Autore: Oriana Crasi

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ATTUALITÀ | Cavillier e Magro raccontano il “Progetto Iside” ad ArcheoMe

ArcheoMe ha avuto il piacere di presentare un incontro molto partecipato avente per oggetto il Progetto Iside”. L’incontro è stato presentato e introdotto dal dott. Francesco Tirrito, direttore di ArcheoMe, con gli interventi del prof. Giacomo Cavillier, egittologo, e della dott.ssa Maria Teresa Magro, archeologa presso la Soprintendenza dei Beni Culturali di Catania. Per chi se lo fosse perso, sarà possibile visionare l’incontro sulla pagina Facebook di ArcheoMe a questo link.

Cos’è il “Progetto Iside”?

Il dott. Tirrito introduce immediatamente l’argomento chiedendo al prof. Cavillier di presentare il Progetto. «Ringrazio ArcheoMe per questa diretta su un argomento che è nato lo scorso anno», dice il professore. E continua: «Il Progetto mira allo studio di quelli che sono i culti egizi in Sicilia. Lo stesso Progetto è stato avviato anche in Sardegna per avere un quadro di insieme di quello che poteva essere il concetto di approdo dei culti e di trasformazione locale. Sappiamo che il culto di Iside, soprattutto in epoca romana a partire dall’età Tolemaica, è uno dei pochi che avvia il suo percorso cultuale e culturale sulle principali sponde dell’Impero, spostandosi poi anche verso l’interno».

E conclude: «Il “Progetto Iside” nasce proprio così, per dare una profondità a quelli che sono i contatti tra Egitto e la Sicilia, soprattutto orientale. Abbiamo cominciato proprio da Catania, uno dei capisaldi della Regione, in collaborazione con la Soprintendenza, avviando uno studio dei reperti egizi che legano l’isola al mondo egiziano».

I vari volti di Iside

Il prof. Cavillier continua con un excursus sulla figura di Iside e sul concetto di immortalità e aldilà ad essa legato. Iside, st in egiziano, col il simbolo del trono (poiché legata alla regalità), è la dea madre, la dea moglie, maga e protettrice. È colei che guida e protegge Ra nel suo viaggio notturno, prima della rinascita. Iside è la divina sposa di Osiride, dio sovrano dell’oltretomba, e madre di Horus.

«Iside è una delle divinità più significative del pantheon egizio. È protettrice del focolare familiare, dea della fertilità e della navigazione, regina del cielo, della terra e dell’aldilà», aggiunge il professore.

Spesso rappresentata in qualità di Iside lactans, che allatta il piccolo Horus in un’iconografia che si ritroverà, secoli dopo, in quella cristiana della Madonna con bambino, sottolineando il suo carattere di “colei che porta vita” e il concetto di continuità dinastica. Iside, infatti, allatta Horus che rappresenta il nuovo re, seduta a fianco del marito Osiride, rappresentazione del re defunto.

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Uno screenshot dalla conferenza. Il geroglifico per Iside, st, e Iside lactans

Iside è la grande maga, colei per mezzo della quale avviene il miracolo della vita per due volte nella stessa vicenda. Osiride, smembrato dal fratello antagonista Seth, viene ricomposto da Iside e dalla sorella Nephtys. Osiride non torna però in vita nel mondo terreno, diviene sovrano del mondo dei defunti, un mondo altro in cui continua a vivere una vita dopo la vita. Il suo, più che una resurrezione, è un passaggio di stato. E Iside, con il corpo ricomposto del marito, concepisce nuova vita: Horus, che vendicherà il padre e riceverà la regalità sulla terra.

Iside è una divinità che avrà una grande rinomanza anche in epoche successive perché rappresenta il concetto di stabilità contro il caos e la rinascita. Difficilmente, parlando di Iside, si può scindere la sua figura dalla vicenda del suo divino paredro, Osiride, dio dell’oltretomba. Tutto nella vicenda di Iside e Osiride è teso alla continuità della vita, alla fertilità, alla fecondità della terra (come ricorda, ad esempio, il colore verde dell’incarnato del dio nelle raffigurazioni, un colore che richiama il germogliare di nuova vita). Tutto è teso all’immortalità: l’idea principale è che l’uomo non muoia, ma che, semplicemente, cambi condizione, continuando a vivere in un mondo altro.

Iside è la protettrice della navigazione, intesa come continuo viaggio dell’esistenza, non solo mero spostamento materiale.

Reperti egizi nel mondo greco-romano

E così come il suo culto, anche altri aspetti della ritualità egizia hanno continuato a vivere nel mondo greco-romano. Il “Progetto Iside” ha, tra gli altri anche questo fine, quello di capire la funzione dei reperti egizi rinvenuti sul suolo italico. Infatti Cavillier dice: «Legato a Iside c’è tutto il mondo funerario. Il Progetto si propone non tanto di studiare le antichità egizie presenti, ma di darne una funzione. Ad esempio, perché trovo uno scarabeo in un contesto funerario che può essere fenicio, che può essere punico o che può essere romano?»

Continua: «L’oggetto stesso, per quanto possa essere divenuto in determinate epoche un oggetto che può sembrare quasi a livello industriale (soprattutto a partire dal periodo fenicio in poi), sostanzialmente a cosa serve? Questa è la domanda che ci facciamo. Perché mai una società che è diversa da quella egizia deve adottare questi strumenti e questi oggetti di protezione? Del mondo egiziano, quello che si diffonde poi all’esterno, viene, di fatto, tesaurizzato. E il tesaurizzare tutto questo implica proprio la volontà di una società, come può essere quella romana, di incamerare dei culti che sono ritenuti effettivamente efficaci».

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Amuleti egizi (screenshot dalla diretta)
Il culto di Iside in epoca ellenistica e romana

Il culto di Iside, prima di approdare lungo le coste dell’Italia, si fermò in Grecia dove fu accolto e, com’è ovvio, anche riadattato. La figura di Iside nel mondo greco-romano viene concepita nei più disparati modi. Nel corso dei secoli si vede ampliata la sua sfera di competenza. Passa dall’essere, in Egitto, la dea protettrice del sovrano divinizzato (immagine terrestre del figlio Horus) e del sovrano defunto (identificato con Osiride) all’essere una dea universale che, oltrepassati i confini della terra del Nilo, acquisisce una nuova indipendenza.

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Uno screenshot dalla conferenza

«Ma cos’è che porta il culto?» – si chiede Cavillier – «È la navigazione, è l’approdo», è lo scambio di merci e culture.

Iside, come detto, assume caratteristiche dei luoghi in cui il suo culto viene accolto. Insieme a una particolare acconciatura greca, elementi peculiari della divinità in epoca ellenistica e romana sono il sistro, la situla aurea, l’ureo e il loto.

Simbologia isiaca nel mondo ellenistico e romano (screenshot dalla diretta)

«Il culto della dea in Egitto» – ci dice Cavillier – «prevedeva una serie di rituali giornalieri alcuni dei quali, probabilmente rielaborati, erano presenti nella penisola Italica e nelle Isole (Sardegna e Sicilia). Uno di questi è il Navigium Isidis (5 marzo), di cui Apuleio ne descrive i canti accompagnati con sistro e flauti e le preghiere recitate dal grammateus. Anubi e Osiride figurano quali figure mitiche e divine nel cerimoniale di rigenerazione». Il culto veniva celebrato in luoghi appositi quali serapeum iseum.

Il prof. Cavillier conclude il suo intervento con un focus sull’obelisco della Fontana dell’Elefante di Catania. Secondo Cavillier sarebbe, piuttosto, la colonna di un tempio isiaco in cui, sebbene appaiano stilizzati, sembrerebbero essere presenti divinità e simboli specifici connessi alla ritualità egizia.

A Catania Iside così come Demetra

A questo punto prende la parola la dott.ssa Maria Teresa Magro con un excursus sulla figura della dea madre, passando, nel corso dei millenni per un certo numero di divinità femminili. Vedendo una stretta connessione tra le divinità femminili e le dee madri di tutte le epoche, la dott.ssa parte dalle epoche più antiche, dalle prime epoche. «Una stretta connessione è stata ritrovata nelle figure di divinità: le prime “Veneri”, raffigurazioni delle donne come rappresentazione di fecondità, già dal Paleolitico. Si tratta di figure presenti in tutto il mondo Mediterraneo, di cui si può procedere ad un’identificazione a tappe. La cosa principale è che la figura della donna è associata alla fecondità ed alla fertilità».

Un momento della conferenza

Nel mondo ellenistico e romano si assiste ad un’unione stretta tra Iside e le divinità locali. Iside è assimilata a molte divinità femminili che abbiano caratteristiche simili, legate al mondo della fecondità e della rinascita, principalmente. Sarà il caso di Demetra-Proserpina in Sicilia e Sardegna, con particolare attenzione alla vicenda di Demetra e Kore di cui ci sono tracce anche nella stessa Catania, in cui esisteva un tempio dedicato proprio a Demetra, oggi non ancora individuato, ma descritto da Cicerone.

Rilievo con Demetra e Kore rinvenuto in via Crociferi a Catania

Alla fine dell’800, proprio a Catania fu scavato nuovamente (già noto da almeno due secoli) un edificio templare. Una rilettura successiva, ci fa sapere la dott.ssa Magro, ha individuato nel tempio un luogo sacro a Iside. E proprio su questo edificio, tra le altre cose, si pensa di concentrare lo studio futuro in relazione alla presenza isiaca a Catania. «Noi pensiamo che questo lavoro» – dice la Magro – «non sia solo un confronto, che può essere sicuramente interessante, ma utile per un riscontro anche in relazione ad alcune festività che potrebbero avere radici più antiche di quanto si pensi, come per la festa di Sant’Agata». 

L’incontro si conclude con una serie di domande da parte dei partecipanti e con l’augurio che gli studiosi si fanno di poter portare avanti questo Progetto straordinario, che oltrepassa i confini spaziali e temporali, incentrato sulla connessione tra l’Egitto e la Sicilia.

Un momento della diretta
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NEWS | I Nebrodi si vestono di luce con il rito del solstizio d’estate

Antonio Presti, mecenate e ideatore della Fiumara d’arte, ripropone sui Nebrodi, nei giorni del solstizio d’estate, il “Rito della luce“. L’incontro, come ogni anno, avverrà presso la Piramide 38° parallelo dell’artista Mauro Staccioli, a Motta d’Affermo (ME). La struttura sarà aperta al pubblico nei quattro weekend di giugno a cominciare da quello di sabato 5 e domenica 6 2021, dalle ore 16.00 al tramonto. Quest’anno ilRito della luce è dedicato alla “visione del futuro“.

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Il Rito della luce alla Piramide 38° parallelo (immagine via Atelier sul Mare)

«L’armonia universale», dice Presti, che con la sua Fondazione ha riempito il territorio di installazioni artistiche. Continua: «È il soffio che avvolge tutti. Il futuro non va inteso soltanto come paura, incertezza ma come possibilità, prospettiva e nuovo modo di vedere il mondo con la lente diversa e caleidoscopica dell’arte e della bellezza». Da ormai undici anni, folle di visitatori si radunano ai piedi della Piramide in occasione del rito. «Questo momento di incontro» – aggiunge Presti – «sarà dunque, ancora una volta, un momento di riflessione sulla nuova prospettiva che la pandemia ha tentato di strapparci. L’energia dei giovani, dell’arte e della bellezza ci ha messo ancora nelle condizioni di pensare e riflettere in direzione di un futuro diverso, ricalibrato in seguito a un forte trauma collettivo che ha generato fragilità e disagio nelle nuove generazioni».

 

Oltre la Piramide

Non ci sarà solo il rito presso la Piramide, ma anche la possibilità di visitare le camere d’arte dell’albergo-museo d’arte contemporanea Atelier sul mare, a Castel di Tusa (ME). Inoltre, nello spazio antistante l’albergo, sarà presente l’installazione Bosco incantato, con sculture di Ute Pyka e Umberto Leone. Sarà anche visibile il Cavallo eretico dell’artista messinese Antonello Bonanno Conti, realizzato in acciaio inox. Tutta la manifestazione è per il sindaco di Motta d’Affermo (ME), Sebastiano Adamo, «una grande occasione di sviluppo culturale e turistico».

La zona, inoltre, è stata di recente la location scelta per il video musicale di Klan di Mahmood. Il video comprende anche la visione di alcune delle camere d’arte dell’Atelier sul mare e della Finestra sul mare, altra opera della Fiumara d’arte.

Sul set di Klan (immagine via MessinaToday)
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NEWS | Alberto Samonà inaugura la riapertura al pubblico dell’isola di Mozia

Dopo la lunga pausa dovuta alla pandemia, l’Isola di Mozia si appresta a riaprire ai visitatori. Lo fa sapere Alberto Samonà, assessore regionale ai Beni Culturali e all’Identità Siciliana. «Oggi mi sono recato sull’isola» – dice Samonà – «per verificare l’andamento dei lavori relativi al restauro archeologico, alla riqualificazione ambientale e ai nuovi percorsi di visita, finanziati dall’Assessorato dei Beni Culturali con risorse del PO FESR 2014-2020 e avviati nel maggio dello scorso anno».

Gli interventi di restauro alla “Casa dei Mosaici”, inoltre, hanno riportato alla luce il mosaico pavimentale bicromo, realizzato con ciottoli di fiume, già scoperto da Whitaker nel 1912. I mosaici restituiscono rappresentazioni zoomorfe del mondo marino e del repertorio iconografico ellenistico.

«Una scoperta eccezionale, che rende i mosaici di Mozia ancora più suggestivi e che restituisce una ricostruzione più completa di questi splendidi manufatti», commenta ancora Samonà.

Parole d’ordine: protezione e valorizzazione

Già dai primi del ‘900, quando Joseph Whitaker iniziò le attività di ricerca e scavo, l’antica Mothia ha restituito preziose testimonianze, fondamentali per la ricostruzione della cultura fenicio-punica in Sicilia. «A distanza di un anno dalla mia prima visita da assessore» – dice Samonà – «sono venuto a verificare lo stato di avanzamento dei lavori per la protezione e valorizzare del sito. Un grande impegno economico, grazie al quale il Governo regionale ha messo in sicurezza Mozia e l’ha dotata di importanti strutture e servizi che consentono oggi di garantire maggiore sicurezza migliori condizioni di visita».

L’assessore fa sapere, inoltre, che a breve ripartiranno anche i lavori di ristrutturazione dell’imbarcadero storico, il cui recupero è stato fortemente voluto dal presidente Musumeci. Tali lavori saranno coordinati dal Genio Civile con la Soprintendenza di Trapani e prevedono la ristrutturazione di un edificio in muratura che diventerà un luogo a servizio dei turisti con locali di stazionamento, servizi igienici e spazi per il personale.

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Alberto Samonà in visita a Mozia

Ad accogliere l’assessore Samonà, sull’isola, erano presenti, tra gli altri, Maria Enza Carollo, direttrice della Fondazione Whitaker, Maria Pamela Toti, direttrice del Museo, e Lidia Tusa, componente del Consiglio di amministrazione della Fondazione. La cerimonia di riapertura ha visto anche, come partecipanti, il sindaco di Marsala Massimo Grillo e la soprintendente ai Beni Culturali e Ambientali di Trapani Mimma Fontana. Insieme a Samonà era presente anche il capo della segreteria tecnica Carmelo Bennardo, che segue la direzione tecnica dei lavori.

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NEWS | Piccoli archeologi crescono: ArcheoKids presenta il “Manuale del giovane archeologo”

AcheoKids, associazione di giovani archeologi che racconta l’archeologia ai più piccoli, presenta un manuale di scavo dedicato ai bambini! Disponibile dal 3 giugno, Scava con ArcheoKids. Manuale del giovane archeologo  si ripropone di provare a spiegare ai più piccoli cosa fa per davvero l’archeologo. Al bando, dunque, gli stereotipi cinematografici come Indiana Jones o Lara Croft! Via libera, invece, a stratigrafia, Harris e trowel!

Che cos’è l’archeologia? Come si diventa archeologi? Cosa si intende per stratigrafia? Dal lavoro sul campo all’esposizione al museo, passando per famose scoperte di siti archeologici (Pompei, Troia, Machu Picchu etc.). Scritto da cinque appassionati archeologi, il manuale racconta ai bambini, in modo leggero e lineare, una delle professioni più affascinanti di sempre.

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Scava con ArcheoKids; illustrazioni di Stefano Tognetti (immagine via ArcheoKids)

I giovani appassionati scopriranno come si scava e quali sono gli indizi per scegliere dove farlo; conosceranno la differenza tra manufatti ed ecofatti, e quella tra tracce positive e negative; impareranno a stilare una relazione di scavo e a riconoscere le impronte del passato sugli edifici. Dal lavoro sul campo all’esposizione nel museo, gli autori costruiscono un percorso ricco di attività che coinvolgono i bambini e li aiutano a fissare quanto appreso. Il tutto accompagnato dalle coloratissime illustrazioni di Stefano Tognetti.

La parte finale del volume, inoltre, prevede una serie di schede di approfondimento per conoscere alcuni dei siti/reperti archeologici più famosi: Troia, l’Esercito di terracotta, Machu Picchu, Pompei, Stele di Rosetta, Grotte di Lascaux.

Il volume, edito da Editoriale Scienza, è disponibile per l’acquisto su Amazon e su Giunti.

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NEWS | Cavillier e Magro con ArcheoMe per il progetto “Iside”: domani la conferenza

Domani ci sarà un’altra conferenza sugli Aegyptiaca, i culti egizi e il progetto Iside afferente alla Sicilia orientale, con particolare riferimento a Catania e al suo territorio. Il professor Giacomo Cavillier, direttore del Centro di Egittologia e Civiltà Copta “J. F. Champollion”, annuncia un nuovo incontro online con focus su uno degli argomenti che, negli ultimi tempi, ha attirato l’attenzione di molti studiosi: la presenza dei culti isiaci e, soprattutto, della figura di Iside in Italia meridionale.

Già da tempo è in attivo un progetto di ricerca dedicato al culto di Iside in Sicilia orientale proprio in collaborazione con l’egittologo Cavillier, tra l’altro anche docente all’Università del Cairo.

Si tratta di un’iniziativa condivisa da importanti istituzioni culturali del territorio delle province di Catania e Messina, che si propone ricostruire e valorizzare i rapporti tra la Sicilia orientale e l’Egitto faraonico. Il progetto pone l’accento sulle testimonianze dei culti, sui commerci e sulle tradizioni locali, mediante l’analisi delle antichità egizie ed egittizzanti presenti; il tutto arricchito dall’apporto dei resoconti di viaggio in Egitto e in Nubia da parte di letterati, scienziati e collezionisti siciliani nell’800 e ’900.

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Il progetto ha come scopo quello di tentare di risalire all’origine e alla permanenza dei culti egizi in Sicilia e, al contempo, l’eventuale presenza in Egitto di tradizioni e costumi siciliani.

Protagonisti dell’incontro saranno, dunque, l’egittologo Cavillier e la dott.ssa Maria Teresa Magro, funzionaria archeologa della Soprintendenza di Catania. Il dott. Francesco Tirrito, archeologo e direttore di ArcheoMe, introdurrà la conferenza. ArcheoMe ha voluto infatti intervistare il professor Cavillier e la dott.ssa Magro in merito al progetto Iside: l’incontro dell’8 giugno alle 18 sarà in diretta sulla pagina Facebook della testata

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ATTUALITÀ | Brusca “U Scannacristiani”: torna libero uno dei più spietati killer di Cosa Nostra

«Ho ucciso Giovanni Falcone. Ma non era la prima volta (ndr. che uccidevo così): avevo già adoperato l’auto bomba per uccidere il giudice Rocco Chinnici e gli uomini della sua scorta. Sono responsabile del sequestro e della morte del piccolo Giuseppe Di Matteo, che aveva tredici anni quando fu rapito e quindici quando fu ammazzato. Ho commesso e ordinato personalmente oltre centocinquanta delitti. Ancora oggi non riesco a ricordare tutti, uno per uno, i nomi di quelli che ho ucciso. Molti più di cento, di sicuro meno di duecento». Con questa dichiarazione dal libro Ho ucciso Giovanni Falcone, di Saverio Lodato, Giovanni Brusca presenta se stesso.

Giovanni Brusca
La “guerra” contro lo Stato Italiano

Capo del mandamento di San Giuseppe Jato ed esponente dei Corleonesi, Brusca è stato uno dei membri più attivi, a livello delittuoso, di Cosa Nostra. Già a 19 anni, Giovanni Brusca entrò nella cosca del padre per diventare, in breve tempo, uno dei più spietati killer al servizio di Totò Riina. Questa sua indole particolarmente feroce gli valse i soprannomi di Scannacristiani e u Verru (“il porco”); lui stesso, in una dichiarazione in relazione all’elevato numero di omicidi, si definì «un animale». Nel 1977 prese parte all’omicidio del colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo; nel 1983 si occupò di preparare l’autobomba che uccise il giudice Rocco Chinnici e nello stesso anno uccise il capitano dei carabinieri Mario d’Aleo, in un agguato in cui rimasero coinvolti anche i colleghi Giuseppe Bommarito e Pietro Morici.

Uccisione di Rocco Chinnici, 23 luglio 1983

Nonostante il soggiorno obbligato a Linosa, a seguito di mandato per associazione mafiosa dopo le dichiarazioni di Buscetta, Brusca diventò latitante e nel 1991 riprese in mano le redini della “Famiglia” di San Giuseppe Jato. Di lì a breve, nel 1992, sarebbe diventato una figura chiave nella guerra che la mafia stava facendo allo Stato. Brusca si dedicò, così, all’attentato omicida che avrebbe scosso profondamente la legalità italiana: la strage di Capaci. Infatti, fu proprio Brusca a organizzare l’attentato dinamitardo e, soprattutto, ad azionare il radiocomando responsabile dell’esplosione in cui morirono Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta. Brusca continuò, così, la strategia degli attentati dinamitardi, insieme ai boss Leoluca Bagarella, Matteo Messina Denaro e ai fratelli Filippo e Giuseppe Graviano. Nell’estate del ’93, diversi attentati colpirono alcune città italiane, tra cui Roma, Firenze e Milano, provocando una decina di morti e più di cento feriti.

Una vita di vendette e violenza

Giovanni Brusca è noto anche per aver intrapreso diverse spedizioni punitive nei confronti di coloro che, in seno a Cosa Nostra, diventavano collaboratori di giustizia o si sottraevano al volere della “Famiglia”. Fu il caso di Vincenzo Milazzo, capo della “famiglia” di Alcamo che si era opposto al volere di Riina, ucciso da Brusca per aver detto no, tra le altre cose, alla strage di Via d’Amelio. Pochi mesi dopo anche la sua compagna, Antonella Bonomo, venne barbaramente strangolata mentre era incinta di tre mesi.

Ma la spedizione punitiva più clamorosa e discussa fu, sicuramente, quella nei confronti di Santino Di Matteo, ex mafioso, pentito e collaboratore di giustizia. Il 23 novembre 1993, Giovanni Brusca ordinò il rapimento del figlio, Giuseppe di Matteo, che aveva solo 12 anni, nel tentativo di far cessare la collaborazione di Santino con la giustizia.

Il piccolo Giuseppe di Matteo

«Tappaci la bocca» aveva scritto in un biglietto recapitato alla moglie di Santino, che avrebbe denunciato la scomparsa del figlio solo a metà dicembre. Per tutto il 1994 Giuseppe venne trasferito da un posto a un altro fino a quanto, nell’estate del ’95 venne rinchiuso in un vano sotto al pavimento in un casolare-bunker nei pressi di San Giuseppe Jato. Nel frattempo, Brusca latitante era stato condannato all’ergastolo e Santino Di Matteo aveva deciso di continuare la collaborazione di giustizia. Il piccolo Giuseppe era rimasto rinchiuso per 180 giorni, fino a quando Giovanni Brusca, insieme al fratello Enzo e a Monticciolo, lo strangolarono prima di scioglierlo nell’acido. I dettagli agghiaccianti dell’uccisione sono stati resi noti dallo stesso Giovanni in occasione dell’udienza del 28 luglio 1998. «Mi dispiace», aveva detto Monticciolo al piccolo mentre lo uccideva «tuo papà ha fatto il cornuto».

L’arresto e la scarcerazione

Nel ’96, alcuni sui stretti collaboratori, tra cui Monticciolo, vennero arrestati e decisero di collaborare per l’individuazione dello stesso Brusca ancora latitante. Venne così individuato il casolare-bunker dell’uccisione del piccolo Di Matteo, in cui era presente un vero e proprio arsenale. Il 20 maggio del 1996, Giovanni Brusca venne arrestato in una frazione di Agrigento.

Arresto di Giovanni Brusca (Immagine via Palermo Today)

Già nel giugno dello stesso anno gli viene riconosciuto lo status di collaboratore di giustizia. E così, in virtù di una legge voluta, tra gli altri dallo stesso Falcone, la pena viene notevolmente ridotta. Dall’ergastolo iniziale, la sentenza prevede che Brusca debba scontare 25 anni. Così, il 31 maggio 2021 Brusca, dopo soli 25 anni in carcere, è tornato in libertà per aver scontato la sua pena. Rimarrà, adesso, sottoposto a libertà vigilata per ulteriori quattro anni, secondo quanto stabilito dalla Corte d’Appello di Milano.

L’indignazione dei parenti delle vittime

L’indignazione per la notizia della scarcerazione è stata tanta. La sorella di Falcone, Maria, ha dichiarato: «Umanamente è una notizia che mi addolora, ma questa è la legge, una legge che peraltro ha voluto mio fratello e quindi va rispettata. Mi auguro solo che magistratura e le forze dell’ordine vigilino con estrema attenzione in modo da scongiurare il pericolo che torni a delinquere, visto che stiamo parlando di un soggetto che ha avuto un percorso di collaborazione con la giustizia assai tortuoso. A restare in carcere devono essere i boss che non collaborano. Ogni altro commento mi pare del tutto inopportuno».

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Maria Falcone

Sebbene, quindi, l’iter legislativo abbia fatto il suo corso, il malcontento generale si fa sentire, in virtù anche del fatto che Brusca non si sia dimostrato sempre chiaro e diretto nelle sue collaborazioni. E rimane, innegabilmente, la rabbia per le atrocità commesse, imperdonabili.

Le parole dure della famiglia del piccolo Giuseppe di Matteo

In questi giorni, la madre di Giuseppe di Matteo ha infatti dichiarato: «Rispettiamo le leggi e le sentenze dello Stato. Ma Giovanni Brusca non potrò mai perdonarlo. Mi ha ucciso il figlio che conosceva bene e con cui ha giocato a casa. Nel mio cuore come posso perdonarlo?». Ma è il padre, Santino di Matteo, che, con tutt’altro carattere, ha apertamente minacciato Brusca: «Sciolse mio figlio nell’acido, se lo trovo per strada non so che succede. Non trovo le parole per spiegare l’amarezza, lo Stato si è fatto fregare».

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Santino Di Matteo

Santino Di Matteo continua a prendere parte a processi come collaboratore di giustizia: «Io vado per dire quello che so. Ma a che cosa serve se poi lo stesso Stato si lascia fregare da un imbroglione, da un depistatore? La legge non può essere uguale per questa gente. Brusca non merita niente. Oltre a mio figlio, ha pure ucciso una ragazza di 23 anni, incinta, Antonella Bonomo, dopo aver strangolato il fidanzato. Strangolata, senza motivo, senza che sapesse niente di affari e cosacce loro. Questa gente non fa parte dell’umanità». Si rammarica Santino per la libertà ottenuta da un uomo che, a parere di molti, non avrebbe mai dovuto lasciare il carcere.

Il deputato Francesco D’Uva, espressosi in merito alla vicenda, si augura che le cose cambino perché «La magistratura ha fatto la sua parte applicando la legge. Un conto, però, è concedere sconti di pena con chi collabora con la giustizia. Diverso è far uscire, dopo 25 anni, chi ha sciolto nell’acido un bambino e ha materialmente fatto saltare in aria un’autostrada uccidendo Falcone, la moglie Francesca e la sua scorta». D’Uva ha inoltre dichiarato: «Allo Stato tocca vigilare attentamente su chi, oggi, riacquista la libertà e valutare una riforma complessiva sull’entità delle pene e sui benefici per i reati mafiosi».

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Francesco D’Uva
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NEWS | Musei a quattro zampe, Bologna diventa pet-friendly

In tempi di pandemia è già una libertà riconquistata poter andare al museo. Se poi si può portare con sé il proprio cane, allora diventa un’esperienza davvero unica. E a permetterlo sono i Musei Civici di Bologna, divenuti ufficialmente dog friendly grazie all’accordo siglato tra Istituzione Bologna Musei e Bauadvisor, nuovo portale dedicato al mondo dei cani e dei loro proprietari.

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Cos’è il dog-sitting e come funziona

Si tratta di un’iniziativa originale e molto utile, che punta a rendere maggiormente accessibile il patrimonio museale includendo più ampie fasce di pubblico. L’iniziativa ideata da Bauadvisor Dogs & Museum, infatti, mette a disposizione un servizio di dog-sitting. I proprietari di cani, andando in museo, non saranno più obbligati a separarsi dai propri compagni a quattro zampe. Un dog sitter professionista, infatti, se ne prenderà cura – portandoli a passeggio nelle aree verdi limitrofe – per l’intera durata della visita.

Sono ben nove i musei bolognesi coinvolti nell’iniziativa: Museo Civico Archeologico, Collezioni Comunali d’Arte, Museo Civico Medievale, Museo Davia Bargellini, Museo internazionale e Biblioteca della Musica, Museo Civico del Risorgimento, Museo del Patrimonio Industriale, MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna e Museo Morandi. Il servizio è disponibile su prenotazione attraverso il portale www.bauadvisor.it e l’app Bauadvisor.

Arte a quattro zampe: gli itinerari tematici

Ma l’iniziativa non si focalizza solo sulla possibilità di avere un dog-sitter durante le visite. I visitatori potranno scegliere tra diversi itinerari tematici pensati proprio per agli appassionati degli amici a quattro zampe. Così, dall’archeologia alla pittura, passando per la scultura, si potrà scoprire il patrimonio museale seguendo la figura del cane, tra gli animali maggiormente rappresentati nella storia dell’arte. Le opere selezionate saranno facilmente riconoscibili grazie alla presenza dell’icona di un cane ideata e disegnata da Maria Elena Canè, restauratrice del Museo Civico Archeologico.

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Il logo di Bauadvisor disegnato per il Museo Civico Archeologico

Non può mancare al Museo Civico Archeologico un itinerario in 20 punti dal titolo Un’antica amicizia. Si vedrà l’importanza del cane nelle società greca, etrusca e romana, dal suo impiego come animale da caccia, alla sua identificazione come amico, fino anche al carattere mitologico che lo vede come guardiano dell’oltretomba.

Al MamBo, Museo d’arte Modera di Bologna, sarà possibile ammirare Scudo con fontana (1987/1993) di Mimmo Paladino. L’opera presenta una figura maschile che aderisce a un grande disco con una testa animale, forse un lupo o un cane, dalla cui bocca sgorga uno zampillo dell’acqua sulla quale la scultura sembra galleggiare.

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Scudo con fontana di Mimmo Paladino al MamBo

Le Collezioni Comunali d’Arte, inoltre, presentano il monumento alla memoria del cane Tago. Il marchese Tommaso de’ Buoi fece realizzare un monumento dopo la morte accidentale del proprio fedele compagno, avvenuta alla vista del padrone di ritorno da un lungo viaggio, Tago gli si lanciò incontro da una finestra del secondo piano del palazzo di residenza, rimanendone ucciso. E proprio da quel davanzale sporgeva, prima del restauro, la statua dell’amatissimo cane.

Statua del cane Tago (immagine via Guida Bologna)

Così anche gli altri musei presentano dipinti, statue, opere che ritraggono l’amico più fedele dell’uomo nel corso della storia. Un’iniziativa imperdibile per conoscere meglio i musei bolognesi e trascorrere più tempo con il proprio compagno a quattro zampe!

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NEWS | Archeologi Cafici, inizia la catalogazione dell’archivio dei baroni siciliani

Archeologi, paleontologi e malacologi, i baroni di Vizzini (CT) Corrado e Ippolito Cafici lasciarono un archivio documentale molto vasto. Nei loro carteggi, rilegati con lacci in cuoio, si può leggere delle famiglie nobili della città e, documenti ancora da catalogare, attestano i legami della famiglia Cafici e dei due fratelli con la massoneria.

Corrado e Ippolito Cafici, figli di Vincenzo Cafici, deputato parlamentare del Regno d’Italia, furono proprietari terrieri e abili amministratori. Ai due fratelli si devono numerose scoperte e relative pubblicazioni scientifiche, in lingua italiana e tedesca. Si tratta di scoperte di un certo rilievo, che hanno permesso di delineare un quadro più completo della situazione etnica e culturale della Sicilia preistorica.

L’archivio

Sono cominciati così i lavori per la rinascita dell’archivio, concretizzati nel CESCA – Centro Studi Corrado e Ippolito Cafici, che si propone di censire, catalogare e digitalizzare l’archivio. A farne parte archeologi, studiosi, professionisti ed eredi della famiglia.

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L’obiettivo è la catalogazione del materiale dell’archivio, non ancora censito, che raccoglie documenti risalenti ad un arco cronologico compreso tra il XVIII e gli inizi del XX secolo. Ma l’archivio conta anche una corrispondenza di lettere e cartoline postali di Corrado ed Ippolito Cafici con i vari enti ed Accademie sia nazionali che europee su argomenti scientifici. Inoltre, sono presenti missive firmate da Paolo Orsi, che riguardano gli scavi ed i ritrovamenti archeologici effettuati nelle proprietà Cafici. E, ancora, un taccuino di Ippolito contiene una serie di appunti e disegni di reperti archeologici, forse da lui stesso rinvenuti e un’agenda con l’elencazione di molte conchiglie con annotazioni ancora da decifrare.

Archivio

NEWS | A Fano (PU) riemergono resti del Tempio della Fortuna, ma è polemica

La Soprintendenza Archeologica Belle Arti e Paesaggio Marche ha annunciato la scoperta del Tempio della Fortuna di Fano (PU). E lo ha fatto con un post pieno di entusiasmo su Facebook.

La ditta AdArte Srl – Rimini, Italia ha condotto diversi scavi nell’area dell’ex Filanda Bosone di Fano, dove si trovano i resti del teatro romano. Qui è stata ritrovata l’ala sinistra del criptoportico del Tempio della Fortuna.

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I resti del Tempio della Fortuna a Fano (foto della Soprintendenza Archeologica Marche)

Nella foto si può vedere come alcuni dei setti radiali che compongono la struttura inizino a riemergere dal terreno. «Un importantissimo tassello della storia della città di Vitruvio sta tornando alla luce» , si legge nel post della Soprintendenza.

Cronaca di un rinvenimento annunciato

Ma Gabriele Baldelli, già archeologo della Soprintendenza marchigiana, fa sentire la propria voce forte e chiara proprio sotto lo stesso post che dà la notizia. «Non posso più stare zitto», dice. E continua: «Questi ultimi scavi non sono che la riapertura ed estensione verso via De Amicis del saggio da me aperto e diretto nel 2006. Tale saggio, richiuso nello stesso anno per ragioni di sicurezza e amministrative, fu da me illustrato agli amministratori e cittadini fanesi in visite guidate e in almeno una pubblica conferenza, tanto che Luciano De Sanctis potè riferirne sinteticamente il risultato in due suoi lavori a stampa del 2011 e 2012. Il rinvenimento del ventaglio di sette radiali e del muro con lesene del podio a cui si appoggia non rappresenta quindi, da allora, alcuna novità. Che il tempio impostato sul podio fosse quello della dea Fortuna rimane poi solo una congettura».

Una critica diretta e piena di amarezza quella che l’archeologo Baldelli rivolge all’attuale Soprintendenza marchigiana. Una situazione spiacevole, che getta ombre sull’operato della Soprintendenza e toglie merito, invece, all’operato di chi ci aveva già lavorato con passione e dedizione.

Nonostante la polemica, tuttavia, si tratta di un rinvenimento importante, che aggiunge un grandioso tassello in più alla nostra storia.

Pubblicabili da revisionare

La strage di Capaci: il sacrificio di Falcone in nome della legalità

Era un sabato quel 23 maggio del 1992 in cui Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta morirono ammazzati da Cosa Nostra. Si trattò di un attentato di stampo terroristico-mafioso, volto ad uccidere il magistrato palermitano Giovanni Falcone, da sempre in lotta contro l’illegalità e la mafia. Impegnato, negli ultimi anni della sua vita, nelle indagini di ricerca del latitante Totò Riina, Falcone aveva fatto parte di grandi operazioni antimafia, in Italia e all’estero: tra queste pizza connection, l’esperienza del pool antimafia e il maxiprocesso di Palermo.

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I magistrati e coniugi Giovanni Falcone e Francesca Morvillo (immagine via Antimafia Duemila)

La strage di Capaci

Il 23 maggio del 1992, Falcone atterrava all’aeroporto Punta Raisi di Palermo per il suo solito fine settimana in Sicilia, di ritorno da Roma. Il jet, partito da Ciampino intorno alle 16:45, atterrava dopo 53 minuti di volo. Ad attenderlo c’erano diversi agenti, tra cui la scorta, e l’autista con tre Fiat Croma blindate. Nel giro di pochissimi minuti sarebbe partito il corteo di auto: in testa la Fiat Croma marrone con gli agenti di scorta Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani; al centro la Fiat Croma bianca con Giovanni Falcone (alla guida), la moglie Francesca Morvillo (accanto al marito) e l’autista giudiziario Giuseppe Costanza (sul sedile posteriore perché, spesso, Falcone era solito guidare al ritorno da Roma); la terza auto, una Fiat Croma azzurra con gli agenti Paolo Capuzza, Gaspare Cervello e Angelo Corbo.

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Gli agenti della scorta di Falcone, sulla Fiat Croma marrone (Immagine via Antimafia Duemila)

L’esplosione

Nel frattempo, Gioacchino la Barbera, uno dei mafiosi coinvolti, fiancheggiava le auto su una strada esterna, parallela alla corsia autostradale, per avvisare Giovanni Brusca, braccio destro di Riina, coordinatore dell’operazione e addetto ad azionare il detonatore. Le auto viaggiavano da pochi minuti sulla A29 in direzione Palermo, quando, all’altezza del bivio per Capaci, Brusca azionò il detonatore provocando l’esplosione di circa 500kg di tritolo.

La Fiat Croma marrone, investita in pieno dall’esplosione, venne sbalzata in aria, finendo in un uliveto ad alcune decine di metri di distanza. I tre agenti di scorta morirono sul colpo. La Fiat Croma bianca, invece, aveva rallentato perché Falcone era impegnato in una conversazione con Costanza. Non fu, quindi, investita in pieno dall’esplosione, ma andò a schiantarsi contro il muro di cemento e detriti appena creato. Giovanni e Francesca, senza cinture di sicurezza, furono scaraventati contro il parabrezza. Gli agenti sulla Fiat Croma azzurra, invece, riportarono ferite non mortali.

La morte della legalità

Erano le 17:57:48 del 23 maggio 1992. Giovanni Falcone sarebbe morto alle 19:05, in ospedale, tra le braccia di Paolo Borsellino. Alle 22, in sala operatoria, moriva anche Francesca Morvillo.

«Chi tace e chi piega la testa muore ogni volta che lo fa, chi parla e cammina a testa alta muore una volta sola» – Giovanni Falcone

L’Istituto Nazionale di Geofisica comunicava che si poteva stabilire il momento esatto dell’avvenuta esplosione poiché l’Osservatorio geofisico del monte Cammarata (AG) aveva registrato l’esplosione dai sismografi, a ben 106 chilometri di distanza da Capaci.

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

Un duro colpo alla legalità e alla giustizia italiana, che da lì a qualche mese avrebbero perso anche Paolo Borsellino negli attentati di Via d’Amelio.

Ma l’uccisione di Giovanni Falcone aveva invece scatenato un fenomeno mediatico volto a risvegliare le coscienze a lungo sopite degli italiani, un risveglio rafforzato dalla rabbia nei confronti della mafia assassina (anche di Borsellino). E, sebbene si sia ancora, purtroppo,  ben distanti dall’estirpare definitivamente il cancro che sgretola la nostra terra, un moto di ribellione sempre più forte ha portato, negli anni, a innumerevoli arresti e condanne. Tra questi anche quelli di Salvatore Riina, nel 1997, condannato all’ergastolo e morto nel novembre del 2017 nel reparto detenuti dell’Ospedale Maggiore di Parma.

La vita della legalità

Proprio il 23 Maggio, in ricordo di Giovanni Falcone e di Francesca Morvillo, ricorre la Giornata della Legalità, nel nome della quale hanno dedicato e sacrificato le proprie vite. Molte le iniziative previste per onorarne la memoria (insieme anche a quella degli agenti di scorta). A Palermo si svolgono diverse manifestazioni che vedono anche il coinvolgimento del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. La cerimonia istituzionale solenne si tiene, come ogni anno, nel carcere dell’Ucciardone, nell’aula bunker protagonista del maxiprocesso. Altre iniziative in tutta la Sicilia e nel resto del Paese.

Così come in occasione del ricordo di Peppino Impastato ai tempi del Covid, molte sono anche le iniziative online, tra cui quella promossa da Wikimafia che consiste nella raccolta di foto e video dei partecipanti contenenti frasi del magistrato. L’amministrazione di Monreale, alle porte di Palermo, ha invitato, inoltre, i cittadini a compiere un gesto simbolico: spegnere le luci delle proprie abitazioni alle 21 del 23 maggio, affacciandosi alle finestre e ai balconi con una candela, per ricordare il sacrificio di tutte le vittime di mafia. L’iniziativa partirà dallo stesso Palazzo di Città.

«La mafia non è affatto invincibile. È un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio, e avrà anche una fine» – Giovanni Falcone

Il murales di Falcone e Borsellino in Piazza Bologna a Roma – foto: Omniroma