Un incontro online dal tema molto affascinante è in programma il 24 maggio 2021 alle ore 18 sulla pagina Facebook Storie Parallele. Per la rubrica “Aperitivo con l’Egittologo“, il prof. Giacomo Cavillier parlerà infatti di aldilà e immortalità nell’Egitto faraonico.
La civiltà egizia è fra le prime ad aver elaborato e ritualizzato il concetto di morte e di magica resurrezione all’interno di un complesso sistema simbolico in cui l’aldilà ne costituisce l’elemento più rilevante. La vita degli antichi egizi era profondamente scandita dal costante pensiero della morte e dell’aldilà. Tutto ciò che facevano in vita era teso a garantire una vita oltre la vita.
La pesatura del cuore dal Libro dei Morti di Ani
Il percorso dell’anima del defunto nell’aldilà (Duat) è infatti meta essenziale per la sua immortalità così come il corredo funerario, necessario per il regolare svolgimento della vita dopo la morte, e la tomba ne rappresentano gli ideali strumenti di protezione e di conservazione perpetua del corpo. In questo mondo altro, Osiride è il dominus e giudice, mentre la dea Maat (verità e giustizia) decreta con la pesatura del cuore (psicostasia) i destinati alla resurrezione. Tutti aspetti e peculiarità su cui l’egittologo Cavillier si soffermerà durante la diretta.
In occasione di tre mostre europee dedicate allo scultore rinascimentale, Prato presterà alcune opere di Donatello che staranno lontano dal Museo dell’Opera del Duomo per oltre un anno.
Capitello bronzeo del pulpito del Duomo di Prato, Donatello
Verso la valorizzazione del periodo pratese di Donatello
Claudio Cerretelli, direttore dei Musei Diocesani di Prato, prevede di organizzare degli eventi specifici dedicati proprio alla sala del pulpito, così da «permettere alla cittadinanza di poterli nuovamente apprezzare. È stata una decisione complessa da prendere», prosegue Cerretelli. «Ma è pure un’operazione che porta queste opere in spazi prestigiosi, con una visibilità internazionale, all’interno di sale dove ci saranno luoghi dedicati al periodo pratese di Donatello».
L’originale del capitello di bronzo di Donatello e Michelozzo, fuso dallo stesso Michelozzo e da Maso di Bartolomeo, è infatti conservato proprio al Museo dell’Opera del Duomo. All’esterno, invece, ce n’è una copia.
Pulpito di Donatello e Michelozzo, copia all’esterno del Duomo di Prato
Formelle del pulpito di Donatello e Michelozzo, conservato al Museo dell’Opera del Duomo
Le formelle del pulpito scelte per il prestito sono invece le due centrali, ricollegate a due disegni del Pisanello. «Anche durante il periodo del prestito comunque i pezzi saranno visibili ai visitatori», prosegue Cerretelli. «In collaborazione con l’Università di Firenze stiamo realizzando delle riproduzioni in 3D che consentiranno di orientarci verso una fruizione anche interattiva delle sale».
Insieme alle formelle e al capitello del pulpito, le mostre ospiteranno anche la Capsella di Maso di Bartolomeo, scrigno rinascimentale che accoglieva, dal 1446 al 1633, la Cintola della Madonna.
Capsella della Sacra Cintola, Maso di Bartolomeo (1446-1447)
Il prestito delle tre opere consentirà il restauro del chiostro romanico della cattedrale in tutta sicurezza, oltre ad arricchire delle mostre già molto corpose. «Un intervento che volevamo fare da tempo» – conclude Cerretelli – «e che potrà essere concretizzato grazie ai fondi provenienti dai prestiti».
In copertina: Capitello bronzeo del pulpito del Duomo di Prato, Donatello (immagine via Opificio delle Pietre Dure di Firenze, che ha curato il restauro).
Quante volte, soprattutto negli ultimi anni, si è sentito parlare di teorie complottistiche in ambito storico e archeologico? Quante volte ci si ritrova a leggere commenti imbarazzanti lasciati dai vari fenomeni di turno (come i «da piccolo volevo fare l’archeologo e quindi so di cosa parlo»)?
In quella che è diventata una vera a propria giungla social, un posto speciale spetta alla popolazione degli Shardana. Si legge e si sente ogni teoria (im)possibile su questa antica civiltà. Ed è proprio su questo argomento che, in un incontro online, tenteranno di fare chiarezza il prof. Giacomo Cavillier, egittologo, nonché membro del Comitato scientifico della nostra redazione, e il prof. Alfonso Stiglitz, archeologo.
«Probabilmente dopo questa serata si alzeranno diverse polemiche da parte di appassionati e alcuni studiosi», ci dice Gian Mario Frau, curatore dell’evento e responsabile di Sardegna Turistica. «Ma», continua, «entrambi sono sicuramente tra i maggiori studiosi di questo argomento e il loro apporto sarà molto importante».
L’incontro online, previsto il 12 maggio 2021 alle ore 21.00, sarà trasmesso in diretta Facebook sulla pagina Sardegna Turistica.
Le fonti scritte
Non si conosce la pronuncia esatta del termine con cui gli egiziani si riferivano a questa popolazione. Ma nelle fonti egizie si ritrova la più antica menzione di un popolo chiamato Šrdn/Srdn-w, Sherden o Sereden-u. Si trova nelle lettere di Amarna, scambiate tra il sovrano Akhenaton e Rib-Hadda di Biblo, databili al 1350 a.C. circa. Ci si riferisce ad essi come pirati e mercenari, pronti ad offrire i loro servizi ai signori locali.
Guardie Shardana di Ramesse II nel tempio di Abu Simbel. Disegno di Ippolito Rosellini
Durante il regno di Ramesse II, invece, vengono citati tra i “popoli del Mare” di cui l’Egitto deve respingere le incursioni. Agli inizi del XIII sec. a.C., Ramses II sconfigge gli Sherden che avevano tentato di saccheggiare le coste egiziane assieme ai Lukka (L’kkw, forse identificabili in seguito con i Lici) e i Shekelesh (Šqrsšw), in una battaglia navale nei pressi del Delta Egiziano. Sembra che il faraone, successivamente, li renda parte della sua guardia personale. L’iscrizione della battaglia di Qadesh, tra Egiziani e Ittiti, ricorda infatti come 520 Sherden facessero parte della guardia personale del faraone durante la battaglia.
I guerrieri Shardana di Ramesse II nel tempio solare ad Abu Simbel
Contro i “popoli del Mare”, compresi gli Shardana, faranno i conti anche Merenptah, figlio di Ramesse II, e Ramesse III. Quest’ultimo, dopo una grande battaglia resocontata nel tempio di Medinet Habu, cattura gli Shardana sconfitti e li arruola nell’esercito personale. In Papiro “Harris”, a questo riguardo, ricorda: «Gli Sherdana e i Wešeš del mare fu come se non esistessero, catturati tutti insieme e condotti prigionieri in Egitto, come la sabbia della spiaggia. Io li ho insediati in fortezze, legati al mio nome. Le loro classi militari erano numerose come centinaia di migliaia. Io ho assegnato a tutti loro razioni con vestiario e provvigioni dai magazzini e dai granai per ogni anno».
Inoltre, si attesta la presenza di Shardana in Egitto sia al regno di Ramesse V, sia al regno di Ramesse XI. È probabile che, verso la fine dell’età ramesside, gli Sherdana si siano via via amalgamati alla popolazione autoctona, con conseguente perdita del loro status di mercenari alla fine dell’età libica.
Ma chi erano gli Shardana e da dove venivano? E perché si parla di un legame con la Sardegna? Potremo scoprirlo sintonizzandoci sull’incontro online di mercoledì 12, ore 21, a questo link!
Negli occhi si leggeva la voglia di cambiare La voglia di Giustizia che lo portò a lottare […] Era la notte buia dello Stato Italiano Quella del nove maggio settantotto La notte di via Caetani, del corpo di Aldo Moro, l’alba dei funerali di uno stato…
Cantavano così, nel 2004, i Modena City Ramblers con la canzone I cento passi che, insieme all’omonimo film di Giordana, celebra la vita e denuncia la morte di Giuseppe «Peppino» Impastato. Versi importanti che si soffermano non solo su Impastato, ma anche sull’uccisione di Moro, avvenuta nella stessa notte. «L’alba dei funerali di uno stato», dicono. Perché così è stato. La mattina del 9 maggio 1978 l’Italia si sveglia sotto una cattiva bandiera, quella dell’illegalità e della soppressione di figure coraggiosamente “scomode”: l’onorevole Aldo Moro, ucciso dalle Brigate Rosse, e Giuseppe Impastato, ucciso a soli 30 anni dai suoi vicini di casa, boss di «Cosa Nostra».
Peppino Impastato (immagine da: La voce di New York)
Ma chi era Giuseppe Impastato e perché la mafia l’ha ucciso?
Il coraggio di ribellarsi
Peppino con il padre Luigi negli anni ’50
Giuseppe Impastato nasce a Cinisi (PA) il 5 gennaio del 1948 da Felicia Bartolotta e Luigi Impastato. Una famiglia ben inserita nella realtà locale, quella mafiosa. Il padre era stato mandato al confino di polizia durante il periodo fascista. Una zia di Giuseppe, sorella di Luigi, aveva sposato Cesare Manzella, boss mafioso che aveva visto nel traffico di droga la nuova strada per accumulare denaro. Manzella, infatti, morirà nella sua Alfa Romeo Giulietta imbottita di tritolo, in un agguato mafioso nel 1963.
Giuseppe si ritrova a crescere, dunque, in un ambiente che non fa sconti a nessuno, uno di quei posti dove si ha già il destino segnato. Perché se nasci in una famiglia mafiosa sai già cosa farai “da grande”. Ma Giuseppe non si arrende a questo “destino”. No, “Peppino” lo capisce subito che qualcosa non va, che non è quello il modo di farsi strada nella vita. E proprio l’uccisione di Manzella scuote fortemente la coscienza “antimafiosa” di Giuseppe. A soli quindici anni termina i rapporti con il padre, che lo caccerà di casa giurando «E questa è la mafia? Se questa è la mafia allora io la combatterò per il resto della mia vita».
Peppino Impastato (foto via Left)
Quando, nel ’77, il padre morirà in un incidente stradale sospetto, al funerale, Giuseppe rifiuterà di stringere la mano dei boss locali.
L’impegno politico
Un numero de L’idea socialista del 1965 (foto da: Gruppo Laico di Ricerca)
Terminati gli studi al Liceo Classico di Partinico (PA), Peppino si avvicina alla politica. Nel 1965 fonda il giornalino L’idea socialista, aderendo al PSIUP, Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria. Un impegno politico che va oltre la lotta alla mafia. Dal 1968 in poi partecipa in qualità di dirigente alle attività dei gruppi comunisti. Fa proprie le lotte dei contadini espropriati per la costruzione della terza pista dell’aeroporto di Palermo in territorio di Cinisi, degli edili e dei disoccupati.
«Arrivai alla politica nel lontano novembre del ’65, su basi puramente emozionali: a partire cioè da una mia esigenza di reagire ad una condizione familiare ormai divenuta insostenibile». Con queste parole Giuseppe racconta, in una sua autobiografia abbozzata, di come sia arrivato a intraprendere un cammino coraggioso e rischioso. «Mio padre», continua, «capo del piccolo clan e membro di un clan più vasto, con connotati ideologici tipici di una civiltà tardo-contadina e preindustriale, aveva concentrato tutti i suoi sforzi, sin dalla mia nascita, nel tentativo di impormi le sue scelte e il suo codice comportamentale. È riuscito soltanto a tagliarmi ogni canale di comunicazione affettiva e compromettere definitivamente ogni possibilità di espansione lineare della mia soggettività. Approdai al PSIUP con la rabbia e la disperazione di chi, al tempo stesso, vuole rompere tutto e cerca protezione… Erano i tempi della rivoluzione culturale e del “Che”. Il ’68 mi prese quasi alla sprovvista. Partecipai disordinatamente alle lotte studentesche e alle prime occupazioni. Poi l’adesione, ancora una volta su un piano più emozionale che politico, alle tesi di uno dei tanti gruppi marxisti-leninisti, la Lega… Passavo, con continuità ininterrotta, da fasi di cupa disperazione a momenti di autentica esaltazione e capacità creativa: la costruzione di un vastissimo movimento d’opinione a livello giovanile, il proliferare delle sedi di partito nella zona, le prime esperienze di lotta di quartiere, stavano lì a dimostrarlo».
Radio Aut
Il suo impegno sul territorio non riguarda, però, solo l’aspetto politico. Nel ’75 istituisce il Circolo Musica e cultura, promotore di una serie di attività culturali come cineforum, musica dal vivo, teatro e dibattiti. Del circolo facevano parte anche il Collettivo Femminista e il Collettivo Antinucleare.
Locandina del primo concerto al Circolo Musica e cultura. Ancora oggi appesa nella stanza di Peppino visitabile a Casa Memoria di Cinisi (foto via Rete 100 passi)
Ma la sua lotta agli interessi mafiosi di Cinisi (PA) si fa concreta quando, nel 1977, fonda Radio Aut– giornale di controinformazione radiodiffuso, emittente autofinanziata con sede a Terrasini (PA). Lo scopo era quello di fare controinformazione e, soprattutto, di fare satira nei confronti della mafia e degli esponenti della politica locale, denunciando i crimini e gli affari dei mafiosi di Cinisi e Terrasini. Ridicolizzando così la mafia, andrà a colpire proprio i pilastri dell’organizzazione: l’onore e il rispetto. Principale bersaglio degli attacchi radiofonici era il capomafia Gaetano Badalamenti («Tano Seduto», come lo chiamava Peppino), che aveva un ruolo di primo piano nei traffici internazionali di droga attraverso il controllo dell’aeroporto di Punta Raisi (PA).
Radio Aut, la sede a Terrasini (foto via Nando dalla Chiesa)
L’omicidio ha un nome chiaro: MAFIA
Nel 1978, invece, Peppino si candida alle elezioni comunali di Cinisi (PA) nelle liste della Democrazia Proletaria. Le elezioni si sarebbero tenute il 14 maggio 1978, ma Giuseppe non fa in tempo a vederne i risultati. Nonostante gli avvertimenti ricevuti durante una campagna elettorale incentrata sui continui attacchi ai Badalamenti, qualche giorno prima delle elezioni era avvenuta l’esposizione di una documentata mostra fotografica sulla devastazione del territorio ad opera di speculatori e gruppi mafiosi. La notte tra 8 e 9 maggio, Peppino Impastato viene rapito e assassinato, a 30 anni, dalla mafia locale, dai Badalamenti, suoi vicini di casa che abitavano a 100 passi di distanza.
Il corpo di Impastato viene fatto saltare in aria con una carica di tritolo sui binari della ferrovia di Cinisi, sulla tratta Palermo-Trapani. Il corpo, sì. Perché Peppino Impastato era già stato ucciso, in un casolare in una stradina nei pressi dell’aeroporto, prima di essere adagiato sui binari della vicina ferrovia per simulare un’esplosione accidentale nel corso di un fallito attentato.
Un omicidio che, da subito, si era tentato di far passare come un attentato terroristico, nel quale Giuseppe sarebbe rimasto vittima del suo stesso tentativo di sabotare la ferrovia. In un fonogramma del 9 maggio, infatti, il procuratore Gaetano Martorana scriveva:
«Attentato alla sicurezza dei trasporti mediante esplosione dinamitarda. Verso le ore 00.30-1 del 9.05.1978 persona allo stato ignota, ma presumibilmente identificata in tale Impastato Giuseppe si recava a bordo della propria autovettura all’altezza del km. 30+180 della strada ferrata Trapani-Palermo per ivi collocare un ordigno dinamitardo che, esplodendo, dilaniava lo stesso attentatore».
Una spiegazione che non ha mai convinto. Sui muri di Cinisi (PA) appare da subito un manifesto di Democrazia Proletaria che dichiara la matrice mafiosa. A Palermo un altro manifesto recitava: «Peppino Impastato è stato assassinato dalla mafia».
Manifesto che rende note le vere cause della morte di Peppino. Democrazia Proletaria, 9 maggio ’78 (foto via Il Compagno)
La vicenda giudiziaria
Gaetano Badalamenti
Il processo per l’individuazione dei responsabili non è stato né semplice né immediato. Nel maggio del 1984 l’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, sulla base delle indicazioni del giudice Consigliere istruttore Rocco Chinnici (avviatore del primo pool antimafia, assassinato nel luglio 1983), emette una sentenza, firmata dal consigliere istruttore Antonino Caponnetto, sostituto di Chinnici, in cui si riconosce la matrice mafiosa del delitto, attribuito però ad ignoti.
Nel 1986ilCentro Impastatopubblica la biografia della madre di Peppino, nel volume La mafia in casa mia, indicando come mandante del delitto il
boss Gaetano Badalamenti, condannato intanto a 45 anni di reclusione per traffico di droga dalla Corte di New York, nel processo alla Pizza connection. Il caso viene però archiviato nel maggio del 1992 ribadendo la matrice mafiosa, ma escludendo la possibilità di individuare i responsabili.
Soltanto nel giugno del 1996, in seguito alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Salvatore Palazzolo, che aveva indicato Gaetano Badalamenti come mandante dell’omicidio, l’inchiesta viene riaperta. Nel novembre del 1997 viene emesso un ordine di cattura per Gaetano Badalamenti, incriminato come mandante del delitto. L’11 aprile 2002 Gaetano Badalamenti è riconosciuto colpevole e condannato all’ergastolo.
La memoria di Peppino, “amico siciliano”
La rabbia per la perdita e l’ingiustizia hanno però contribuito a mantenere viva sin da subito la memoria di un giovane coraggioso. Alle elezioni comunali di Cinisi (PA) del 14 maggio 1978, infatti, Giuseppe Impastato era stato simbolicamente eletto al Consiglio comunale, nonostante fosse morto 5 giorni prima. Al funerale di Peppino Impastato parteciparono più di mille persone, provenienti da Palermo e dai comuni vicini.
I funerali di Peppino Impastato (via Globalist)
Peppino Impastato è stato uno dei primi a ribellarsi e a denunciare l’operato della mafia. E l’ha fatto, sin da ragazzino, nel modo più brutale possibile, distruggendo uno dei vincoli più importanti dell’organizzazione mafiosa: la “famiglia”. Oramai simbolo di lotta, coraggio e giustizia, Peppino è il destinatario di numerose commemorazioni e iniziative.
Dal cinema, con uno straordinario Luigi Lo Cascio agli esordi ne I cento passi di Marco Tullio Giordana, alla musica, con l’oramai celebre I cento passi dei Modena City Ramblers.
Luigi Lo Cascio sul set de I cento passi (foto via La Repubblica)
Ma oltre al cinema e alla musica, molte sono le iniziative volte a onorare la sua memoria e il suo operato. Tra le tante si ricordano:
l’8 maggio 1998, l’Università degli Studi di Palermo gli conferisce la laurea honoris causa in Filosofia alla memoria;
dal maggio 2002 si svolge a Cinisi il Forum Sociale Antimafia«Felicia e Peppino Impastato»;
Acireale, Taranto, Torino, Velletri e Quartu Sant’Elena (CA) gli hanno dedicato vie, piazze, giardini e laghetti;
il 10 marzo 2010, il Partito della Rifondazione Comunista di Taranto inaugura un circolo intitolato in suo nome, alla presenza del fratello;
il 20 aprile 2010 a Perugia, in occasione del Festival Internazionale del Giornalismo, presso i giardini del Pincetto, è stato piantato un ulivo e posta una targa in memoria di Peppino Impastato e dei giornalisti uccisi per mano della mafia;
il 15 maggio 2010 la chiave della casa di Gaetano Badalamenti, sita in corso Umberto, è stata consegnata al sindaco di Cinisi; successivamente, l’immobile è stato consegnato ufficialmente all’Associazione Culturale Peppino Impastato di Cinisi (PA);
nel 2012 la casa di Peppino Impastato diventa bene culturale come “testimonianza della storia collettiva e per la sua valenza simbolica di esempio di civiltà e di lotta alla mafia”.
Inoltre, ogni anno, a Cinisi (PA), in occasione dell’anniversario della morte, si organizza un corteo cui prendono parte sindaci da tutta Italia insieme a migliaia di giovani. Non si tratta di un corte fine solo al ricordo di Peppino Impastato, ma anche di una forte presa di posizione contro la mafia per portare avanti le idee e l’impegno di un giovane eroe. Quest’anno, a causa dell’attuale situazione pandemica, il corteo si è svolto in maniera anomala: un corteo virtuale. Perché la pandemia può anche “costringere” a casa, ma la lotta alla mafia e all’illegalità, unite al ricordo di Peppino Impastato, non si ferma.
Il corteo in ricordo di Peppino Impastato a Cinisi (PA) – foto: Giornale di Sicilia
«La mafia è una montagna di merda!».
- Peppino Impastato, 1948-1978
«Ovunque si sente parlare di Banksy. Ma cosa sapete di lui se non che è famoso e che la sua identità è ignota? Abbiamo documentato la sua carriera dall’inizio degli anni Duemila, tra la strada e le mostre e ora apriamo il nostro archivio». Con queste parole, i curatori Butterfly & David Chaumet – Butterfly Art Newsintroducono una mostra unica nel suo genere.
250 opereper presentare l’arte di Bansky, artista di strada contemporaneo circondato da quell’aura di mistero che contribuisce a dar fama alle sue opere. Da Bristol a Londra, a New York, a Gerusalemme fino a Venezia con graffiti e varie performance e incursioni, Banksy è uno degli artisti contemporanei di maggior successo. Ad omaggiarlo una mostra al Chiostro del Bramante, nel centro di Roma, in programma dal 5 maggio 2021 al 9 gennaio 2022.
Si tratta quasi di un vero e proprio un approfondimento enciclopedico del suo lavoro. Le opere saranno presentate grazie a un’importante sezione documentaria composta da fotografie, reportage e video.
Sarà possibile, anzi, fortemente consigliato, acquistare i biglietti online su questo sito. In ogni caso, l’acquisto online è obbligatorio per i giorni di sabato e domenica. Durante la settimana, invece, sarà possibile acquistarli presso la biglietteria fisica (orario 10.00 – 20.00). Per ulteriori informazioni (costi, orari, biglietti omaggio e modalità di fruizione in sicurezza) è possibile visitare il sito del Chiostro del Bramante.
Street art e critica sociale
“ALL ABOUT BANKSY” si configura come un «catalogo ragionato da visitare». Il percorso presenta opere realizzate dal 1999 fino al 2020, con sezioni tematiche sui lavori oramai iconici e sui temi fondamentali dell’artista. Tra questi ritroviamo i primi Black Books, i tanti rats (topi) e poi la politica, la religione, il potere, la guerra, i diritti dell’infanzia, i fenomeni migratori, i rifugiati, la società della sorveglianza, l’ambiente, l’ecologia, il mercato dell’arte.
Tutte opere realizzate con tecniche e supporti differenti e, soprattutto, in differenti contesti per accentuare il carattere di critica sociale che l’opera stessa assume. Il percorso espositivo termina con tre video per rivivere i momenti più significativi del percorso di Banksy, tra cui un documentario esclusivo e inedito che racconta vent’anni di carriera dell’artista.
«“The Phair”– un neologismo che è un manifesto, sintesi di Photography e Fair– è un appuntamento annuale dedicato alla fotografia, all’immagine come evento concettuale prima che tecnico e descrittivo del reale». Così l’organizzazione presenta un appuntamento imperdibile per tutti gli appassionati d’arte contemporanea e fotografia.
Inizialmente in programma per la fine di maggio, sembra, invece, che la fiera si terrà dal 18 al 20 giugno 2021. Un rinvio che prevede la fruizione di un evento per come è sempre stato, in presenza. «È un segnale importante per l’Italia, un punto di ripartenza per un settore che ha molto sofferto», commenta Roberto Casiraghi, ideatore della fiera insieme a Paola Rampini.
Una delle edizioni passate della fiera espositiva (credits: Clelia Cadamuro)
Stand “Montrasio Arte”, in un’edizione passata della fiera (fonte: “The Phair”)
Stand “Paola Sosio”, in un’edizione passata della fiera (fonte: “The Phair”)
Una delle edizioni passate della fiera espositiva (credits: Anita Cariolaro)
Un’italianità che incontra il mondo
La manifestazione avrà luogo all’interno del Padiglione 3 di Pier Luigi Nervi, a Torino Esposizioni, nel Parco del Valentino. Uno spazio di quattromila metri ospiterà, così, 50 importanti gallerie d’arte contemporanea italiane che lavorano in Italia o all’estero. Sarà, dunque, un inno all’italianità che incontra il mondo. Si tratta di un evento dedicato non solo ai fotografi in senso stretto, ma soprattutto agli artisti che usano la fotografia per esprimere la propria arte. Infatti, The Phair si rivolge ad alcune gallerie d’arte contemporanea che presentano dei progetti artistici legati al tema dell’immagine e opere create con materiale fotografico o video. Ci sarà la partecipazione anche di molti collezionisti piemontesi. Con il programma Collector on air, si racconteranno in brevi interviste, aneddoti e curiosità.
The Phair, inoltre, ha una sezione fotografica visitabile online, Torino Photo Tales, una raccolta virtuale di immagini presentate dalle gallerie che partecipano a questo progetto. Si tratta di una raccolta collettiva di immagini, un’inedita finestra sul panorama artistico nazionale e internazionale della fotografia. Su questa scia, in occasione della fiera è prevista una settimana dedicata alla fotografia, Torino PhTo Days.
Alcune immagini della raccolta Torino Photo Tales (fonte: The Phair, Torino Photo Tales)
L’Istituto Italiano dei Castelli– Sezione Basilicata presenta il I ciclo di incontri sull’architettura fortificata. Dalla difesa militare alle dimore feudali. Conoscere, restaurare e valorizzare le architetture fortificate, questo il titolo della serie di cinque incontri previsti dall’8 maggio al 5 giugno 2021. Il ciclo di incontri è organizzato dall’Istituto Italiano dei Castelli in collaborazione con l’Università degli Studi della Basilicata e il CNR-ISPC. Il tutto è reso possibile grazie al patrocinio degli Ordini degli Architetti P.P.C. delle province di Matera e Potenza e della SAMI – Società degli Archeologi Medievisti Italiani. Tra i promotori dell’evento anche la Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici di Matera (SSBA).
Il programma
Si tratta, dunque, di un evento di alto profilo per l’approfondimento del tema dell’architettura dei castelli sul suolo italiano, con particolare attenzione al contesto lucano. Cinque incontri su Google Meet della durata prevista di circa 2 ore, che ospiteranno docenti ed esperti del settore provenienti da diversi atenei e istituti culturali italiani. Alla fine di ogni incontro, inoltre, ci sarà uno spazio per il dibattito con domande e risposte.
– 8 maggio 2021, ore 10-12.30 Castelli e siti fortificati quali poli di organizzazione territoriale e del paesaggio.
– 15 maggio 2021, ore 10-12 Il processo conoscitivo dell’architettura fortificata: dal rilievo alla diagnostica.
– 22 maggio, ore 10-12 Dall’analisi del rischio all’intervento di restauro.
– 29 maggio 2021, ore 10-12 Riuso e Valorizzazione.
– 5 giugno 2021, ore 10-12.30 Approcci multidisciplinari per la conoscenza e la valorizzazione dell’architettura fortificata.
L’evento è aperto ai soci, agli studenti e agli esterni, previa prenotazione e compilazione del modulo di iscrizione. Il modulo compilato dovrà essere inoltrato all’indirizzo iic.basilicata@gmail.com. È previsto, inoltre, il rilascio di 11 CFP agli architetti regolarmente iscritti ai rispettivi Ordini professionali di Potenza e Matera.
Di seguito il programma completo e il modulo di iscrizione scaricabili in pdf.
Il dottor Sayed Al-Talhawi, direttore dello scavo nell’area archeologica di Dakahlia, governatorato a nord-est del Cairo, annuncia la scoperta di 110 sepolture. L’importanza della scoperta, avvenuta nel sito di Kom al-Khaljan, nel Delta del Nilo, risiede nell’epoca delle sepolture. Sembra siano databili a tre diversi periodi, che scandiscono, di fatto, tre diverse fasi della civiltà egizia, dalla preistoria al Secondo Periodo Intermedio.
Le sepolture di Kom al-Khaljan (foto: Ministry of Tourism and Antiquities)
Le più antiche, 68 sepolture, risalgono infatti a più di 5000 anni fa, alla Civiltà del Basso Egitto, conosciuta come Bhutto/Buto 1 (3900-3700 a.C.) e Bhutto/Buto 2 (3700-3350 a.C.). Cinque sepolture, invece, risalgono alla civiltà Naqada III (3500-3150 a.C.) e 37 all’epoca Hyksos (1720-1530 a.C.) durante il Secondo Periodo Intermedio. 73 sepolture, dunque, sono state realizzate prima delle piramidi, prima dei faraoni.
Le tombe più antiche
Il dottor Ayman Ashmawy, capo del settore delle antichità egizie presso il Consiglio Supremo delle Antichità, dichiara che le 68 sepolture sono fosse di forma ovale scavate nello strato sabbioso dell’isola del Delta. Al loro interno, i defunti sono stati collocati in posizione rannicchiata. La maggior parte giaceva sul lato sinistro e con la testa rivolta a ovest. All’interno di un grande vaso di argilla, inoltre, sono stati scoperti i resti di un bambino, databili al periodo Bhutto/Buto 2, sepolto insieme a un piccolo vaso di argilla sferico.
Sepoltura a fossa ovale con resti antropici in posizione accovacciata. Dal sito di Kom al-Khalian nel Delta, risalente alla civiltà di Buto (foto: Ministry of Tourism and Antiquities)
Le sepolture con corredo di Naqada III
Anche le cinque tombe risalenti al periodo Naqada III sono fosse di forma ovale ricavate nello strato sabbioso. Tra queste, due sepolture presentano il fondo e la parte superiore ricoperti da uno strato di argilla. «All’interno delle fosse, spiega Ayman Ashmawi, la missione ha trovato un gruppo di arredi funerari caratteristici di questo periodo, come vasi cilindrici e triangolari, oltre alla ciotola del kohl, la cui superficie era decorata con disegni e forme geometriche».
Tomba a fossa ovale risalente alla civiltà di Naqada III (foto: Ministry of Tourism and Antiquities)
Tavolozza litica per il khol (foto: Ministry of Tourism and Antiquities)
Le sepolture del periodo Hyksos
Nadia Khader, capo del Dipartimento centrale del Basso Egitto presso il Consiglio Supremo delle Antichità, afferma che le tombe del Secondo Periodo Intermedio sono 37; 31 di queste sono fosse semi-rettangolari, con profondità tra i 20 cm e gli 85 cm. Presentano tutte sepolture in posizione distesa e supina con la testa verso occidente. Alcune sepolture presentano una struttura rettangolare in mattoni di argilla, a forma di edifici. Anche in questo gruppo, inoltre, è presente l’inumazione di un bambino all’interno di un grande vaso: si tratta di una tipologia di sepoltura diffusa in Oriente.
Le tombe presentano un corredo funerario di piccoli, ma significativi oggetti: vasi di argilla nera, amuleti (in particolare scarabei) in pietre semipreziose e gioielli, come anelli e orecchini in argento.
Con la riapertura in zona gialla ritornano le iniziative artistiche e culturali della Campania. A Napoli, infatti, sono in programma due mostre d’arte di alto livello: Klimt e Frida Kahlo sotto i riflettori!
Un tuffo nell’oro di Klimt
Oggi, 3 maggio 2021, presso la Casina Pompeiana della Villa Comunale, riparte la mostra Gustav Klimt, arte visuale e immagini. Si tratta di un’esperienza virtuale, un nuovo modo di fruire l’arte che ha sempre più riscontri positivi da parte del pubblico. Non è una mostra con dipinti dal vivo, ma un’esperienza immersiva ad altissima definizione tra gli ori più famosi della storia dell’arte. Il bacio, Giuditta I, Adele Bloch-Bauer, L’Albero della Vita, Danae, Le Tre Età della Donna sono solo alcuni dei titoli in cui il visitatore può immergersi per godere appieno della luminosità e della sensualità delle opere dell’artista austriaco.
Danae di Gustav Klimt (1907-8)
Una delle caratteristiche principali della mostra virtuale è l’impiego di uno strumento di ultima generazione: l’Oculus Quest, un visore VR. Il dispositivo permette di utilizzare le mani per dare comandi e garantisce, dunque, una full-immersion nella realtà virtuale dell’artista.
È possibile prenotare la visita a questo numero. Per l’acquisto dei biglietti invece si può procedere tramite questoo questo link.
Un’inedita Frida Kahlo
Sempre quest’oggi, 3 maggio 2021, oltre alla mostra di Klimt, viene inaugurata, sempre a Napoli, una mostra dedicata alla pittrice messicana. In programma fino al 29 agosto 2021, Ojos que no ven, corazón que no siente («occhio non vede, cuore non duole») è una mostra prodotta da Next Exhibition e curata da Alejandra Lopez. Si tratta di un’esposizione in parte inedita al Palazzo delle Arti di Napoli (PAN) di una selezione di fotografie e lettere che rimandano a momenti, noti e inediti, della vita di Frida Kahlo. La mostra ha lo scopo di raccontare della forza e della capacità di reagire agli eventi negativi che Frida ha mostrato di fronte alla sofferenza fisica.
Il visitatore può addentrarsi nel mondo dell’artista attraverso lettere, fotografie e ricostruzioni degli ambienti domestici in cui ha vissuto. A completare l’esposizione c’è una sala immersiva multimediale, realizzata con il sistema Remix 4.0. brevettato da E-Zone per un viaggio emozionale nel mondo di un’artista che ha lasciato il segno, dipingendo «l’espressione onesta» di sé stessa.
Frida all’età di 4 anni, 1911 – Museo Casa Estudio «Diego Rivera y Frida Kahlo» (Messico)
Vi siete mai chiesti quale sia stato il primo “sciopero” della storia?Anche i lavoratori dell’antichità protestavano per i propri diritti? Sembra proprio di sì! Siamo nell’anno 29 del regno di Ramesse III, nell’Egitto del Nuovo Regno, quando gli operai di Deir el-Medina decidono che è il momento di interrompere il loro lavoro per reclamare i propri diritti. È, ad oggi, la più antica testimonianza di “sciopero” giunta fino a noi. Ma cosa stava succedendo e perché gli operai di Deir el-Medina ne hanno avuto necessità?
Crisi politica ed economica nell’Egitto di Ramesse III
Dopo un periodo particolarmente prospero per l’Egitto, culminante con i regni di Sethi I, Ramesse II e Merenptah, il potere centrale subisce una perdita di potenza. Diminuisce la stretta sulle regioni del Vicino Oriente (utili per il reperimento di molte risorse) e si dà spazio a nuove invasioni esterne. Infatti, Ramesse III, secondo sovrano della XX dinastia, deve fare i conti con diverse invasioni esterne, prima dai Libici e poi dai Popoli del Mare nell’anno 8 di regno.
Mura del tempio di Medinet Habu. Ramesse III contro i Popoli del Mare (foto: Mediterraneaonline)
Ramesse III si ritrovò, dunque, a sostenere ingenti spese militari e l’impiego di una sostanziosa forza lavoro per la realizzazione del suo tempio funerario a Medinet Habu. Sulle mura esterne del Tempio, infatti, venivano rappresentate le molte battaglie (e vittorie) del sovrano con la funzione di propaganda reale. Nel contempo, egli doveva assicurarsi che i templi ricevessero le razioni di cui necessitavano, sottolineando un indebolimento dello stato di fronte al clero e alle proprietà templari.
Proprio l’irregolarità nel pagamento delle razioni giornaliere, il salario operaio, scatena il malcontento degli operai di Deir el-Medina negli anni finali del regno.
Il “Papiro dello sciopero”
Un incredibile documento storico, il “Papiro dello sciopero” è oggi parte della collezione papirologica del Museo Egizio di Torino, resa disponibile online sul sito del museo. Si tratta di una testimonianza documentale unica, la più antica giunta a noi. Il cosiddetto “Papiro dello sciopero” è un documento amministrativo scritto in ieratico (grafia corsiva dell’egiziano antico) che riporta la notizia di uno “sciopero” durante l’anno 29 del regno di Ramesse III. Autore del papiro è lo scriba Amunnakht, a cui si devono anche il “Papiro delle miniere” e il “Progetto della tomba di Ramesse IV”, conservati al Museo.
Il “Papiro dello sciopero”, Museo Egizio di Torino (foto: Artsupp)
Secondo il testo, gli operai del villaggio di Deir el-Medina, preposti al lavoro delle sepolture reali nella Valle dei Re, un giorno di novembre smettono di lavorare. Vanno a sedersi fuori dai templi funerari di Tutmosi III e Ramesse II e dicono che non torneranno al lavoro. Dopo un pagamento in grano da parte delle autorità e un momentaneo rientro a lavoro, gli operai occupano il tempio di Sethi I. Il loro obiettivo è quello di parlare delle proprie condizioni di lavoro direttamente con il loro “signore perfetto”, il faraone stesso, perché da due mesi non ricevono il salario, consistente in razioni giornaliere di viveri. Mancano loro unguenti, panni e soprattutto cibo. E, secondo il testo, finché non verranno pagati non proseguiranno con le loro attività. Una presa di posizione, in nome dei diritti dei lavoratori, antica di più di 3000 anni.
La storia che cambia
In un incontro con Archeologia voci dal passato, Christian Greco, direttore del Museo Egizio, dice che «anche se il testo non lo riporta, gli operai torneranno poi a lavorare. La situazione si risolverà, ma capiamo anche in quale crisi economica profonda l’Egitto stia entrando. Di lì a poco, nell’età di Ramses XI, sarebbe finito il Nuovo Regno, e il Paese sarebbe entrato nel Terzo Periodo Intermedio. Un momento in cui il centro di potere non sarà più unico: il potere politico sarà diviso all’interno dell’Egitto e il Paese conoscerà anche un momento di compressione economica. Non saranno più in grado – ad esempio – di andare in Libano per reperire il legno di cui avevano bisogno per costruire sarcofagi. Ecco quindi che questo è un documento storico importantissimo perché ci fa capire anche le trasformazioni che l’Egitto sta subendo».
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