadina, della quale sono ancora visibili i resti, posti ai lati della struttura. Esso segnava la fine della Via Flaminia, che collegava l’antica città di Ariminum alla capitale dell’impero, confluendo poi nel decumano massimo, oggi corso d’Augusto, che portava all’imbocco di un’altra via, la via Emilia.

L’architettura è caratterizzata da un ricco apparato decorativo carico di significati politici e propagandistici: la sua struttura presenta un fornice, con un’apertura talmente ampia da non poter essere chiusa da porte. Questo elemento dell’edificio ricorda la pace raggiunta dopo un lungo periodo di guerre civili, la cosiddetta Pax Augustea; vi si affiancano semi-colonne con fusti scanalati e capitelli corinzi,  mentre su entrambe le facciate si trovano due teste di bue, simboli della potenza di Roma.

I quattro clipei posti a ridosso dei capitelli rappresentano altrettante divinità romane: rivolti verso Roma si trovano Giove e Apollo, invece nei clipei che guardano verso l’interno della città sono raffigurati Nettuno e la dea Roma. L’arco in origine era sormontato da un attico, che doveva completarsi con una statua dell’imperatore a cavallo o su di una quadriga.

La sommità, forse crollata a causa di terremoti, venne munita di una merlatura durante il Medioevo, donando all’arco la sua iconica immagine, che ancora oggi resta il simbolo più celebre della città.

L’Arco di Augusto, 27 a.C., visuale da fuori le mura, visibili ai lati dei capitelli delle semi-colonne i clipei,
che rappresentano Giove (a sinistra) e Apollo (a destra)
L’Arco di Augusto, visuale dal lato della città. Sezione dell’arco che ha subito il maggior numero di rifacimenti
durante il corso della sua storia. Rimangono però ancora visibili, nonostante il passare del tempo, i clipei che rappresentano Nettuno (a sinistra) e la dea Roma (a destra)

ARCHITECTURE | The arch of Augustus in Rimini, symbol of a city

The Arch of Augustus in Rimini is the oldest existing Roman arch. Built in 27 BD as an “honorary” town gate, it expresses the will of the Senate to celebrate the figure of the emperor Octavian Augustus, as manifested by the inscription placed above the arch. The monument was inserted in the city walls, of which the remains are still visible, placed on the sides of the structure. It marked the conclusion of the Flaminia road, which connected the ancient city of Ariminum to the capital of the empire, then merging into the decumanus maximus, now Corso d’Augusto, which led to the entrance of another road, the ViaEmilia.

 The architecture is characterized by a rich decorative apparatus full of political and propaganda meanings: its structure has a fornix, with such a wide opening that it cannot be closed by gates. This element of the building recalls the peace achieved after a long period of civil wars, the so-called Pax Augustea; flanked by semi-columns with fluted shafts and Corinthian capitals, while on both sides there are two ox heads, symbols of the power of Rome. The four clypei placed close to the capitals represent as many Roman divinities: facing Rome are Jupiter and Apollo, on the other hand, in the clypei facing right along the inner city, Neptune and the goddess Rome are depicted .The arch was originally surmounted by an attic, which was to be completed with a statue of the emperor on horseback or on a quadriga.

The summit, possibly collapsed due to earthquakes, was equipped with a battlements during the Middle Ages, giving the arch its iconic image, which still remains the most famous symbol of the city.

 

The Arch of Augustus, 27 BD, view from the outside the walls, visible on the sides of the capitals of the semi-columns the clypei,
representing Jupiter (left) and Apollo (right)

The Arch of Augustus, seen from the side of the city. Section of the arch that has undergone the greatest number of
 renovations during the course of its history. However, despite the passing of time, the clypei representing Neptune (left) and the goddess Rome (right) are still visible.
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DIETRO AL FASCISMO | Mussolini e il finto razzismo dei Romani

Mussolini credeva in una continuità tra il razzismo dell’antica Roma e quello dell’Italia contemporanea: uno dei casi più importanti di manipolazione della realtà storica operato dal regime. I Romani, parallelamente al loro espansionismo, effettuavano forme di integrazione e di accettazione dei culti stranieri contrariamente al regime. Le discriminazioni dei Romani non riguardavano i tratti somatici o il colore della pelle ma usi e costumi diversi dai loro. Queste discriminazioni ebbero fine con la “romanizzazione” dei popoli vinti e con la cittadinanza romana che l’imperatore Caracalla concesse a tutti gli abitanti dell’Impero.

Il pericolo di ibridazione

Inizialmente, il razzismo fascista si orientava verso i sudditi africani e contro il pericolo di ibridazione. La donna e l’uomo nero venivano denigrati attraverso la propaganda. Un esempio ne è la copertina de “La Difesa della Razza”, opera di Bebi Fabiano, dove era raffigurata una Eva “nera” che porge la mela a un Adamo “bianco”, separati da una lastra di vetro. L’immagine alludeva al divieto di meticciato imposto durante la campagna etiopica. Difatti, la donna africana era considerata un semplice oggetto sessuale, mentre l’uomo nero era costantemente denigrato.

Copertina de La Difesa della razza di Bebi Fabiano.

 

La sottomissione dei barbari: il confronto

Esempio dell’apparente continuità tra razzismo dell’antica Roma e fascismo è la Fotografia ricordo dell’Africa Orientale (1935-1936) del disegnatore e pittore catanese Enrico De Seta. La cartolina, che fa parte di una serie, raffigura un soldato italiano che, con aria soddisfatta, si lascia fotografare, mentre con il piede sinistro schiaccia la testa di uno dei tre Etiopi inermi a terra. Il modello ispiratore di De Seta era il tipo iconografico romano del “barbaro sottomesso”, rappresentato dalla statua loricata di Adriano esposta alla Mostra Augustea della Romanità. L’immagine dell’imperatore, nonostante rappresenti la sconfitta e la sottomissione dei barbari, non cedeva a quel sarcasmo che, invece, si ritrova nella scena disegnata da De Seta. L’unico scopo delle sue cartoline era evidenziare l’inferiorità biologica e spirituale degli Africani, identificati semplicemente come prede.

Enrico De Seta. Fotografia Ricordo dell’Africa orientale.

 

Statua loricata di Adriano.

BACK TO FASCISM | Mussolini and the Romans’ false racism

Mussolini believed in a common thread through ancient Roman and contemporary Italian racism: one of the regime’s most significant cases of manipulation of historical reality. The Romans as opposed to the regime had carried out forms of integration and tolerance of foreign cultures parallel to their expansionism. The discrimination practised by the Romans did not concern facial features or skin colour, but uses and customs that were different from theirs. These discriminations ended with the ‘Romanization’ of the conquered peoples and with the Roman citizenship granted by Emperor Caracalla to all inhabitants of the Empire.

The threat of hybridisation

Fascist racism was initially towards African subjects and the threat of hybridisation. Black women and men were denigrated by means of propaganda. An example is given by the cover of La Difesa della Razza (‘Defending the race’) by Bebi Fabiano, where a ‘black’ Eve was depicted handing the apple to a ‘white’ Adam, the two being separated by a sheet of glass. The image alluded to the ban on hybridisation imposed during the Ethiopian campaign. In fact, African women were considered a mere sexual object, whereas black men were constantly denigrated.

Cover of La Difesa della Razza by Bebi Fabiano.

Subjugating the barbarians: a comparison

An example of the supposed common thread through ancient Roman and Fascist racism is Fotografia ricordo dell’Africa Orientale (‘Souvenir photograph of East Africa‘; 1935-1936) by designer and painter from Catania Enrico De Seta. This postcard, which is part of a series, depicts an Italian soldier with a satisfied air who lets himself be photographed while he crushes with his left foot the head of one of the three helpless Ethiopians lying on the ground. De Seta took inspiration from the Roman iconographic type of the ‘submissive barbarian’, represented by Hadrian’s statue with cuirass displayed at the ‘Augustan Exhibition of Romanism’. The Emperor’s image, despite representing the defeat and subjugation of the barbarians, did not yield to that sarcasm that is found in the scene drawn by De Seta. The sole purpose of his postcards was to highlight the biological and spiritual inferiority of African people, identified simply as prey.

Enrico De Seta. Fotografia ricordo dell’Africa Orientale.

 

Hadrian’s statue with cuirass.
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NEWS | Nuove scoperte dallo scavo archeologico di Palù di Livenza (PN)

E’ uscito ieri il comunicato stampa della Soprintendenza del Friuli Venzia Giulia relativo alle indagini archeologiche fatte a Palù di Livenza. Dagli scavi, durati un mese e mezzo, gli archeologi hanno riportato alla luce ben tre villaggi palafitticoli e interessanti manufatti neolitici.

L’area archeologica di Palù

Il Palù di Livenza si estende in un bacino naturale alle pendici dell’altopiano del Cansiglio. Nell’Ottocento, oltre agli interventi di bonifica, ci furono i primi rinvenimenti di pali lignei e, durante lo scavo del Canal Maggiore nel 1965, fu scoperto un insediamento preistorico di notevole rilevanza archeologica.

A partire dai primi anni ’80 iniziarono le ricerche sistematiche, che portarono alla luce una parte del villaggio palafitticolo. L’area è parte dei Siti palafitticoli preistorici dell’arco alpino iscritti nella lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO dal 27 giugno 2011. Dopo una lunga interruzione, gli archeologi hanno ripreso le indagini nel 2013,  proseguendo con due campagne nel 2016 e nel 2018, per poi continuare con l’attuale scavo.

Una panoramica di Palù di Livenza (Archivio fotograico SABAP FVG). Da MICHELI 2017.

I villaggi palafitticoli sono infatti monumenti importanti per la comprensione della più antica civiltà agricola europea e delle forme di adattamento alle aree umide della regione alpina praticate dai gruppi preistorici.         Michele Bassetti

Lo scavo archeologico del settore 3

Agli scavi ha partecipato la Società Archeologica CORA srl di Trento, sotto la direzione del Funzionario archeologo dott. Roberto Micheli. Per il progetto è stata essenziale la collaborazione dei Comuni di Caneva, Polcenigo e Aviano e il supporto del Gruppo Archeologico di Polcenigo.  L’obiettivo era quello di  scavare gli strati più antichi del Settore 3. Gli archeologi avevano ripreso le ricerche di questo settore già dal 2013, continuando anche nel 2018: la scelta dell’area è dovuta a un miglior stato di conservazione del deposito e alla vicinanza a strutture lignee dell’abitato neolitico. 

Scavo del settore 3 nel 2018. Da MICHELI 2017.
Settore 3 (2020).
Un ostacolo alla ricerca: la pioggia

L’area del Palù di Livenza è nota per le frequenti piogge e per l’umidità, ed è molto difficile prevedere gli improvvisi cambiamenti del tempo. Lo scavo è stato quindi rallentato molto dalle intense precipitazioni, che hanno interessato l’area dell’alto pordenonese. Spesso le indagini sono state sospese completamente, nonostante la presenza di un sistema di drenaggio.

I reperti archeologici

Negli scavi neolitici sono sempre numerosi i resti ossei di animali, i frammenti ceramici e gli strumenti di selce. Nel settore 3 si rilevano negli strati più profondi numerose mele selvatiche carbonizzate, oltre che abbondanti resti combusti di corniolo, ghiande di quercia e semi di farro, che suggeriscono la presenza di scorte alimentari bruciate.

A Palù gli archeologi, quest’anno, hanno raccolto due frammenti di asce in pietra levigata. Questi strumenti erano fondamentali per la trasformazione del legno e la produzione di manufatti in un periodo in cui non vi sono prove della lavorazione del metallo. Anche in questa campagna di scavo, così come negli scavi precedenti del settore 3, gli archeologi hanno scoperto numerse pintadere. Frequenti nelle culture neolitiche dei Balcani e dell’Europa centrale, sono stampi di terracotta che recano linee decorative incise o in rilievo, di vario genere: curvilinee, lineari, a zig zag e a reticolo.

Alcune pintadere rinvenute nel deposito tardoneolitico di Palù dallo scavo del 2016. Da MICHELI 2017.

  

Stupisce infine il ritrovamento di un cucchiaio di legno, perfettamente integro: questo dimostra le grandi capacità degli artigiani neolitici nella lavorazione del legno.

Il cucchiaio integro trovato nel settore 3 di Palù di Livenza.

 

Un grande progetto all’orizzonte

La campagna di scavo si conclude oggi, ma non finiscono le ricerche. Gli archeologi sperano di poter riprendere l’anno prossimo gli scavi e aspettano nuovi finanziamenti. L’obiettivo della Soprintendenza è quello di finire il prima possibile le indagini del settore 3, ultimo pezzo del puzzle. Tutti i dati raccolti dall’inizio delle indagini nel 2013 fino al completamento del settore 3 saranno poi oggetto di studio per ricostruire l’articolata storia dei diversi abitati individuati in questo sito.

 

Bibliografia

Micheli R. (ed.) 2017. Il Palù di Livenza e le palafitte del sito UNESCO: nuovi studi e ricerche, Pagine dall’ecomuseo 17 – Percorso acqua. Maniago (PN).

Micheli, R. et alii 2018. Nuove ricerche al Palù di Livenza: lo scavo del Settore 3. In Borgna, E., Cassola Guida, P. & S. Corazza (eds.), Preistoria e Protostoria del Caput Adriae, Studi di Preistoria e Protostoria 5: 481-490. Firenze: IIPP.

 

 

Archivio

NEWS | È in corso la digitalizzazione e la catalogazione dei reperti del Museo Archeologico di Taranto

Il Museo Archeologico di Taranto ha dato avvio alla creazione di un archivio digitale, nonché alla catalogazione e digitalizzazione di 40.000 reperti presenti nelle sale e nei depositi.

Tutto il patrimonio culturale in un click

L’archivio sarà completamente accessibile e fruibile in otto lingue diverse. I lavori sono diretti da Anna Maria Marras, responsabile del progetto. Il team è vario e composto da specialisti provenienti da vari settori: archeologi specializzati in ambito magno-greco, fotografi e informatici professionisti. 

La creazione di un archivio accessibile a tutti dal proprio portatile o da mobile avvicina il MArTA ai grandi musei internazionali e incentiva sempre di più la ricerca nel campo archeologico. Ogni reperto sarà visibile nell’archivio e sarà corredato di foto e di accurate descrizioni, al fine di dare più informazioni a chiunque voglia approfondire.

Costruire un museo digitale: il progetto MArTA 3.0

La Direttrice del Museo Archeologico di Taranto Eva Degl’Innocenti conferma la sua ambizione e il suo desiderio di eccellenza. Questa operazione di digitalizzazione e catalogazione si inserisce, infatti, nel più ampio e articolato progetto MArTA 3.0: è stato fatto un vero e proprio restyling del museo, basato su un’attenta strategia che punta tutto sul digitale. Nuovo logo, nuovo sito web, nuova area shop e nuova piattaforma digitale. Tratto distintivo del nuovo lettering è la M, che rievoca il tridente impugnato da Taras, simbolo di Taranto. Insomma, il MArTA pensa sempre in grande e solca nuove strade, cercando di rivoluzionare e migliorare la comunicazione e la fruizione. Si punta, quindi, non solo sulla partecipazione attiva e al pieno coinvolgimento del visitatore attraverso piattaforme digitali, ma anche all’inclusione. Alcuni esempi: contenuti accessibili in 8 lingue diverse, attività esperienziali, anche per disabili; il Fablab, laboratorio di artigianato digitale 3D, percorsi personalizzati in base al target (bambini, adulti, specialisti) e focus didattici su attività legate alla cultura, oreficeria e archeologia.

 

 

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PERSONAGGI ILLUSTRI | Sabatino Moscati, lo sguardo a Oriente e la “scoperta” dei Fenici

È un privilegio irrinunziabile, infatti,
quello di rivedere le proprie idee senza aggrapparsi a esse.

S. Moscati, L’enigma dei Fenici, 1982

Dagli studi di arabistica alla cattedra di lingue semitiche

La figura di Sabatino Moscati, orientalista, semitista ed esperto di civiltà mediterranea, ha avuto un peso determinante per lo sviluppo degli studi italiani sulle civiltà del Vicino Oriente, in particolare sui Fenici.

Moscati nacque a Roma il 24 Novembre del 1922 da una famiglia di origine ebraica. Proprio a causa delle sue origini (l’Italia era in pieno periodo fascista) gli fu vietato di iscriversi all’Università pubblica. Desideroso di continuare gli studi, si iscrisse alla facoltà orientalistica del Pontificio Istituto Biblico dove conseguì la licenza nel 1943. Finalmente, nel 1945, potè conseguire anche la laurea in Arabistica presso l’Università La Sapienza con una tesi sul califfato di al-Mahdi, terzo califfo della dinastia abbaside. F. Gabrieli, che di Moscati fu uno dei maestri, già alla fine degli anni ’40 parlava dell’allievo come di uno studioso “esperto nel trattare di storia politica e religiosa, preciso e sagace nella valutazione e utilizzazione delle fonti, prudente nelle ipotesi e penetrante nei giudizi onde è da rimpiangere, dal punto di vista della storia arabo-islamica, che dopo appena un decennio questa così promettente energia si sia per intero dedicata a un diverso settore degli studi orientali” (La storiografia arabo-islamica in Italia, 1975, p. 84).

Nella produzione scientifica di Moscati possiamo distinguere tre fasi: una fase giovanile, in cui il filologo si impegnò ad approfondire gli studi sulla civiltà araba, da lui vista come importante fattore di diffusione della cultura orientale nel Mediterraneo. Nella seconda fase della sua vita Moscati si dedicò in special modo agli studi comparati di lingue semitiche, mentre negli ultimi trent’anni della sua carriera fondò e promosse gli studi sulla civiltà fenicia.

Dopo vari incarichi di insegnamento come assistente alla cattedra e professore incaricato, nel 1954, a soli 32 anni, vinse il concorso da professore per la cattedra di ebraico e lingue semitiche comparate alla Sapienza, cattedra che reggerà fino al 1982, quando si trasferirà a Tor Vergata.
Fondatore e direttore dell’Istituto di Studi sul Vicino Oriente del CNR, accademico dei Lincei, le sue pubblicazioni ammontano a circa 600 scritti, che spaziano dalla filologia all’archeologia.

La grammatica comparata delle lingue semitiche

L’incontro con Giorgio Levi della Vida e l’impegno nell’insegnamento della cattedra di Lingue Semitiche portarono Moscati, durante gli anni ’50 e ‘60, a impegnarsi sempre di più nel campo della filologia. Nel 1964, in collaborazione con numerosi ricercatori (semitisti, assiriologi, epigrafisti), pubblica An introduction to the comparative grammar of the Semitic languages, testo fondamentale ancora oggi per chi si accosta alle lingue semitiche.
Nel 1958 il volume Le antiche civiltà semitiche riscuoteva enorme successo: Moscati era riuscito a superare la barriera dello studio della storia come mera successione di eventi, per concentrarsi sui problemi e i fenomeni complessi che avevano portato le civiltà del Levante mediterraneo a fiorire ed espandersi, fino a influenzare, anche pesantemente, la cultura greca e quella del Mediterraneo occidentale.

Il Mediterraneo davanti al sito fenicio di Akhziv (foto dell’autrice).


L’archeologia fenicio-punica e la civiltà Mediterranea

Negli stessi anni il filologo partecipa agli scavi della cittadella fortificata di Ramath Rahel, a sud di Gerusalemme (1958), e di Akhziv (1960), importante centro fenicio sulla costa settentrionale di Israele.
Moscati promuove e dirige missioni archeologiche in Siria, Tunisia e a Malta. Queste esperienze lo portano a concentrarsi sempre di più sull’archeologia fenicio-punica: obiettivo dei progetti di scavo era spostare l’attenzione degli studi orientali in Italia dal campo della filologia e dell’epigrafia a quello, fino ad allora poco sviluppato nel nostro paese, dell’archeologia nei paesi del Mediterraneo.

Nel 1966 usciva la prima edizione de Il mondo dei Fenici, poderoso lavoro che, più tardi, avrebbe portato Moscati e i suoi allievi ad approfondire le ricerche in Tunisia, Sicilia e Sardegna, inaugurando la grande stagione degli studi fenicio-punici in Italia.
Sarebbe impossibile elencare in questa sede le numerosissime pubblicazioni, gli studi, le missioni archeologiche: riassumendo, possiamo senza dubbio affermare che le ricerche di Moscati furono sempre finalizzate a sottolineare l’importanza di interrelazioni e connessioni tra le sponde del Mare Nostrum, restituendo all’Oriente l’importantissimo ruolo storico avuto dall’antichità al Medioevo, in quella che lo studioso vedeva come “l’altra faccia della storia, la storia che non va da noi agli altri ma dagli altri a noi” (da L’enigma dei Fenici, 1982).

Copertina della prima edizione de Il mondo dei Fenici (Mondadori, 1966)

Sabatino Moscati si spense a Roma l’8 settembre del 1997.
Il suo lascito al mondo degli studi sul Vicino Oriente antico risiede ancora oggi in una impostazione metodologica moderna e pluridisciplinare, che richiede allo studioso di padroneggiare al meglio discipline diverse come l’epigrafia, l’archeologia, la storia e la filologia.

 

ILLUSTRIOUS FIGURES | Sabatino Moscati: a glimpse at the Orient and the ‘discovery’ of the Phoenicians

It is an indispensable privilege, in fact,
to review one’s ideas without clinging to them.

Moscati, L’enigma dei Fenici, 1982

From Arabic studies to the chair of Semitic languages

The figure of Sabatino Moscati, orientalist, semitist and expert in Mediterranean civilization, had a decisive weight for the development of Italian studies on the civilizations of the Near Eastern, in particular on the Phoenicians.

Moscati was born in Rome on November 24, 1922 from a family of Jewish origin. Precisely because of his origins (Italy was in the midst of the Fascist period) he was forbidden to enroll at the public university. Eager to continue his studies, he enrolled in the orientalist faculty of the Pontifical Biblical Institute where he obtained his license in 1943. Finally, in 1945, he was also able to obtain a degree in Arabistics at the La Sapienza University with a thesis on the caliphate of al-Mahdi, the third caliph of the Abbasid dynasty. F. Gabrieli, who was one of Moscati’s masters, already at the end of the 1940s spoke of the pupil as a scholar “expert in dealing with political and religious history, precise and sagacious in the evaluation and use of sources, prudent in hypotheses and penetrating in the judgments from which it is to be regretted, from the point of view of Arab-Islamic history, that after just a decade this promising energy has entirely dedicated itself to a different field of oriental studies “(La storiografia arabo-islamica in Italia, 1975, p. 84).

In the scientific production of Moscati we can distinguish three phases: a juvenile phase, in which the philologist undertook to deepen his studies on the Arab civilization, which he saw as an important factor in the diffusion of oriental culture in the Mediterranean. In the second phase of his life Moscati devoted himself especially to comparative studies of Semitic languages, while in the last thirty years of his career he founded and promoted studies on the Phoenician civilization.

 After various teaching positions as assistant to the chair and professor in charge, in 1954, at the age of 32, he won the competition as professor for the chair of Hebrew and Semitic languages compared at Sapienza, a chair that he will hold until 1982, when he will move to Tor Vergata.
Founder and director of the Institute of Studies on the Near East of the CNR, academic of the Lincei, his publications amount to about 600 writings, ranging from philology to archaeology.

The comparative grammar of Semitic languages

The meeting with Giorgio Levi della Vida and the commitment to teaching the chair of Semitic Languages led Moscati, during the 1950s and 1960s, to become increasingly involved in the field of philology. In 1964, in collaboration with numerous researchers (Semitists, Assyriologists, epigraphists), he published An introduction to the comparative grammar of the Semitic languages, a fundamental text still today for those who approach Semitic languages.
 In 1958 the volume Le antiche civiltà semitiche was a big success: Moscati had managed to overcome the barrier of the study of history as a mere succession of events, to focus on the problems and complex phenomena that had led the civilizations of the Eastern Mediterranean  to flourish and expand, to the point of influencing, even heavily, Greek culture and that of the Western Mediterranean.

 

The Mediterranean in front of Akhziv (Photo by the author)




Phoenician-Punic archaeology and Mediterranean civilization

In the same years the philologist participated in the Excavations at Ramath Rahel, south of Jerusalem (1958), and of Akhziv (1960), an important Phoenician centre on the northern coast of Israel.
Moscati promotes and directs archaeological missions in Syria, Tunisia and Malta. These experiences led him to focus more and more on Phoenician-Punic archaeology: the aim of the excavation projects was to shift the attention of oriental studies in Italy from the field of philology and epigraphy to that, until then little developed in our country , of archaeology in the Mediterranean countries.

In 1966 the first edition of The World of Phoenicians was released, a powerful work that, later on, would lead Moscati and his students to deepen their research in Tunisia, Sicily and Sardinia, inaugurating the great season of Phoenician-Punic studies in Italy.
It would be impossible to list here the numerous publications, studies, archaeological missions: summing up, we can undoubtedly affirm that Moscati’s research was always aimed at underlining the importance of interrelationships and connections between the shores of the Mare Nostrum, giving back to the East the very important historical role played from antiquity to the Middle Ages, in what the scholar saw as “the other side of history, the history that does not go from us to others but from others to us” (from L’enigma dei Fenici, 1982).

 

 

 

Cover of the first edition of The World of Phoenicians (Mondadori, 1966)












Sabatino Moscati died in Rome on 8 September 1997.
His legacy to the world of ancient Near Eastern studies still resides today in a modern and multidisciplinary methodological approach, which requires the scholar to master different disciplines such as epigraphy, archaeology, history and philology.

Article translated and curated by Veronica Muscitto

 

Archivio

NEWS | I primi risultati della campagna di scavo del San Sisto Project

Si è quasi conclusa la prima campagna di scavo archeologico del San Sisto Project, progetto triennale promosso dall’Università di Pisa e diretto da Federico Cantini, professore ordinario di Archeologia cristiana e medievale.  Lo scavo ha interessato la Chiesa di San Sisto di Pisa.

Il giardino della chiesa: una curtis longobarda?

La scelta dell’area di scavo è presto detta: il toponimo Cortevecchia, attestato nelle fonti dal 1027, è un probabile indicatore dell’esistenza del centro amministrativo di età longobarda. Dalla cartografia storica pisana il giardino della chiesa risulta da sempre uno spazio libero da edifici e questo sembra confermare l’ipotesi che quest’area fosse un centro del potere politico e, in particolare, una curtis gastaldale longobarda

Non solo indagare, ma anche raccontare: quando l’archeologia è social
Foto, hashtag, emoticon e tanta voglia di condividere

Il San Sisto Project è molto attivo sul web; non solo ha una pagina web personale, ma anche un profilo Facebook  e un profilo Instagram . Sui social gli amministratori caricano quotidianamente notizie dallo scavo archeologico, per permettere a tutti gli utenti di seguire, passo dopo passo, le nuove scoperte e le interpretazioni degli archeologi.  

La trowel in una mano, lo smartphone nell’altra, per immortalare i momenti di vita di cantiere, al momento giusto!  (@sansistoproject)

una foto dal profilo instagram di @sansistoproject
Foto dalla pagina Facebook San Sisto Project
la pagina facebook di San Sisto Project
La pagina Facebook di San Sisto Project
Cosa è emerso dallo scavo archeologico

Gli archeologi hanno scavato l’area 5000, l’area 1000 e l’area 10.000, raggiungendo strati del XIII-XIV secolo. Nell’area 5000 sono stati rinvenuti numerosi materiali ceramici, alcuni impreziositi da stemmi familiari, che in questa fase preliminare sono stati attribuiti al Seicento. Dal giardino della Chiesa sono emersi reperti ossei e molti elementi architettonici in marmo e pietra serena. Tra questi, uno dei reperti più interessanti è senza dubbio la cosiddetta “pietra sacra”, una lastra quadrata di pietra con una croce incisa nel centro. Questa doveva ospitare delle reliquie e doveva essere collocata sulla mensa d’altare.

Frammenti ceramici recuperati nello scavo, alcuni datati al V sec. a.C.       Foto dalla pagina Instagram @sansistoproject.
La cosiddetta pietra sacra, che doveva far parte di una mensa d’altare. In foto, il Professor Riccardo Belcari, responsabile dell’analisi di reperti e manufatti lapidei. (Fonte: @sansistoproject)
Elementi lapidei frammentari in marmo e pietra serena trovati nel giardino della Chiesa di San Sisto. (Fonte: @sansistoproject)
Verso nuovi orizzonti di indagine

Dal ritrovamento di alcuni reperti in questa prima fase degli scavi sembra certa una lunga e antica frequentazione dell’area.  Gli archeologi del San Sisto Project non vedono quindi l’ora di tornare sul campo e di continuare a scavare, per riportare alla luce le fasi più antiche della città.

Non resta che attendere ulteriori notizie dal #sansistoteam e aspettare la prossima campagna di scavo. 

Pubblicabili da revisionare

ARCHEOLOGIA | La leggenda del lago di Pilato (AP), un tesoro nascosto nel Parco Naturale dei Monti Sibillini

All’interno del Parco Nazionale dei monti Sibillini, ad una quota di quasi 2000 metri, si trova il Lago di Pilato. Situato all’interno di un circolo glaciale, questo lago è da sempre considerato luogo di mistero e magia. Le sue placide acque hanno alimentato molte leggende e miti e, la più curiosa, è sicuramente quella da cui prende il nome. Secondo la leggenda, il fondo del lago conserva i resti di Ponzio Pilato, il celebre governatore romano della Giudea che si “lavò le mani” di fronte alla possibilità di salvare Gesù. Secondo la tradizione, come punizione per la sua ignavia, l’imperatore Tiberio lo condannò a morte. Pilato, di fronte alla certezza del suo destino, chiese all’imperatore un ultimo desiderio: una volta morto, il suo corpo sarebbe dovuto essere posto sopra un carro trainato da bufali, che poi sarebbero stati lasciati liberi di vagabondare a loro piacimento. L’imperatore, mosso dalla curiosità di una tale richiesta, acconsentì e mantenne la parola. Una volta giustiziato Pilato, ne pose le spoglie su di un carro e lo fece seguire. I bufali, una volta lasciati andare, si misero a correre all’impazzata, giungendo fino alle rive del lago, ove si gettarono con tutto il carro.

Oggi è possibile arrivare al lago da più sentieri.

Per approfondire: http://www.sibillini.net/

ARCHAEOLOGY | The legend of the Lake of Pilate (AP), a hidden treasure in the Monti Sibillini National Park

In the Monti Sibillini National Park, at an altitude of almost 2000 metres, you can find the Lake of Pilate. Located within a glacial valley, this lake has always been considered a place of mystery and magic. Its placid waters have fuelled many legends and myths, and the most curious is certainly the one after which the lake is named. According to the legend, the bottom of the lake preserves the remains of Pontius Pilate, the famous Roman governor of Judea who “washed his hands” at the possibility of saving Jesus. Tradition has it that Emperor Tiberius sentenced him to death as a punishment for his indolence. Faced with the inevitability of his fate, Pilate asked the Emperor one last wish: once he died, his body would have to be placed on a chariot pulled by buffaloes, which had to be later left to roam freely. The emperor agreed, intrigued by such a request, and kept his word. After Pilate’s execution, the Emperor had his remains put on a chariot and tracked it. Once the buffaloes were released, they began to run wildly to reach the shores of the lake, and throwed themselves onto it with the whole chariot.

Today it is possible to reach the lake by several paths.

For more info: http://www.sibillini.net/

Article translated by Cristina Carloni.