Autore: Redazione ArcheoMe

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MITI | Tiresia, il cieco indovino che fu uomo e fu donna

Tiresia fu uomo e fu donna: un giorno, camminando sul monte Cillene, si imbatté nella vista di due serpenti che stavano consumando un rapporto sessuale. Inorridito, uccise il serpente femmina e, subito, si trasformò in una donna. Visse in questa condizione per ben sette anni, sperimentando tutti i piaceri che una donna potesse provare. Al termine dei sette anni, si trovò davanti nuovamente la scena dei due rettili, uccidendo, questa volta,  il serpente maschio: tornò, così, uomo.

 

 

 

 

Un giorno, Zeus ed Era stavano discutendo su chi, tra l’uomo e la donna, provasse maggiore piacere in amore: il padre degli dei era convinto che a trarre un più grande godimento fosse la donna, mentre la dea sosteneva il contrario. Decisero, così, di interpellare chi, tra i mortali, avesse sperimentato entrambe le esistenze: interrogarono Tiresia. Costui confermò quanto avallato da Zeus: la donna provava ben nove delle dieci parti in cui si articola il piacere, l’uomo una sola. 

Era, infuriata perché Tiresia aveva svelato un grande segreto, lo accecò; Zeus, invece, pur non potendo restituirgli la vista, giacché un dio non può cancellare ciò che un altro dio ha compiuto, gli donò la facoltà di vedere il futuro e gli concesse di vivere per sette generazioni.

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NEWS | A Reggio Calabria “metaconferenza” sui Bronzi di Riace a cura del Prof. Castrizio

Dopo il servizio de “Le Iene”, andato in onda nei giorni scorsi, continua a far parlare di se la vicenda legata ai Bronzi di Riace. Il Prof. Daniele Castrizio, archeologo e numismatico che insegna presso l’ateneo peloritani di UniMe, racconterà, questa volta in una “metaconferenza” a Reggio Calabria, aneddoti relativi alla scoperta dei Bronzi e al loro recupero.

L’iniziativa, che andrà in scena sabato 9 novembre alle 21:00 al Teatro Francesco Cilea, con ingresso gratuito, è curata dal Prof. Fulvio Cama, dal citato Prof. Daniele Castrizio e da Saverio Autellitano.

Lo spettacolo – spiegano gli autori –si propone di far conoscere i Bronzi, simbolo di una terra e del suo immenso valore culturale, da un punto di vista completamente diverso” hanno dichiarato i tre autori. Chi erano i Bronzi? Chi li ha realizzati? Come sono finiti nel mare di Riace?Ce ne sono degli altri? Sono le domande alle quali si cercherà di dare delle risposte, partendo da un attento studio delle fonti e aggiungendo la musica e le immagini.

Lo spettacolo ha avuto il patrocinio del Comune di Reggio Calabria, presente alla presentazione con il sindaco Giuseppe Falcomatà, l’assessore alla valorizzazione del patrimonio culturale Irene Calabrò e con il presidente del Consiglio comunale Demetrio Delfino.

Il progetto della ‘Metaconferenza sui Bronzi di Riace’ rientra nelle caratteristiche della ‘archeologia pubblica’ per molteplici aspetti, ma soprattutto perché ha come finalità la divulgazione scientifica con linguaggi nuovi e accattivanti. In quest’ottica, la ‘Metaconferenza sui Bronzi di Riace’ sarà ospitata ed eseguita presso il ‘Festival internazionale della Public Archaeology’, che si terrà dal 13 al 16 novembre sotto l’egida dell’Università del Salento.

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CULTORES ARTIUM | Castel Sindici: storia del Castello progettato dal Cavalier Sacconi

Castel Sindici è il secondo Castello di Ceccano (Frosinone), non per importanza, ma per epoca di realizzazione.

Si tratta di un elegante edificio, costruito alla fine dell’800 per volere dell’enologo e Cavaliere del lavoro Stanislao Sindici.

Il progetto del Castello venne realizzato dal Conte Giuseppe Sacconi,  importante architetto e politico italiano, noto principalmente per essere stato il progettista dell’Altare della Patria di Roma.

Il Conte Sacconi con i modellatori dell’Altare della Patria di Roma Foto a cura di Cultores Artium

 

Architettura del Castello

Il castello venne costruito in pietra calcarea, facilmente reperibile nelle zone circostanti, sul modello di un’antica fortezza medievale. Fu realizzato al centro di un grande parco verde che presenta, tuttora, un’interessante varietà faunistica.

Nel 1928, la tenuta di Castel Sindici venne dichiarata, per la sua bellezza e per la sua storia, zona di Interesse Artistico Nazionale.

L’edificio nacque, tuttavia, come cantina per la conservazione del vino: proprio qui, infatti, veniva prodotto il celebre “Castel Sindici”, paragonato al bianco di Frascati, molto apprezzato e venduto sia in Italia che all’estero, vincitore di ben otto medaglie d’oro. Fu, per questo, menzionato tra i vini pregiati del Lazio, nella prima edizione del 1931 della “Guida Gastronomica d’Italia” del Touring Club Italiano, ed esposto anche tra i vini del padiglione italiano della EXPO Mondiale del 1935 a Bruxelles. Ancora oggi è possibile, durante alcuni eventi, ammirare le bellissime botti di ceramica, nelle quali esso veniva conservato.

Castel Sindici _ foto di Alberto Bevere per Cultores Artium

Da Cantina a Salotto di Artisti

Con il passare del tempo, Castel Sindici venne convertito da semplice cantina a residenza della famiglia, divenendo, soprattutto, luogo di ritrovo per gli importanti artisti che gravitavano attorno agli stessi Sindici: visitatori graditi, di cui si hanno notizie certe, furono i fratelli e pittori romani Aurelio e Cesare Tiratelli.

Proprio grazie a una tela di Cesare Tiratelli del 1887, raffigurante Caterina Gizzi Sindici, moglie di Stanislao, è stato possibile dedurre che la data della costruzione del palazzo debba essere sicuramente antecedente alla realizzazione del quadro.

Nell’elegante dimora, inoltre, venne ospitato anche il celeberrimo Gabriele D’Annunzio, che pare fosse intimo amico della pittrice Francisca Stuart e di suo marito Augusto Sindici, forse cugino dello stesso Stanislao.

Dal secondo conflitto mondiale ad oggi

Dopo il 1943, l’edificio venne requisito dai Nazisti che ne fecero sede di comando militare di zona delle S.S.; secondo alcuni racconti, inoltre, avrebbero qui eseguito anche la condanna a morte di un civile.

Il palazzo, attualmente, è in possesso dell’Amministrazione Comunale che, dopo anni di abbandono, è riuscita ad acquistare la proprietà, con il proposito di disporne un adeguato restauro, al fine di renderla nuovamente fruibile alla popolazione.

Il parco circostante, invece, ricco di piante secolari, è aperto al pubblico tutti i giorni e al suo interno hanno luogo numerosi eventi culturali e sportivi.

Per un’anteprima del sito, utile il link sottostante:

CASTEL SINDICI: https://youtu.be/e82bTzwsmtA

Si tratta di una clip, realizzata dall’Associazione Culturale di Ceccano Cultores Artium, per la promozione dei monumenti e delle bellezze che può offrire la città.

Per ulteriori informazioni:

Castel Sindici, pagina Fb
Associazione Cultores Artium (cultores.artium@gmail.com), pagine Fb e Instagram.

 

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SPETTACOLO | Lucca Comics &Games… oltre 50 anni di storia

Il Lucca Comics è la più grande manifestazione in Europa dedicata al fumetto e al gioco di ogni forma e genere, dal fantasy al fantascientifico.
La sua particolarità, che lo rende unico, è l’organizzazione dello spazio e delle attività: numerosi tendoni sono sparsi per la città stessa, che diventa un museo a cielo aperto.
Per chi, come me, non aveva mai partecipato a una manifestazione simile, era difficile indovinare di cosa si trattasse nello specifico. Essa, infatti, a differenza di come si potrebbe pensare, non consiste solo nella semplice esposizione di oggetti, ma prevede anche musica, sfilate di cosplay, mostre, proiezioni di film e persino giochi di ruolo dal vivo.

La prima edizione di tale evento si ebbe nel 1966, con sede principale a Piazza Napoleone. E’ solo con l’edizione del 1993 che essa assunse il nome, utilizzato ancora oggi, di “Lucca Comics”: in quell’occasione, si registrarono poco meno di 30.000 presenze, un record per l’epoca.
Dal 1994, inoltre, la manifestazione cambiò nuovamente sede e venne ospitata all’interno del Palazzetto dello Sport dove, per quell’anno, ritardò l’apertura di un giorno, poiché i sistemi di sicurezza non erano a norma.
A partire dall’edizione 2006, in occasione dei 40 anni dalla nascita della rassegna, il luogo prescelto è il centro della città. I vari padiglioni espositivi sono disposti in diverse piazze del centro storico e i visitatori hanno a disposizione spazi molto più ampi e molti più servizi rispetto al passato.
Nel 2014 nasce la Via dei Comics, un percorso dedicato al Lucca Comics & Games dove ogni anno i grandi artisti presenti alla manifestazione lasciano l’impronta delle proprie mani, con un chiaro riferimento alla “Walk of Fame” di Hollywood.
Nel 2016, per la 50ª edizione, è stato emesso un francobollo commemorativo illustrato dal fumettista Zerocalcare.

Il Lucca Comics è “il posto perfetto per liberare un sogno chiuso nel cassetto” (David Gusso)

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PIEMONTE | Libarna, una città sulla via Postumia

La vallata del fiume Scrivia è stata da sempre un luogo di passaggio tra la Liguria e il basso Piemonte, per giungere, poi, alla Pianura Padana e al resto del nord Italia. Già durante l’età del Ferro, infatti, con la creazione di un emporio etrusco a Genova, vennero attivate tali direttrici, tanto che un abitato ligure sorse a controllo del percorso, sulla collina del castello di Serravalle Scrivia.

L’epoca romana

Successivamente, nel 148 a.C, i Romani capirono l’importanza commerciale della zona e, così, costruirono la via Postumia, che collegava Genova ad Aquileia, passando proprio lungo la valle Scrivia. A questa data, gli archeologi fanno risalire anche la fondazione della città romana di Libarna, proprio allo sbocco della valle. L’abitato vide, probabilmente, il periodo di massimo splendore intorno all’89 a.C, quando venne concessa alle popolazioni locali prima la cittadinanza latina, poi quella romana. La città, che doveva la sua fortuna proprio al passaggio della via Postumia, vide il suo declino già all’inizio dell’epoca imperiale, quando un cambiamento negli orientamenti economici provocò lo spostamento dei traffici commerciali sulle nuove vie Aemilia Scauri e Iulia Augusta, che interessavano i territori della Liguria occidentale.

La riscoperta

La valle Scrivia, tuttavia, non perse mai il suo ruolo di passaggio per l’attraversamento dell’Appennino Ligure: la città romana venne, infatti, riscoperta nella prima metà dell’800, quando vennero aperte prima la strada regia Torino-Genova e, in seguito, le linee ferroviarie Genova-Novi-Torino e Genova-Milano. In questo periodo, i resti romani vennero in parte asportati, per lasciare spazio alle nuove infrastrutture; solo con l’imposizione del vincolo archeologico, nel 1924, cessarono le distruzioni e si cominciarono il restauro e la valorizzazione dei monumenti. Oggi, nonostante i materiali provenienti dal sito siano in parte confluiti in collezioni private e in parte distribuiti tra i musei di Genova, Torino e Serravalle Scrivia, l’area è stata musealizzata ed è visitabile gratuitamente.

L’assetto urbano

La città romana prese il nome di Libarna. Il toponimo, di origine preromana, compare in alcune fonti scritte, come l’Itinerarium Antonini di Plinio e la Tabula Peutingeriana. L’insediamento era distribuito attorno ai due assi viarii principali, come in uso nelle città di fondazione romana: il cardine massimo (che coincideva con il tratto urbano della via Postumia) e il decumano massimo. Le altre strade cittadine si disponevano parallelamente a queste due, creando isolati regolari, disposti a scacchiera. La città era priva di mura, ma il tratto urbano della via Postumia finiva in corrispondenza di due porte, situate una a nord e l’altra a sud. Queste erano della tipologia a cavedio: due torri erano poste ai lati di un ingresso, che si apriva su un cortiletto interno, formando un vero e proprio forte, dal quale soltanto si poteva accedere all’area cittadina.

ricostruzione dell'area archeologica di Libarna
ricostruzione dell’area archeologica di Libarna

Il foro

Proseguendo lungo la via principale, si giungeva al vero centro pulsante dell’insediamento: il foro. Purtroppo non sappiamo molto di quest’area, essendo stata oggetto di scavi limitati nel 1911 che ne hanno permesso solo l’identificazione. Possiamo, però, dire che essa si trova in posizione canonica, all’incrocio di cardine e decumano massimo e che era di forma quadrangolare, occupando lo spazio di circa quattro isolati. Sul lato meridionale, l’estensione del portico fa pensare alla presenza di una basilica, edificio pubblico utilizzato per le riunioni e le assemblee dei cittadini. Inoltre, è stato identificato un arco monumentale che impreziosiva l’ingresso settentrionale, mentre, a ridosso del lato sud, è stata rilevata la presenza di un basamento rettangolare, forse appartenente a un tempio.

Il teatro

Un altro luogo pubblico presente in città era il teatro, destinato alla rappresentazione di tragedie, commedie e altre opere. Anche in questo caso, gli scavi condotti per la realizzazione delle infrastrutture e le numerose spoliazioni antiche e moderne non hanno permesso la sua ricostruzione puntuale. Sappiamo che la costruzione risalga al I sec. d.C. e il ritrovamento di alcuni elementi architettonici decorati, come marmi o intonaci, lascia supporre che si trattasse di un edificio sfarzoso e curato. La struttura in pietra e mattoni era probabilmente sviluppata su due piani: il primo, composto da 22 arcate sorrette da pilastri, consentiva l’accesso alla stessa, mentre il secondo era privo di aperture.

il teatro di Libarna
Il teatro

Le terme e l’anfiteatro

Di fianco al teatro, si sviluppava l’edificio che ospitava le terme: luogo di grande importanza nel mondo romano, legato non solo all’igiene personale, ma anche allo svago, all’incontro e alla cultura. Poiché l’area non è mai stata indagata in modo sistematico, non si sa nulla del suo impianto; di conseguenza, possiamo solamente ipotizzare che, anche in questo caso, l’edificio fosse sfarzoso e monumentale e che occupasse diversi isolati. Oltre alle terme, a completare quest’area dedicata al piacere e al divertimento, sorgeva l’anfiteatro, edificio di forma ellittica, nel quale si svolgevano i munera, i combattimenti tra i gladiatori, e le venationes, battute di caccia agli animali selvaggi. Come avveniva spesso nelle città romane, anche nel caso di Libarna l’edificio, costruito nel I sec. d.C, era posizionato alla periferia della città, occupando uno spazio pari a due isolati, circondato da un muro di cinta quadrangolare, che lasciava uno spazio vuoto prima dell’edificio vero e proprio.

Le abitazioni private

Oltre agli edifici pubblici, a Libarna sono stati scavati anche due isolati comprendenti abitazioni private e botteghe. Le abitazioni portate alla luce potevano essere a uno o a due piani, sviluppandosi attorno a un cortile centrale porticato. Gli isolati scavati, posizionati tra il teatro e l’anfiteatro, erano entrambi costituiti da una domus signorile, circondata da altre tre più piccole che potevano contenere ambienti a destinazione commerciale. Alla fine del I sec. d.C, la struttura degli isolati subì una trasformazione, probabilmente in relazione alla costruzione degli edifici ludici. Le due case signorili vennero divise in lotti più piccoli e riconvertiti in strutture produttive o commerciali come botteghe, tintorie, e un ambulatorio medico.

Le abitazioni private del quartiere dell'anfiteatro
Le abitazioni private del quartiere dell’anfiteatro

Per approfondire

Libarna, area archeologica, a cura di Marica Venturino Gambari

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MITI | L’amore oltre la morte di Orfeo ed Euridice

Il mitico cantore Orfeo, capace, con la sua lira, di placare le bestie feroci e di animare gli elementi della natura, si innamorò della bellissima driade Euridice, con la quale si unì in matrimonio. La ninfa, tuttavia, era amata perdutamente dal pastore Aristeo, figlio del dio Apollo, che, noncurante della riluttanza della ragazza, tentava, senza sosta, di sedurla.
Un giorno, Euridice, per sfuggire alle sue invadenti attenzioni, mise il piede su un serpente che la uccise col suo morso.

Impazzito dal dolore, Orfeo, con la sua lira, scese negli inferi: dopo un lungo cammino, giunse al cospetto di Ade e Persefone, intenzionato a riprendersi l’anima del suo amore. Accompagnato dalla sua lira, intonò un soave canto e, con le sue preghiere, commosse Persefone, che decise di restituire l’anima di Euridice al mondo dei vivi.
Una sola, però, la condizione imposta: durante il cammino di risalita dagli inferi, Orfeo avrebbe dovuto precedere l’anima dell’amata, che lo avrebbe seguito, senza voltarsi mai. 
Tuttavia, quasi alla fine del tragitto, Orfeo, tormentato dal dubbio che quello di Persefone fosse un inganno, non udendo il rumore dei passi di Euridice, si voltò, violando il patto stretto con la sposa di Ade: in quel momento, l’anima di Euridice scomparve, per sempre, tra le tenebre.
Tornato tra i vivi, Orfeo si lacerò nel dolore e pianse per sette lunghi mesi. Mai più amò altra donna.

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ILLUSTRI SICILIANI | Salvatore Quasimodo, figlio di Messina

La vita di Salvatore Quasimodo, premio Nobel per la Letteratura nel 1959, raffinatissima anima siciliana, è legata alla città dello Stretto sin dalla prima giovinezza.
Nato a Modica il 20 agosto 1901, si trasferì a Messina nel 1908, dopo la catastrofe del terremoto, con il padre ferroviere; viste le condizioni precarie in cui versava la città, ormai fantasma, il piccolo Salvatore fu costretto a vivere con la famiglia, insieme a molti dei superstiti, sui vagoni dei treni: una simile esperienza lasciò un solco profondo nell’animo del poeta, ancora bambino; egli trascorse tutta l’adolescenza nella città, che si apprestava a risorgere dalle sue ceneri, conseguendo il diploma presso l’Istituto Tecnico “A. M. Jaci”, sezione fisico-matematica. Una simile formazione non era, però, affine alla sua indole, tutta incline alla poesia: proprio a Messina, presso riviste locali, pubblicò i suoi primi componimenti e strinse amicizia con Giorgio La Pira e Salvatore Pugliatti, quest’ultimo profondo appassionato di versi.
Dopo la maturità, Quasimodo, nel 1919, si spostò a Roma, per studiare ingegneria, pur mantenendo un viscerale legame con l’isola natia; tuttavia, nel suo cuore era vivo un richiamo antico: fu così, dunque, che, in Vaticano, presso monsignor Rampollo del Tindaro, iniziò lo studio del Greco e del Latino, lingue che accesero in lui un nuovo fuoco. Ciononostante, ben presto, per mantenersi, fu costretto a lavorare, impiegandosi al Genio Civile di Reggio Calabria: una simile occupazione, per lui faticosa e arida, poiché distante dai suoi interessi, lo costrinse lontano dalla sua amata poesia, alla quale poté tornare una volta riavvicinatosi alle amicizie del suo periodo messinese e alla Sicilia stessa: da questo momento in poi, Quasimodo riuscì a riempire la sua vita di “lettere”, pubblicando raccolte, collaborando, a partire dal 1929, grazie all’amico e cognato Elio Vittorini, alla rivista “Solaria” a Firenze, dove conobbe intellettuali quali Alessandro Bonsanti, Arturo Loira, Gianni Manzini, Eugenio Montale et similes, che subito ne apprezzarono le doti. In seguito, stabilitosi, nel 1930, a Milano, intraprese l’attività di giornalista che non interruppe mai, nemmeno quando, a partire dal 1941, insegnò letteratura italiana al Conservatorio musicale del capoluogo lombardo.

Di seguito, le sue raccolte di versi:

Acque e Terre (1930)
Oboe Sommerso (1932)
Ed è subito sera (1942)
Giorno dopo giorno (1947)
La vita non è un sogno (1949)
Il falso e vero verde (1956)
La terra impareggiabile (1958)
Dare e avere (1966)

Tra le pieghe della sua lunga esperienza poetica, è possibile discernere le linee dell’evoluzione della sua arte, dapprima in perfetta sintonia con il clima della letteratura ermetica, in seguito, specie tra gli anni Quaranta e Cinquanta, affine all’impegno neorealistico. Tuttavia, ciò che emerge dal Quasimodo di ogni decennio, è la fedele concezione della poesia come momento di sintesi delle contraddizioni personali e storiche e come punto di vista superiore e privilegiato.
Ancora, egli fece poesia persino con versi altrui: dopo essersi accostato allo studio delle lingue classiche, scoprì una profonda affinità con i lirici greci, colpito nel profondo dall’immediatezza di quelle parole antiche, spesso tràdite nella forma di brevi frammenti, la cui vaghezza di contorni doveva apparire, ai suoi occhi, quanto mai affine all’Ermetismo: nel 1940, pubblicò i Lirici Greci, una sua proposta di traduzione della lirica arcaica, ancora oggi apprezzatissima, ma tradusse anche parti dell’Odissea, i Tragici, i Carmina di Catullo, le Georgiche di Virgilio, il Vangelo di Giovanni e testi di vari autori moderni, tra cui Shakespeare, Cummings, Neruda, Eluard, Ruskin, Molière.

 

Morì il 14 giugno 1968, mentre viaggiava in auto verso Napoli, dopo essere stato colpito da un ictus ad Amalfi, dove si trovava, come presidente, in occasione di un premio di poesia.

 

L’Università di Messina, nel 1960, gli conferì una laurea honoris causa e la città dello Stretto volle ulteriormente fortificare il legame con questo suo figlio acquisito mediante cittadinanza onoraria.

Il poeta guardò sempre alla sua terra con occhi di sogno, colmi della nostalgia di un amore lontano, ferita senza speranza di guarigione.

Tindari, mite ti so
Fra larghi colli pensile sull’acque
Delle isole dolci del dio,
oggi m’assali
e ti chini in cuore.

Salgo vertici aerei precipizi,
assorto al vento dei pini,
e la brigata che lieve m’accompagna
s’allontana nell’aria,
onda di suoni e amore,
e tu mi prendi
da cui male mi trassi
e paure d’ombre e di silenzi,
rifugi di dolcezze un tempo assidue
e morte d’anima

A te ignota è la terra
Ove ogni giorno affondo
E segrete sillabe nutro:
altra luce ti sfoglia sopra i vetri
nella veste notturna,
e gioia non mia riposa
sul tuo grembo.

Aspro è l’esilio,
e la ricerca che chiudevo in te
d’armonia oggi si muta
in ansia precoce di morire;
e ogni amore è schermo alla tristezza,
tacito passo al buio
dove mi hai posto
amaro pane a rompere.

Tindari serena torna;
soave amico mi desta
che mi sporga nel cielo da una rupe
e io fingo timore a chi non sa
che vento profondo m’ha cercato.

Salvatore Quasimodo – Vento a Tindari, da Acque e Terre (1930).

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ARCHITETTURA | Il Gotico in Italia, tra resistenze e innovazioni

Proseguendo il nostro viaggio all’interno di questo grande contenitore che è la storia dell’architettura gotica, tra arte e stupore, considereremo lo sviluppo e l’impatto che tale stile ha avuto sulla circoscritta cultura italiana dell’epoca.
Anzitutto occorre ricordare che, in Italia, il periodo di sviluppo e divulgazione si è attestato, quale fase iniziale, nel XII secolo con lo sviluppo dell’architettura cistercense, faceva seguito una fase successiva dal 1228 al 1290 di “primo gotico”, successivamente, dal 1290 al 1385 con realizzazioni di “gotico maturo” ed infine l’ultima fase dal 1385 fino al XVI secolo con l’inizio e la prosecuzione di esempi “tardo gotici” come: il Duomo di Milano, di Napoli e la Basilica di San Petronio a Bologna.

 

Principali differenze e innovazioni
Come precedentemente accennato, il Gotico, in Italia (Gotico “temperato”), ha caratteristiche che lo distinguono notevolmente da quello della Francia, luogo di origine dell’ordine architettonico, e degli altri paesi europei come Inghilterra, Germania o Spagna.
In particolare, in Italia si assiste a una resistenza all’innovazione estetica e funzionale, all’arditezza strutturale e allo slancio verticale, quasi estatico, dell’architettura d’oltralpe, preferendo mantenere la tradizionale tecnologia costruttiva, consolidata nei secoli precedenti.
Così, se da un lato c’era stata un’applicazione precoce di elementi gotici in epoca romanica (i rosoni e le volte a costoloni nel nord-Italia, gli archi a sesto acuto di retaggio arabo in Italia meridionale), dall’altro la tradizione romanica, influenzata dai modelli bizantini, paleocristiani e classici, resistette al principio dell’annullamento delle pareti; ciò fu dovuto, probabilmente, anche a questioni puramente pratiche: il clima italiano avrebbe fatto negli edifici coperti di vetrate un “effetto luminescente” nei mesi estivi; di conseguenza, la soluzione preferita fu quella di mantenere strutture in massiccia muratura, più fresche, sulle quali si stendevano preziose decorazioni ad affresco. Si ebbe, quindi, in Italia un compromesso tra romanico e gotico, senza eccessivi slanci in altezza e riduzioni scheletriche delle masse murarie.
L’Italia fu una delle ultime nazioni europee in cui si sviluppò l’arte gotica. Da fonti storiche, si è dedotto che il vettore principale fu rappresentato dall’ordine benedettino cistercense che, dalla regione della Borgogna, in Francia, si espanse in tutta l’Europa occidentale.
L’architettura dell’ordine cistercense costituiva un sottolinguaggio particolare dell’edilizia gotica: si trattava, infatti, di un’architettura che accoglieva le principali innovazioni già espresse nelle cattedrali dell’Île-de-France, ma in forma molto più moderata e, in un certo senso, “ascetica”. Venne completamente bandita la decorazione figurativa, le vetrate avevano un’estensione più ridotta e prive di colore, il verticalismo risultò frenato e all’esterno non si ammisero torri o campanili. Venne, però, utilizzata la volta a crociera archiacuta a campate rettangolari e i pilastri a fascio che proseguivano nelle costolonature delle volte.
I capitelli presentavano ornamentazioni semplicissime e prevalentemente non figurative.
La lavorazione della pietra era accuratissima e lo spazio, definito dai tipici assetti planimetrici modulari e dalla nettezza e politezza delle membrature, risultava, oltre che razionale, intensamente astratto. L’architettura di questo ordine si diffuse per tutto l’Occidente e l’incontro del nuovo linguaggio con la tradizione locale costituì anche in Italia la base per i futuri sviluppi successivi di tale stile; l’architettura cistercense fornì, infatti, spunti significativi agli ordini mendicanti, come francescani, domenicani e agostiniani, nella cospicua fase di inurbamento dei relativi insediamenti, che in Italia ebbe luogo fra la metà del Duecento e la metà del secolo seguente. Fra le note distintive di questi ordini, vi era, appunto, una certa enfasi nella decorosa povertà e semplicità degli edifici sacri.

 

Importanti esempi
Tra gli esempi più significativi, possiamo annoverare:
– la basilica di Sant’Andrea a Vercelli (1219-1227), quale esempio precoce di accenni significativi di grammatica gotica su una sintassi ancora tardoromanica, caratterizzata da una facciata molto originale con l’innesto di contrafforti a forma tubolare e di due esili torri ai lati.
– il complesso di Fossanova nel Lazio (1187-1206);
– l’abbazia di Casamari, terminata nel 1217;
– l’abbazia di San Galgano, vicino Siena, iniziata nel 1227 e finanziata da Federico II; in tale esempio, più tardo, si nota un’evoluzione del modello con un assottigliamento dei pilastri e un maggior numero di aperture che garantiscono una migliore luce;
– il coevo battistero di Parma, dove lavorò Benedetto Antelami.
Un posto di particolare rilievo nell’arte del XIII secolo è tenuto dall’architettura civile e militare sviluppatasi nell’Italia meridionale con l’imperatore Federico II di Svevia e nei secoli successivi con le dinastie Angioina e Aragonese del Regno di Napoli nonché un importante esempio di gotico, “chiaramontano” diffusosi in Sicilia meritevole di futuri approfondimenti.

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NEWS | Alla scoperta del territorio dell’Irpinia dell’Est

Sabato 2 novembre camminata alla scoperta del territorio dell’Irpinia dell’Est!

Partendo dal borgo di Bisaccia, esplorando insieme, lungo un percorso ad anello, il territorio dell’alto avellinese, compreso tra l’Appenino campano e i Monti Picentini. 

Ci si muoverà all’interno di una splendida cornice paesaggistica, piena di colline verdi che si susseguono fino al mare.

PROGRAMMA DELLA GIORNATA: 

Ore 8.45:    ritrovo presso il Castello Ducale, in Via P. Colletta, Bisaccia (AV)

Ore 9.00:    inizio escursione

Ore 13.30:  fine escursione e pranzo al sacco – se ci sarà modo di organizzare un pranzo comunitario a un prezzo in convenzione, verranno forniti ulteriori dettagli!

Nel pomeriggio, visita alla Casa della Paesologia, che, per definirla con le parole del poeta e paesologo di Bisaccia, Franco Armino, 

“è un luogo di avventure dello spirito, una piccola arca contro la miseria spirituale dilagante.  La casa nasce, perché i paesi stanno diventando musei delle porte chiuse. La casa vuole aprire le porte, dicendo che bisogna ritornare ad abitare i paesi… vuole essere un tentativo di portare vita nei piccoli borghi delle aree interne”

 INFORMAZIONI DEL PERCORSO

DIFFICOLTÀ: E (escursionistica; non ci sono difficoltà tecniche, ma occorre abitudine alle escursioni)

LUNGHEZZA: 11 chilometri  

DISLIVELLO:  300 metri

TEMPO DI PERCORRENZA: 4 ore/ 4,30 ore, in funzione degli approfondimenti lungo il percorso.

 ABBIGLIAMENTO E ATTREZZATURA

Obbligatorio l’utilizzo di scarponcini da trekking e abbigliamento adatto ad una escursione in natura.

Necessario un capo impermeabile da indossare all’occorrenza. Portare almeno 1,5 lt di acqua.

Consigliati bastoncini da trekking, crema solare, macchina fotografica, maglietta, sciarpetta e calzini di ricambio.

LA PARTECIPAZIONE ALL’EVENTO È GRATUITA CON ISCRIZIONE OBBLIGATORIA ENTRO MARTEDÌ 29 OTTOBRE 2019 AL SEGUENTE LINK:  https://forms.gle/DCMncCnaPvVgif7D9

 COME RAGGIUNGERE BISACCIA: il mezzo ideale è la macchina.

Per chi volesse prendere altri mezzi, è possibile prendere un treno fino a Roma, Foggia, Napoli e poi da lì prendere un autobus fino a Lacedonia.

DOVE DORMIRE A BISACCIA:

Locanda _ Domus Romulea                   

https://www.trivago.it/bisaccia-415766/hotel/domus-romulea-1705805

Antica osteria e locanda _ Grillo D’oro     

http://www.grillodoro.it/

Albergo ristorante _ Zi Nicolina              https://www.albergoristorantezinicolina.com/

 PER ULTERIORI INFORMAZIONI

Donato Cela: 3771603172 _ mail:  donato.cela@libero.it  

Staff APL: 3929256250- 3496480272 

mail: apiediliberi.comunicazione@gmail.com

L’attività proposta può subire cambiamenti a discrezione degli accompagnatori, per ragioni di sicurezza e di opportunità per il gruppo.

Pertanto, ogni partecipante è tenuto a rispettare le modalità di partecipazione stabilite dagli accompagnatori.

 

 

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CULTORES ARTIUM | Giuliano di Roma (Fr), un piccolo borgo medievale nella Valle dell’Amaseno

Giuliano di Roma è un piccolo borgo della Ciociaria, in provincia di Frosinone.

È, tuttavia, così chiamato, secondo la tradizione, poiché fino al 1927 apparteneva alla provincia di Roma: solo in un secondo momento, venne inglobato nell’area di Frosinone.

Il piccolo centro storico, sebbene ristrutturato in tempi più recenti, mantiene ancora vive le caratteristiche del periodo medievale, come dimostrano le particolari stradine e gli angoli che un tempo ospitavano botteghe e cantine.

Attraversando il borgo, si può scorgere anche uno dei vicoli che richiamano fortemente le caratteristiche di un’antica colonia ebraica, il “vicolo del Ghetto”.

Panorama serale di Giuliano D.R. foto di Eleonora Di Mario

Nella parte alta del paese, è ben visibile la chiesa parrocchiale di Santa Maria Maggiore, che risale al sec. XI, dà il nome alla piazza centrale e si caratterizza per un’ architettura barocco-neoclassica..

Nella piazza si trova anche il Campanile, che è uno dei simboli di Giuliano e si innalza possente sulle case del centro storico, dominando tutta la vallata dal passo della Palombara all’Amaseno (il fiume).

Il campanile misura circa trenta metri ed è l’edificio più alto del paese. Anticamente, era il Maschio della Rocca dei Conti Colonna e fu fatto costruire intorno al XV secolo per volere della stessa famiglia.

CENNI STORICI

Le prime notizie che si hanno su Giuliano di Roma le troviamo intorno all’anno mille nelle Cronache di Fossanova e negli Annales Ceccanenses, cronologie di eventi riguardanti la famiglia dei De Ceccano.

In uno dei racconti delle Cronache di Fossanova, viene riportato un fatto eclatante, legato ai cattivi rapporti tra il Papa e la famiglia: si tratta del momento in cui Papa Onorio II si reca nel paese di Giuliano di Roma con il suo esercito per farlo saccheggiare e incendiare insieme ad altri centri vicini.

Quella non fu l’unica volta in cui Giuliano subì un simile attacco: pare, infatti, che sia stata saccheggiata da Federico Barbarossa, che si opponeva al Papa Alessandro III e, in seguito, delle truppe papali, con l’aiuto di Guglielmo I Re di Sicilia, per riprendere il controllo sul paese.

Nel 1187, il papato entra in possesso di Giuliano di Roma e la situazione rimarrà tale fino all’elezione di Innocenzo III nel 1198.

Innocenzo III aveva rapporti familiari con i Conti De Ceccano i quali, in cambio di appoggio allo stesso Papa, videro restituite le terre perse, Giuliano compreso.

A testimoniare la situazione di pace finalmente ritrovata, vi è il racconto, presente nelle Cronache, sulla sosta che Innocenzo III fa a Giuliano di Roma nel 1208.

Nel mezzo del viaggio per Fossanova, egli fa tappa al paese e, in suo onore, Giovanni da Ceccano organizza banchetti e ricchi festeggiamenti.

I De Ceccano restano i signori del Paese per lungo tempo, ma, nel XIV secolo, con la continua crescita del potere della famiglia Caetani, iniziano i primi contrasti.

I Caetani, infatti, strappano, o tentano più volte di farlo, questo feudo ai De Ceccano che, però, se ne riappropriano una prima volta con azioni belliche e una seconda grazie a uno strategico matrimonio tra di Nicola III di Ceccano e Miozia Caetani.

Nel 1420, Sveva Caetani sposa Lorenzo Colonna, portando in dote alcune terre, tra cui la stessa Giuliano. Suo fratello, Francesco Caetani, con un falso testamento, riesce a togliere il paese a Sveva che, rivolgendosi alla Camera Apostolica, lo ottiene nuovamente.

Nel 1501, Papa Alessandro VI, in contrapposizione con i Conti Colonna, decide di dare il feudo di Giuliano di Roma al nipote Rodrigo, figlio di sua figlia Lucrezia Borgia.

Alla morte del nonno, Alessandro VI, il feudo ritorna, però, di nuovo ai Colonna.

Il loro potere su Giuliano dura ininterrottamente fino al 1816, quando fu confiscato da Paolo III e da Paolo IV.

Nel XVIII sec., Giuliano di Roma e tutto lo Stato Pontificio subiscono l’occupazione delle truppe francesi, ma il popolo di Giuliano si difende coraggiosamente ed eroicamente.

In questi anni, si sviluppa anche il Brigantaggio: molti briganti restano nella storia e, ancora oggi, la popolazione giulianese ricorda leggende legate a costoro.

Giuliano di Roma è stata anche teatro di scontri funesti nel secondo conflitto mondiale, poiché, in queste terre, le truppe Alleate e i Tedeschi si scontrano violentemente.


COSA VEDERE A GIULIANO DI ROMA

  • Il campanile

  • La Chiesa di Santa Maria Maggiore

  • Muve il Museo del Vulcanismo Ernico

  • La passeggiata ecologica sul Monte Siserno  dove sorge anche la chiesetta medievale di San Biagio patrono del paese riedificata su una struttura del VIII sec.