Autore: Redazione ArcheoMe

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PIEMONTE | La mostra “Archeologia Invisibile”

La mostra Archeologia Invisibile del Museo Egizio di Torino viene prorogata fino al 7 giugno 2020. Inoltre, per raggiungere il maggior numero di fruitori, è disponibile un tour virtuale completo online.

Il Museo Egizio 

Il Museo Egizio di Torino, il più grande al mondo dopo quello del Cairo, è da qualche anno all’avanguardia nello studio e nella ricerca legata anche all’utilizzo delle nuove tecnologie. Per questo, è stato deciso di rendere l’archeometria (l’insieme delle tecniche adottate per studiare i materiali, i metodi di produzione e la storia conservativa dei reperti) protagonista di una spettacolare mostra temporanea. Lo scopo dell’allestimento è proprio quello di rendere noto al grande pubblico i metodi e le tecniche che permettono di ricostruire la storia di un reperto archeologico, grazie all’aiuto di scienze come la chimica, la fisica e la radiologia.

La mostra

Seguendo il percorso della mostra ci si addentra tra le sale allestite con fotografie, filmati e postazioni interattive. Lo spettatore scopre le applicazioni della fotogrammetria, degli studi chimici sui pigmenti antichi, delle analisi multispettrali e, sui papiri, delle ricostruzioni 3D, fino allo sbendaggio virtuale delle mummie di Kha e Merit.

Insieme alla proroga, però, giunge anche una sorpresa: il virtual tour completo della mostra disponibile sul sito del Museo. Grazie ad alcuni studenti del corso di laurea in ingegneria del cinema e dei mezzi di comunicazione del Politecnico di Torino e allo studio creativo Robin Studio si potranno visitare virtualmente tutte le installazioni e accedere anche ai filmati e ai singoli reperti

L’importanza della mostra di Torino, però, non risiede solo nella portata dei dati ricavabili dall’utilizzo dell’archeometria, ma rappresenta anche un esempio virtuoso di studio multidisciplinare. In questo caso, infatti, studiosi di diverse discipline collaborano per raggiungere insieme un obiettivo di ricerca, aggiungendo ognuno il proprio tassello al grande puzzle del passato. 

Per informazioni:

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LOMBARDIA | Le palafitte dell’Isolino Virginia (VA)

L’Isolino Virginia è il più antico insediamento palafitticolo dell’arco alpino
 e, dal 1962, è proprietà del Comune di Varese.  Nel XVI secolo era conosciuto come “Isola di S. Biagio”, per la presenza di una  piccola chiesa dedicata al santo. In seguito, venne chiamato “Isola Camilla”, in onore della moglie del duca Antonio Litta Visconti Arese; dal 1878, invece, porta il nome di Virginia, la moglie del marchese Andrea Ponti.

La prima individuazione di un abitato palafitticolo risale al 1863 per merito dell’abate Antonio Stoppani. Ulteriori ricerche verranno effettuate nel ventennio successivo e confermeranno l’importanza della scoperta.

Tuttavia, la ripresa delle esplorazioni riprende solo a partire dagli anni ’60 del novecento.

Nel 2006, la Soprintendenza Archeologica della Lombardia inizia un progetto di ricerca e tutela delle palafitte e dei reperti che permette di accertare un’estensione del sito più ampia di quella inizialmente valutata. L’indagine più approfondita si è svolta su 100 metri quadrati; sono stati, inoltre,  mappati 321 pali: in particolare, sono stati analizzati i campioni lignei, i reperti faunistici e i frammenti di ceramiche, selci e pietra arenaria.

Queste analisi hanno permesso di avere una visione più chiara dell’intero sito e del suo sviluppo; ancora, le analisi dei campioni lignei hanno permesso di datare l’abitato tra la fine del XVIII e il XVI secolo a.C., ovvero nell’età del bronzo.

Riguardo la fauna esistente, sono stati rinvenuti ossi di animali di piccola taglia (caprovino e bovino) e di cervi, a dimostrazione che era praticata la caccia. I frammenti di ceramica hanno permesso di ricostruire alcune forme dei recipienti utilizzati dagli abitanti: grandi contenitori per derrate alimentari, olle, scodelle e ciotole. La grande quantità di schegge di selce rinvenuta permette, invece,  di stabilire che la produzione dei manufatti avveniva in loco.

Ma cosa s’intende per abitato palafitticolo?

Dimentichiamo la classica immagine delle capanne di canne e argilla, costruite in mezzo all’acqua e sostenute da una piattaforma sopraelevata per mezzo di pali; gli studi hanno messo in evidenza che i pali, in realtà, erano conficcati nella terraferma asciutta, solo raramente invasa dall’acqua nei periodi di forti piogge. La vicinanza al lago era fondamentale, sia per la pronta disponibilità di acqua per gli uomini e gli allevamenti di animali, sia per la possibilità, da esso offerta, di spostarsi agilmente con le piroghe dal lago al fiume a un altro lago ancora.
Le palafitte del Lago di Varese risalgono all’ultima fase del Neolitico (4300 a.C.), fino alla Media Età del Bronzo (800 a.C.). Tuttavia, nonostante le migliaia di anni, i pali si sono ben conservati perché protetti dall’acqua.

Valorizzazione e tutela:il sito oggi e domani

L’area, oggi, è stata valorizzata delimitando la superficie con boe segnaletiche; è stata, inoltre, interdetta la navigazione, mentre è stata predisposta sulla riva una pensilina informativa: all’interno di essa, sono presenti pannelli trasparenti che riportano testi e immagini relative all’ambiente, con una sintesi delle ricerche fino a ora effettuate.

E’ stato anche presentato il progetto di un giovane laureato in ingegneria, che prevede la realizzazione di una passerella sul lago, attorno all’area del villaggio sommerso. La passerella sarà ancorata al fondo in maniera non invasiva e potrà collegare lago e terra; in questo modo, i visitatori, potranno ammirare dall’acqua il villaggio sommerso.

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PIEMONTE | Il Tesoro di Marengo: un giallo di età romana

Il tesoro di Marengo è, forse, tra i reperti più pregiati conservati oggi al Museo di Antichità di Torino; tuttavia, su di esso rimangono ancora aperte importanti questioni.

Il ritrovamento

Trovato fortuitamente nel 1928, lungo l’autostrada Torino – Savona, presso la località di Marengo, era sepolto a circa un metro di profondità, in un terreno sabbioso. I reperti erano schiacciati e deformati, in modo da poter essere nascosti più facilmente. Una foto dell’epoca, scattata dalle autorità che presero in consegna i reperti, mostra il loro stato al momento del ritrovamento, prima del restauro, avvenuto nel 1936. Tutti i pezzi, tranne il vaso con foglie di acanto, presentano deformazioni dovute all’impatto con un oggetto contundente.

Il Tesoro di Marengo prima del restauro. Da Mercando (a cura di), Archeologia in Piemonte, Vol II. L’età romana

Perchè è stato seppellito?

Uno dei problemi che si sono presentati agli archeologi che, negli anni, hanno studiato questo prezioso ritrovamento, riguarda il motivo per il quale è stato seppellito. Nell’antichità, potevano essere sostanzialmente due i motivi per nascondere tesori sotto terra. In periodi di instabilità politica o di invasioni esterne, si seppellivano i propri averi, spesso monete o gioielli, perché non divenissero preda di briganti o razziatori. In questo caso, il nascondiglio era vicino alla casa del proprietario e gli oggetti venivano sepolti con cura, magari in una cassetta o in un sacchetto di cuoio. Per quanto concerne, però, il Tesoro di Marengo, lo stato molto danneggiato nel quale sono stati ritrovati gli oggetti fa pensare, piuttosto, al bottino di una rapina. I ladri avrebbero schiacciato gli oggetti per poterli trasportare meglio, essendo interessati unicamente al valore del metallo. Ad avvalorare questa ipotesi, può aiutare la cronologia dei materiali: i pezzi più antichi, infatti, risalgono almeno al III sec. d.C, periodo nel quale gli Alamanni invasero la zona. A quest’epoca appartiene anche tutta una serie di tesoretti monetali o di argenti ritrovati oltralpe e in Italia.

Busto di Lucio Veio, da Musei Reali Torino

I manufatti appartengono ad un unico contesto?

L’analisi condotta da Francoise Baratte sembrerebbe escluderlo. Gli oggetti, infatti, non solo sono molto diversi per fattura e gusto artistico, ma appartengono anche ad epoche differenti. Di sicura datazione sono il busto di Lucio Veio, non posteriore al 169 d.C, e l’iscrizione di Vindio Veriano data all’inizio del III sec. Non si può comunque escludere la collocazione degli oggetti in una sorta di collezione, che racchiudeva opere pregevoli di diverse epoche.

iscrizione di Vindio Vriano, da Musei Reali Torino

Da dove sono stati rubati questi oggetti?

Secondo gli studiosi, si deve pensare a un unico insieme di oggetti, appartenenti ad una collezione, rubati, quindi, in un solo luogo. Data la mancanza di stoviglie da mensa, è poco probabile che gli oggetti fossero conservati da un privato. La presenza di una dedica alla Fortuna Melior e il carattere diverso dei pezzi, fa pensare, piuttosto, alla loro collocazione in un santuario. Era pratica comune, infatti, donare oggetti votivi ai templi, come omaggio alle divinità

Il tesoro di Marengo, Musei Reali Torino

Conservazione

Il Tesoro di Marengo fa parte delle collezioni del Museo di Antichità di Torino dal 1936 ed è stato oggetto di diversi restauri e pubblicazioni. Oggi è esposto nella Manica Nuova del museo, con un nuovo allestimento che ne valorizza la storia e la vicenda.

Per approfondire:

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CULTORES ARTIUM | Al via il progetto “Il Cammino della Regina Camilla” nei Borghi della Valle dell’Amaseno

 

Nasce nel Lazio il progetto per la costruzione del Cammino della Regina Camilla. Esso nasce come un “cammino sociale” di circa 130 chilometri, suddiviso in diverse tappe che attraversano tutti i Borghi della Valle del fiume Amaseno: si tratta di un territorio straordinario dal punto di vista culturale e naturalistico, situato nel Lazio meridionale, tra le province di Latina e Frosinone.

Chi è la Regina Camilla?

          Camilla e Turno 

La Regina Camilla è la capostipite del popolo Ciociaro, figlia di Re Metabo, tiranno di Privernum,una delle città dei Volsci.

Il Re Metabo venne, però, cacciato per il suo modo spietato di governare e, durante la fuga, portò con sé la piccola Camilla, ancora in fasce.

Inseguito da bande di cittadini inferociti, giunse sulle rive del fiume Amaseno, in piena per le troppe piogge; il sovrano avvolse, quindi, la bambina con una corteccia di albero e la legò alla sua lancia, per gettarla oltre il fiume.

Incalzato dai nemici, si tuffò, così, in quelle acque, per raggiungere la figlioletta che, nel frattempo, era rimasta incolume poiché, secondo la leggenda, già consacrata da Metabo alla Dea Diana.

Camilla crebbe in queste terre come una principessa guerriera, imparando l’arte bellica, difendendo la sua terra anche a costo della vita.

Viene citata nella Divina Commedia di Dante e, prima ancora, nel libro XI dell’Eneide.

Il Progetto

L’idea nasce alcuni anni fa all’interno di un progetto di ricerca condotto e seguito dalla Dott.ssa Sara Carallo, ricercatrice dell’Università di Roma Tre, che ha portato alla realizzazione di un portale web dedicato alla Valle dell’Amaseno (www.valledellamaseno.it).

È proprio dall’esperienza di incontro di questi luoghi e delle sue comunità che questa idea ha iniziato a conquistare gli abitanti e a trasformarsi in un progetto originale e ambizioso.

Suo obiettivo è promuovere e rendere fruibile il patrimonio materiale e immateriale della Valle dell’Amaseno, attraverso modalità di turismo sostenibile, a bassissimo impatto ambientale e ben integrate con le potenzialità dell’area.

Un momento della conferenza del Progetto di inizio del “Cammino della Regina Camilla”

Il Progetto del Cammino della Regina Camilla vede attualmente il coinvolgimento e l’adesione de:

  • Il Gruppo di ricerca Terre Alte del Club Alpino Italiano, sezioni di Frosinone, Sora, Cassino, San Donato Val Comino.
  • Delle Associazioni culturali “A piedi liberi” e “Cultores Artium”, che saranno coinvolte come gruppo di coordinamento insieme alla XIII Comunità Montana dei monti Lepini Ausoni, alla Compagnia dei Lepini, a numerose altre associazioni locali e a liberi cittadini della Valle.

Si tratta di un progetto partecipativo ed è, quindi, aperto all’adesione di chiunque volesse offrire il proprio contributo.

L’itinerario

L’itinerario è dedicato alla Regina dei Volsci Camilla ed è volto a favorire processi di inclusione socio-spaziale tra le popolazioni, a rafforzare la loro consapevolezza identitaria e il legame con il territorio.

Le recenti esperienze di successo di altri cammini in Italia (come, ad esempio, la Via degli Dei da Bologna a Firenze o il Cammino di San Benedetto) mostrano quanto tali percorsi saino in grado di generare processi virtuosi di sviluppo e crescita economica, sociale e ambientale.

Proprio per questo, il progetto di Cammino della Regina Camilla sosterrà le realtà ricettive, enogastronomiche e commerciali locali, attraverso un coinvolgimento diretto.

Il percorso ad anello partirà dalla stazione ferroviaria di Priverno-Fossanova, per favorire il più possibile una mobilità sostenibile; attraverserà tutti i borghi della Valle:

Abbazia di Fossanova, Priverno, Roccagorga, Maenza, Prossedi, Giuliano di Roma, Villa Santo Stefano, Castro dei Volsci, Vallecorsa, Amaseno, Pisterzo, Roccasecca dei Volsci, Sonnino.

Il territorio è costituito da importanti evidenze storico culturali e naturalistiche, da aree di rilevante interesse speleologico e altri geositi, nonché da Zone di Protezione Speciale e Siti di Importanza Comunitaria. Si tratta, dunque, di un insieme paesistico tra i più caratteristici del Lazio meridionale.

Il cammino si collegherà agli altri cammini già esistenti sul territorio (come la Via Francigena nel Sud); seguirà, inoltre,  antichi percorsi di transumanza e mulattiere per dare valore a tutto il patrimonio già esistente nella Valle.

Potrà essere percorso a piedi, in mountain bike o a cavallo.

Sabato 21 dicembre sarà inaugurata la prima tappa:

dalla Stazione di Priverno-Fossanova a Roccagorga (passando per Priverno).

Nei mesi successivi, verranno presentate le altre tappe attraverso l’organizzazione di escursioni ed eventi pubblici. È prevista anche la pubblicazione di una guida in cui saranno inserite tutte le informazioni tecniche e logistiche per poter svolgere l’itinerario, insieme ad approfondimenti culturali sulla storia del territorio e sulle comunità che lo abitano.

Per maggiori informazioni potete rivolgervi a:

Sara Carallo, responsabile scientifico del progetto

camminoreginacamilla@gmail.com – 3496480272

Sito web: http://www.valledellamaseno.it/valle/cammino-regina-camilla/

Pagina Facebook: Cammino della Regina Camilla

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Lombardia | Como: un tesoretto di monete di inestimabile valore

Nel 2018, durante dei lavori di edilizia, per opera della ditta Officine Immobiliari Srl di Como -una ditta privata che sta trasformando l’ex teatro Cressoni in un complesso residenziale, è venuto alla luce un tesoretto di monete di inestimabile valore.

La zona del ritrovamento è una zona centralissima, sia per la Como odierna ma, soprattutto, per quella antica: si scavava, infatti, un’area molto vicina a quello che era il foro di Comum, la Como romana.

Durante i lavori è stato riportato alla luce un edificio di epoca tardo-antica fabbricato con pezzi di reimpiego ed alcune epigrafi di epoca imperiale, di cui, però, non si conosce ancora bene la funzione.

Il tesoretto è stato trovato all’interno di un contenitore in pietra ollare sopra uno strato in cocciopesto, un materiale edilizio che i romani utilizzavano per impermeabilizzare le superfici, sia pavimenti che pareti.

 

Il recipiente

Il recipiente che contiene le monete d’oro è un boccale ad ansa quadrangolare e coperchio in pietra ollare grigia proveniente dalle Alpi Centrali.

La sua particolarità risiede nel fatto che è più largo alla base e più stretto sul collo: ciò fa pensare che si tratti di un contenitore molto prezioso.

La pietra ollare veniva, infatti, lavorata in un solo blocco in forme cilindriche o troncoconiche con l’orlo più largo rispetto alla base. Questo permette, infatti, di ridurre al minimo lo scarto; una lavorazione come quella del recipiente descritto prevede una grande quantità di scarto ed è pensabile solo per oggetti estremamente preziosi.

Il tesoretto

Per quanto riguarda le monete, esse sono ancora in fase di studio. Sappiamo per certo che si tratta di  1000 solidi del peso di circa 4,5 grammi;  sono state tutte riposte con cura e non abbandonate in fretta come capita in altri ripostigli. Probabilmente sono state impilate dentro a rotoli di stoffa o altro materiale deperibile che ora non c’è più.

Si può confermare la datazione al 472-474 d.C. grazie anche alla presenza di pezzi a nome di Onorio, Arcadio, Teodosio, Valentiniano III, Maggioriano, Libio Severo, Antemio e Leone I. Oltre alle monete sono stati ritrovati nel vaso alcuni oggetti in oro: un frammento di barretta, tre orecchini e tre anelli con castone.

 L’ingente quantitativo di monete e l’entità della somma sembrano confermare l’interpretazione già proposta come cassa pubblica.

 

Valorizzazione e tutela: dove andrà a finire il reperto?

Ma la domanda che sorge spontanea è una: chi dovrà occuparsi della valorizzazione e tutela di questo reperto? Dove sarà esposto una volta analizzato e studiato? La risposta a queste domande è chiara: il tesoretto appartiene alla città in cui è stato trovato: Como.

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MITI | Fillide e Demofonte: lacrime e fiori di mandorlo

Demofonte, figlio di Fedra e Teseo, re di Atene, si innamorò della bella principessa tracia Fillide e, sposandola, ebbe in dote il suo regno. Tempo dopo, sentendo nostalgia della terra natia, Demofonte decise di compiere un viaggio ad Atene, promettendo alla moglie di fare ritorno entro un anno. Fillide, affranta, accettò la decisione del marito; tuttavia, gli consegnò uno scrigno contenente i segreti della Grande Madre Rea, che avrebbe dovuto aprire solo se non fosse potuto tornare.

Demofonte non mantenne la promessa e, allo scadere del termine pattuito, non tornò. Fillide, col cuore spezzato dalla vana attesa, decise di togliersi la vita. Atena, mossa a commozione, trasformò il corpo della donna in un mandorlo. Quando Demofonte, finalmente, fece ritorno, comprese cosa fosse accaduto e, piangendo, si strinse forte al tronco dell’albero, inondandolo con le sue lacrime. Bagnata dal dolore dell’amato, Fillide ricambiò facendo sbocciare piccoli fiori bianchi dai nudi rami.

Demofonte, infine, decise di aprire lo scrigno che gli aveva consegnato la moglie: inorridendo per ciò che vide in esso, si diede alla fuga, ma, inciampando, cadde sulla sua stessa spada e morì. Nessuno seppe mai cosa la scatola contenesse.

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Quella passione e voglia di vivere che non incendierete mai – ArcheoMe abbraccia Discover Messina

L’atto vergognoso, che ha avuto luogo nella sera del 12 novembre, offende, oltraggia ed esaspera gli animi di coloro che credono in questa terra e che, con sacrifici immensi, scelgono di rimanervi per cambiarne le sorti, da troppo tempo assai avverse: alcuni criminali, non ancora identificati, hanno incendiato il mezzo di trasporto della nota azienda turistica Discover Messina che, da anni, si occupa di offrire servizi che colleghino i più importanti siti culturali della nostra città e della Sicilia orientale, con percorsi tematici guidati, per la conoscenza del patrimonio culturale, naturale e paesaggistico del territorio. Si tratta, dunque, di giovani capaci, innamorati della loro isola, per la cui valorizzazione combattono ogni giorno, che si sono visti pugnalati alle spalle dai loro stessi concittadini, come nelle peggiori lotte fratricide. Mentre, intanto, continuano le indagini della magistratura, a commentare una simile violenza le eloquenti parole proprio dello staff di “Discover Messina”, in un comunicato stampa del 14 novembre:


“[…] Questa devastante e criminale mutilazione oltre a causare un ingente danno economico, ci obbliga a sospendere momentaneamente dalle attività lavorative il nostro conducente, un padre di famiglia, con moglie e quattro figli a carico. È questo uno degli aspetti più atroci e dolorosi di questa nefasta vicenda. Discover Messina, con l’impegno, l’entusiasmo e la professionalità di molti giovani, che hanno deciso di unire le forze e restare in questa città per dare il meglio di sé, si è imposta in questi anni come una realtà virtuosa e rivoluzionaria nei servizi di accoglienza turistica, capace di affermarsi con uno spirito e una identità che distingue e personalizza ogni singolo servizio offerto ai turisti che arrivano in Sicilia, desiderosi di scoprire le meraviglie della nostra terra. […]

Colpire una realtà come la nostra significa tentare di abbattere e colpire la speranza di tanti giovani che credono ancora nel riscatto di un popolo che non riesce a riemergere, significa colpire quanti intendono scommettere e investire la propria vita e le proprie risorse sulle enormi potenzialità di un territorio come il nostro, che può dare grandi opportunità di lavoro, di crescita e di sviluppo a chi crede ancora che questo sogno sia realizzabile. 
Questi vili segnali di avvertimento sono inconfutabili indizi di un sottosviluppo reale e tangibile che contamina e avvelena il tessuto sociale della nostra amata città, con l’intento di frenare e ostacolare chi crede nel bello, ignorando che il bello esiste e vincerà sempre”.

Nonostante, tuttavia, la presenza di elementi di malarazza, che macchiano e infangano la nostra terra, la Messina pulita, che non si piega a logiche meschine, non ha tardato a manifestare il suo calore agli amici di Discover Messina, luminoso esempio positivo, nel buio dell’ignoranza che, in casi come questi, sembra ingoiare irrimediabilmente ogni realtà positiva; sincera solidarietà, inoltre, è stata espressa dall’onorevole Franco De Domenico e dallo stesso sindaco Cateno De Luca.

Ciò che Discover Messina richiede ai suoi concittadini è che le si stringa la mano ancora un po’ più forte, contribuendo, con una libera donazione, all’acquisto di un nuovo mezzo, non avendo ancora finito di onorare il finanziamento che era stato necessario all’acquisto di quello che ormai è solo un tetro ammasso di cenere e lamiere. Sempre dal comunicato:

“[…] Lanciamo ufficialmente una campagna solidale di raccolta fondi per l’acquisto di un nuovo mezzo di trasporto, dando intanto l’opportunità ad un padre di famiglia di riavere il suo posto di lavoro. Questo nuovo bene sarà un simbolo di bene comune, non più solo di proprietà della Discover Messina, ma anche uno strumento nelle mani della città nuova e bella che intende reagire a queste logiche effimere ed efferate. Oltre a offrire servizi ai turisti, il nuovo mezzo di trasporto sarà utilizzato a titolo volontario e gratuito per il compimento di opere sociali e benefiche, disponibile per tutte quelle associazioni no profit e i loro assistiti, nonché per privati cittadini, anziani e ammalati indigenti, bisognosi di effettuare spostamenti”.

Ancora, dunque, con la futura messa a disposizione del nuovo mezzo alla comunità, nonostante la violenza subita, che fiaccherebbe persino le membra più forti, un atto di grande amore verso questa terra, accompagnato dagli slogan #IOSTOCONDISCOVERMESSINA #nonsiamosoli #thebestisyettocome.

ArcheoMe fa sentire tutto il suo calore agli amici di Discover Messina, stringendoli in un forte abbraccio, condividendone gli ideali e gli scopi.

Per le donazioni a favore della Discover Travel società cooperativa
Iban: IT 72T 0303216500010000008506
Causale: Contributo volontario per acquisto mezzo di trasporto

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LOMBARDIA | Como: il complesso termale di Viale Lecco


Le Terme di Como romana sono un complesso termale romano della città di Como, costruito nella seconda meta del I secolo d.C. grazie a una donazione di Plinio il Giovane e utilizzato fino alla fine del III secolo d.C.
Esso venne riportato alla luce nel 1971, durante alcuni lavori di edilizia urbana. Erano visibili le murature relative a otto diversi ambienti, alcuni a pianta ottagonale e altri a pianta rettangolare (probabili calidari e frigidari).

Una seconda area venne scoperta, invece, intorno agli anni novanta del secolo scorso: tali ambienti occupavano integralmente una zona di circa 1500 mq. Nel 2002, la Società Valduce Servizi s.p.a. la acquistò e ne finanziò accertamenti archeologici che permisero di constatare la conservazione delle strutture anche in questo tratto: furono, infatti, rinvenuti una decina di nuovi vani, di forme e dimensioni variabili; in relazione a questi, è stato possibile riconoscere due diverse fasi edilizie: una più antica, risalente alla seconda metà del I secolo d.C., e una più recente, databile al II secolo d.C.


La mancanza delle infrastrutture, che differenziano gli ambienti riscaldati da quelli freddi, ha, però, impedito di individuare con precisione la funzione dei diversi vani e di ricostruire il percorso termale.
Nel III secolo, le terme vennero abbandonate, le pavimentazioni e le decorazioni asportate e riutilizzate per la costruzioni di altri edifici. L’area divenne una vera e propria necropoli, caratterizzata da sepolture a inumazione. Tra queste, le più antiche sono due tombe a cappuccina, pertinenti a individui adulti, deposti con corredo, risalenti al V-VI sec.
Una notevole quantità di intonaci dipinti, per buona parte figurati, appartenenti alla decorazione pittorica del complesso, è stata recuperata nei livelli di distruzione dell’edificio: si tratta di un ritrovamento di estrema importanza, essendo la più consistente attestazione di decorazione parietale dipinta documentata finora a Como. Considerando la grandezza degli ambienti rinvenuti durante le varie campagne di scavo e lo schema tipico delle strutture termali, è stato ipotizzato che l’impianto termale di Como dovesse essere il più grande di tutto l’Impero Romano, dopo quello di Roma.
Le campagne di scavo discontinue si conclusero nel 2008, quando venne costruito un parcheggio pubblico annesso al vicino Ospedale Valduce.

Grazie a questo stabile, è stato possibile valorizzare ulteriormente il complesso termale e, a tal proposito, è stato realizzato un percorso museale che passa all’interno dei vari edifici ritrovati;  sono state costruite due piccole sale museali dove, in una, sono racchiuse vetrine comprendenti i resti delle decorazioni e dei pavimenti, nell’altra due esempi di tombe a cappuccina.

Grazie a questo lavoro di valorizzazione, le terme sono, oggi, fruibili a tutti.

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CULTORES ARTIUM | Il Cimitero Monumentale di Ceccano (FR)

A Ceccano, non troppo distante dal centro urbano, si trova il Cimitero Monumentale.

Ogni anno, a novembre, ospita al suo interno un evento dedicato alla storia e alla scoperta dei personaggi illustri che hanno lasciato un segno nella città e che ivi riposano: obiettivo di tale manifestazione è, sicuramente, quello di lasciare qualcosa di profondo in chi vi partecipa e invitare alla riflessione.

L’evento “il Cimitero Racconta”, che ha avuto luogo proprio la scorsa domenica 9 Novembre, raggiungendo la quarta edizione, è promosso da Cultores Artium in collaborazione con l’architetto Vincenzo Angeletti Latini, storico di Ceccano. Numerosi i visitatori accorsi.

Evento “il Cimitero racconta” 09.11.19 _ foto di Cultores Artium

Cenni storici sul Cimitero Monumentale

Era il 21 luglio 1868, quando il vescovo Gesualdo Vitali benedì il cimitero di Ceccano, costruito prima di quello di Frosinone, risalente, invece, al 1871.

Nel 1889, fu donato dalla famiglia Sindici il terreno per la costruzione, nell’esedra sommitale, di un ampliamento del cimitero e della tomba dei Passionisti, realizzati anche alla generosità dei ceccanesi.

L’architetto Giovanni Jacobucci, che realizzò, tra il 1930 e il 1933, in stile neoclassico, il Palazzo della Provincia a Frosinone, fu incaricato di progettare, in quegli stessi anni, anche l’ampliamento del cimitero.

A lui si deve la creazione del monumentale accesso con il viale, che termina con un’ampia scalinata che si conclude nella sommità con l’esedra, sacrario per le spoglie dei caduti della prima guerra mondiale.

Il portale d’ingresso presenta due torri ai lati, con locali destinati al custode; su di esso è incisauna citazione, tratta dall’ Apocalisse di San Giovanni:
BEATI MORTUI QUI IN DOMINO MORIUNTUR“, “Morti beati coloro che muoiono nel Signore”.

“BEATI MORTUI QUI IN DOMINO MORIUNTUR” dall’Apocalisse di San Giovanni _ entrata del Cimitero monumentale di Ceccano, foto di Cultores Artium.

 

Alcuni dei personaggi illustri di Ceccano

GIUSEPPE BRUNI

Ceccano vuole tributare il suo omaggio all’Eroe dell’aria e all’importante esponente del regime, rinominando piazza Castello in piazza I. Balbo, con delibera n. 83 del 10/7/40, il cui oggetto è “Denominazione di p.zza Italo Balbo dell’attuale piazza Castello, morto il 28/6/1940 nei cieli di Tobruk”.

Con Balbo, moriva Giuseppe Bruni, di Ceccano, Vicegovernatore della Libia, autore de “II nuovo assetto politico-amministrativo della Libia e de “In Viaggio del Duce in Libia per l’inaugurazione della litoranea”. L’aereo sul quale si trovavano venne abbattuto, ufficialmente per errore, dalla contraerei italiana.

CESARE BRAGAGLIA.

Fu il primo traduttore di letterature slave per la “Biblioteca Universale”, edita dalla Sonzogno che pubblica Boris Godunof di A. Puskin (licenziato a Ceccano il 4 settembre 1883 e uscito come n. 57 della collana), de La camicia rossa di A. Herzen (licenziata “sulle sponde del Fucino” nel settembre 1884, e uscita col n. 124 l’anno successivo) e del Libro della nazione polacca e dei pellegrini polacchi di Mickiewicz.
Pubblicista, fondò a Ceccano nel 1883 la rivista letteraria, d’arte, agricoltura e industria, di cui ne è il direttore, Vita Nuova.
Di spirito democratico, si interessò anche alla politica, fondando, nel 1886, il Giornale Elettorale del 4° Collegio di Roma, del quale diventò direttore con Giuseppe Angeletti. 

L’avvocato Cesare Bragaglia dedicò a suo figlio la Cappella alla fine del viale del Cimitero: nella parte superiore è ancora leggibile la dedica
“PER MIO FIGLIO GINO ERESSI  AVV. CESARE BRAGAGLIA”

DON MARIO COLONNA

Fu V Duca di Rignano e Calcata, principe di Sonnino, Nobile romano, Patrizio napoletano, Patrizio veneto e Patrizio onorario di Ferrara, Cavaliere d’onore e devozione SMOM.
Primogenito di Don Prospero Colonna, Sindaco di Roma prima e dopo Nathan, con capacità realizzatrici notevoli. E’ lui a sistemare la Piazza Esedra, ad acquisire al pubblico Villa Borghese, a realizzare il Traforo sotto il Quirinale. Alla sua amministrazione si lega la prima legge speciale su Roma del 1904. Parlamentare del Regno d’Italia per due legislature, XIX e XX, eletto nella circoscrizione di Anagni.

DON PROSPERO COLONNA

Sposò a Parigi il 10 settembre 1917 Adelina Drysdale Munro (Buenos Aires, Argentina, 19 Settembre 1896 – Roma, Italia, 14 Dicembre 1942), figlia di Thomas James Drysdale e Elisabeth Maria Munro.
In onore di Adelina, suo nonno materno, tale Duncan MacKay Munro, intitolò la stazione ferroviaria centrale, che collega Cordoba e Buenos Aires.
Sempre da Adelina prende il nome una città nel quartiere di San Isidro, a 20 km a nord della città di Buenos Aires, fondata nel 1909.


GIZZI GIOVANNI GIUSEPPE

Nacque a Ceccano il 25 dicembre 1863 da Emilio e Maria Sodani. Di ingegno precoce, si dedicò con passione agli studi e, dopo aver frequentato il liceo ginnasio di Ceccano, si iscrisse sedicenne all’Università di Roma, seguendo, in successione, i corsi di numerose facoltà e conseguendo ben sette lauree: in filosofia, lettere, giurisprudenza, medicina e chirurgia, scienze naturali, scienze fisiche e matematiche, ingegneria e architettura.

TANZINI MICHELE

Dal 1929 al 1943 fu Deputato, dal 1931 al 1933 Podestà; fece costruire l’acquedotto con il serbatoio e il campo sportivo e si occupò che venisse ingrandito il Cimitero, incaricando l’architetto Iacobelli.

LATINI GAETANO E BERARDI APOLLONIA

La tomba, nella quale riposa Augusto Angeletti, medico e primo dentista specialista di Ceccano, venne realizzata nel 1918.
Sergio Angeletti fu, invece, un musicista (chitarra, basso) e suonò ne “I Faraoni”, complesso musicale degli anni ‘60; incise per la RCA il 45 giri Lupo Mannaro e Solo Sarò. Il suo fu tra i gruppi che inaugurano il Piper.

Si trasferì a Vienna dove fece parte del gruppo I Corsauri, incise vari brani per la discografica Lesborne.

Suonò  all’Hotel Hilton di Theran in occasione delle nozze dello Scià di Persia. E’ l’autore della colonna sonora del film Nostra Signora dei Turchi di Carmelo Bene.

Insegnò Italiano presso l’Istituto di Cultura del Consolato Italiano a Vienna.

Testo tratto dagli scritti dell’Arch. VINCENZO ANGELETTI LATINI

 

Il Cimitero Monumentale è visitabile tutti i giorni.

Per maggiori approfondimenti e informazioni si può contattare l’Ass. Cultores Artium nelle pagine Facebook, Instangram o alla mail dell’Ass.: cultores.artium@gmail.com

 

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PIEMONTE | Il Museo di Antichità di Torino

Nel centro storico di Torino, nei locali appartenenti al Palazzo Reale, trova posto il Museo di Antichità, che raccoglie i reperti archeologici più significativi, trovati non solo in città, ma in tutto il Piemonte. 

Museo di Antichità di Torino

Le collezioni storiche

Il primo nucleo del museo fu messo assieme nella seconda metà del ‘500, quando il duca Emanuele Filiberto, seguendo la moda dell’epoca, iniziò a raccogliere oggetti antichi, principalmente statue. La collezione fu continuata dai suoi successori, che ne collocarono la parte più pregiata nella Galleria d’arte adiacente a Palazzo reale. Questo edificio, sfortunatamente, nel 1811, fu vittima di un violento incendio, che lo distrusse completamente: dei pezzi qui, allora, conservati, rimane solamente un inventario, commissionato da Vittorio Emanuele II, nel XVII sec., a Scipione Maffei. Le collezioni, invece, trovarono posto nel cortile della Regia Università, donate dal Re. Dopo varie vicissitudini, nel 1989, i reperti archeologici così raccolti trovarono sistemazione, mantenuta fino ad oggi, nelle Orangeries di Palazzo Reale, restaurate per l’occasione. Nello stesso luogo, dal 2014, è ospitato anche l’allestimento del Papiro di Artemidoro.

Le collezioni storiche

La sezione del Territorio

Se della collezione storica fanno parte reperti vari, messi insieme nel tempo, la sezione del territorio racchiude solo oggetti provenienti dagli scavi effettuati a Torino e nel resto del Piemonte. Questa ala del museo trova posto in una nuova struttura, in parte sotterranea, realizzata nel 1998; qui, il visitatore si trova all’interno di una sala che scende a spirale: l’esposizione si muove cronologicamente a ritroso, avendo inizio dall’Alto Medioevo, con le pregiate fibule longobarde; si passa, poi, all’età romana, arrivando fino  alla preistoria e ai primi oggetti fabbricati dall’uomo. L’idea è quella di “ricostruire” gli strati di un eventuale scavo archeologico, nel quale i reperti più recenti si troverebbero più in alto di quelli più antichi.

La Sala del Territorio

La Manica Nuova

La parte più recente del museo è anche quella che lo spettatore visita per prima. Allestita nel 2013, nel piano sotterraneo della Manica Nuova di Palazzo Reale, contiene la mostra permanente “Archeologia a Torino” e il nuovo allestimento per il Tesoro di Marengo: un impressionante insieme di argenti lavorati a sbalzo, scoperti nel 1928 e datati tra i II e il III sec. d.C. La sezione si collega con l’area archeologica del teatro romano, riscoperto tra ‘800 e ‘900, proprio durante i lavori di costruzione della nuova manica del Palazzo.

Busto di Lucio Vero appartenente al Tesoro di Marengo

Per saperne di più

https://www.museireali.beniculturali.it/museo-antichita/