Autore: Redazione ArcheoMe

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Repost | Il Sacrario di Cristo Re, antico simbolo della città

La rubrica #Repost è gestita in collaborazione con gli utenti Instagram e Facebook che utilizzano l’hashtag #ArcheoMe o il tag diretto delle nostre pagine social. Durante la settimana verranno selezionati, secondo i nostri criteri, gli scatti più belli, che saranno affiancati da una breve descrizione da noi realizzata. 

 

Da qualsiasi punto ci si trovi nella città di Messina o meglio ancora, attraversando lo Stretto, osservando con lo sguardo rivolto verso l’alto, non si può fare a meno di notare la grande cupola che si erge dal centro della città in maniera maestosa e potente.

Stiamo parlando del Sacrario di Cristo Re, dominatore assoluto della città peloritana, grazie appunto alla particolare posizione geografica nella quale è collocato. Sorge sul viale Principe Umberto, meta turistica importante, la cui storia però è poco conosciuta. I messinesi stessi disconoscono quale sia stata la sua funzione negli anni e il ruolo che il famoso Sacrario ha avuto per la città.

Immagine di @bonzil86


Le origini, infatti, risalgono, secondo le fonti più antiche, ai primi secoli dopo Cristo. Ma soltanto nel XII secolo il Castello assume connotati più definiti: con il nome di Rocca Guelfonia (Matagriffone per gli spagnoli) nel 1191 ospitò Riccardo Cuor di Leone con i suoi uomini diretti in Terrasanta durante la III Crociata. Lo stesso Re Riccardo ordinò la costruzione della Torre Ottogonale che si conserva tutt’oggi. Il tempio moderno sorge proprio sul luogo in cui si trovava  il castello ed è stato realizzato nel 1937, a seguito del terremoto che distrusse la città e la fortezza, dall’Ingegnere Francesco Barbaro come sepolcro monumentale dei Caduti.

Il Sacrario, a pianta centrica, è costituito da una cupola segnata da 8 costoloni alla base dei quali, sulla cornice, sono collocate delle statue bronzee modellate dallo scultore romano Teofilo Raggio e fuse dalla Fonderia Artistica fiorentina, raffiguranti le virtù cardinali e teologali. La Statua di Cristo Re, sulla scalinata d’ingresso, è stata realizzata dallo scultore Tore Edmondo Calabrò (colui che realizzò la madonnina posta sulla punta della falce che protegge e domina la città).

Immagine aerea di @catenaemariadaidone

All’interno il Tempio si divide in Chiesa Inferiore e Superiore. Nella prima  sono custoditi i resti di 110 caduti della prima guerra mondiale e di 1.288 caduti della seconda guerra mondiale, di cui 161 rimasti ignoti. In una lapide, inoltre, sono ricordati i 21 marinai caduti nella battaglia navale di Punta Stilo il 9 luglio 1940.

Con il terremoto del 1908, come già detto, della fortezza rimarranno soltanto la Torre, restaurata dopo il disastro, e resti imponenti delle mura, insieme all’ingresso cinquecentesco della fortezza, ad oggi situato nella cosiddetta Via delle Carceri. 
Nel 1935, sulla Torre fu collocata una campana di 130 quintali, fusa con il bronzo dei cannoni sottratti ai nemici durante la I Guerra Mondiale. Questa campana è, ancora oggi, seconda per grandezza soltanto alla campana del Duomo di Milano.

Il Sacrario di Cristo Re è rimasto negli anni un luogo particolarmente denso di emozione e grande significato, conservando in esso la storia di una città, passata attraverso periodi storici importanti ma anche bui dai quali si è sempre risollevata, tornando a dominare sullo Stretto esattamente come il Sacrario. 

 

Immagine di @bonzil86

Profilo @bonzil86

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Repost | L’abbazia dimenticata di Santa Maria di Mili

La chiesa normanna Santa Maria di Mili è una tra le più antiche testimonianze di architettura religiosa normanna della Sicilia e della città di Messina. La chiesa, con l’annesso ex monastero, sorge sulla riva sinistra del torrente Mili nei pressi dell’abitato di Mili San Pietro, nel comune di Messina. Fondata secondo alcuni documenti ritrovati dal Gran Conte Ruggero intorno al 1091, fu donata all’abate Michele, primo frate del monastero.

Struttura imponente, presenta ancora, seppur avvolta nella natura, in pieno abbandono, la struttura tipica dell’abbazia, con le mura principali esterne relative al complesso monasteriale che circondano e proteggono l’interno, rappresentato da una sorta di città in miniatura, dove si erge la splendida chiesa, con numerose altri ambienti relativi alle attività che i commercianti e gli abitanti del luogo svolgevano nel monastero.

Di importante rilevanza il cenobio, di origini verosimilmente bizantine, probabilmente abbandonato dai monaci Basiliani durante l’invasione araba. Infatti, secondo altre fonti, il monastero fino agli inizi del medioevo fu abitato da monaci cattolici di rito greco, comunemente denominati Basiliani. Il tutto viene attestato da alcuni ritrovamenti, come l’arco presente all’ingresso del muro di cinta dell’abbazia che reca lo stemma dell’Ordine basiliano, con al centro una colonna infuocata, che si rifà al sogno di S. Basilio.

Numerose le ristrutturazioni e ampliamenti che il complesso monastico subì nel corso dei secoli, come il prolungamento della navata subito dalla chiesa nel 1511, riportato in una delle travi in legno del soffitto spartano che ricopre la chiesa (viene riportata la data a numeri romani MCCCCCXI). Anche le fortificazioni hanno subito restauri, vista l’importanza strategica della chiesa Mili che, come tutti gli avamposti Basiliani, è posta su di un crinale che permetteva il controllo della via, attraversato dal torrente di Mili, con fortificazioni che ne proteggevano l’ingresso.

 

 

Il Repost di oggi, immagine di Rino Calabrò
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I Viaggiatori | La Messina egregia e prospera di Idrisi

La città di Messina viene descritta ed elogiata dal geografo arabo Idrisi. Questi, vissuto tra il 1099 ed il 1164, viaggiò per tutto il Mediterraneo, fino a quando giunse in Sicilia e si stabilì presso la corte normanna di Ruggero II, di cui descrive il regno. Su commissione del Re normanno l’autore magrebino compose nel 1154 un compendio di indicazioni geografiche, noto generalmente come Libro di re Ruggero.
L’opera è una descrizione scritta, in gran parte autoptica, di Europa, Asia (anche se non nella sua totalità) e Nord Africa, a cui era allegata una rappresentazione grafica conosciuta come Tabula Rogeriana. Il testo, suddiviso secondo il sistema tolemaico in sette zone climatiche a loro interno ripartite in altre dieci sezioni, descrive il quadro geo-fisico ed il contesto politico, coevo all’autore, di ciascuna regione. La raffigurazione grafica, pervenutaci solo tramite copia su pergamena del 1315, rappresenta i territori europei, nord-africani ed asiatici. La carta geografica, orientata con il Sud in alto ed il Nord in Basso, risulta essere un’illustrazione particolarmente precisa per il contesto di elaborazione ed infatti è rimasta un punto di riferimento per circa tre secoli.
 
La Sicilia nella Tabula Rogeriana con il nord in basso
 
Idrisi nel Quarto Clima, secondo compartimento, della sua Geografia, così descrive la Città dello Stretto: raggiungibile da Milazzo in “una giornata leggiera”  (cioè circa mezza giornata di cammino) è “posta sopra uno degli angoli dell’isola [quello cioè che s’avanza] verso levante” e cinta da montagne. Il geografo ricorda l’incantevole spiaggia ed il “ferace” territorio, dove si stendevano terreni coltivati e le “grosse fiumare con molti molini”. Idrisi si sofferma proprio sulla fertilità del suolo messinese sottolineando la presenza di “giardini ed ortaggi che producono frutti abbondanti”.
Lo studioso arabo inoltre definisce Messina “tra i più egregi paesi e più prosperi [anche per la gran gente] che va e viene”. Ne esalta l’arsenale dove avviene “[un continuo] ancorare, scaricare e salpare di legni”, ovvero imbarcazioni “sia delle terre do’ Rum sia de’ Musulmani”, intendendosi, rispettivamente, navi bizantine ed arabe.
 
Ma la ricchezza della città era soprattutto dettata “dai splendidi mercati” dove la vendita era agevolata da una grande vivacità di genti e di merci. Idrisi ricorda inoltre che i monti di Messina racchiudono miniere di ferro, che si esporta ne’ paesi vicini.
Il geografo infine elogia e descrive il porto e lo stretto. L’approdo della Città, definito una gran maraviglia, era giustamente famoso poiché non avvi nave smisurata che sia, la quale non possa ancorare sì accosto alla spiaggia da scaricare le merci passandole di mano a mano. Era ben nota, già ai suoi tempi, anche la pericolosità dello specchio d’acqua compreso tra le coste siciliane e calabresi. Si sottolinea infatti che la navigazione è difficile, massime quando il vento spira contro la [corrente dell’] acqua. Le insidie per i naviganti si manifestano con le forti correnti, nel momento in cui “le acque escano [dallo stretto] e nella stess’ora che altre acque [vi] entrano. Lo scontro delle correnti viene definito terribile e per chi trovasi avviluppato tra quelle due [correnti] non si salva, se non per grazia del sommo Iddio.  
 
Una copia tardo-medievale della Tabula Rogeriana con il nord in basso
 
 
 
 
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI 
 
Amari M., Biblioteca arabo-sicula, 2 voll., Torino 1880, Roma 1881.
Amari M. – Schiapparelli C., L’Italia descritta nel “Libro del re Ruggero” comp. da Edrisi, 1881-1886.
Amari m., Storia dei musulmani in Sicilia, 3 voll., Catania, 1933.  
Rizzitano U., Il Libro di Re Ruggero, Palermo, 1966.
Tabula Rogeriana (ed. 1929 trad. dall’arabo Konrad Miller), Biblioteca Nazionale di Francia (MS Arabe 2221)
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I Viaggiatori | Ibn al-Athir e l’importanza strategica di Messina

Lo storico arabo Ibn al-Athir, vissuto tra il 1160 ed il 1233, fu uno studioso dai vasti interessi ed autore di una importante storia del mondo, chiamata al-Kāmil l-ta’rīkh, La perfezione nella storia o La storia completa, una sorta di Storia universale scritta con una prospettiva musulmana. Nel testo si ritrovano le più disparate notizie, da quelle riguardanti i Rus (Russi) a quelle concernenti la storia della Sicilia; si sofferma, in particolare, sulle crociate.

Ibn al-Athir mostra con grande evidenza l’importanza strategica di Messina quale base logistica d’eccellenza e piattaforma operativa per intraprendere spedizioni sia verso le aree interne dell’isola che verso la penisola.

Veduta prospettica di una fantasiosa
Messina medievale, Anonimo

L’autore arabo infatti fornisce in particolare interessanti elementi riguardanti la Città dello Stretto perché, nell’analizzare le vicende della conquista musulmana della Sicilia, narra le operazioni militari svoltesi a Messina e menziona alcune fasi di assedio con riferimento alle fortificazioni.

Fondamentale risulta la testimonianza di Athir per quegli episodi di cui lui stesso fu testimone oculare; militò infatti come soldato, all’età di 28 anni, nell’esercito di Saladino; altrettanto utili i dati offertici sulla scorta delle indicazioni provenienti da fonti importanti quali Ibn al Qalansi ed Imad al-Din.

Le prime notizie su Messina riguardano l’anno 842, in occasione dell’attacco del condottiero ‘Al Fadl, il quale sbarcò con un’armata nel porto di Messina. Interessanti le precisazioni tattiche sull’assedio arabo: combattè fieramente la città di Messina, senza poterla espugnare. Quindi un corpo dell’esercito, facendo un giro dietro il monte che sovrasta alla città, salivvi sopra, e di lì scese in Messina, mentre i cittadini erano tutti intenti a combattere.

Proseguendo racconta che nel 901 una potente armata fu allestita da un altro condottiero, ‘Abu ‘al ‘Abbas e fu condotta da Messina a Reggio, venendo quest’ultima depredata. ‘Abu ‘al ‘Abbas fatto ritorno a Messina abbattè le mura della città; nel cui porto avendo trovate delle navi che venivano da Costantinopoli, ne prese ben trenta e fece ritorno alla capitale.

Da queste brevi indicazioni si può evincere come l’importanza fondamentale di Messina derivava dalla sua posizione di porta della Sicilia e “ponte” verso la penisola. Messina infatti era una base logistica d’eccellenza ed un’importantissima piattaforma operativa per intraprendere spedizioni sia verso la penisola sia verso le aree più interne dell’isola.

 

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

Le cronache di Ibn al-Athir, D.S. Richards

 

Amari M., Biblioteca arabo-sicula, 2 voll., Torino 1880, Roma 1881.

Amari M. – Schiapparelli C., L’Italia descritta nel “Libro del re Ruggero” comp. da Edrisi, 1881-1886.

Amari m., Storia dei musulmani in Sicilia, 3 voll., Catania, 1933.  

Rizzitano U., Il Libro di Re Ruggero, Palermo, 1966.

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I Viaggiatori | Ibn Gubayr e gli adoratori delle croci di Messina

Le annotazioni sulla particolare ricchezza del territorio messinese che, nel corso dei secoli, aveva attirato le mire di molti popoli, sono confermate anche da altri storici storici arabi, come Ibn Gubayr/Jubair. Noto anche come Abū l-Husayn Muhammad ibn Ahmadal-Kinānī, nacque a Valencia nel 1145 e morì ad Alessandria d’Egitto nel 1217. Poeta, erudito e studioso di letteratura e scienze religiose, Gubayr fu un funzionario alla corte di Granada.

Questi, nella sua opera storica, descrive la Sicilia (dove soggiornò due volte, nel 1183 e dal 1184 al 1185) sotto il dominio normanno di Guglielmo II il Buono e narra le vicende della conquista musulmana dell’isola. Nel suo testo l’autore arabo fornisce interessanti elementi riguardanti le operazioni militari svoltesi a Messina e menziona alcuna fasi di assedio con riferimento alle fortificazioni ed al territorio.

Testimone diretto di molti dei fatti che narra, Ibn Jubair sottolinea come Messina: S’appoggia a’ monti le cui falde corron di pari coi fossi della città: ha di faccia il mare dal lato di mezzogiorno. In particolare, l’attenzione si incentra sul porto, di cui viene elogiata la rilevanza economica e strategica; esso era la meta dei legni che solcano il mare venendo da tutte le regioni: comodissimo [soggiorno] pel buon mercato [delle cose]; ed ancora: mirabilissimo poi il suo tra tutti i porti di mare; poiché non è sì grosso legno che non possa avvicinare da toccar quasi la terra: e vi si passa mettendo soltanto un’asse, su la quale salgono i facchini co’ pesi in spalla.

Non viene taciuta poi l’ immensa profondità dello Stretto e la pericolosità del suo attraversamento, ben nota a tutti i naviganti. ‘Ibn Gubayr, come il geografo arabo Idrisi, si sofferma inoltre sulla fertilità del suolo messinese: i monti di Messina paion tanti giardini, abbondanti di mele, castagne, nocciole, susine e altre frutte.

Di particolare interesse è la notizia secondo la quale negli anni 1183-1184 lo stesso Guglielmo II si trovava a Messina ed aveva a disposizione degli alloggi degni della sua importanza: In Messina egli ha un palagio bianco come una colomba, il quale domina la spiaggia. Ibn Jubair inoltre sottolinea la presenza di un arsenale militare, saldo e ben strutturato, capace di accogliere gli eserciti e di ospitare una numerosissima flotta.

 

Descrizione della città di Messina nell’isola di Sicilia, che Iddio la renda [ai Musulmani].

Questa città è l’emporio dei mercanti infedeli; la meta de’ legni che solcano il mare venendo da tutte le regioni: comodissimo [soggiorno] pel buon mercato [delle cose], ma aduggiato dalle tenebre della empietà. Nessun musulmano ha ferma stanza in Messina: zeppa ella è di adoratori delle croci, sì che vi s’affoga; né la città può abbracciare tutta la sua popolazione. Piena di sudiciume e di fetore; schiva e inospitale: pure ha mercati ricchi e frequentati; ha copia di quanto mai si possa desiderare per gli agi della vita. Vi starai sicuro la notte e il dì, quand’anco il tuo viso, la borsa e la lingua ti [svelassero] straniero.

S’appoggia Messina a’ monti le cui falde corron di pari coi fossi della città: ha di faccia il mare dal lato di mezzogiorno. Mirabilissimo poi il suo tra tutti i porti di mare; poiché non è sì grosso legno che non possa avvicinare da toccar quasi la terra: e vi si passa mettendo soltanto un’ asse, su la quale salgono i facchini co’ pesi in spalla. Né s’adoprano barche per caricare e scaricare le navi, se non quando sorgano all’ancora a poca distanza. Così vedresti le navi attelate lungo la riva, come i destrieri legati a’ pali o in spalla: e ciò per la immensa profondità del mare in questo Stretto che parte da Messina dalla Terraferma [d’Italia] e ch’è largo tre miglia. A rimpetto giace una terra che s’addimanda Reggio ed ha [sotto di sé] una vasta provincia.

Messina sta su la punta [orientale] della Sicilia: isola di grande rinomanza; frequente di città, villaggi e masserie; lunga sette e larga cinque giornate [di cammino]. Quivi il monte del vulcano, da noi già ricordato; il quale, per la sua altezza sterminata, porta, inverno e state, un mantello di nubi e un turbante di neve perenne.

Supera qualsivoglia descrizione la fertilità di quest’isola: basti sapere che la [si può dir] figliuola della Spagna, per estensione del terreno coltivato, per feracità e per abbondanza. Copiosa è la Sicilia d’ogni produzione del suolo; molto feconda di frutte di varie specie e qualità: e pur vi stanziano gli adoratori delle croci; passeggiano su i monti e se la godono nelle pianure, accanto a’ Musulmani, i quali rimangono in possesso di loro beni stabili e di lor masserie. I cristiani con bel modo li hanno adoperati nel maneggio delle faccende e nelle industrie; hanno posta sovr’ essi una prestazione che si paga due volte all’anno: in tal guisa han tolto a Musulmani di vivere agiatamente nella terra ch’essi han trovata [bella e colta]. Possa Iddio, ch’egli si esaltato e magnificato, far prosperar cotesti [Musulmani] e conceder loro un esito felice, con la benignità sua!

I monti di Messina paion tanti giardini, abbondanti di mele, castagne, nocciole, susine e altri frutte. I Musulmani di Messina non son che un pugno di gente di servigio: quindi avvien che il viaggiatore musulmano rimanga qui [tutto solo come] una bestia selvaggia.

 

 

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

 

Amari M., Biblioteca arabo-sicula, 2 voll., Torino 1880, Roma 1881.

Amari M. – Schiapparelli C., L’Italia descritta nel “Libro del re Ruggero” comp. da Edrisi, 1881-1886.

Amari M., Storia dei musulmani in Sicilia, 3 voll., Catania, 1933.  

Rizzitano U., Il Libro di Re Ruggero, Palermo, 1966.

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I Viaggiatori | Introduzione alla nuova rubrica

La rubrica intitolata Viaggiatori, a cura del Dott. Stefano Padernisi prefigge come scopo il tracciare un ritratto della città attraverso la lettura delle annotazioni presenti nei testi antichi (greci e latini) e nelle opere d’età medievale e modernaMessina infatti è stata spesso oggetto di descrizioni, più o meno accurate, di storici, viaggiatori ed  eruditi (locali e stranieri).

La Città dello Stretto ha sempre destato grande interesse in chiunque vi soggiornasse grazie alla sua strategica collocazione al centro del Mediterraneo, alla fertilità del suo territorio ed alla bellezza dei suoi monumenti. Messina, infatti, ha sempre svolto un ruolo centrale nelle dinamiche militari, politiche, sociali ed economiche del Mare Nostrum, è stata il luogo di varie sperimentazioni artistiche e possiede un territorio ricco e fertile.

Non sarà sempre possibile seguire un filo diacronico nel percorso di questa rubrica in quanto la presenza di una messe documentaria copiosa, non sempre di facile interpretazione, rappresenta uno degli ostacoli maggiori ed impone necessariamente una selezione.

La rubrica avrà cadenza settimanale e sarà online ogni venerdì! 

Buona lettura.

 

 

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Repost | Montalbano, il maniero che domina i Nebrodi

Il castello di Montalbano Elicona ( Mons Albus ovvero monti innevati, mentre Elicona deriva probabilmente dal greco Helicon, lo stesso monte delle muse presente in Grecia) nasce come presidio difensivo su un preesistente fortilizio arabo-bizantino, in un territorio attraversato da antiche vie militari e commerciali. Il primo incastellamento con torre di guardia e breve cinta protettiva a dominio dell’abitato, viene attestato dal geografo arabo Idrisi nel “libro di Ruggero” (1154). In epoca sveva il fortilizio sarà potenziato con la costruzione di una torre pentagonale rivolta a nord e un recinto quadrangolare dai lati perfettamente ortogonali a base della rocca. Questa muraglia, che con gli aragonesi diventerà muro di facciata del castello-palazzo,  doveva assicurare la massima protezione con una serrata sequenza di 46 feritorie o saittiere. Sempre sul muro-facciata si apre una serie di grandi finestroni che i più attribuiscono alla fase trecentesca.

Particolare è la cisterna della corte grande sul cui rivestimento idraulico è incisa la data 1270 d.C. Si ritiene che questa sia stata costruita nel periodo angioino, nonostante alcuni documenti diplomatici assegnino la Contea di Montalbano a Bonifacio Anglona (zio materno del Re Manfredi) fino al 1271. Nello stesso anno (1270 d.C.)  furono compiuti i lavori del grande serbatoio, per assicurare all’edificio basso una scorta d’acqua aggiuntiva di  200 metri cubi.  Sempre in età sveva si può pensare a un fabbricato dalle strutture molto semplici, che si sviluppa con l’utilizzo del muro esterno e la costruzione di una nuova cinta interna alla distanza di 6 metri. Su questa si aprono piccole finestre, tutte uguali e indispensabili per l’illuminazione. Poche le suddivisioni degli spazi.

Gli ambienti grandi e spartani sono simili a camerate. Il tutto appare coperto da un tetto a falde e inclinato sulla corte per rifornire d’acqua la cisterna. Con gli Aragonesi il castello diviene un vero e proprio palazzo reale, Federico III infatti ne trasforma la pianta, facendo perdere al fabbricato la sua conformazione difensiva. A ridosso delle mura esterne viene realizzato un vero e proprio palazzo, dotato di un gran numero di accessi alla corte, con una distribuzione organizzata e calcolata al millimetro. L’intervento più importante viene però riservato per ciò che concerne la ricostruzione della Cappella della SS Trinità. In essa si ripete la combinazione costante che distingue i portali trecenteschi, ossia un profilo ogivale verso l’esterno e un arco ribassato verso l’interno. La chiesa ospita al suo interno un sarcofago monolitico, ove secondo alcune indicazioni di fatte da alcuni studiosi, riposano le spoglie del medico catalano Arnaldo da Villanova.

Dopo la morte di Federico III D’Aragona terra e castello di Montalbano Elicona sono oggetto di contese, che si risolvono alla fine del XIV secolo, con l’assegnazione in baronia attraverso un decreto del Re Martino. Montalbano viene cosí assegnato prima ai Cruillas, poi ai Romano e ai Bonnanno fino al 1700. La casa di Federico diventa dunque sede di un immenso feudo e il centro dei servizi di una grande azienda agricola. I cambiamenti strutturali e architettonici del palazzo sono particolarmente evidenti. Nel XVII secolo ad esempio il duca Giacomo Bonanno  mette in comunicazione la cappella reale con la sala delle udienze (ora salone delle armi) e apre un portale a sud-est dell’edificio. Verso la fine del 1700 alla cappella è addossato un corpo rettangolare, crollato e quasi interamente distrutto durante il restauro degli anni ottanta. Nel 1805 quando l’ultimo erede di casa Bonanno cede Montalbano ai Gesuiti, il castello è già in rovina. La perizia redatta nel 1802 dall’Ingegnere camerale Luigi Speranza in aggiunta alla cessione del feudo all’azienda Gesuitica, denuncia il crollo della Torre quadrata e la compromissione di varie parti della struttura, torre pentagonale compresa. Al contempo i Gesuiti adattano il maniero alle esigenze dell’ordine, destinando la parte dei granai all’alloggio dei confratelli con nicchie scavate nella cortina muraria. Dopo essere diventato sede della Guardia Nazionale, dalla seconda metà del ‘900 fino agli anni ’80 il castello di Montalbano Elicona continuerà a subire un lento deterioramento.

Oggi il maniero dichiarato monumento nazionale ha subito ben tre restauri uno negli anni ’80 uno negli anni 2000, con cui sono stati resi funzionali tutti gli ambienti del palatium, delle corti e della cappella reale. Mentre nel luglio 2017 sono iniziati i lavori di ripristino e messa in sicurezza di torri e fortilizio, che con un ottimo lavoro di restauro e ricostruzione vera e propria hanno recentemente restituito alla comunità un fantastico maniero, che torna con il suo antico splendore a dominare i Nebrodi.

 

Foto dell’utente boamundi

Post originale Igers Messina

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Ferdinando II di Borbone, un Re passato alla storia come cattivo

Una  statua eretta e collocata nel 1973 alla Passeggiata a mare di  Messina, raffigurante Ferdinando II di Borbone, ricorda al popolo messinese quel controverso periodo nel quale la città e non solo, fu in mano alla dinastia borbonica. Questo monumento scolpito nel 1839 da Pietro Tenerani, progettato in marmo ma poi realizzato in bronzo a Monaco di Baviera e collocato in origine a piazza Duomo il 30 maggio 1845, celebra una delle figure più importanti della storia messinese e siciliana, un re accolto favorevolmente dalla popolazione che nutriva grandi speranze sul suo operato.

Una figura questa sulla quale si  continua a dibattere fra gli studiosi, della quale probabilmente non tutto si sa, molto forse è ancora da scoprire. Le fonti certe ed incontestabili, ci dicono che Ferdinando Carlo Maria di Borbone, nacque a Palermo il 12 gennaio 1810, figlio di Francesco I e Maria Isabella di Spagna, nel 1827 divenne capitano generale dell’esercito e l’8 novembre 1830 salì al trono (a soli 20 anni), divenendo re del Regno delle Due Sicilie e restandovi sino al 22 maggio 1859. Sotto il suo dominio, questo Regno conobbe una serie di riforme burocratiche e innovazioni in campo tecnologico, fu un re abile e un onesto amministratore, gelosissimo dell’indipendenza del regno.  Inaugurò la ferrovia Napoli-Portici (la prima ferrovia costruita in Italia, 1839), dette grande incremento alla marina mercantile, concluse trattati di commercio con varie potenze (1841-45), promosse l’eversione della feudalità in Sicilia (1841), reprimendo duramente ogni tentativo liberale. 

Il suo innovativo progetto  vacillò pesantemente con i moti rivoluzionari di Palermo del 1848, che segnarono la sua figura e inevitabilmente il suo operato, passato da un breve esperimento costituzionale ad una progressiva stretta assolutista, che lo costrinse prima a concedere la costituzione, ma il 15 maggio successivo, dopo un sanguinoso urto fra liberali e truppe regie, a riprendere il potere assoluto, domando poi alcuni mesi dopo (maggio 1849) l’intera Sicilia.

Di questo periodo controverso, altamente dibattuti da alcuni storici e faziosi, sono gli episodi, che portano forse in maniera troppo semplicistica ad annoverare questo sovrano fra i cattivi della storia, rendendo però altrettanto difficile, celebrarne positivamente la figura. In particolar modo il bombardamento di Messina (nel settembre 1848), che gli varrà l’appellativo di “Re Bomba“, uno degli episodi più cruenti e significativi  di questa rivolta, domata semplicemente da monarca, in maniera ne più ne meno differente da altri monarchi nella storia. Le fasi successive del suo regno contribuiranno e rendere sempre più negativa, forse eccessivamente, la sua figura di questo Re nel firmamento della storia di questa nostra affascinante Nazione.

Il periodo che poi ne seguì infatti, lo portò ad accentrare su di sé il peso dello Stato e ad attuare una politica economica parsimoniosa e paternalista che lasciò il reame, negli ultimi anni, in una fase statica. Alla sua morte, avvenuta a Caserta il 22 maggio del 1859, il Regno delle Due Sicilie passò al figlio Francesco II, che lo perse di li a poco, in seguito alla Spedizione dei Mille e all’intervento piemontese.

Il governo di Ferdinando II di Borbone si può dunque riassumere come una parabola discendente: quando sale al trono, gode di rispetto e ammirazione per le doti di intelligenza e di acume politico e, in quanto sovrano del Regno più potente d’Italia, viene visto come il possibile futuro re della nazione; poi, con il passare del tempo, la sua condotta assolutista e repressiva ne causeranno un calo di rispetto e ammirazione.

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Repost | Borgo Musolino, dall’abbandono a Eco-Park

Oggi vi facciamo scoprire un’antica dimora siciliana, in stile liberty, situata nel cuore dei Peloritani, le cui origini risalgono alla metà del 500, quando fu edificata dalla baronia Musolino che ne fece la propria dimora e roccaforte strategica.
Nei secoli varie modifiche furono apportate. In seguito al terremoto del 1908 infatti la casa padronale subí gravi danni e venne abbandonata dalla famiglia, che intorno al 1913 vendette la proprietà all’Ing. Carmelo Salvato.


Nei due anni successivi viene realizzato l’edificio così come appare oggi, dotato dei migliori standard tecnologici dell’epoca. Successivamente, nel 1962 viene venduta alla famiglia Rodriquez che in breve la trasforma in un’azienda agricola dedicata alla produzione di camelie. Oggi, a seguito di un’imponente ristrutturazione, Borgo Musolino risorge divenendo un Country Resort ed Eco-Park unico nel suo genere.

 

Foto utente @nino_teramo.

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Repost | Nettuno, il Dio del mare

Una delle opere principali del Montorsoli datata 1557, allievo di Michelangelo, fatta a Messina oltre alla Fontana D’Orione (voluta dal senato messinese in onore di Carlo V), rappresenta un’opera del tutto originale, dove la parte statutaria di dimensioni colossali supera l’architettura della fontana. Importante infatti è notare la maestosità delle dimensioni delle statue (Nettuno e Scilla), con le forme che danno quell’effetto di potenza tipico nelle figure rappresentate nella Cappella Sistina da Michelangelo. L’opera rappresenta la protezione del dio Nettuno dai mostri Scilla e Cariddi, evidente allusione alla protezione accordata alla città sotto il dominio asburgico. Inizialmente posta nel punto centrale del porto, davanti alla Real Palazzata, venne spostata nel 1934 in Piazza dell’Unitá d’Italia, venendo ruotata di 180 gradi. Le statue dell’opera originale sono attualmente conservate al Mume di Messina (danneggiate probabilmente dai bombardamenti borbonici), mentre quelle presenti nella fontana sono le copie, che differiscono per dimensioni, risultanti più piccole rispetto alla struttura originale delle vasche della fontana.

 

Rubrica in collaborazione con la pagina social IgersMessina.

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Foto dell’utente bonzil86