Autore: Redazione ArcheoMe

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ARCHITETTURA | La storia degli “Antichi portici” di Bologna

La costruzione dei portici nacque dall’esigenza dei cittadini bolognesi di ampliare lo spazio dell’abitazione non potendone modificare le caratteristiche strutturali. Si pensò, dunque, a un modo ingegnoso per “prolungare” verso la strada il solaio del primo piano della propria casa.

I portici: settecento anni di storia

Per realizzare queste prime strutture vennero utilizzate forme di sostegno con travi diagonali infisse al muro, supporti in muratura e, infine, tronchi di legno appoggiati a blocchi di selenite o di pietra. Il Comune approvò la costruzione dei portici ed emanò regole di realizzazione e manutenzione delle case con portico fino al 1250. La prima legislazione cercò di introdurre il concetto di “suolo pubblico”: anche se il portico veniva costruito da privati, doveva essere usato come spazio pubblico. Questa normativa, nonostante siano passati 700 anni è ancora in vigore. Nel XV secolo, per evitare gli incendi, venne emanato un decreto che imponeva la costruzione dei supporti per i portici in pietra e non più in legno. La legge non venne pienamente rispettata, infatti ancora oggi si possono osservare alcuni esemplari in legno, come Casa Isolani in Strada Maggiore. Il portico veniva utilizzato dagli artigiani come bottega, in questo modo si poteva sfruttare al meglio la luce naturale. I commercianti mostravano le merci protetti dalle intemperie e i mendicanti, o gli studenti, la usavano come dormitorio provvisorio. Complessivamente, oggi la lunghezza dei portici del centro e nella periferia è di 53 chilometri: la più lunga del mondo! Per la loro importanza artistico-culturale nel 2006 sono entrati nella Tentative List italiana dei siti candidati a diventare Patrimonio dell’Umanità UNESCO.

Casa Isolani, Strada Maggiore (BO), XIII sec. d.C., portico sostenuto da alte travi in quercia, esempio di portico medievale.

ARCHITECTURE | The history of the ancient porticos in Bologna 

The construction of the porticos was born from the need of the Bolognese citizens to expand the space of the house, not being able to change the structural characteristics. An ingenious way was therefore thought of to ‘extend’ the attic of the first floor of one’s home towards the street.

Porticos: seven hundred years of history

To create these first structures, forms of support were used with diagonal beams fixed to the wall, masonry supports and, finally, wooden logs resting on blocks of selenite or stone. The Municipality approved the construction of porticos and issued rules for the construction and maintenance of houses with porticos until 1250. The first legislation tried to introduce the concept of ‘public land’: even if the portico was built by private individuals, it had to be used as a public space. This legislation, despite having passed 700 years is still in force. In the fifteenth century, to avoid fires, a decree was issued that required the construction of supports for the porticos in stone and no longer in wood. The law was not fully respected, in fact, some wooden examples can still be seen today, such as Casa Isolani in Strada Maggiore. The portico was used by artisans as a workshop, in this way it was possible to make the most of natural light. Traders displayed the goods protected from the bad weather and beggars, or students, used it as a temporary dormitory. Overall, today the length of the porticos in the centre and in the suburbs is 53 kilometers: the longest in the world! Due to their artistic and cultural importance in 2006 they entered the Italian Tentative List of candidate sites to become a UNESCO World Heritage Site.

 

Casa Isolani, Strada Maggiore (BO) , 13th century.AD, portico supported by high oak beams, an example of a medieval portico.

Article translated and curated by Veronica Muscitto

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DIETRO AL FASCISMO | Il falso mito del “saluto romano”

Il saluto romano nell’antichità

Il “saluto romano” consiste nello stendere il braccio destro teso alzato con le dita della mano unite. Quasi tutti ritengono che tale saluto derivi dall’antica Roma, ma in realtà di romano ha ben poco. Tra le legioni romane era in vigore la salutatio militaris, un saluto molto simile a quello militare moderno. Nessuna scultura, pittura o moneta di età romana mostra un saluto di questo tipo. La mano destra alzata nell’antichità era usata soltanto per rendere onore o esprimere fedeltà, amicizia e lealtà. Spesso era l’imperatore ad alzare leggermente il braccio, ma solo come gesto per indicare un augurio o un discorso rivolto ai legionari, con il palmo della mano verticale e le dita aperte. Basti pensare all’Augusto di Prima Porta, raffigurato come un generale vittorioso che si rivolge alla folla con il braccio leggermente alzato, oppure alla statua bronzea dell’Arringatore, che presenta lo stesso gesto del braccio nell’intento di attirare l’attenzione del pubblico prima di cominciare a parlare.

Augusto di Prima Porta, inizio I sec. d.C.

 

L’Arringatore, fine II-inizio I sec. a.C.

 

Il “saluto romano” in epoca contemporanea

Il gesto del braccio destro teso alzato sarà ripreso da D’Annunzio e dai legionari che lo seguirono nella provvisoria conquista della città istriana di Fiume. Il saluto romano fu reso popolare soprattutto dal cinema di epoca fascista e, in particolare, da “Cabiria”, kolossal diretto da Giovanni Pastrone nel 1914, di cui proprio lo stesso D’Annunzio scrisse parte della sceneggiatura e curò le didascalie; o “Scipione l’Africano” (1937) di Carmine Gallone, volto a esaltare la potenza imperiale di Roma, identificata con quella fascista, e a sovrapporre la figura di Mussolini vincitore sugli Etiopi a quella del condottiero romano. Mussolini rimase così folgorato da questo tipo di saluto da farlo diventare uno dei simboli più importanti del partito fascista e che, senza vere basi storiche, si è poi diffuso nell’arte, nel teatro e nella politica.

Manifesto del film “Cabiria”

 

Manifesto di “Scipione l’Africano”.

BEHIND FASCISM | The false myth of the “Roman salute”

The Roman salute in ancient times

The Roman salute is a gesture in which the arm is fully extended, facing forward, with palm down and fingers touching. Almost everyone believes that this salute originates from ancient Rome, but in fact it has nothing to do with Romans. The Roman legions were used to the salutatio militaris, a salute that was comparable to the modern military one. No sculpture, portrait or coin dating to the Roman era shows this kind of salute. Raising one’s right hand was a gesture used in ancient times only to honour or to show faithfulness, friendship and loyalty. Often the emperor himself slightly lifted his arm, but only as a gesture to greet or while giving a speech addressed to the legionnaires, with the palm of his hand standing vertically and the fingers opened. Just think about the Augustus of Prima Porta, portrayed as a victorious general addressing the crowd with the arm slightly raised, or the bronze statue of The Orator, who holds the same position of the arm aimed at drawing the attention before starting to speak.

The “Roman salute” in contemporary times

The gesture of the tense and raised right arm will be used again by D’Annunzio and by the legionnaires who followed him in the temporary conquest of the town of Fiume in Istria. The Roman salute became popular mainly thanks to the filmmaking during Fascism; in particular, “Cabiria”, a blockbuster movie directed by Giovanni Pastrone in 1914, with a portion of the screenplay and subtitles written by D’Annunzio himself, or “Scipio Africanus: The Defeat of Hannibal” (1937), directed by Carmine Gallone, aimed at glorifying the imperial strength of Rome, which was identified with the Fascist power, and to overlap Mussolini’s figure winning over the Ethiopians on the image of the Roman leader. Mussolini was so impressed by this gesture that he turned it into one of the most important symbols of the fascist party. This gesture then became widely used in art, politics and theatre, even without any historical foundations.          

Article translated and curated by Giorgia Greco          

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NEWS | Gli incredibili ritrovamenti di Saltara (PU) tornano a casa

È molto soddisfatto Andrea Giuliani, l’assessore alla Cultura di Colli al Metauro (PU), per aver portato brillantemente a termine il progetto di restauro e valorizzazione museale dei frammenti musivi ritrovati negli anni ‘30 in loc. Gambarelli nell’ex Comune di Saltara, dal 2016 conservati nella sagrestia della ex Chiesa del Gonfalone.

Cosa si nascondeva in Val Metauro

“Il 27 novembre 1927 il parroco di Saltara segnalava la scoperta di rovine sepolte: non era chiaro di cosa si trattasse, ma le tessere di pietra sparse nei solchi dell’aratro lasciavano immaginare un edificio romano, forse prestigioso.” – racconta Giuliani – “La Soprintendenza organizzò quindi una campagna di scavo: emersero stanze, corridoi e di una sala ornata da un mosaico con tritone e animali esotici, purtroppo già intaccato dai lavori agricoli”. 

Le parti superstiti furono distaccate e trasportate ad Ancona, esposte nel Regio Museo Archeologico Nazionale, dove rimasero fino alla Seconda Guerra Mondiale, quando il museo fu danneggiato dai bombardamenti. Recuperati dalle macerie, i tre frammenti del mosaico di Saltara restarono a lungo nei depositi, per poi rientrare nel luogo di origine solo nel 2016. Nel 2017 è stato dato il via ad un progetto condiviso tra la Soprintendenza Archeologia, Belle arti e Paesaggio delle Marche, l’Università di Urbino e l’Università Politecnica delle Marche, progetto che ha potuto contare sul finanziamento della Regione e sul supporto del Rotary Club Fano per l’acquisto della parte multimediale.

Il nuovo allestimento multimediale restituisce al pubblico questa testimonianza storica in una cornice capace di valorizzare l’antico attraverso una concezione contemporanea dell’esposizione e della divulgazione.

Un mosaico con animale esotico conservato alla MOS

L’inaugurazione della MOS

L’inaugurazione della MOS – Sala dei Mosaici di Saltara – si terrà venerdì 25 settembre dalle 18:30 nella ex Chiesa del Gonfalone del comune di Colli al Metauro, per cui è previsto un numero di invitati forzatamente limitato a causa dell’emergenza Covid; tuttavia, è stato chiesto a FANO TV di registrare uno Speciale che darà a tutti la possibilità di vedere la conferenza e ascoltare le diverse autorità civili e accademiche che interverranno. Inoltre, sono state organizzate delle visite guidate alla MOS per tutte le domeniche di ottobre. I visitatori torneranno a casa con un ricordo speciale: verrà regalato a tutti il secondo libro pubblicato su Saltara, curato da Irene Cecchi, dal titolo “Arte, storia e archeologia per Colli al Metauro”.

“E’ stato un percorso lungo e per niente facile, peraltro non ancora concluso del tutto”, sottolinea il sindaco di Colli al Metauro, Stefano Aguzzi, che ha in mente anche una sistemazione degli spazi esterni della MOS per valorizzare ancora di più l’esposizione museale.  Il MOS è un primo, ma importantissimo passo verso il più ampio recupero del ricco patrimonio archeologico di Colli al Metauro, che ci auguriamo avvenga a breve!

 

Da fanoinforma.it

 

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ARCHEOLOGIA | Forcello (MN): gioiello dimenticato di archeologia etrusca

Il Forcello di Bagnolo S. Vito è il principale abitato etrusco-padano di VI-V secolo a.C. finora conosciuto in Lombardia, nonché il più settentrionale dell’area di espansione etrusca a nord del Po in età arcaica. Le indagini finora condotte fanno risalire la sua fondazione a poco dopo la metà del VI secolo a.C., mentre il definitivo abbandono si colloca agli inizi del IV secolo a.C., in probabile concomitanza con le invasioni galliche dell’Italia settentrionale (388 a.C.). Il sito del Forcello è collocato pochi chilometri a sud-ovest di Mantova, fra il paleoterrazzo del Mincio ad ovest e le bassure della valle fluviale ad est. Sorgeva su un’isola, o più probabilmente una penisola, circondata dalle acque del Mincio, situazione ideale per sfruttare questa importante risorsa come elemento di difesa e come via di comunicazione e di traffici.

Esso doveva rappresentare un punto di confluenza nodale per i traffici provenienti sia dai centri portuali adriatici di Spina e di Adria, sia da altri centri dell’Etruria padana, come Bologna e Marzabotto; ma era anche punto di partenza di quella via che, passando  per la valle del Mincio, attraverso Brescia e Bergamo, conduceva infine a Como, il centro principale della cultura di Golasecca durante il V secolo a.C. Le popolazioni golasecchiane, infatti, detenevano il controllo di alcuni dei più importanti passi alpini, come quello del San Bernardino, e, favoriti dalla loro origine celtica e dalla conoscenza dell’ambiente montano, mantenevano i contatti con i Celti d’oltralpe.
Nel sito sono stati rinvenuti, infatti, classi e tipi di manufatti non solo di produzione locale, ma anche di importazione provenienti dalle località più diverse. I primi attestano in modo indiscutibile che gli abitanti del Forcello erano di origine etrusca, mentre i secondi dimostrano che questo insediamento rappresentava un importante centro di traffici, punto nodale di comunicazione fra il mondo mediterraneo centro-orientale, egeo in particolare, e l’Europa centrale. La maggior parte delle merci provenienti dalla Grecia, dopo aver fatto scalo ad Adria e Spina, proseguiva il suo percorso su imbarcazioni adatte alla navigazione fluviale fino al Forcello. Le numerose anfore commerciali da trasporto rinvenute, di cui è stato finora possibile riconoscere almeno otto provenienze diverse, mostrano che i prodotti di scambio erano rappresentati prevalentemente da vino e da olio. L’origine e la quantità del prodotto era garantita proprio dalla forma delle anfore, che era peculiare di ogni singolo centro produttivo. Il consumo del vino viene adottato anche come costume tipicamente greco, già introdotto e apprezzato anche nell’Etruria propria, quello del banchetto.
Tra i prodotti esotici che giungevano al Forcello si ricordano anche due conchiglie cipree (Cypraea monetaria) originarie del Mar Rosso, una bambolina in terracotta prodotta a Corinto e una testina fittile appartenente ad una statuetta di probabile fabbricazione rodia. Costituisce, invece, un evento straordinario e isolato il rinvenimento, durante la campagna di scavi del 1999, di uno scarabeo in diaspro verde di produzione fenicio-cipriota. Proveniente dal livello di incendio di una casa, presso la parete sud-orientale dell’ambiente, si tratta di un sigillo che presenta una raffigurazione, intagliata sulla base, del dio egizio Bes in combattimento contro un leone. L’oggetto, prodotto forse attorno al 550-540 a.C., dovette rimanere in uso, come dimostrano le tracce di usura, per almeno due generazioni, fino a rimanere seppellito in seguito all’incendio che distrusse l’abitazione attorno al 500 a.C.

L’appartenenza degli abitanti del Forcello all’etnia etrusca è apparsa chiara, fin dalle prime ricerche, grazie ad alcuni precisi indizi, quali la presenza della caratteristica ceramica fine da tavola e la notevole quantità di materiale d’importazione dalla Grecia, mai così ben rappresentato rispetto agli altri centri padani non etruschi. A definire in modo inequivocabile la provenienza di questa comunità, tuttavia, sono stati i ritrovamenti di iscrizioni, impresse prima della cottura o incise sulla ceramica come graffiti in alfabeto e lingua etruschi. L’adozione dell’alfabeto greco da parte degli Etruschi si fa risalire al 700 a.C. circa. Dei 26 segni che ne facevano parte ne vengono selezionati inizialmente 22, poi solo 20, attestazione, quindi, di una scelta ragionata, data dall’esigenza di far corrispondere questi segni ai suoni di una lingua differente. Le iscrizioni del Forcello denotano peculiarità grafiche e onomastiche che trovano ampio riscontro nei centri adriatici di Adria e Spina, nel bolognese e nel reggiano. Esse rimandano, per grafia e norme ortografiche, all’Etruria settentrionale, ossia a città quali Volterra, Populonia e Chiusi. E’ dunque da questi luoghi, evidentemente, che ha avuto origine la colonizzazione etrusca della pianura padana.

 

ARCHAEOLOGY | Forcello: a forgotten jewel of Etruscan archaeology

Forcello di Bagnolo S. Vito is the main Etruscan-Po town of the 6th-5th century BC so far known in Lombardy, as well as the northernmost of the Etruscan expansion area north of the Po in the Archaic period. The investigations conducted so far trace its foundation until just after the middle of the sixth century BC, while the definitive abandonment takes place at the beginning of the fourth century BC, probably coinciding with the Gallic invasions of northern Italy (388 BC). The Forcello site is located a few kilometers south-west of Mantua, between the paleo terrace of the Mincio to the west and the lowlands of the river valley to the east. It stood on an island, or more likely a peninsula, surrounded by the waters of the Mincio, an ideal situation to exploit this important resource as an element of defense and as a means of communication and traffic. It was to represent a nodal point of confluence for the traffic coming both from the Adriatic port centres of Spina and Adria, and from other centres of the Etruria of the Po Valley, such as Bologna and Marzabotto; but it was also the starting point of the road which, passing from the Mincio valley, through Brescia and Bergamo, finally led to Como, the main centre of the culture of Golasecca during the 5th century BC. In fact, Golaseccans held control of the most important Alpine passes, such as that of San Bernardino, and, favoured by their Celtic origin and the knowledge of the mountain environment, they maintained contact with the Celts from across the Alps.
In fact, classes and types of artifacts were found not only of local production, but also imported from the most diverse locations. The former unquestionably attest that the inhabitants of Forcello were of Etruscan origin, while the latter demonstrate that this settlement represented an important centre of trade, a nodal point of communication between the central-eastern Mediterranean world, the Aegean in particular, and Central Europe.

Most of the goods coming from Greece, after having stopped in Adria and Spina, continued their journey on boats suitable for river navigation as far as the Forcello. The numerous commercial transport amphorae found, of which it has so far been possible to recognize at least eight different origins, show that the products of exchange were mainly represented by wine and oil. The origin and quantity of the product was guaranteed precisely by the shape of the amphorae, which was peculiar to each production centre. The consumption of wine is also adopted as a typically Greek custom, already introduced and appreciated also in Etruria, that of the banquet.

Among the exotic products that arrived there are also two cowry shells (Cypraea monetaria) originating from the Red Sea, a terracotta doll produced in Corinth and a clay head belonging to a statuette probably made in Rhodia. On the other hand, the discovery, during the excavation campaign of 1999, of a green jasper scarab of oriental Phoenician-Cypriot production constitutes an extraordinary and isolated event. Coming from the fire level of a house, near the south-eastern wall of the room, it is a seal with a representation of the Egyptian god Bes in battle against a lion carved on the base. Produced, perhaps, around 550-540 BC, it remained in use, as evidenced by the traces of wear, for at least two generations, until it was buried by the fire that destroyed the house around 500 BC .

The belonging of the inhabitants of Forcello to the Etruscan ethnic group appeared clear, right from the first researches, thanks to some precise indications, such as the presence of the characteristic fine tableware and the considerable amount of imported material from Greece, never so well represented compared to other Po valley centers. not Etruscans. To unequivocally define the origin of this community, however, were the findings of inscriptions, imprinted before firing or graffiti on ceramic, in the Etruscan alphabet and language. The adoption of the Greek alphabet by the Etruscans dates back to around 700 BC. Of the 26 signs that were part of it, 22 were initially selected, then only 20, proof, therefore, of a reasoned choice, given by the need to match these signs to the sounds of a different language. The Forcello inscriptions denote graphic and name-specific peculiarities that are widely reflected in the Adriatic centres of Adria and Spina, in the Bolognese and Reggio areas. In terms of spelling and orthographic norms, they refer to northern Etruria, that is to cities such as Volterra, Populonia and Chiusi. It is therefore from these places, clearly, that the Etruscan colonization of the Po valley originated.

                                                                                                                                            Article translated and curated by Veronica Muscitto

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NEWS | Un omaggio a Sebastiano Tusa splende nel Teatro Antico di Taormina (ME)

“Frammenti del tempio d’oro” è il titolo della scultura realizzata dall’artista Paola D’Amore in omaggio all’archeologo Sebastiano Tusa. L’opera sarà esposta al Teatro Antico di Taormina fino alla fine di ottobre.

In ricordo del grande archeologo siciliano

Tre colonne in metallo accese dai raggi del sole su un fondale panneggiato alla greca curato dalla stilista d’interni Mira Tasic. L’opera di Paola D’Amore è abbinata al Premio Tusa assegnato a Massimo Osanna, già Direttore del Parco Archeologico di Pompei e dei Musei del MiBACT. All’inaugurazione, insieme alla Direttrice del Parco Naxos Taormina, Gabriella Tigano, era presente Valeria Li Vigni, Soprintendente del Mare e moglie di Tusa.

L’autrice di un saggio che illustra l’opera della D’Amore si esprime in ricordo dell’archeologo: “Tusa ci ha lasciato un tesoro di insegnamenti e di scoperte, le cui implicazioni devono ancora essere interamente disvelate; tra le più importanti c’è la scoperta della relazione virtuosa tra la natura, l’umanità e l’arte, relazione che è stata sempre presente nella storia culturale dell’Occidente”.

Scorcio dell’opera di Paola D’Amore

 

 

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NEWS | Saqqara colpisce ancora: un’altra rivelazione egittologica

Un pozzo di una necropoli egizia a Saqqara ha restituito un incredibile tesoro: 27 sarcofagi, rimasti intatti da più di 2500 anni, che sfoggiano ancora i loro vivaci colori.

La scoperta degli archeologi è stata considerata dalla BBC una delle più grandi e uniche nel suo genere.

Una foto di alcuni ritrovamenti (da ANSA)

La grande necropoli

La necropoli di Saqqara è il sito archeologico più grande di tutto il Paese e vanta evidenze archeologiche relative a tutte le dinastie faraoniche: almeno 17 faraoni sono stati seppelliti nell’area, fu la necropoli reale fino alla III dinastia e continuò ad esserlo per circa 3000 anni dopo l’avvento delle altre grandi aree sepolcrali. Tra le tante bellezze, Saqqara ospita il complesso funerario di Djoser, riaperto nel marzo scorso, la mastaba (il nome deriva dall’arabo “panchetta”), una grande piramide a gradoni, a cui dobbiamo la prima definizione di “tempio funerario” costruita su più strati grazie all’ingegno del grande architetto Imhotep.

Saqqara si trova a circa 30 chilometri a sud dalla moderna città del Cairo ed è patrimonio mondiale dell’Unesco.

 

NEWS | Saqqara strikes again: another Egyptological revelation

A well in an Egyptian necropolis in Saqqara has returned an incredible treasure: 27 sarcophagi, which have remained intact for more than 2,500 years, which still display their vibrant colours.

The discovery by archaeologists was considered by the BBC to be one of the largest and most unique of its kind.

A photo of some findings ( FROM ANSA)

The great necropolis

The Saqqara necropolis is the largest archaeological site in the whole country and boasts archaeological evidence relating to all the pharaonic dynasties: at least 17 pharaohs were buried in the area, it was the royal necropolis until the 3rd dynasty and continued to be so for about 3000 years after the advent of the other large burial areas. Among the many beauties, Saqqara hosts the funerary complex of Djoser, reopened last March, the mastaba (the name derives from the Arabic ‘bench’), a large step pyramid, to which we owe the first definition of ‘funerary temple built on several layers thanks to the ingenuity of the great architect Imhotep.

Saqqara is located about 30 kilometers south of the modern city of Cairo and is a UNESCO World Heritage Site.

 

The archaeological site of Saqquara
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NEWS | I progetti straordinari del Parco Archeologico del Colosseo

“Imparare per la vita” è il messaggio che quest’anno accompagna la nuova edizione delle Giornate Europee del Patrimonio, ponendo l’accento sui benefici che derivano dall’esperienza culturale e dalla trasmissione delle conoscenze nella moderna società. Moltissime le attività del PArCo all’insegna di questo importante valore.

“Museo Palatino. Accarezzare la storia di Roma”

Sabato 26 settembre tra le ore 15.30 e le ore 18.30 sarà presentata ufficialmente al pubblico la nuova guida tattile “Museo Palatino. Accarezzare la storia di Roma”, ideata e promossa dal PArCo, con la realizzazione di atipiche edizioni e la collaborazione di Spazio Attivo Zagarolo FabLab.

La guida è nata nell’ambito del corso di formazione realizzato dal PArCo con il Museo Tattile Statale Omero di Ancona e la Direzione Generale Educazione e Ricerca del MiBACT con il titolo “Metodi e strumenti per rendere accessibili musei e luoghi della cultura alle persone con disabilità visiva” (2018-2019) e si inserisce nella serie di azioni coordinate che favoriscono l’autonomia di visita agli ipovedenti e ai non vedenti – inserite nel Progetto “Il PArCo tra le mani”.

La guida, ideata da Giulia Giovanetti e Federica Rinaldi, con testi delle stesse insieme a Donatella Garritano e Silvia D’Offizi, e realizzata da atipiche edizioni, raccoglie, all’interno di una scatola, un cassetto “immersivo” contenente le riproduzioni in 3D dei reperti di età pre- e protostorica e 16 schede relative a una selezione delle opere più rappresentative della collezione del Museo, descritte con testi ad alta leggibilità (in italiano e inglese con trascrizioni in braille) e illustrati con immagini tattili.

In occasione della presentazione della nuova guida è stato organizzato un laboratorio con visita tattile del Museo, all’insegna dell’inclusività, con la  partecipazione di non vedenti e vedenti, a cura del personale del PArCo e con il supporto di atipiche edizioni. La partecipazione è gratuita, con prenotazione obbligatoria tramite . Le adesioni sono già numerosissime.

“L’uomo che rubava il Colosseo”: omaggio a Gianni Rodari

Domenica 27 settembre, tra le 10.30 e le 12.00, il piano dell’arena del Colosseo ospiterà i festeggiamenti ufficiali per il centenario della nascita di Gianni Rodari.

Durante gli 84 giorni di chiusura del Colosseo, da un’idea di Elisa Cella e Federica Rinaldi, tutti i bambini con i loro genitori e insegnanti, sono stati invitati ad ascoltare, disegnare e addirittura “fare lezione” con le proprie maestre sulla favola “L’uomo che rubava il Colosseo”, per l’occasione interpretata con un fumetto da Silvio Costa: una favola che insegna il messaggio della condivisione e del valore universale del patrimonio culturale, da rispettare e conservare.

Così, i 130 partecipanti che tra aprile e giugno hanno partecipato inviando o consegnando a mano il proprio fumetto, domenica 27 settembre avranno la possibilità di assistere alla performance musicale del quintetto di fiati “Gianni Rodari” con la voce recitante di Stefania Cassano, che per l’occasione musicherà alcune delle favole più note e famose del grande scrittore. Il quintetto di fiati è l’unico in Italia ad avere ottenuto l’autorizzazione ad utilizzare ufficialmente il nome del poeta e scrittore. Alla fine del concerto, grazie al coordinamento del Servizio Didattica del PArCo, i fumetti verranno appesi sulla recinzione del Colosseo, lato ingresso cd. Stern, dove rimarranno esposti per una settimana.

Il Foro Romano sotto la luna

Da non perdere la sera di sabato 26 settembre, quando protagonista sarà il Foro Romano con una visita serale “La vita politica nella Roma antica, tra il Foro e la Curia” al costo simbolico di 1€.

L’ingresso, da Largo della Salara Vecchia, sarà consentito dalle ore 19.15 alle ore 21.00, con chiusura dei cancelli e uscita alle ore 21.45.

La Schola Praeconum e i mosaici

Per tutto il weekend tra sabato 26 e domenica 27 settembre si segnalano la visita al quartiere degli Horrea Agrippiana con accompagnamento del personale del PArCo (sabato e domenica mattina) e al Complesso Severiano sul Palatino, compresi nei biglietti di ingresso “24h” e “Full Experience”.

Da non perdere tra le ore 10.45 e le 17.30 l’apertura al pubblico della Schola Praeconum. L’edificio, situato tra il Paedagogium e il Circo Massimo, ospitava la sede di un collegio di funzionari pubblici, forse araldi. La visita guidata permetterà di conoscere le eccezionali pitture e il recentissimo restauro del pavimento a mosaico con figure maschili in processione, forse proprio gli araldi stessi.

La partecipazione è gratuita, con prenotazione obbligatoria tramite da compilare online anche dal sito web e dalle pagine social. Orario delle visite: H 10.45 – 11.45 – 12.45 – 14.30 – 15.30 – 16.30. L’accesso è da Via dei Cerchi, s.n.c. dopo n. 89 (pendici del Palatino, lato Circo Massimo).

In ottemperanza alle regole di distanziamento sociale e per prevenire la diffusione del Covid-19 ciascuna visita ha un limite massimo di 10 partecipanti. Si ricorda che è obbligatorio indossare la mascherina durante l’intero turno di visita, disinfettare le mani e mantenere la distanza di sicurezza tra visitatori.

Il PArCo per la salute e il benessere

Infine, nell’ambito del progetto “Salus per artem” del PArCo e grazie al protocollo di intesa con Susan G.​ Komen Italia il PArCo aderisce al nuovo format della “Race for the Cure” per la lotta contro i tumori al seno: sabato 26 settembre dalle ore 11.00 alle ore 18.00 saranno attivi nella cornice di Vigna Barberini al Palatino una serie di iniziative, tra cui: ore 11 Attività fisica / ore 12 Mindfulness / ore 15:30 Attività fisica / ore 16:30 Qi Gong.

Le iniziative sono su prenotazione via mail all’indirizzo prenotazioni.pac@komen.it (accesso con biglietto di ingresso al PArCo).

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Ranuccio Bianchi Bandinelli, tra politica e archeologia

Ranuccio Bianchi Bandinelli è stato un archeologo e storico dell’arte tra i più influenti del XX secolo. Si spense a Roma il 17 Gennaio del 1975. I suoi manuali di Storia dell’arte romana restano una lettura essenziale per tutti gli studenti di archeologia.

La formazione 

Nato a Siena il 19 febbraio 1900, da una famiglia appartenente all’antica nobiltà toscana, Ranuccio ebbe un’educazione tesa a sviluppare in lui l’amore per la cultura umanistica. Dopo aver passato gli anni del liceo classico nel pieno della prima guerra mondiale e frequentato per un anno e mezzo l’Accademia militare a Torino, nel 1919 si iscrisse alla Facoltà di Lettere classiche a Roma. Qui, da subito, dimostrò un grandissimo interesse per la storia dell’arte greca e romana. Tuttavia conseguì la laurea in Archeologia etrusca con una tesi su “Chiusi e il suo territorio” discussa nel 1923, di cui fu relatore il professor G.Q. Giglioli. Iniziò, quindi, il suo percorso di insegnamento dapprima nella scuola superiore, poi in varie facoltà di Lettere classiche tra il 1929 e il 1938: Cagliari, Groeningen, Pisa.

Ranuccio Bianchi Bandinelli - Wikipedia
Un ritratto giovanile di Bianchi Bandinelli

 

Tra archeologia e Fascismo

Nonostante nel 1938 avesse pronunciato il giuramento di fedeltà al fascismo, Bandinelli rifiutò l’incarico di direttore della Scuola Archeologica di Atene (incarico resosi disponibile a seguito delle leggi razziali e della destituzione del precedente direttore, Della Seta, di origine ebraica). 

Il 1938 fu un anno cruciale per Bandinelli, stretto tra il desiderio di continuare a fare ricerca e la mentalità democratica e antifascista che, come apprendiamo dai suoi diari, proprio in quegli anni iniziò a farsi strada nelle sue riflessioni politiche: già alla fine degli anni ’30, Ranuccio era tra i maggiori storici dell’arte antica in Italia e, proprio per questo, venne scelto per fare da guida durante la visita di Hitler in Italia.
Bandinelli nei suoi diari (raccolti, poi, nel libro autobiografico “Dal diario di un borghese”) ci descrive tutta l’angoscia di un simile compito, che, pare, fino all’ultimo cercò di risparmiarsi. Apprendiamo infatti che, una volta appurata l’ineluttabilità del compito, in lui si insinuò l’idea di compiere un attentato e uccidere i due dittatori. Scrisse nei suoi appunti che avrebbe avuto l’opportunità e i mezzi ma che non ne fu capace. Nel racconto di quei giorni, disincantato e ironico, Bandinelli traccia il ritratto di Hitler, appassionato d’arte ma incapace di una qualsiasi riflessione su di essa, e di Mussolini, disinteressato, ignorante e arrogante.

Bianchi Bandinelli (a dx) con Hitler e Mussolini


La didattica di Bianchi Bandinelli

Dal 1939 al 1944 tornò ad insegnare all’Università di Firenze. Nel 1944, al centro della catastrofe bellica, scrisse “A che serve la storia dell’arte antica?”, testo in cui si poneva la questione dell’utilità degli studi classici in un momento così drammatico e in cui si ribadisce la necessità di spendersi per la conservazione del passato.

Dopo una parentesi come direttore delle antichità e belle arti, tornò all’insegnamento universitario prima a Cagliari, poi a Firenze e, infine, dal 1957 a Roma, dove fu mentore di alcuni dei maggiori archeologi contemporanei, quali Andrea Carandini, Filippo Coarelli, Mario Torelli, Adriano La Regina.
Come scrive Ida Baldassarre nel Dizionario biografico degli italiani: “La sua intensa attività di ricerca scientifica, di pubblicistica, di promozione culturale e di lotte civili contro la degradazione del patrimonio artistico nazionale e, soprattutto, di fecondo scambio con i giovani, studenti e studiosi, non conobbe soste, anche dopo l’abbandono dell’insegnamento universitario.”


L’iscrizione al PCI

Iscritto al PCI (ndc. Partito Comunista Italiano) fin dal 1944, Bandinelli riuscì a dare agli studi di storia dell’arte classica una svolta in senso moderno, introducendo l’interpretazione marxista dei fenomeni artistici quali risultato della struttura ideologica del potere delle classi dominanti.

La grandezza di Ranuccio Bianchi Bandinelli, a parere di chi scrive, fu infatti proprio di passare, dalla ricerca storico-artistica di carattere filologico, imperante in Italia nei primi decenni del XX secolo, ad una visione dell’oggetto antico come testimonianza sociologica e storica. La visione del reperto, quindi, non più come mero oggetto d’arte ma come testimonianza della temperie culturale e politica che quell’oggetto aveva contribuito a creare.

 

I lavori di Bianchi Bandinelli

Innumerevoli i suoi scritti. Ricordiamo solamente la fondazione di due riviste scientifiche, La critica d’arte (1935) e Dialoghi di Archeologia nel1967.
Ideò e diresse l’Enciclopedia dell’arte antica classica e orientale, collaborò a importanti pubblicazioni politiche quali Rinascita, Il Contemporaneo e l’Unità.
Il ricordo che di Ranuccio Bianchi Bandinelli ha scritto il suo amico e contemporaneo Giulio Carlo Argan ci sembra il miglior modo di tratteggiare una figura complessa sia per il mondo della ricerca archeologica sia per quello della cultura italiana in generale.

Lo ammirai soprattutto perché, davanti al disastro e senza soldi in cassa, riusciva a trovarne abbastanza per finanziare qualche scavo. Pensava che soprattutto era importante mantenere vivo lo spirito della ricerca: per conservare le cose bisogna conservare la mentalità che vuole conservate le cose. L’importante era non rompere l’unità teorico-pragmatica della scienza. Il teorico deve sapere discendere alle cose se vuole che poi dalle cose si possa risalire al grande disegno storico e alla teoresi, magari alla filosofia dell’arte.

Giulio Carlo Argan

 

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Copertina del libro “Roma. L’arte romana nel centro del potere”
Pubblicabili da revisionare

ARCHEOLOGIA | Sepolture picene: l’area archeologica “I Pini” di Sirolo (AN)

Nel cuore del Parco del Conero (AN), si trova l’unica necropoli picena a circoli musealizzata delle Marche: l’area archeologica I Pini di Sirolo. L’area è una delle quattro necropoli a circoli dell’antica Numana ad aver restituito sepolture entro fossati circolari.

 A partire dal 1980 furono scavate le prime tombe, ma solo a partire dal 1989 vennero messe in luce le tracce dei circoli funerari piceni (visibili in foto), assieme ad una tomba a inumazione di bambino (inizi V secolo a.C.) e a tracce di altre inumazioni.

Elemento peculiare della necropoli sono i tre fossati circolari, il maggiore dei quali di diametro 40 m, che racchiudevano sepolture riconducibili a gruppi familiari gentilizi piceni. Al centro del circolo più grande, la cosiddetta “Tomba della Regina”, sono riemersi vari reperti riconducibili per l’appunto a un corredo regale, datato al VI secolo a.C. Tra gli oltre 1700 elementi rinvenuti del corredo della cosiddetta ”Regina” spiccano sicuramente due carri smontati (un calesse e una biga), gli scheletri di due mule, oltre al ricco corredo di oggetti relativi a suppellettile domestica e corredo simposiaco.

Apertura: su prenotazione

Indirizzo: Via Molini Seconda, Sirolo (AN)

Telefono: 071.9330572 (Comune di Sirolo)

Per approfondire: https://sabapmarche.beniculturali.it/luoghi_cultura/area-archeologica-i-pini-di-sirolo-an/http://musan.regione.marche.it/nuovo/index.php?option=com_content&view=article&id=125:area-archeologica-i-pini&catid=46&Itemid=165

Fonte immagini in evidenza: https://www.fondoambiente.it/luoghi/i-pini?ldc

ARCHAEOLOGY|Picene burials: the archaeological area “I Pini” of Sirolo (AN)

In the heart of the Conero Park (AN), there is the only Piceno circle necropolis, in the Marche region that has been transformed into an open air museum: the archaeological area I Pini of Sirolo. The area is one of the four circle necropolis of ancient town of Numana to have returned burials in circular moats.

The first graves were excavated in 1980, but it was not until 1989 that traces of the Picenian funerary circles (visible in the photo) were brought to light, together with a child burial tomb (early 5th century BC) and traces of other burials.

A peculiar element of the necropolis are the three circular ditches, the largest of which has a diameter of 40 m which enclosed graves related to noble Picene family groups. At the centre of the largest circle, the so-called ‘Tomb of the Queen’, various artifacts have re-emerged which can be traced back to a royal trousseau dating back to the 6th century BC. Among the more than 1700 items found in the so-called ‘Queen trousseau’ certainly two disassembled wagons (a buggy and a chariot) and the skeletons of two mules stand out, in addition to the rich set of objects related to household furnishings and symposium trousseau.

Opening times: by reservation

Address: Via Molini Seconda, Sirolo (AN)

Phone number: 071.9330572 (Municipality of Sirolo)

For further info: https://sabapmarche.beniculturali.it/luoghi_cultura/area-archeologica-i-pini-di-sirolo-an/http://musan.regione.marche.it/nuovo/index.php?option=com_content&view=article&id=125:area-archeologica-i-pini&catid=46&Itemid=165  

Article translated and curated by Veronica Muscitto                                                      

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NEWS | Il Parco archeologico di Paestum e Velia propone un ricco programma di eventi straordinari

Il 26 e 27 settembre 2020, il Parco archeologico di Paestum e Velia aderisce alle Giornate Europee del Patrimonio, manifestazione promossa dal Consiglio d’Europa e dalla Commissione UE dal 1991 con l’intento di stimolare l’interesse per il patrimonio culturale europeo e sensibilizzare le giovani generazioni in merito alla ricchezza e alle diversità culturali dell’Europa. Il tema scelto per quest’anno è “Imparare per la vita”, nella traduzione del tema europeo “Heritage and Education”.

Nelle due giornate il programma previsto nei siti archeologici di Paestum e Velia è ricco e variegato e mira a coniugare divertimento e cultura per tutti con visite guidate tematiche, laboratori per bambini e ragazzi e concerti. Massima attenzione alla sicurezza con gli eventi che si svolgeranno nel pieno rispetto delle norme anti Covid-19. Tutte le iniziative sono gratuite e incluse nel biglietto di ingresso al Parco e nell’abbonamento Paestum&Velia.

Sabato 26 e domenica 27 settembre 2020, il Parco Archeologico di Paestum e Velia sarà aperto dalle ore 9:00 alle ore 19:30 (ultimo ingresso ore 18:45); in programma sabato 26 settembre 2020 l’apertura straordinaria delle due aree archeologiche e del Museo di Paestum dalle ore 19:30 alle ore 22:30 con biglietto di ingresso a EUR 1 acquistabile presso le biglietterie del Parco dalle ore 19:00 alle ore 22:00.

Per le Giornate Europee del Patrimonio 2020, Paestum potenzia la sua offerta culturale con le attività per bambini e ragazzi presso il Parco dei Piccoli, il parco giochi a tema archeologico con 10 strutture tra giochi antichi e ricostruzioni di macchine da cantiere ideato in collaborazione con Legambiente Paestum. Ampio spazio verrà riservato all’archeologia pubblica e alle visite agli scavi in corso nell’area archeologica di Paestum allo scopo di spiegare ai visitatori il mestiere dell’archeologo e la metodologia della ricerca archeologica. In programma visite al cantiere presso il tempio di Nettuno e ai resti del tempietto di V sec. a.C. rinvenuto presso il lato ovest delle mura di cinta durante i lavori di pulizia e restauro e attualmente conservati nella sala cella del museo di Paestum. In occasione dell’apertura straordinaria serale, torna nell’area archeologica “Paestum al chiaro di luna”, le suggestive visite al buio con lanterne nel Santuario meridionale, con distribuzione dell’astrolabio.

Laboratori, spettacoli e visite guidate saranno i protagonisti delle Giornate Europee del Patrimonio 2020 a Velia: sabato 26 e domenica 27 settembre è in programma “ArtVelia”, laboratori didattici per tutti su temi archeologici, a cura della Cooperativa Effetto Rete. Nella giornata di sabato, tra i monumenti velini, risuoneranno le note degli studenti del conservatorio di musica “Giuseppe Martucci” di Salerno con quattro concerti dal titolo “Note di musica tra gli scavi di Velia”. In serata, il professore Luigi Vecchio dell’Università degli studi di Salerno, con il funzionario archeologo del Parco Archeologico di Paestum e Velia, Francesco Uliano Scelza, proporranno una visita inedita per le strade di Elea-Velia: si tratta di un percorso attraverso la porzione bassa della città, dove si incrociano case, monumenti pubblici e memorie. Grazie alle spiegazioni dei due archeologi, i visitatori incontreranno Parmenide, i medici eleati, varie divinità e gli abitanti di questa antica città della Magna Grecia

Per conoscere il programma completo, visita il sito web www.paestum.museum<http://www.paestum.museum/>