Autore: Redazione ArcheoMe

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PIEMONTE | Scoperti i più antichi resti archeologici del nord Italia nella Grotta della Ciota Ciara (VC)

La grotta della Ciota Ciara, sul monte Fenera, è oggetto di indagini archeologiche sistematiche, condotte dall’università di Ferrara, ormai da 11 anni. Questo l’ha reso uno dei contesti più importanti per la ricostruzione del popolamento preistorico dell’Italia Nord Occidentale. Gli studiosi hanno potuto, così, ricostruire in modo molto preciso le fasi di popolamento della grotta.

Non era mai stato trovato, però, un resto umano, che indicasse quale specie di Homo avesse popolato la zona nel periodo in esame. Almeno fino al 24 giugno 2019, quando, proprio negli ultimi giorni di scavo, sono emersi due resti ossei: un incisivo e un osso occipitale attribuibili al genere Homo.

Questo ritrovamento è ancora più interessante in quanto è avvenuto all’interno di un contesto già ben delineato, grazie agli studi multidisciplinari condotti dall’università di Ferrara.

La grotta della Ciota Ciara è stata abitata nel Paleolitico medio, un periodo che va da 300 mila fino a 35 mila anni fa e che ha visto la presenza di due specie: Homo heidelbergenis e Homo neanderthalensisQuale dei due avesse abitato la grotta, fino ad oggi, non era chiaro.

Dallo studio delle ossa trovate si è potuto stabilire qualcosa di più preciso: il dente è un secondo incisivo inferiore permanente, estremamente ben conservato e, probabilmente, appartenente a un individuo adulto di giovane età.

L’osso occipitale, invece, apre nuovi orizzonti per la ricerca su questa fase della preistoria e dell’evoluzione dell’uomo in Europa.

Due particolarità, infatti, caratterizzano i resti attribuibili all’uomo di Neanderthal: un rigonfiamento chiamato chignon e la fossa sopracranica. Tali caratteristiche cominciano a comparire già nell’Homo heidelbergensis, divenendo fortemente accentuate nel Neanderthal.

Sull’osso occipitale della Ciota Ciara, questi elementi sono presenti, ma in modo poco marcato. Una volta effettuati vari accertamenti, gli studiosi potranno affermare se l’individuo ritrovato appartenga a una specie arcaica di Homo neanderthalensis oppure al più antico Homo heidelbergensis, definendo più precisamente il periodo di passaggio tra le due specie.

Inoltre, grazie ai dati raccolti durante gli 11 anni di scavi, si può affermare che la grotta sia stata utilizzata, inizialmente, solo come riparo temporaneo, probabilmente durante le battute di caccia, e che solo successivamente sia stata abitata con maggiore continuità. Ancora, per la costruzione degli strumenti litici ritrovati in loco, sono state sfruttate le pietre locali; anche le specie cacciate, di cui sono stati trovati i resti nella grotta stessa, erano quelle presenti sul territorio: cervi, cinghiali, camosci, rinoceronti e un orso. Infine, sono stati trovati resti di altri carnivori, non uccisi dall’uomo, che probabilmente abitavano la grotta nei periodo di abbandono.

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NEWS | “Colloquio di ricerca”, UNIME e UNICT: unità di intenti per la cultura

“Non dobbiamo più essere il paese dello zero a zero: soltanto se lavoriamo insieme senza protagonismi e veti reciproci potremo cercare di invertire la tendenza che da decenni, ormai, ci vede penalizzati. Le università, gli enti di ricerca, le istituzioni locali siamo obbligati a lavorare insieme, sapendo che la risposta della gente alle proposte culturali c’è ed è grande, perché grande è la sete di cultura”.

Ha fatto ricorso a una eloquentissima metafora calcistica il rettore dell’Università degli Studi di Catania Francesco Priolo, aprendo gli interventi della tavola rotonda su “Politiche culturali, università e meridione” che si è tenuta venerdì pomeriggio nell’aula magna del Monastero dei Benedettini.

Gli ospiti

Al suo fianco il rettore dell’Università degli Studi di Messina Salvatore Cuzzocrea, il componente del Consiglio superiore dei Beni culturali Daniele Malfitana, la direttrice del Polo museale del Lazio Edith Gabrielli e il docente di ingegneria gestionale all’Università di Pisa Andrea Bonaccorsi, componente dell’advisory board del dipartimento di Scienze umanistiche catanese, in quello che è stato il momento di chiusura del periodico “Colloquio di ricerca” che ogni anno chiama a raccolta per un confronto serrato tutti i docenti e ricercatori che operano al Monastero dei Benedettini.

Il “Colloquio di ricerca”

Il “Colloquio” è pensato infatti come un’occasione di conoscenza, di dialogo e di confronto e intende dare testimonianza della vivace comunità di ricerca che lavora, studia e insegna all’interno del Disum. “Un’iniziativa che andrebbe adottata anche in altri dipartimenti – ha osservato il rettore – perché non si tratta soltanto di un seminario scientifico a più voci, ma qui si ragiona sull’impatto culturale degli atenei nel territorio e nella società. L’opinione pubblica, la gente, le famiglie devono avere ben chiaro che le università creano cultura, oltre che erogare formazione. E ogni volta che la politica ‘taglia’ i fondi per gli atenei, chi perde non sono i professori, ma l’intera società”.

Unità di intenti tra UNIME e UNICT

L’appello del rettore etneo è stato sposato dal collega messinese, che ha assicurato collaborazione e unità d’intenti: “Noi università dobbiamo certamente fare un esame di coscienza, ma partiamo dal fatto che appariamo molto peggio di quello che siamo in realtà: abbiamo docenti bravi, ricercatori bravi, studenti bravissimi, ma l’immagine che si ha di noi, in particolare al sud, è pessima – ha riflettuto Cuzzocrea -. Il mondo oggi ci chiede altro, e dobbiamo saper comprenderlo. Ma dobbiamo capire anche che non spetta a noi creare posti di lavoro: gli atenei devono formare le generazioni del domani, quindi chiediamo fondi e risorse per gli spin off e per investire sui ricercatori brillanti”.

“Fondamentale il dialogo con le Università”

Questi gli aspetti legati al mondo universitario che si sono incrociati in questa occasione con la riflessione sul ‘valore’ dei saperi umanistici, nella disamina del prof. Bonaccorsi, e sull’innovazione nella gestione dei beni culturali, ‘declinata’ da Gabrielli e Malfitana. “Un museo, una fondazione, un edificio storico – ha detto la storica dell’arte e museologa romana -, devono produrre cultura innanzitutto per chi vi abita vicino, prima ancora che per i potenziali turisti. In quest’ottica, ben venga l’utilizzo delle nuove tecnologie di fruizione, ma soprattutto occorre una corretta gestione in grado di interloquire con gli enti locali e le strutture di ricerca accademiche”. “L’investimento in saperi umanistici crea valore – ha assicurato il direttore dell’Ibam Cnr etneo Daniele Malfitana -, ma chi si occupa di beni culturali deve riuscire a varcare la soglia del fare impresa: alla cultura servono buoni ricercatori e soprattutto ottimi imprenditori, nel solco di un’unica filiera che finalmente comprenda l’educazione, la ricerca, la tutela, la valorizzazione, la comunicazione e l’innovazione. Ecco perché è fondamentale il dialogo con le università e urgentissimo riprendere le fila di un accordo quadro tra i due ministeri dell’Istruzione e dei Beni culturali sottoscritto nel 2015 ma rimasto una scatola vuota”.

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MITI | Ero e Leandro, un amore diviso dal mare

Ero e Leandro si innamorarono perdutamente l’una dell’altro al primo fiorire della vita.

Ero e Leandro bassorilievoEra la festa di Adone e il giovane Leandro, di Abido,  rimase incantato dalla visione di Ero, vergine sacerdotessa di Afrodite, a Sesto. Il mare, tuttavia, li separava; così, ogni notte, Leandro passava a nuoto lo stretto dei Dardanelli, guidato dalla luce che la sua amata accendeva perché fosse suo faro.

Poche volte i giovani poterono godere del loro amore: sopraggiunto l’inverno, nonostante la tempesta, Leandro tentò ugualmente di superare il pericoloso braccio di mare, ma, disgraziatamente, il lume di Ero, quella notte, non poté guidarlo, poiché spento dal vento. Leandro, disorientato, venne sbattuto dai flutti su uno scoglio.

Il mattino seguente, Ero trovò sulla spiaggia il corpo senza vita dell’amato. Il dolore fu infinito: la ragazza decise di seguire il suo amore nella morte, gettandosi da una torre.

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ARCHEOLOGIA | Nuovi scavi presso il Santuario Nuragico di Santa Vittoria di Serri (CA)

Il recinto delle feste, scavato tra il 1929 e il 1931 da Antonio Taramelli, e definito dal Giovanni Lilliu come luogo dedicato alla collettività, dopo degli interventi negli ultimi decenni da parte di Ercole Contu e Fulvia lo Schiavo, grazie ad un contributo statale nell’ambito dei fondi a valere sulla ripartizione della quota dell’8 per mille dell’IRPEF a diretta gestione statale per l’anno 2016, è stato possibile programmare l’inizio di una prima campagna di indagine al fine di conservare, valorizzare e salvaguardare tutta l’area. La campagna di scavo è iniziata il primo ottobre del 2019per un importo di 110.000 euro, grazie ad un progetto della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Cagliari e le province di Oristano e Sud Sardegna che interesserà varie aree archeologiche della Sardegna.

Il progetto di scavo

Il progetto di scavo interesserà tutto il villaggio di Santa Vittoria, la prima parte di tale progetto è stata avviata il primo ottobre scorso e la seconda vedrà l’avvio nei prossimi mesi, grazie ad un progetto della Soprintendenza che interesserà varie aree archeologiche del Sud Sardegna.

L’area archeologica di Santa Vittoria di Serri si trova all’estremità sud-occidentale della Giara di Serri, in un’area di oltre venti ettari, solo in parte riportata alla luce a partire dal 1907 grazie alle prime campagne di scavo ad opera dall’archeologo Antonio Taramelli. Dagli studi è emerso che tale sito archeologico abbia goduto di una continuità insediativa, dal periodo nuragico fino all’età medievale, e può essere considerato un grosso e strategico centro religioso, con ampia valenza storico-culturale e artistica.

Conferenza e apertura al pubblico

A partire dalle ore 11:30, nell’area archeologica di Santa Vittoria, verranno presentate le attività di scavo e ricerca nell’area dalla Soprintendente, la Dott.ssa Maura Picciau, della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Cagliari e le province di Oristano e Sud Sardegna, insieme alle direttrici dello scavo, le Dott.sse Gianfranca Salis e Chiara Pilo, entrambe funzionare archeologhe nel medesimo ufficio, e Samuele Antonio Gaviano, Sindaco di Serri.

Il cantiere archeologico è aperto al pubblico: curiosi, turisti e comunità locale potranno vedere gli archeologi al lavoro.

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UNIME | Convegno su Ludovico Fulci, artefice della resurrezione di Messina post 1908

Mercoledì 30 ottobre, alle ore 9, l’Aula Magna del Rettorato ospiterà una tavola rotonda dal titolo “Ludovico Fulci 1850-1934” . I lavori saranno aperti dai saluti istituzionali del Rettore, prof. Salvatore Cuzzocrea, dell’avv. Pietro Carrozza (Presidente del Comitato Promotore per la Commemorazione del Sen. Prof. Ludovico Fulci), dell’On. Francesco D’Uva (Questore della Camera dei Deputati), dell’On. Nello Musumeci (Presidente della Regione Siciliana), dell’On. Cateno De Luca (Sindaco di Messina) e dell’Avv. Domenico Santoro (Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Messina).

Ludovico Fulci, l’uomo

La tavola rotonda su Ludovico Fulci, Senatore e politico italiano che, tra le altre cose, fu il propugnatore e l’artefice del quadro legislativo che consentì di far risorgere Messina dopo il terremoto del 1908, sarà moderata dal Prorettore Vicario, prof. Giovanni Moschella, e sarà caratterizzata da una serie di relazioni ad opera di un nutrito parterre di docenti ed esperti: i proff. Luigi Chiara (Prorettore agli Affari Generali), Mario Calogero (Direttore SCIPOG), Antonio Cappuccio (Università di Messina), Marcello Saija (Università di Palermo) e le dott.sse Maria Teresa Arena ( Consigliere di Corte di Appello di Messina) e Francesca Passalacqua (Università Mediterranea di Reggio Calabria).

Il ricordo

“L’immagine di famiglia” verrà tratteggiata dal prof. Ludovico Fulci (Liceo Classico Giulio Cesare di Roma).

Nel pomeriggio, alle ore 15, una corona d’alloro verrà deposta ai piedi del monumento dedicato al Senatore, a Piazza Fulci (Via Garibaldi). In seguito, alla presenza del Vescovo Ausiliare di Messina S.E. Mons. Cesare Di Pietro, al Gran Camposanto di Messina Famedio del Cimitero Monumentale, si svolgerà la Cerimonia di scopertura della lapide apposta sulla tomba del Sen. Fulci.

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CULTORES ARTIUM| Amaseno: nei luoghi dell’antica contea De Ceccano

Amaseno, piccolo borgo medievale della provincia di Frosinone, conta una popolazione di 4300 abitanti; la sua posizione strategica si colloca tra i Monti Ausoni, a est-sud-ovest, e i

Colleggiata di Santa Maria Assunta – si ringrazia il sito www.amasenoonline.it per le foto

Monti Lepini, a nord.  Intorno a esso, sorgono il Monte Rotondo, che raggiunge i 546 metri, e il Monte delle Fate, che tocca, invece, i 1090 metri di altezza.

Amaseno, inseme ad altri borghi, apparteneva, un tempo, alla contea De Ceccano. Si trova in una valle storicamente e culturalmente importante, già nota in antico per il mito di Camilla, regina delle Amazzoni e dei Volsci, capostipite del popolo ciociaro, le cui gesta vengono citate sia dal poeta latino Virgilio che da Dante, nel canto I dell’Inferno: qui, è lo stesso Alighieri a interrogare la sua guida  sulla donna che, insieme ad altri personaggi, grazie alle vicende di cui si era resa protagonista, avrebbe fornito un importante esempio da seguire lungo il cammino di redenzione.

Il nome attuale del borgo, Amaseno, deriva dall’omonimo fiume che bagna questa terra; è stato assegnato alla località solo nel 1872, in luogo del precedente San Lorenzo, già adottato in sostituzione di Castum Sanctu Laurentii, risalente a epoche più remote.

L’ampolla del sangue di S.Lorenzo Martire esistente in Amaseno, si conserva nella Collegiata di S.Maria Assunta _ si ringrazia il sito www.amasenoonline.it per le foto

L’origine medievale di Amaseno è da collocare intorno all’anno 800: il paese, originariamente, si sviluppava nei pressi di un’antica abbazia di monaci, le cui prime notizie risalgono soltanto all’anno 1000, quando il borgo aveva ancora il nome di San Lorenzo, situato nell’omonima valle.

Il centro storico mantiene il carattere medievale: sul punto più alto del colle, spicca la mole massiccia del Castello Feudale, mentre, in prossimità dell’ingresso principale del paese, la cosiddetta Porta Santa Maria, si trova l’omonima chiesa. Essa può ritenersi il primo monumento nazionale di architettura gotica, introdotta in Italia dai cistercensi francesi.

La reliquia più preziosa qui custodita è l’ampolla contenente il sangue di San Lorenzo, pregiata teca, realizzata da maestranze romane nel 1739 in argento sbalzato, riposta, dal 1970, in una custodia di rame..

Questo sangue, che normalmente troviamo solidificato, è formato da massa sanguigna mista a grasso, ceneri e a un brandello di pelle. Ogni anno si verifica il miracolo, in occasione della celebrazione del Santo (9-10 agosto), quando il sangue si liquefa, assumendo il colore rosso rubino e lasciando, così, trasparire tutti gli elementi. Abbiamo notizia che tale prodigio abbia avuto luogo, per la prima volta, nel 1600.

Ancora, ad Amaseno, risultano di singolare interesse la collegiata di Santa Maria Assunta, riconosciuta monumento nazionale, e il museo civico diocesano, ospitato nell’edificio che, un tempo, fu anche il Castello dei Conti De Ceccano.

Sul portale www.valledellamaseno.it è possibile scoprire  un virtuoso progetto ideato per la valorizzazione e fruizione sostenibile del patrimonio territoriale di questa meravigliosa terra, promosso dalla Dott.ssa Sara Carallo, ricercatrice dell’Università Roma3.

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ARCHITETTURA | L’evoluzione dal Romanico al Gotico

Storiograficamente, l’architettura gotica è quella fase dell’architettura europea diffusasi in un periodo compreso fra la metà del XXII secolo e, in alcune aree europee, nei primi decenni del XVI secolo.

Parlare di architettura gotica equivale ad aprire una finestra su un periodo storico-artistico di grande importanza per la cultura civile e religiosa. In particolare, si potrebbe parlare di una evoluzione semiotica delle forme e degli schemi architettonici con il significato più intimo, in ambito trascendentale, della visione del credo religioso cristiano.

Gotico e romanico: le differenze

Uno stile consapevolmente diverso da quello precedente (romanico), caratterizzato dall’uso intensivo di tecniche costruttive già usate (come l’arco a sesto acuto e la volta a crociera), ma aggregate in un sistema coerente e logico e con nuovi obiettivi estetici e simbolici.

Caratteristica importante del gotico è l’uso di strutture notevolmente più alte rispetto a quelle utilizzate nel precedente stile. Tale novità ha dunque comportato l’uso di accorgimenti tecnici meritevoli, per come sarà in seguito, di maggiori approfondimenti.

Diversamente da quanto avvenne per l’architettura romanica, per la quale non si ravvisa una particolare regione europea di riferimento per così dire “rappresentativa”, è, invece, abbastanza attendibile identificare una località e un “padre” dell’architettura gotica.

La Cattedrale di Rouen, Francia, esempio di architettura Gotica

Le origini del gotico: l’abbazia di Saint-Denis

La ricostruzione del coro dell’abbazia di Saint-Denis, vicino a Parigi, iniziata nel 1137 e terminata nell’anno 1144 per opera dell’abate Suger, è, generalmente, considerata come la data di inizio di questo stile. Stile che da lì a poco si diffonderà prima nelle diocesi dell’Île-de-France e poi nel resto della Francia, in Inghilterra, nell’Impero e nel resto d’Europa, incontrando resistenze significative solo in Italia.

Nel 1140 l’abate Sugerio (Suger) decise di ricostruire il coro e la facciata di Saint-Denis, l’abbazia benedettina che conservava le reliquie del patrono di Parigi, San Dionigi. Questo santo era stato il primo vescovo delle Gallie e il ricordo della sua figura si fuse ben presto con quella del monaco siriano Dionigi l’Areopagita.

L’interno dell’Abbazia di Saint Denis e le Tombe dei Re

La spinta verso l’alto: il mezzo per raggiungere il divino

Tale Dionigi, monaco siriano, aveva, infatti, scritto un trattato sulla luce e sulle gerarchie angeliche, “De coelesti hierarchia”, ispirato al neoplatonismo, nel quale la luce era considerata una sorta di emanazione divina e, in generale, la realtà sensibile intesa come simbolo delle splendenti realtà soprannaturali. Da qui, quindi, l’intrinseco legame che fonde il gotico con l’ideale religioso che porterà a collegare l’ “altezza” delle strutture architettoniche, con il desiderio di avvicinamento al divino.

L’abate Sugerio, ammiratore dei testi dello pseudo-Dionigi, volle ricostruire la sua venerabile abbazia ispirandosi alle teorie del filosofo. A tal fine infatti, progettò un nuovo coro direttamente collegato ad un deambulatorio che permetteva ai fedeli di muoversi liberamente anche dietro il recinto del coro stesso. Le cappelle radiali, componenti il coro, erano dunque coperte da volte a crociera e sulle pareti si aprivano ampie finestre che davano una grande luminosità allo spazio interno. Le vetrate colorate, dalle ampie aperture, rendevano l’atmosfera interna quasi soprannaturale, in accordo con le forme sensibili suggerite dalle teorie dello Pseudo Dionigi.

La novità del gotico

Appariva chiaro, quindi, che la novità più originale dell’architettura gotica fosse la scomparsa delle spesse masse murarie tipiche del romanico ove il peso della struttura veniva assorbito dalle pareti. Nel gotico, infatti, assistiamo ad uno snellimento delle strutture: queste venivano impiegate a guisa di “nervature”, sulle quali scaricare le forze generate dalle masse. A tale scopo venivano utilizzati elementi strutturali secondari coadiuvanti, quali archi rampanti e contrafforti. Tale svuotamento delle pareti dai carichi permise la realizzazione di pareti di luce, coperte da magnifiche vetrate, alle quali corrispondeva, fuori, un complesso reticolo di elementi portanti.

A partire dai soli pilastri a fascio, si dipanava quindi un sistema di contrafforti ben più ampio e diversificato rispetto a quello romanico. In particolare, gli elementi strutturali quali gli archi rampanti, i pinnacoli, i piloni esterni e gli archi di scarico servivano a contenere e indirizzare al suolo le spinte laterali della copertura. Il tutto comportava quindi il conseguente alleggerimento delle murature di riempimento le quali consentivano, di conseguenza, un numero maggiore di aperture.

Da qui in poi si assiste ad un susseguirsi di esempi mirabili di tale stile quasi totalmente destinate al culto.

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ARCHEOLOGIA | La domus e l’area archeologica di Via Bellezia a Torino

Non tutti i torinesi sanno che nel cuore del quadrilatero romano si nasconde una piccola area archeologica, scoperta nel 2008 nel corso della ristrutturazione di un palazzo storico. In via Bellezia 16, a Torino, è stata individuata una domus romana con un ambiente pavimentato a mosaico.

L’edificio è stato costruito presumibilmente intorno al I-II secolo d.C. ed è stato in uso fino al IV sec. Dopo l’abbandono, l’area è stata utilizzata come cimitero fino al X secolo e successivamente occupata dai Domenicani, senza soluzione di continuità, dal XIII secolo fino ad oggi.

Come riportato sui Quaderni della Soprintendenza Archeologica del Piemonte[1], dell’abitazione sono visibili alcune porzioni dei muri e il pavimento, decorato con tessere bianche e nere a motivi geometrici, che permette di identificare l’ambiente come una sala di rappresentanza.

Il pavimento a mosaico

Sopra questo primo livello, vi sono tracce di  murarure di epoca romana e di una vasca per la produzione della calce datata alla fine del medioevo.

Vista la ristretta area di scavo (il cortile interno del palazzo storico) non è possibile conoscere la reale estensione della domus su tre fronti: est, ovest e sud. Dallo scavo è invece emerso che questa non occupava il lato nord dell’area indagata. Qui infatti si riscontra la presenza di suoli in terra battuta, indice di un’area aperta.

Proprio in questa porzione di terreno si trova un pozzo, con le pareti foderati di ciottoli, che intercettava probabilmente una falda acquifera sotterranea e poteva essere in uso a più abitazioni. Non essendo stati trovati materiali riferibili alla fase di costruzione della domus, la sua datazione è avvenuta esclusivamente sulla base della tipologia del mosaico, risalente, appunto, ai primi decenni del II sec. d.C. Purtroppo, non è possibile escludere che la pregiata pavimentazione sia stata inserita in una seconda fase, nella quale la casa è stata ristrutturata e dunque non rappresenterebbe la datazione più antica. Inoltre, nell’area aperta che affianca l’abitazione e nel riempimento del pozzo, sono stati trovati materiali risalenti al I sec. d.C, dimostrando così come l’area sia già attiva in precedenza.

Il pozzo

Durante la tarda età imperiale, l’edificio subì una massiccia ristrutturazione, che portò alla variazione della funzione della sala con il mosaico. L’ambiente venne ampliato, ma il mosaico fu coperto da un pavimento in cocciopesto, rendendolo un ambiente di minor pregio.

L’area aperta a nord continuò ad essere utilizzata: venne in parte lastricata, per consentire un accesso più agevole al pozzo in caso di maltempo e venne costruita una struttura in ciottoli e malta sul lato sud del pozzo.

Durante l’età tardoantica la domus di via Bellezia andò in rovina, ma i suoi ambienti vennero ancora utlizzati per un certo periodo, come dimostrano le tracce di accensione di fuochi sul pavimento di cocciopesto. Probabilmente alcune porzioni di muro erano ancora utilizzabili come sostegno per coperture lignee, come documentato frequentemente per il periodo.

L’area venne più volte depredata dei materiali da costruzione, riutilizzati per altre strutture e, presumibilmente intorno al VI secolo, venne utilizzata come cimitero. Sono presenti infatti due sepolture di un maschio adulto e di un bambino di circa 4 anni, anche se probabilmente le sepolture erano in numero maggiore, data la massiccia presenza di resti umani.
Infine, nel basso medioevo, l’area fu trasformata nel chiostro della vicina chiesa di S.Domenico.
Oggi l’area, che doveva diventare un parcheggio privato interrato, è stata invece musealizzata e resa visibile al pubblico su appuntamento.

 

 


[1]Greppi, Gabucci, Subbrizio, Barello, Indagini archeologiche nel cortile del Palazzo S. Liborio, in Quaderni della Soprintendenza Archeologica del Piemonte, 26 (2011), pag. 47-74
http://archeo.piemonte.beniculturali.it/images/pdf-editoria/quaderni/quaderno-26/03_greppi%20et%20al.pdf

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MITI | L’amore eterno di Selene per Endimione

Una notte d’estate, il bellissimo pastore Endimione si addormentò in un bosco, sul monte Latmio. Lì, scorse il suo viso Selene, divinità lunare, che se ne innamorò perdutamente: da quel momento, la dea scendeva sulla terra per passare ogni notte al suo fianco.
Selene chiese a Zeus di sposare Endimione e pregò affinché il suo amato venisse reso immortale: il padre degli dèi esaudì entrambe le sue richieste.
Selene, tuttavia, pur avendo chiesto la vita eterna per l’amato, aveva dimenticato di domandarne anche l’eterna giovinezza: alla comparsa dei primi capelli bianchi, impazzì, temendo che il suo sposo potesse avere sorte analoga a quella di Titone.

La dea decise, d’accordo con Hypnos, di baciare le palpebre dell’amato per farlo cadere in un sempiterno sonno, affinché il tempo cessasse di consumarne le sue carni. 

Da allora e per l’eternità, Selene si reca ogni notte sul Latmio, per riposare accanto al suo mai morituro amore che, seppur dormiente, l’ha resa madre di cinquanta figlie.

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NEWS | Sabato “Notte Bianca” al Museo Archeologico di Frosinone

Questo sabato 20 Ottobre è possibile passare una fantastica notte al Museo Archeologico di Frosinone. Una notte all’insegna di Storia, Archeologia, Cultura, Laboratori e tanto tanto divertimento. 
Un evento dedicato a ogni fascia d’età e che coinvolgerà soprattutto i più piccoli. 
 
“NOTTE BIANCA AL MUSEO ARCHEOLOGICO DI FROSINONE”.
Dalle ore 20.00 fino alle 24.00 sarà possibile partecipare agli eventi di seguito riportati: 
 
– I tuoi avi nella storia ritrovata della Città _ storia della Città di Frosinone; 
– Visite guidate alle collezioni;
– Laboratori per bambini e ragazzi.
 
Al secondo turno, dalle ore 24.00 fino alle ore 9.00 di domenica mattina, avrà luogo invece:
 
– La notte dei bambini al Museo (su prenotazione).
 
Per tutte le informazioni necessarie, prentazioni, come raggiungere il Museo potrete cliccare sul link di seguito riportato: