Autore: Redazione ArcheoMe

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ARCHEOLOGIA | Sigismondo Pandolfo Malatesta “DIVO”, le medaglie come glorificazione del Signore di Rimini (RN).

A partire dalla loro origine le monete, così come le medaglie, hanno avuto un ruolo fondamentale per evidenziare lo status di un personaggio potente, come avveniva per gli imperatori romani. Le medaglie, in particolare, avevano questo scopo celebrativo e, prima di cadere in disuso, andando a identificare delle monete fuori circolazione, il termine “metalla” o “medaglia” veniva utilizzato ancora nel Medioevo per indicare il “mezzo denaro” o “l’obolo”.

Le medaglie malatestiane

Nel 1438, in Italia, il Pisanello riprende la produzione di questi oggetti ma come medaglie commemorative, realizzandone una per Giovanni VIII. Vicino al Pisanello vi era anche Mattia de’ Pasti da Verona, attivo a Rimini (Rn) fin dal 1446 presso la Corte dei Malatesta. Celebri sono le Medaglie Malatestiane, uniche nel loro genere, che rappresentano Sigismondo Pandolfo Malatesta, Signore di Rimini, a mezzo busto, o sempre nello stesso modo ma con testa laureata alla maniera degli imperatori romani.

Mattia de’ Pasti, medaglia malatestiana, Sigismondo Pandolfo Malatesta a mezzo busto rivolto a sinistra, Museo “L. Tonini”, Rimini. (fotografia di libero utilizzo da internet)

Non casualmente Sigismondo fu autore anche di un’altra opera a Rimini: il cosiddetto “Tempio Malatestiano”, Duomo della città. La dicitura “Tempio” deriva dall’architettura progettata dal Leon Battista Alberti, che ricorda in tutto un tempio della classicità. Ad avvalorare l’immagine da imperatore del Malatesta, il Signore di Rimini si fa commemorare sul suo sarcofago monumentale entro il Duomo (insieme alla sua amata Isotta) come “DIVO”, andando contro ai canoni imposti dalla Chiesa in quei tempi. Il Duomo venne rappresentato anche sulle medaglie di Sigismondo, ma in un disegno che non rispecchiava la struttura originale. Infatti, questa prevedeva una cupola sulla sua sommità che non fu mai realizzata, probabilmente per mancanza di fondi.

Mattia de’ Pasti, medaglia malatestiana, Tempio Malatestiano con cupola, Museo “L. Tonini”, Rimini. (fotografia di libero utilizzo da internet)

ARCHAEOLOGY | Sigismondo Pandolfo Malatesta “DIVO”, medals as glorification of the Lord of Rimini.

Since their origins, coins as well as medals have played a fundamental role in highlighting the status of a powerful person, as was the case for Roman emperors. Medals, in particular, had a celebratory purpose, and before they fell into disuse and were identified as obsolete coins, the term metalla or ‘medal’ was still used in the Middle Ages to indicate ‘half money’ or an offering.

Malatesta’s medals

In 1438, in Italy, Pisanello resumed the production of these objects as commemorative medals, and made one for John VIII Palaeologus. Alongside Pisanello there was also Matteo de’ Pasti from Verona, active in Rimini at the House of Malatesta since 1446. Famous are the unique Malatesta Medals, where Sigismondo Pandolfo Malatesta, Lord of Rimini, is depicted half-length, often with a laurel-crowned head as the like of Roman emperors.

Matteo de’ Pasti, Malatesta medal, Sigismondo Pandolfo Malatesta depicted half-length facing to the left, Museum ‘L. Tonini’, Rimini.

It comes as no surprise that Sigismondo became the author of another work in Rimini: the so-called ‘Tempio Malatestiano’, the city’s Cathedral. The word Tempio (i.e., temple) derives from the architecture designed by Leon Battista Alberti, which is reminiscent of a classical temple. In order to corroborate the image of Malatesta as an emperor, the Lord of Rimini is commemorated on his monumental sarcophagus inside the Cathedral (together with his beloved Isotta) as ‘DIVO’, going against the Church canons of the time. The Cathedral was also depicted on Sigismondo’s medals, though in a design that did not reflect its original structure. In fact, this included a dome on its top which was never built, probably due to lack of funds.

Matteo de’ Pasti, Malatesta medal, the Tempio Malatestiano with a dome, ‘L. Tonini ‘, Rimini.

Traduzione a cura di Cristina Carloni

Archivio

NEWS | Il «capra, capra, capra» di Vittorio Sgarbi diventa un marchio

Lo storico e critico d’arte: «Da oggi sono in vendita!»

Polo, agende, tazze da caffè, cuscini. E in preparazione camicie, occhiali, sciarpe. Una parte del ricavato delle vendite sarà destinato al finanziamento di borse di studio rivolte agli studenti delle scuole medie e superiori. Dopo il successo del «Diario della Capra», edito da Baldini+Castoldi (proprio in questi giorni è uscita l’edizione 2020-2021 con una nuova serie di vignette disegnate Staino) il maniacale “capra capra capra” lanciato da Vittorio Sgarbi conto la “vittima” di turno, diventa adesso anche un marchio per una serie di prodotti identificativi del “mondo sgarbiano”: si va dalle tradizionali magliette di cotone (Sgarbi ha avvertito: «detesto la parola t-shirt!») alle polo, dalle tazze da caffè alle sacche per la spesa, dalle agende ai cuscini. Ma in preparazione ci sono sciarpe, mantelle, cappelli, occhiali e numerosi altri accessori.

Il progetto, nato da un’idea di Sabrina Colle e Nino Ippolito, e coordinato da Beatrice Gigli, è nato dalla collaborazione con «Ydeo», azienda specializzata nella progettazione e gestione di piattaforme di e-commerce e nella produzione di merchandising.

I prodotti saranno acquistabili online sul sito:
https://vittoriosgarbi.joyd.it

Una parte del ricavato sarà destinato al finanziamento di borse di studio rivolte agli studenti delle scuole medie e superiori, da individuare con
apposito bando che sarà pubblicato prossimamente sul sito www.vittoriosgarbi.it

Sull’iniziativa lo storico e critico d’arte commenta: «Da oggi si può dire che Sgarbi si mette in vendita. Mio malgrado, il “capra capra capra” rivolto alle “vittime” delle mie intemerate verbali, è diventato anche un segno distintivo, una sorta di richiamo nel quale si riconoscono le persone libere, anticonformiste, imprevedibili, direi anche ribelli, capaci di sorprendere. Me ne sono reso conto durante le restrizioni della pandemia con una mascherina che riportava proprio una capra: in tanti me la chiedevano, tutti la cercavano. Ovviamente, non venderemo mai mascherine, ma i miei collaboratori mi hanno convinto della bontà di questo progetto che comunque serve a creare quel senso di appartenenza tra i miei sostenitori. Che sono in gran parte giovani: la maggioranza degli utenti che mi segue sui social ha un’età compresa tra i 18 e i 30 anni. Del resto, il “Diario della Capra”, nato dalla felice intuizione del mio ufficio stampa e concretizzato per volontà di mia sorella Elisabetta, è stato un successo editoriale. E la nuova edizione mi dicono che sta andando letteralmente a ruba».

«Non parlerei di operazione commerciale – spiega Sabrina Colle, che di Sgarbi è anche la compagna –  piuttosto di una sorta di divertimento visto che molti sostenitori di Vittorio alle fine di uno spettacolo, di una conferenza o anche solo incontrandolo per strada gli portano sempre qualcosa da firmare, fosse solo un tovagliolo del ristorante»

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DIETRO AL FASCISMO | Le donne come custodi del focolare

Il mito di Roma era stato decisamente utilizzato dal fascismo e, in particolar modo, il richiamo al mondo classico si focalizzava sulla sovrapposizione tra Augusto e Mussolini.
Le riforme augustee e i temi della sua politica, dal ruralismo al mos maiorum, ben si adattavano alla politica del regime. Così come l’antico imperatore aveva promulgato una serie di leggi che frenavano il diffondersi del celibato e favorivano la natalità, Mussolini in Italia diede un posto preminente alla politica demografica. Emanò una serie di provvidenze legislative contro la propaganda neo-malthusiana, vietando l’uso di anticoncezionali e il ricorso all’aborto per accrescere e difendere la natalità; impose oneri fiscali ai celibi, favorendo in questo modo il costruirsi di sane e numerose famiglie.

 

“Una madre nuova per figli nuovi”

L’atteggiamento del fascismo, quindi, nei confronti delle donne fu da sempre caratterizzato da un duplice aspetto. Da un lato il regime continuò a relegarle ad un ruolo secondario rispetto all’uomo, dall’altro, però, le coinvolse in tutta una serie di attività, “arruolandole” nelle proprie organizzazioni e, in particolare, nell’ambito della politica riproduttiva.
Mentre nel 1919 la Legge Sacchi, pur con molte eccezioni, aveva riconosciuto le donne idonee alla maggior parte degli impieghi statali, il fascismo, impossibilitato ad escludere completamente il lavoro femminile, mise in atto tutta una serie di atteggiamenti discriminatori. Fu attuata una legislazione restrittiva che aveva, di fatto, l’obiettivo di evitare che il lavoro fosse considerato dalle donne un mezzo per l’emancipazione. Il compito delle donne era la maternità: una “madre nuova per figli nuovi”.

Pagina de “Il popolo di Romagna“, 17 dicembre 1928.

Come “custodi del focolare” la loro vocazione primaria era quella di procreare, allevare i figli e amministrare le funzioni familiari nell’interesse dello Stato. Ma, per poter eseguire questi doveri, occorreva che fossero coscienti delle aspettative della società. Durante il periodo fascista, la via che conduceva fuori dal focolare domestico non portò all’emancipazione ma a nuovi doveri nei confronti della famiglia e dello Stato.

La mitica fecondità romana

All’indomani del varo delle leggi razziali, il fascismo costruì una delle iconografie più importanti della politica fascista: la presunta e mitica fecondità romana. Immagini estraniate dal mondo antico, sono sfruttate dalla propaganda fascista come il rilievo dedicato “alle nutrici Auguste” del II-III sec. d.C., nutrici che spesso si sostituivano al ruolo delle madri ed erano considerate delle prestatrici d’opera, oppure le Mater Matuta, cioè delle madri con uno o più bambini in grembo, auspicio di fecondità come la Mater Matuta di Villa Giulia (IV-III a.C.).

Mater Matuta, Villa Giulia (IV-III sec. a.C).

 

Rilievo delle Nutrici Auguste (II-III sec. d.C.).

La Mater Matuta diveniva la Saturnia Tellus, di cui l’esempio più importante era il rilievo dell’Ara Pacis. Saturnia con i due infanti tra le braccia si trasformava nella figura della Madonna con Gesù in grembo, che a sua volta rappresentava la donna fascista rurale e prolifica, affiancata da un giovane Giovanni Battista.
Le donne furono quindi relegate al ruolo di madri, allontanandosi sempre più dalla sfera pubblica. La donna veniva premiata quando aveva tanti figli e discriminata qualora volesse impegnarsi in attività professionali.

Fregio della Madonna con il bambino.

BACK TO FASCISM | Women as hearth keepers

The myth of Rome and, in particular, the reference to the classical world focused on identifying Augustus with Mussolini had been significantly used by Fascism. The Augustan reforms and their political themes, from ruralism to mos maiorum, were perfectly suitable for the policy of the regime. Just as the ancient emperor had promulgated a series of laws that curbed the spread of celibacy and favored the birth rate, in Italy Mussolini gave great importance to policies on demographics. He issued a series of legislative provisions against the neo-Malthusian propaganda, banning the use of contraceptives and of abortion to increase and defend the birth rate; he imposed tax burdens on celibates, thus favoring the starting of healthy and numerous families.

 

“A new mother for new children”

Therefore, the attitude of Fascism towards women has always been characterized by a dual approach. On the one hand, the regime continued to relegate them to a secondary role compared to men; on the other, however, it involved them in a whole series of activities, ‘enlisting’ them in its own organizations and, in particular, in policies on reproduction. While in 1919 the Sacchi Law, albeit with many exceptions, had recognized women suitable for most of the state jobs, fascism, unable to exclude completely female labour, adopted a whole series of discriminatory attitudes. A restrictive legislation was implemented which had, in fact, the aim of preventing women from considering work as a means for emancipation. Women’s task was motherhood: a “new mother for new children”.

Newspaper page from “Il popolo di Romagna”, December 17, 1928.

As ‘hearth keepers’ their primary vocation had to be procreating, raising children and administering family functions in the interest of the State. But, in order to perform these duties, they needed to be aware of social expectations. During the Fascist period, the path that led outside the hearth did not lead to emancipation, but to new duties towards the family and the State.

The mythical Roman fecundity

Following the adoption of the racial laws, Fascism created one of the most important iconographies of its politics: the so-called mythical Roman fecundity. Images from the ancient world were decontextualized and exploited by the Fascist propaganda, such as the relief dedicated to ‘the Augustan nurses’ of the second-third century AD, nurses who often replaced the mother’s role and were considered workers, or the Mater Matuta, that is, mothers with one or more children in their wombs as a good omen for fertility, such as the Mater Matuta of Villa Giulia (fourth-third century BC).

Mater Matuta, Villa Giulia (fourth-third century BC).
Bas-relief portraying the ‘Augustan nurses’ (second-third century AD).

The Mater Matuta became the Saturnia Tellus, whose relief in the Ara Pacis represents its most important example. Saturnia with two infants in her arms was transformed into the image of the Madonna with Jesus in her womb, which in turn represented the rural and prolific Fascist woman, flanked by a young John the Baptist. Women were therefore relegated to the role of mothers, moved further and further away from the public sphere. A woman was rewarded when she had many children and discriminated against if she wanted to engage in professional activities.

Frieze depicting the Madonna with child.

Traduzione a cura di Cristina Carloni.

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PERSONAGGI ILLUSTRI | Giuseppe La Farina, patriota messinese e politico italiano

Giuseppe La Farina nasce il 20 Luglio 1815 a Messina da Carmelo e Anna Muratori. Si dedica agli studi letterari, laureandosi in Giurisprudenza, diviene patriota, politico e scrittore. Sulla sua formazione esercitò un peso fondamentale la temperie politico-culturale cittadina, da tempo sorda all’indirizzo separatista e più di recente apertasi alla predicazione unitaria mazziniana, oltre all’influenza del padre, professore di aritmetica e geometria nel Collegio Carolino che, nel 1828 era stato arrestato per la sua appartenenza alle sette e trasportato a Favignana, insieme al figlio tredicenne.

Nel 1833 La Farina esordì come pubblicista, prima collaborando a Lo Spettatore Zancleo, poi, dal 1835, scrivendo articoli, recensioni e rassegne di vario genere in un altro periodico, Il Faro, e pubblicando in particolare un Elogio del cavaliere Vincenzo Bellini (Messina 1836), letto in una seduta dell’Accademia Peloritana (26 nov. 1835) in occasione della morte del compositore.

La sfera patriottica e quella letteraria si fondono dopo i moti rivoluzionari del 1837 quando, costretto a rifugiarsi a Firenze, si dedica alla scrittura e pubblica diverse opere, tra le quali ricordiamo: L’Italia nei suoi monumenti, ricordanze e costumi; Studi storici sul secolo XIII e Storia d’Italia narrata dal popolo italiano. A Firenze diresse anche un giornale, L’Alba, il primo di stampo democratico-sociale.

Lo scoppio della rivoluzione in Sicilia lo riportò sull’isola per vederlo, nel 1848, deputato alla Camera dei Comuni.

Emigrato in Francia, scrisse Istoria documentata della rivoluzione siciliana e Storia d’Italia dal 1815 al 1850. Verso la fine del 1856 assieme a Daniele Manin e a Giorgio Pallavicino Trivulzio fondò la Società Nazionale Italiana, una associazione avente l’obiettivo di orientare l’opinione nazionale verso il Piemonte di Cavour. La Farina ebbe parte attiva alle annessioni del regno sabaudo e favorì la spedizione dei Mille in Sicilia.

Giuseppe La Farina

Ritorna in Italia per fondare la Rivista contemporanea e scrive un romanzo storico. Nel 1856 aderisce alla monarchia, divenendo fidato collaboratore di Cavour, la cui politica appoggiò la Società Nazionale Italiana precedentemente fondata. Eletto deputato al primo parlamento italiano, nel 1860 fu nominato Consigliere di Stato, successivamente Ministro dell’istruzione, dei lavori pubblici dell’interno e della guerra.

Inoltre, fu membro di alcune Logge massoniche di Torino, tra cui: “Ausonia”,“Il Progresso” “Osiride”. Sempre nel 1860, si recò in Sicilia per affrettarne l’annessione al Piemonte, ma Garibaldi lo espulse clamorosamente. Non riuscì più a ritornare in Sicilia per via dell’ostilità delle fazioni autonomista e repubblicana. Dopo la morte di Cavour, passò all’opposizione. Morì nel 1863, tumulato a Torino tra le tombe di Vincenzo Gioberti e Gugliemo Pepe, le sue ceneri furono trasferite a Messina nel 1872 per l’inaugurazione del Gran Camposanto per giacere nel Famedio degli uomini illustri. Un illustre messinese che ha saputo dare lustro alle proprie origini peloritane e ad una intera nazione, venendo celebrato e ricordato in diverse città.

Nella sua terra natale Messina, gli venne intitolata infatti un Liceo; a Torino, invece, nella centralissima Piazza Solferino, è stato eretto in suo onore un monumento in marmo bianco che lo effigia nell’atto di leggere un documento; a Firenze, sul lato nord del chiostro della Basilica di Santa Croce, è presente un monumento a lui dedicato con un’iscrizione che racchiude l’essenza di questa incredibile figura: «A Giuseppe La Farina – messinese – Amò il vero gli uomini la patria – patì dolori disinganni esili – operò con fede costante alle sorti nuove dell’Italia combattendo col braccio e coll’ingegno – soldato poeta istorico sostegno dell’italica gloria moriva il 5 settembre 1863 di anni 47 – alle vegnenti generazioni esempio imitabile».

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NEWS | Scoperta un’enorme vasca antica sulla via Ostiense: risale al IV a.C.

Nuove scoperte archeologiche sulla via Ostiense, più precisamente nel contesto di Malafede. Una vasca monumentale lunga oltre 40 metri, un’articolata stratificazione di edifici e costruzioni, due ettari di terreno, oltre otto secoli di storia e sofisticate tecniche di scavo che hanno permesso la scoperta e lo studio dello straordinario contesto tra via Ostiense e via di Malafede. Il ritrovamento è avvenuto a partire dal giugno 2019, grazie alle indagini di archeologia preventiva dirette dalla Soprintendenza Speciale di Roma, in una porzione di territorio molto ampia. Il distretto in cui è compreso il fosso di Malafede, abitato fin dall’età preistorica, è stato soggetto a numerose trasformazioni nel corso del tempo, come testimoniano i preziosi reperti recuperati durante le indagini archeologiche. Lo scavo, in tutta la sua grandezza, parla di un luogo importante che ha avuto vita per oltre otto secoli come dimostrano la quantità e soprattutto la qualità delle costruzioni ritrovate, come la vasca monumentale del IV secolo avanti Cristo rinvenuta in tutta la sua ampiezza. L’approfondito studio del gran numero di materiali che questa indagine ha restituito – legni, terrecotte, oggetti metallici, iscrizioni –potrà svelare i segreti di questo straordinario angolo  di Roma. 

Fonte: La Repubblica 

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NEWS | Un nuovo strumento webGIS per l’archeologia e la divulgazione scientifica

Il Parco archeologico di Ostia antica ha messo online la piattaforma NADIS – Nuovo Archivio Disegni, una risorsa digitale che raccoglie tutti i rilievi, piante, sezioni, prospetti, dei monumenti dell’area archeologica di Ostia antica.

L’Archivio Disegni
L’Archivio Disegni di Ostia Antica, conserva circa 14.000 disegni, frutto dell’intensa attività di documentazione grafica raccolta sin dal XIX secolo durante le prime campagne di scavo condotte ad Ostia Antica. I disegni, eseguiti con varie tecniche (matita, china, acquarello e tempera) e su molteplici supporti, illustrano le trasformazioni avvenute nelle tecniche di rappresentazione del disegno archeologico dall’Ottocento ai giorni nostri.

WebGIS
Questo webGIS è stato concepito per permettere all’utente di accedere ai contenuti dell’Archivio Disegni esplorando la pianta del parco archeologico. L’elenco degli edifici i cui disegni sono presenti nell’archivio, sulla sinistra della pagina, si aggiorna in base alla porzione di mappa visualizzata. Nella casella di ricerca è possibile inserire il nome di un luogo specifico o di una tipologia per filtrare i risultati. Nei menu a destra è possibile selezionare la cartografia di riferimento (base topografica o satellitare, pianta degli scavi, regiones ostiensi ed edifici) e compiere alcune operazioni, quali effettuare una misura o attivare la geolocalizzazione (qualora si stesse consultando il webGIS su un dispositivo mobile all’interno dell’area archeologica). Ciascun sito è accessibile sia cliccando sulla pianta che dall’elenco edifici. In quest’ultimo caso, il colore a sinistra del nome indica la Regio cui il sito appartiene, mentre un cerchio rosso evidenzia la localizzazione del sito selezionato sulla pianta. All’apertura verranno visualizzate le anteprime delle immagini presenti nell’archivio per quel sito. Cliccando su un’anteprima, viene visualizzata l’immagine a bassa risoluzione. Da questa finestra è possibile ingrandire l’immagine, ruotarla o visualizzarla a tutto schermo. Non è possibile salvare o scaricare l’immagine. Per avere accesso alle immagini ad alta risoluzione, visitare la sezione “Richiesta immagini”.

Webgis NADIS è consultabile a questo link: https://gisnadis.parcoarcheologicostiantica.it/

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ARCHITETTURA | Palazzo Pianetti (Jesi, AN), un esempio di stile Rococò in Italia

Splendido esempio di stile Rococò di influsso mitteleuropeo in Italia, l’odierna pinacoteca civica di Jesi era in realtà un palazzo nobiliare, sede della famiglia dei marchesi Pianetti.

Il disegno originale si deve al Marchese Cardolo Maria Pianetti, appassionato d’alchimia e già architetto di Carlo VI d’Asburgo, il quale volle costruire una residenza di gusto affine allo stile austriaco. La realizzazione del palazzo venne, però, affidata al pittore e architetto jesino Domenico Luigi Valeri, che ne avviò la costruzione a partire dal 1748.

La magnificenza dell’edificio è data dal grande giardino all’italiana, protetto da mura terrazzate, che fa da sfondo al corpo centrale. Gioiello indiscusso di questo palazzo è la sua Galleria degli stucchi, che era certamente capace di impressionare, oggi come allora, tutti i suoi visitatori.

La galleria settecentesca (in foto) con i suoi 76 metri di lunghezza è la più lunga d’Italia dopo quella di Diana della Reggia di Venaria Reale.

La galleria settecentesca / The eighteenth-century gallery

🇬🇧 English version

A splendid example of the Rococo style of Central European influence in Italy, today’s civic art gallery of Jesi was once a noble palace, home of the Pianetti family.

The original design belongs to the Marquis Cardolo Maria Pianetti, alchemy enthusiast and architect at the court of Charles VI of Habsburg, who wanted a residence that displayed a taste similar to the Austrian style. However, the construction of the building was entrusted to the painter and architect from Jesi Domenico Luigi Valeri, who started the project in 1748.

The magnificence of Palazzo Pianetti lies in its large Italian-style garden, protected by terraced walls, which provides the backdrop for the main building. But the undisputed jewel of this palace is its stucco gallery, which is certainly capable of impressing all its visitors now as then.

The eighteenth-century gallery (in the picture), with its 76-metre length, is the longest in Italy after the Great Gallery of the Royal Palace of Venaria.

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Si è spento Paolo Chillè, un pensiero dalla nostra redazione

Il nostro grande eroe Paolo è volato in cielo ❤️

Non ce l’ha fatta alla fine il giovane messinese Paolo Chillè, dal 2015 alle prese con un sarcoma fibromixoide. A darne l’annuncio, intorno alle 23 del 6 settembre, la pagina “Raccolta fondi per Paolo – L’EROE”, messa in piedi dai familiari per affrontare, con l’aiuto di tutti, le ingenti spese per le sue cure. E infatti il giovane si era recato in America grazie al contributo di tanti, raggiunti da questa e da diverse iniziative anche a carattere nazionale.

La nostra redazione si era impegnata direttamente con Paolo e, successivamente, con la sua famiglia per dar voce alla sua sofferenza, contribuendo alla raccolta fondi non soltanto economicamente ma realizzando video e post. L’intervento di FanPage ha “bloccato” la nostra iniziativa, certi del fatto che la nota pagina nazionale avrebbe dato un contributo sicuramente più importante (clicca qui per il video) rispetto a quanto saremmo riusciti a fare noi nel nostro piccolo.

Ma da lì in poi è nata una buona amicizia, a cui hanno avuto seguito diverse chiamate e messaggi di conforto e di vicinanza. E Paolo ha dato dimostrazione di una forza straordinaria, provando a vincere il brutto male che però, alla fine, non gli ha lasciato scampo.

A lui vanno le nostre preghiere, alla famiglia un caloroso abbraccio.

Adesso starà sicuramente meglio.
Ciao Paolo!

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NEWS | Domani 6 settembre il Museo archeologico Salinas apre gratuitamente

Domani (6 settembre) il Salinas apriràle porte gratuitamente al pubblico in occasione di #DomenicalMuseo, in programma ogni prima domenica del mese. E CoopCulture è pronta a riproporre le sue visite guidate, peraltro seguitissime da sempre. Un operatore specializzato condurrà il pubblico nelle diverse sale, soffermandosi sui reperti più importanti, dalla famosa “Pietra di Palermo” con i nomi dei faraoni alle gronde leonine dei Templi di Selinunte ospitate nell’ariosa Agorà (visita guidata 5 euro). Il tutto in piena sicurezza, con grande rispetto delle norme anticovid. Dalle 12, inoltre, si potrà scegliere la formula che include brunch al CafèCulture e visita guidata al museo (15 euro): seduti ai tavolini (distanziati) nell’ampio atrio

seicentesco, proprio di fronte alla fontana dove “abitano” le tartarughe, si potrà consumare un light lunch a forte “impatto ambientale” visto che la Sicilia
sarà l’esclusiva protagonista gastronomica (solo brunch, 10 euro): un calice di vino per accompagnare salumi e formaggi del territorio, un crostone di pani cunzatu e una porzione di anellettial forno. “Con la ripresa delle attività realizzate da Coopculture a partire da questa prima domenica del mese di settembre ci auguriamo un definitivo ritorno alla normalità per il Museo, in vista della ricca serie di eventi che stiamo programmando in autunno”, commenta la direttrice del Salinas, Caterina Greco. Aperto anche il CultureConcept Store, il famoso bookshop di ultima generazione dove trovare, oltre alle pubblicazioni più interessanti legate al mondo dell’arte, anche i lavori delle case editrici locali; pezzi particolarissimi di artigianato locale, merchandising originale, e prodotti di Libera Terra provenienti dai terreni confiscati alla mafia.

Per partecipare al brunch è consigliata la prenotazione ai numeri 345.776 5493 e 091
7489995.