Autore: Redazione ArcheoMe

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Repost | Il Castello di Brolo

Il Castello di Brolo risale al X secolo d.C.

Situato su un incantevole promontorio a picco sul mare, domina il borgo sottostante con la sua magnifica torre. Fu ambita sede di nobili, oltre che residenza della Principessa Bianca Lancia, moglie dell’Imperatore Federico II e madre di Manfredi Re di Sicilia.
L’edificio in epoca normanna era conosciuto con il nome Voab, il cui significato è “Rocca marina“, in virtù della sua posizione geografica e strategica. Del complesso originario del Castello resta la cortina muraria, i due portali di accesso ed una corte sistemata a giardino con un pozzo esagonale, il tutto sormontato dalla mole della torre medioevale, la quale si eleva per quattro livelli culminando in una terrazza merlata.

Al secondo piano della torre si trova la bellissima sala di rappresentanza ed il balcone panoramico, dal quale è possibile ammirare un tratto della Costa Saracena in direzione di Messina. Proprio al balcone del Castello di Brolo è legata anche la leggenda di Maria La Bella, figlia di Francesco I. La principessa era solita aspettare affacciata al balcone il suo amante che sopraggiungeva dal mare. Lo spasimante, una volta raggiunta la torre, si aggrappava alle lunghe trecce dell’amata per raggiungerla in segreto. Il fratello di Maria, accortosi di quanto accadeva, tese però un agguato al giovane, appistandosi sullo scoglio antistante il Castello, ferendolo a morte. La principessa aspettò per lungo tempo invano il ritorno del suo amato e si racconta che lo spirito innamorato della bella Maria appaia ancora oggi nella notte ai pescatori del luogo. Un alone di mistero che rende dunque magico questo maniero, amplificandone probabilmente l’immagine agli occhi dei turisti.

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News| Alla Caserma Bonsignore ricordati i caduti di Nassiriya. Presente il Ministro della Difesa Trenta

Ancora una volta la Città dello Stretto  ha voluto ricordare coloro che quel 13 novembre 2003 persero la vita a Nassiriya, all’interno della base italiana dove operava il comando dell’operazione “Antica Babilonia”.  A farla esplodere fu un commando kamikaze. 19 le vittime, tra queste i carabanieri siciliani Giovanni Cavallaro, sottotenente, originario di Messina; Alfio Ragazzi, maresciallo aiutante di Messina; Giuseppe Coletta, brigadiere di Avola; Ivan Ghitti, brigadiere di San Fratello; Domenico Intravaia, vice brigadiere di Palermo; Horacio Majorana carabiniere scelto, di Catania; Emanuele Ferraro, caporal maggiore scelto dell’Esercito, di Carlentini.

A loro, all’interno della Caserma “Bonsignore”, sede del Comando Interregionale Carabinieri “Culqualber”, è stato inaugurato un monumento attorno alla quale si sono riunite le famiglie che speravo in un loro rientro a fine missione e che invece, hanno dovuto convivere con il vuoto lasciato da chi, per servire la patria, si è sacrificato. Ad inaugurarlo il Ministro della Difesa Trenta, alla presenza del Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri Generale Giovanni Nistri, il Comandante Interregionale Generale Luigi Robusto e le massime Autorità civili, militari e religiose della Sicilia.

L’opera, realizzata in modo artigianale dagli alunni dell’istituto artistico “Ernesto Basile” di Messina è costituita da un piano d’Altare in pietra siciliana lavorata a mano, che poggia su 4 gambi di rose,in acciaio, sorretti alla base da 4 pietre, provenienti delle Terre di origine di ciascun caduto siciliano, che circondano una roccia rossa giunta direttamente da Nassiriya. Le quattro pietre italiche abbracciano la pietra irachena e “rappresentano simbolicamente le gocce di sangue, che, sgorgate dal sacrificio dei caduti, hanno fatto fiorire una rosa”. Infatti dalle 4 pietre affiorano 5 rose in ferro battuto, in ricordo di ciascuno dei caduti siciliani, sovrastate da un ripiano in pietra tipica siciliana.

Nel suo discorso il Ministro Trenta ha ricordato i caduti di Nassiriya come “degli eroi di questa nostra terra e del loro sacrificio come estremo atto di amore di chi ha dato la vita per questo lavoro. «Siamo in territori difficili, condizionati da un’odiosa criminalità organizzata che rappresenta un ostacolo al benessere civile. A tutto questo però si contrappone lo Stato. Il lavoro svolto con determinazione in questi anni ha inferto dei colpi fortissimi alle consorterie criminali. Attualmente le le organizzazioni criminali sono indebolite, ma la guerra alle mafie non può dirsi vinta e la presenza dello Stato è sempre più importante per questo. Il nostro impegno dovrà essere ancora più determinato e per questo dico grazie all’Arma dei Carabinieri che continua ad essere un presidio dello Stato vicino alla gente

Nassiriya per me – ricorda il Ministro – è un posto dell’anima dove ho lavorato tanto tempo e dove ho trovato una popolazione locale che parla continuamente degli italiani. Significa che abbiamo lavorato con il cuore e loro ci sono grati. Ci dicevano che eravamo fratelli anche nel sangue. Gli italiani e i carabinieri sono i migliori nel ricostruire le possibilità di un popolo quando si passa da un conflitto alla pace. E per questo dico grazie ai Carabinieri”.

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Giacomo Longo, un ‘Poeta’ della musica

Il compositore Giacomo Longo, nacque nel villaggio Faro presso Messina, il 15 febbraio 1833. Studiò sotto la guida prima del maestro Paolo Abbagnato, perfezionandosi poi con Mario Aspa, uno dei più celebri compositori di musica classica del XVIII secolo, nato e vissuto anch’esso a Messina, di cui divenne l’allievo prediletto. Nel 1859 al teatro di Messina della Munizione, teatro risalente al 1827, così denominato perchè ricavato nella prima metà del Settecento da un’ampia sala dove si conservavano le armi e le munizioni, propose la sua prima  opera intitolata: Ezellino III.

Sopragiunta la rivolta antiborbonica, entrò a far parte dei garibaldini, nelle file dei cacciatori, al seguito del Generale Giuseppe Garibaldi, prendendo parte così alla battaglia di Milazzo e proseguendo con le truppe fin sulla penisola. Dopo l’unità d’Italia, rientrato in patria, fondò la prima scuola corale. Nel 1871 divenne direttore d’orchestra del Teatro Vittorio Emanuele.

Numerose furono le sue cantate ed ouvertures pubblicati dalla casa editrice Ricordi. Tra le più celebri opere di questo compositore, ne citiamo alcune, quali ‘Inno a re Vittorio Emanuele’ una celebre marcia reale , ‘Ti pare’  una sorta di Scherzo-polka per la banda dell’Ospizio Cappellini di Messina, ed infine forse la più celebre opera accostata a questo maestro della musica del XIX secolo, ‘Il mio Poeta’ il cui significato rimane ancora oggi misterioso, non potendolo cogliere pienamente dai versi da lui scritti e musica del maestro etneo Francesco Paolo Frontini. Muore a Messina nel 1906, due anni prima da una delle tragedie apocalittiche che colpirono l’umanità intera e in particolare la sua amata Messina.

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Giacomo Scibona, un’eccellenza peloritana che ha reso grande l’archeologia

Uno dei rari ma significativi esempi d’eccellenza che la nostra terra può offrire è sicuramente Giacomo Scibona, personaggio tra i più importanti nella storia dell’archeologia degli ultimi anni (https://archeome.it/giacomo-scibona-uneccellenza-peloritana-che-ha-reso-grande-larcheologia/).

Laureatosi all’Università di Roma la Sapienza, fece scuola sotto i più illustri nomi dell’archeologia e storia dell’arte, per citarne alcuni: Ranuccio Bianchi Bandinelli, Laura Breglia e Margherita Guarducci. 

Una volta formatosi, fece rientro a Messina per mettere a frutto gli insegnamenti ricevuti nella prestigiosa Università Romana, battendosi per la valorizzazione del patrimonio locale, insegnando nell’Ateneo Messinese e intraprendendo numerosi scavi archeologici nella città peloritana e nei dintorni (Alesa, San Marco d’Alunzio, Alcara Li Fusi, Enna, Troina e Agira). 

Negli anni 60, si occupò inoltre di cercare informazioni su Erymata, l’odierna Rometta, della quale fino ad allora si sapevano solo notizie relative soltanto alla fortezza (risalente al periodo bizantino) e ad una incursione (avvenuta nell’882 d.C.) per opera delle armate musulmane. Un curriculum ampio e ricco quello di Scibona, che tra i tanti studi e le tante scoperte annovera, nel settore della numismatica, la scoperta di una serie di monete, battute a Siracusa, Reggio, Zancle, Atene e tra i pezzi pregiati, alcune monete in bronzo risalenti all’epoca bizantina, ed una moneta araba in oro, relativa al X secolo.  

Nella sua carriera come detto, numerosi furono gli scavi ai quali prese parte all’interno della città di Messina. Vanno ricordati quelli intrapresi nella Zona Falcata, nel cortile di Palazzo Zanca, in Via Faranda, negli isolati 193 e 224, nella zona dell’attuale Palazzo della Cultura, nella necropoli dell’isolato 73 a Largo Avignone e nella Chiesa di San Tommaso. 

Scomparso il 16 Gennaio del 2009, Giacomo Scibona rimane uno dei personaggi più illustri dell’archeologia moderna e della nostra Messina, della quale ha esaltato e scoperto il territorio, lasciando ai posteri un importante e immenso patrimonio da difendere e tramandare.

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Mario Aspa, un compositore poco celebrato

Mario Aspa nacque a Messina il 18 Ottobre 1795; compositore eccezionale, rappresenta a pieno la definizione di talento naturale, in quanto fin da subito, mostrò di avere grande predisposizione verso l’ arte musicale, componendo la sua prima opera “Federico II Re di Prussia”, grazie solamente ad  un massiccio studio e uno straordinario talento , senza la consulenza di maestri, costruendo partiture da lui stesso musicate, con un’abilità riconosciuta solo a pochi musicisti nella storia.

L’accoglienza che questo spartito ricevette a Messina fu clamorosa, il giovane Aspa ne rimase colpito, decidendo così di proseguire gli studi, recandosi a Napoli per perfezionarsi presso il maestro Iba (allievo del contrappuntista Platone). A Napoli, Aspa non dovette aspettare molto per farsi apprezzare, tanto che il noto impresario Barbaja offrì la carica di Direttore dei reali Teatri di S. Carlo e Fondo. Forte di questa nuova carica, scrisse un gran numero di pregiate opere, quali il Carcere d’ Ildegonda, i Due Forzati, il Deportato di Cajenna, l’Hallan ed i Due Savojardi, tutte opere che gli procurarono l’amicizia ed il rispetto di grandissimi artisti del calibro di Bellini, Rossini, Donizetti e Mercadante.

In seguito scrisse il “Proscritto” e “Paolo e Virginia”, entrambi considerati come i suoi capolavori, riconosciuti tali dal pubblico e dalla critica, garantendogli un grande successo sia a Napoli, che al teatro Apollo di Roma, dove quest’ultima opera gli valse un autentico trionfo, venendo replicata per ben quindici sere. Dopo il 1847, a causa delle sue idee liberali e della sua parentela con i Pispisa e gli Aspa di Messina (famiglie di patrioti), fu visto con ostilità dalla polizia napoletana e destituito da Direttore dei Regi Teatri.

Tornato a Messina, nel 1859 insegnò canto in una scuola comunale. Morì nella città peloritana il 14 dicembre 1868, lasciando un vasto patrimonio musicale, opera di un talento immenso e probabilmente poco impresso nell’immaginario collettivo di tutti gli amanti di questa stupenda arte, fatta eccezione per alcuni suoi concittadini, come quelli di Piraino, che ne 2017 gli  hanno intitolato la Scuola locale Civica di Musica.

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Marius Jurba “causidicum Messanam”

Marius Jurba è stato uno dei più importanti giuristi messinesi, figlio di un’epoca che ha visto la nostra beneamata città peloritana, dominare la scena nazionale e internazionale. Giurba nasce a Messina nel 1565, figlio di Onofrio, ricco mercante originario di Rometta e, di Silvia Campolo, di potente famiglia feudale attiva nel ceto dirigente cittadino dagli inizi del Quattrocento. Intraprende gli studi giuridici probabilmente, spinto dallo zio materno Tommaso, docente di diritto civile e giudice nel tribunale cittadino, conseguendo il dottorato inutroque a Pisa il 19 sett. 1587.

La sua ascesa professionale coincise con l’affermazione delle istanze egemoniche di Messina sulle altre città siciliane, propiziata da un privilegio concesso nel 1591 da Filippo II. Con esso la città aveva ottenuto la riapertura dell’Università con licentia doctorandi, l’obbligo di residenza del viceré per metà del suo mandato, un più incisivo ruolo della corte straticoziale (tribunale cittadino di prima istanza) a tutela dei privilegi cittadini, importanti esenzioni tributarie. Fu giudice dell’Appellazione nel 1600 e nel 1603, e ancora giudice straticoziale nel 1605; ricoprì quindi la carica di sindicatore e capitano d’armi a Mistretta e Polizzi, nel 1610 fu eletto giudice nel tribunale del Concistoro con il viatico del Quintana, divenuto frattanto reggente nel Supremo Consiglio d’Italia per gli affari di Sicilia.

Nel 1612, al termine del mandato, decise di concludere l’esperienza in magistratura e di dedicarsi esclusivamente all’attività forense. Sono frequenti gli accenni a un’ampia esegesi sugli statuti di Messina, come uno dei voulmi recanti una prima parte, dal titolo dal titolo “I.C. Collegii Messanensis, Regiique Consiliarii Lucubrationum”, pubblicata parzialmente solo nel 1620 (una copia relativa ad una prima parte, è conservata nella biblioteca centralizzata della Facoltà di Lettere e Filosofia di Messina). Tra 1617 e 1621 diede alle stampe un “Responsum” composto nel 1610, quando il Senato lo aveva incaricato, insieme con J. Gallo, O. Glorizio e F. Furnari, di difendere il privilegio dell’elezione diretta dei magistrati cittadini da parte del sovrano contro la pretesa del presidente del Regno, cardinale G. Doria, di nominare il successore dello stratigoto, morto prima della scadenza del mandato.

Nel 1624 il G. ottenne la cattedra di diritto feudale all’università, che mantenne per il resto della vita. Nel 1626, nei “Consilia criminalia”, espose gli esiti più significativi di un trentennio di attività forense, includendo quelli composti in qualità di avvocato del Senato. Nel 1641 Giurba, assistendo presso la Sacra Rota il fratello Maurizio, canonico del capitolo della cattedrale, in una controversia che l’opponeva al canonico G. Castelli per l’attribuzione del titolo di decano, compose le “Allegationes in ostentationempontificiae largitatis”, ottenendo esito favorevole per il fratello. Castelli però era esponente di una potente famiglia di giuristi in stretto rapporto con il giudice della Monarchia, che l’aveva proposto come suo commissario speciale, contribuì a creare un clima sospettoso nei confronti di Giurba, all’età di 77 anni (4 febbraio 1642), fu detenuto per quattro mesi nella fortezza della città con l’accusa di sedizione e per altri quattro, scontò i domiciliari su pleggeria.

Scagionato dalle accuse, nel 1646 pubblicò le Observationes, raccolta pronta dal 1643, delle sentenze più significative dei tribunali del Regno, definitive o in via di definizione. L’opera prendeva in esame più di cinquant’anni di giudicati per offrire un quadro esauriente dello stylus delle curie sicule e criticarne le incongruenze. Con le Observationes ebbe termine la produzione del Giurba. Morì a Messina il 10 marzo 1649, venendo sepolto, per sua esplicita volontà, nella chiesa del convento dei cappuccini, cui aveva legato parte della propria biblioteca.