Ieri, 22 dicembre 2020, è ufficialmente uscito il bando di gara per la ricostruzione del Colosseo, con scadenza fissata al 1 febbraio 2021 e con un finanziamento complessivo di 18,5 milioni di euro. Il progetto mira alla ricostruzione integrale della superficie di pavimentazione dell’arena, nonché di altri elementi che possano far sperimentare con più immediatezza ai visitatori l’originario aspetto della struttura.
Il progetto
La ricostruzione dell’arena del Colosseo è una grande idea, che ha fatto il giro del mondo. Sarà un grande intervento tecnologico che offrirà la possibilità ai visitatori di vedere non soltanto, come oggi, i sotterranei, ma di contemplare la bellezza del Colosseo dal centro dell’arena. Così ha commentato Dario Franceschini, Ministro per i Beni e le attività culturali e per il turismo, evidenziando l’aspetto tecnologico dell’intervento. Infatti, la pavimentazione dovrà essere mobile, attraverso un sistema meccanico di apertura e chiusura, che dovrà permettere di esporre o coprire gli ambienti ipogei tuttora visibili. Al contempo, dovranno essere ricostruiti anche i sistemi delle scene mobili antiche e degli argani che permettevano l’entrata nell’arena delle belve in occasione delle venationes (spettacoli di caccia). Un ritorno al passato all’insegna della tecnologia, dunque, come evidenziato anche dal direttore del Parco archeologico del Colosseo, Alfonsina Russo, all’agenzia DIRE: Per quei tempi era altamente tecnologica perché dotata di dispositivi come ascensori e piattaforme per elevare le scene dai sotterranei all’arena. A partire da una analisi storica di tutte le attività di restauro e conservazione, il bando dà queste indicazioni nel rispetto della conservazione e della tutela del monumento e delle sue strutture.
L’idea di tale progetto risale al 2014, quando l’archeologo Daniele Manacorda si auspicava un ripristino del monumento che permettesse una fruizione più immediata. Questo sempre tenendo presente l’impossibilità di utilizzare gli spalti a causa di note fragilità strutturali.
Interno del Colosseo. Photo by Paolo Costa Baldi. License: GFDL/CC-BY-SA 3.0
I pezzi salvaguardati sono ora conservati nell’aeroporto di Rieti, dove grazie alla collaborazione tra il MiBACT e la Diocesi di Rieti è stato attrezzato un capannone per il deposito delle macerie.
La tradizione vuole che il complesso francescano di Accumoli venne costruito dallo stesso S. Francesco da Assisi, nelle vicinanze di un oratorio preesistente. La storia della struttura registra i danni apportati dai numerosi terremoti che si sono abbattuti nella cittadina e una lapide ricorda la ricostruzione della chiesa in seguito al sisma del 1703, grazie all’elargizione di una ricca famiglia.
Dal 24 agosto 2016 le macerie dell’edificio sono sottoposte a sequestro in quanto il crollo del campanile ha provocato la morte di un’intera famiglia, rimasta intrappolata sotto le macerie.
La chiesa di San Francesco fin dalle prime ore del 24 agosto 2016 appare evidentemente lesionata, con il cedimento del suddetto campanile, il crollo parziale del tetto, della facciata e della parete absidale. Per la struttura sono state devastanti anche le numerose repliche, in particolar modo quella del 30 ottobre 2016.
La Chiesa dopo le prime scossePortale della Chiesa prima del recupero
Venerdì 18 dicembre 2020 si è svolto il webinar dal titolo “Il cammino basiliano. Un percorso di Fede, Avventura e Scoperta”. Un cammino, dunque, da Oriente ad Occidente organizzato dall’Archeoclub di Messina, in collaborazione con la Comunità Ellenica dello Stretto; il tutto nel contesto del progetto avviato dal coordinamento associativo per la tutela della chiesa normanna di Santa Maria a Mili, in provincia di Messina. Coordinamento a cui partecipa anche la nostra redazione.
“Non si tratta di conservare il passato, ma di realizzare le sue Speranze” – T. W. Adorno
Il prof. Filippo Grasso, delegato per le iniziative scientifiche nel settore del Turismo all’Università di Messina, ha introdotto e moderato l’incontro; ha iniziato, dunque, con un breve excursus sullo stato delle cose sul territorio e sulle difficoltà degli interventi. Il dott. Carmine Lupia, presidente del Cammino Basiliano in Calabria, ha parlato del cammino basiliano tra Oriente ed Occidente; mentre il prof. Daniele Macris, presidente della Comunità Ellenica dello Stretto, si è occupato di “Esperienze contemporanee di riuso di eremi e conventi in Calabria e Sicilia”. Infine, le conclusioni sono state affidate al prof. Bernardo Fazio, presidente dell’Archeoclub di Messina.
Le antiche mummie egizie hanno molte storie da raccontare, ma svelare i loro segreti senza distruggere resti delicati è una sfida; finalmente, grazie a una nuova metodologia non invasiva, si potrebbero svelare i segreti della tecnica millenaria di conservazione dei corpi, attraverso un’analisi non distruttiva dei balsami di mummificazione dell’Antico Egitto, basati su componenti organici di bitume.
Svelati i misteri?
Un team di ricercatori ha pubblicato, sulla rivista Analytical Chemistry dell’American Chemical Society, uno studio su un metodo non distruttivo per analizzare il bitume, il composto che conferisce alle mummie il loro colore scuro, presente tra i materiali per la mummificazione dei corpi nell’antico Egitto.
Il metodo fornisce indizi anche sull’origine geografica del bitume e ha rivelato che una mummia conservata in un museo francese potrebbe essere stata parzialmente restaurata, probabilmente da collezionisti.
Il materiale per la mummificazione mediante l’imbalsamazione utilizzato dagli antichi Egizi era una miscela complessa di composti naturali come gomme-resine da zucchero, cera d’api, grassi, resine di conifere e quantità variabili di bitume.
Il bitume è una miscela di idrocarburi solidi o semisolidi, di colore nerastro, ottenuta da rocce asfaltiche o da petroli naturali.
I ricercatori hanno utilizzato varie tecniche per analizzare i materiali per l’imbalsamazione usati nell’antico Egitto, ma in genere richiedono passaggi di preparazione e separazione che distruggono il campione.
Metodo EPR
Charles Dutoit, Didier Gourier e colleghi si sono chiesti se potevano usare una tecnica non distruttiva chiamata “risonanza paramagnetica elettronica (EPR)” per rilevare due componenti del bitume formatisi durante la decomposizione della vita fotosintetica: le porfirine vanadiliche e i radicali carboniosi, che potrebbero fornire informazioni sulla presenza, origine e lavorazione del bitume nel materiale da imbalsamazione.
I ricercatori hanno ottenuto campioni di materia nera da un sarcofago, da due mummie umane e da quattro mummie animali (tutte dal 744 al 30 a.C.), che hanno analizzato con l’EPR e confrontato con campioni di bitume di riferimento. Il team ha scoperto che le quantità relative dei vari composti potrebbero differenziare tra bitume di origine marina (come quello del Mar Morto) e origine vegetale terrestre (da una fossa di catrame). Inoltre, hanno rilevato composti vanadilici che probabilmente si sono formati dalle reazioni tra le vanadil porfirine e altri componenti dell’imbalsamazione. Curiosamente, la materia nera presa da una mummia umana acquistata da un museo francese nel 1837 non conteneva nessuno di questi composti ed era molto ricca di bitume. Questa mummia avrebbe potuto essere parzialmente restaurata con bitume puro.
Il Santuario rupestre di S. Biagio, complesso monumentale della Valle dei Templi, subirà una importante riqualifica
Il complesso monumentale del Santuario rupestre della Valle dei Templidi Agrigento, sarà finalmente riqualificato. Il complesso sorge sulle pendici nord – orientali della Rupe Atenea, a ridosso di una parete rocciosa, in cui vi sono molte grotte antropiche. Esso si compone essenzialmente di due parti: l’edificio delle vasche a Ovest e il piazzale recintato antistante a Est. Il Santuario rupestre è fortemente legato al culto delle acque che sgorgano da due cavità naturali. Da molto si parlava di un necessario e urgente intervento per questa area archeologica, da tempo chiusa al pubblico. Il Santuario rupestre sarà libero dalle impalcature e dai vecchi sostegni e potrà essere restituito alla comunità. L’urgenza dei lavori è presto detta: sette anni fa, successivamente ad alcuni lavori, si scoprì che il complesso aveva subito gravi danni a causa dello smottamento del terreno. La metà del Santuario era ruotata così tanto, da essersi posta in diagonale rispetto al suo assetto originario. Questo rendeva il complesso molto instabile e pericoloso, perciò fu deciso di smontarla e di conservarla. L’obiettivo ora è quello di lavorare per riassemblare il Santuario nella sua interezza e ricollocarlo in situ, affinché i visitatori possano vederlo.
A sinistra: Agrigento, dettaglio della collocazione del monumento segnalato dal riquadro celeste (elaborazione grafica da Fiorentini 2010, tav. 3). A destra: Agrigento, fontana di S. Biagio: planimetria generale (da Cultrera 1942-1943, tav. III). Fonte: FINO 2014.
Un complesso pieno di interrogativi da sciogliere
Il progetto prevede non solo di consolidare un sito, ma anche di classificarlo con i più innovativi sistemi tecnologici, studiarlo e quindi ricostruirlo. Infatti, gli studiosi dibattono da tempo sulla funzione e sulla datazione del complesso, identificato dagli studiosi come la “fontana arcaica” di Agrigento, ma nota ai più come Santuario Rupestre di S. Biagio. Dopo le prime esplorazioni di Pirro Marconi nel 1926, fu Giuseppe Cultrera a scavare, nel 1932, l’intero complesso monumentale. Fin dalla sua scoperta, il monumento ha subito ripetuti interventi di restauro, alcuni dei quali piuttosto invasivi. Questo ha determinato una difficoltà nella lettura del complesso architettonico nel suo contesto naturale.
BIBLIOGRAFIA:
A. FINO 2014, Il restauro dei monumenti antichi. Problemi strutturali: esperienze e prospettive, Atti delle V Giornate Gregoriane, Agrigento, 23-24 novembre 2012.
C. ZOPPI 2004, Le fasi costruttive del cosiddetto santuario rupestre di Agrigento: alcune osservazioni, in Sicilia Antiqua. 1 2004, pp. 41-79.
A. SIRACUSANO 1983, Il Santuario Rupestre di Agrigento in località S. Biagio, Roma 1983.
G. ZUGZT 1963, Osservazioni sul “Santuario rupestre” presso S. Biagio, Agrigento, Klearchos, , 1963, pp. 114-124.
G. CULTRERA 1942, Il santuario rupestre presso S. Biagio in Agrigento, Atti Acc. Palermo, s. IV, III, 1942, pp. 609-627.
“Ancora una volta dobbiamo registrare come il luogo comune che considera i depositi dei siti museali come semplici magazzini sia duro a morire. Preoccupa molto che questa visione sia portata avanti dall’assessore ai Beni Culturali della Regione Siciliana che, con un provvedimento del 30 novembre, rende disponibili all’uso privato i materiali conservati nei depositi dei musei regionali. Una scelta pericolosa ed avventata. In questo siamo confortati dalle preoccupazioni espresse dal mondo accademico e in particolare contenute in un dettagliato intervento del professore Salvatore Settis. Preoccupa, in particolar modo, la superficialità con cui ci si approccia ai beni in deposito come se si trattasse di vecchie cantine da “sbarazzare” e dei bene ivi contenuti trattati a modo di cianfrusaglie impolverate. In realtà i depositi sono inestimabili scrigni per le attività di ricerca e di studio, attività che rischierebbero di venir meno con una parcellizzazione dei reperti. Per tacere dei rischi connessi all’esposizione dei reperti in siti non sicuri. Infine ci pare azzardato assegnare a tirocinanti universitari il compito di stilare gli elenchi dei beni da poter mettere a bando. La valorizzazione del nostro patrimonio non può passare da improvvisazioni né da una mercificazione dello stesso ma da un investimento in ricerca. Chiediamo all’assessore regionale di ritirare il bando e la delibera e di impegnarsi per garantire il massimo sostegno alle attività dei poli museali della nostra regione. Per questo motivo ho indirizzato due lettere: la prima al presidente della V commissione dell’ARS affinché si calendarizzi una approfondita discussione sulla materia, l’altra al ministro Franceschini affinché, pur nel rispetto dell’autonomia regionale, possa intervenire sulla vicenda”.
L’associazione Rotta di Enea promuove la creazione di un itinerario archeologico che ripercorre il viaggio di Enea
L’Associazione Rotta di Enea, in collaborazione con il Comune di Edremit (Turchia), sta promuovendo la candidatura presso il Consiglio d’Europa di un nuovo progetto culturale. Il progetto consiste nella creazione di un itinerario archeologico nei Paesi d’Europa e del bacino Mediterraneo, composto dai luoghi toccati dal mitico Enea. Il progetto, lanciato dalla Associazione Rotta di Enea,prevede una collaborazione con molte realtà diverse. La creazione di una rete di Istituzioni, Comuni ed Enti territoriali è essenziale per valorizzare la storia e la multiculturalità del Mediterraneo, attraverso l’attività del turismo culturale.
Una cartina con la rotta di Enea. Fonte: aeneasroute.org
Le tappe del viaggio
L’itinerario “Rotta di Enea” tocca diverse città mediterranee: da Troia e Antandros, a Delos e Creta; da Azio, in Grecia, fino a Castro in Puglia. Altri luoghi da scoprire sono Hera Lacinia – Crotone in Calabria, Trapani, Segesta ed Erice in Sicilia. Non solo: c’è la possibilità di visitare Cartagine in Tunisia, Capo Palinuro, Cuma – Pozzuoli, (Campania), Gaeta e Lavinium – Pratica di Mare (Lazio), e, per finire, Roma.
Il gruppo scultoreo di Enea e Anchise (1618 – 1619) rappresenta uno dei capolavori dell’artista Gian Lorenzo Bernini. Fonte: Wikipedia.org
Il mito di Enea
Il viaggio di Enea è raccontato in maniera magistrale nell’Eneide di Virgilio e racconta il lungo viaggio dell’eroe troiano attraverso il Mediterraneo. Fuggito dalla città di Troia in fiamme, Enea, dopo lunghe peregrinazioni, arriva sulle coste del Lazio, dove fonderà la città di Lavinium. Il figlio di Enea, Ascanio, fonderà sui Colli Albani la mitica Alba Longa. Dalla sua stirpe nascerà Romolo, il mitico fondatore di Roma e il suo primo re.
L’Associazione “Rotta di Enea”
L’Associazione, con sede a Roma, esclude ogni finalità di lucro e qualsiasi affiliazione politica. Ha una rappresentanza stabile presso il Comune di Edremit ed è dotata di un prestigioso Comitato Scientifico internazionale, di cui ne fanno parte Fausto Zevi, archeologo membro dell’Accademia dei Lincei, e Francesco D’Andria, archeologo dell’Università di Lecce e corrispondente dell’Accademia dei Lincei per la Puglia. Sono degni di nota anche Rustem Aslan, direttore degli scavi a Hissarlik (il sito dell’antica Troia), e Vassilis Aravantinos, archeologo, già Soprintendente della Beozia e Direttore del Museo Archeologico di Tebe.
We’re closing the weekly column “Eminent Figures” by talking about another woman, this time English, who can be considered the first modern archaeologist and explorer and an example for all those who aspire to investigate the past and understand the present. We remind readers that “Eminent Figures” will continue every two months in ArcheoMe magazine, available from February 2021.
Gertrude Margareth Lowtian Bell was born on July 14, 1868 in Washington Hall, England, the daughter of an upper middle class English family, owners of several coal mines in County Durham.
Curious and not at all docile (contrary to what was expected of a girl of her social extraction at the time), after graduating from Oxford in Modern History in 1887, she wanted to continue her studies in antiquity and art history, despite the family’s opposition.
A youthful portrait of Gertrude Bell
The first trip to Iran
She never married and turned down several suitors when, in 1892, she finally obtained permission from her father to spend time in Iran as the guest of her maternal uncle, Sir. Frank Lascelles, British ambassador in Tehran. He described his trip to Iran in the book Persian Pictures: in Iran he was able to visit many archaeological sites of ancient Persia and learned to read and write Persian.
Persian was only one of the foreign languages mastered by Gertrude Bell: in fact, in her life she had the opportunity to learn, in addition to French, also Turkish, Arabic and even Italian.
Arabs of the desert
Back in Europe, she spent the following years to deepen the study of languages and archaeology and to travel around Europe and the Middle East. In 1899 she traveled to Palestine and Syria and the following year she settled in Jerusalem. From there, Bell spent many years traveling through the Syrian-Palestinian region and meeting the many Arab tribes that lived there. She had the opportunity to live side by side with the nomadic peoples of the desert, learning their names and customs and getting to know personally the most influential tribal leaders (with whom she used to converse about Islamic poetry and exchange gifts).
Gertrude Bell in front of her tent in Babylon, 1909
In her book Syria: the desert and the sown she described her expeditions through photos and reports, helping to introduce the European public to a civilization until then considered barbaric and elusive. From the letters that the explorer wrote to her family we know that she used to travel with many servants and with a rich luggage, which included, in addition to a tent with a travel bed, a portable bathtub (which Gertrude used as much as possible).
In 1907 she began excavations with paleo-Christian archaeologist William Ramsay and two years later visited Karkemish, Babylon and Najaf. At Karkemish she met a student of Sir Leonard Woolley, T.E. Lawrence, a few years before he became the legendary Lawrence of Arabia.
Ha’il
It was the journey to Arabia in 1913, however, that definitively consecrated Gertrude Bell to history and legend: alone, with her caravan this time reduced to a minimum, with a few trusted men, Gertrude Bell crossed the Arabian desert to the stronghold of Ha’il, an inhospitable place for Westerners and reached until then only by another woman, Lady Anne Blunt.
The Great War and the Arab revolt
At the outbreak of World War I, Bell applied for an operational post in the ranks of British intelligence in the East, but was turned down. She enlisted, therefore, as a volunteer in the Red Cross.
The following year, however, she was summoned to Cairo, at the Arab Bureau, with the unofficial task of providing information on the Arab tribes of which the British intended to foment the revolt in anti-Ottoman function.
In 1916 Bell was sent to Basra, in what is now southern Iraq, occupied by the British two years earlier, as an advisor to Percy Cox, the official in charge of managing the British dominions in Iraq: she was the only woman to have taken on the role of political officer in the British armed forces and was later appointed liaison officer at the Arab Bureau. After the capture of Baghdad, in 1917, Gertrude Bell settled permanently in Iraq. We know from her private correspondence that after the Arab revolt she was deeply disappointed by the behavior of the British. In fact, the British army had taken advantage of the uprising of the Bedouins, but had then disregarded the promise of independence of a great Arab nation.
Gertrude Bell and Lawrence of Arabia in 1909
In Iraq
Until 1921 she was still active, together with Lawrence, in seeking an arrangement that would lead to the independence of the states into which the Middle East had been divided after the Sykes-Picot agreements.
In Baghdad Gertrude Bell lived until her death, in a splendid residence overlooking the Tigris. The Iraqis called her al-khatun (feminine of the word khan, “chief”, “sovereign”) and someone called her “the uncrowned queen of Iraq”. Friend and confidant of King Faysal I of Egypt, in 1926 she founded, on the sovereign’s mandate, the Iraq Museum, one of the largest archaeological museums in the Arab world.
In the letters of the last years the great explorer complains more and more about the illnesses and the unhealthy climate of Iraq (probably she had contracted malaria). She appears to be a lonely woman, disillusioned by the colonial aggressiveness of the English, fatigued by years of work without rest.
She died on July 12, 1926, perhaps by suicide with an overdose of sleeping pills. She was buried in the British cemetery in Baghdad, in the district of Bab al-Sharji. The Queen of the Desert, the first great archaeologist of the Near East, a friend of the Arabs, had opposed the division of the Middle East between the British and the French, the installation of the conservative Salafists Al-Saud as the custodians of Mecca and remained extremely doubtful about the Zionist project in Palestine, but left life and work too soon to know that History would have agreed with her.
Chiudiamo la rubrica settimanale Personaggi parlando di un’altra donna, questa volta inglese, che può essere considerata la prima archeologa ed esploratrice moderna e un esempio per tutti coloro che aspirano ad indagare il passato e a capire il presente. Ricordiamo ai lettori che Personaggi continuerà ogni due mesi sulla rivista ArcheoMe, disponibile da Febbraio 2021.
Gertrude Margareth Lowtian Bell nacque il 14 luglio 1868 a Washington Hall, in Inghilterra, figlia di una famiglia dell’alta borghesia inglese, proprietaria di numerose miniere di carbone nella contea di Durham. Di indole curiosa e per nulla docile (al contrario di quanto ci si aspettava all’epoca da una fanciulla della sua estrazione sociale), dopo il diploma a Oxford in Storia Moderna, nel 1887, avrebbe voluto continuare gli studi di antichità e storia dell’arte nonostante la famiglia fosse contraria.
Un ritratto giovanile di Gertrude Bell
Il primo viaggio in Iran
Non si sposò mai e rifiutò vari pretendenti quando, nel 1892, finalmente ottenne dal padre il permesso di trascorrere un periodo di tempo in Iran, ospite di suo zio materno, Sir. Frank Lascelles, ambasciatore britannico a Teheran. Descrisse il suo viaggio in Iran nel libro Persian Pictures: in Iran ebbe modo di visitare numerosi siti archeologici dell’antica Persia e imparò a leggere e scrivere in persiano. Il persiano fu solo una delle lingue straniere padroneggiate da Gertrude Bell: difatti, nella sua vita ebbe modo di apprendere, oltre al francese, il turco, l’arabo e persino l’italiano.
Gli arabi del deserto
Rientrata in Europa, passò gli anni successivi ad approfondire gli studi di lingue e di archeologia ed a viaggiare per l’Europa e il Medio Oriente. Nel 1899 si recò in Palestina e in Siria e l’anno successivo si stabilì a Gerusalemme. Da lì, Bell passò molti anni viaggiando per la regione siro-palestinese e incontrando le numerose tribù arabe che vi risiedevano. Ebbe, quindi, modo di vivere fianco a fianco con le genti nomadi del deserto, imparandone nomi e usanze, conoscendo personalmente i capi tribali più influenti (con i quali era solita conversare di poesia islamica e scambiare doni).
Gertrude Bell davanti alla sua tenda a Babilonia, nel 1909
Nel suo libro Syria: the desert and the sown descrisse con foto e resoconti le sue spedizioni, contribuendo a far conoscere al pubblico europeo una civiltà fino ad allora considerata barbara e sfuggente. Dalle lettere che l’esploratrice scriveva alla famiglia sappiamo che era solita viaggiare con numerosi servitori e con un ricco bagaglio, che comprendeva, oltre ad una tenda con un letto da viaggio, una vasca da bagno portatile (che Gertrude usava quanto più possibile).
Nel 1907 iniziò gli scavi con l’archeologo paleo-cristiano William Ramsay e due anni dopo visitò Karkemish, Babilonia e Najaf. A Karkemish conobbe un allievo di Sir Leonard Woolley, T.E. Lawrence, pochi anni prima che diventasse il leggendario Lawrence d’Arabia.
Ha’il
Fu il viaggio in Arabia del 1913, tuttavia, a consacrare definitivamente Gertrude Bell alla storia e alla leggenda: da sola, con la sua carovana questa volta ridotta al minimo, con pochi uomini fidati, Gertrude Bell attraversò il deserto arabo fino alla roccaforte di Ha’il, luogo inospitale per gli occidentali e raggiunto fino a quel momento solamente da un’altra donna, Lady Anne Blunt.
La Grande Guerra e la rivolta araba
Allo scoppio della prima guerra mondiale, Bell chiese un posto operativo nei ranghi dell’intelligence britannica in Oriente, ma fu respinta. Si arruolò, quindi, come volontaria nella croce rossa. L’anno successivo, tuttavia, fu convocata al Cairo, presso l’Arab Bureau, con il compito non ufficiale di fornire informazioni sulle tribù arabe di cui gli inglesi intendevano fomentare la rivolta in funzione anti-ottomana. Nel 1916 Bell fu inviata a Bassora, attuale Iraq meridionale, occupata due anni prima dagli inglesi, come consigliera di Percy Cox, funzionario incaricato di gestire i domini britannici in Iraq: fu la sola donna ad aver assunto l’incarico di funzionario politico nelle forze armate britanniche e ricevette in seguito l’incarico di ufficiale di collegamento, presso l’Arab Bureau. Dopo la presa di Baghdad, nel 1917, Gertrude Bell si stabilì definitivamente in Iraq. Sappiamo dalla sua corrispondenza privata, che fu profondamente delusa dal comportamento avuto dagli inglesi a seguito della rivolta araba. Difatti, l’esercito britannico aveva sfruttato la sollevazione dei beduini, ma aveva in seguito disatteso la promessa dell’indipendenza di una grande nazione araba.
Gertrude Bell e Lawrence d’Arabia nel 1909
In Iraq
Fino al 1921 fu ancora attiva, insieme a Lawrence, nel cercare una sistemazione che portasse all’indipendenza degli stati in cui era stato diviso il Medio Oriente dopo gli accordi Sykes-Picot. A Baghdad Gertrude Bell visse fino alla morte, in una splendida residenza affacciata sul Tigri. Gli iracheni la chiamavano al-khatun (femminile della parola khan, “capo”, “sovrano”) e qualcuno la appellava come “la regina senza corona dell’Iraq”. Amica e confidente di re Faysal I d’Egitto, nel 1926 fondò, su mandato del sovrano, l’Iraq Museum, uno dei più grandi musei archeologici del mondo arabo.
Nelle lettere degli ultimi anni la grande esploratrice si lamenta sempre di più dei malanni e del clima malsano dell’Iraq (probabilmente aveva contratto la malaria). Appare una donna sola, disillusa dall’aggressività coloniale degli inglesi, affaticata dagli anni di lavoro senza sosta. Morì il 12 luglio 1926, forse per suicidio con un’overdose di sonniferi. Fu sepolta nel cimitero britannico di Baghdad, nel distretto di Bab al-Sharji. La Regina del Deserto, prima grande archeologa del Vicino Oriente, amica degli arabi, aveva avversato la divisione del Medio Oriente tra inglesi e francesi, si era opposta all’installazione dei conservatori salafiti Al-Saud come i custodi de La Mecca e rimaneva estremamente dubbiosa sul progetto sionista in Palestina, ma lasciava vita e lavoro troppo presto per sapere che la Storia le avrebbe dato ragione.
Il 17 dicembre 2020, alle ore 17, proseguirà il racconto degli scavi condotti dalla Soprintendenza alla ricerca della chiesa scomparsa di San Dionigi (MI) nella zona dei Giardini di Porta Venezia. La conferenza sarà curata da Tommaso Quirino e Luigi Pedrini, Soprintendente ABAP Milano.
La Soprintendenza ABAP della Città Metropolitana di Milano sta svolgendo, infatti. da alcuni anni un progetto di studio sulle Basiliche extra murarie fondate da Sant’Ambrogio. Le ricerche si sono concentrate sulla chiesa più misteriosa delle quattro: la basilica di San Dionigi, demolita nel 1783 per fare spazio alla realizzazione dei Giardini di Porta Venezia, a seguito delle soppressioni volute da Giuseppe II d’Asburgo.
Come partecipare
Data l’attuale situazione epidemiologica, gli incontri saranno tenuti via webinar. Si richiede la prenotazione.
Durante la compilazione del form ci si deve assicurare di aver inserito correttamente l’indirizzo email. Riceverete una email di conferma dell’avvenuta registrazione; in caso contrario scrivete a: sabap-mi.eventi@beniculturali.it.
Il link per partecipare sarà inviato poco prima dell’evento. Ecco il programma degli incontri precedenti.
I recenti scavi della Basilica di San Dionigi (MI)
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