Stasera alle ore 21.15 andrà in onda su Sky Arte e in streaming su Now Tv il film dedicato a Paul Gauguin. Ad interpretarlo sarà Vincent Cassel.
Gauguin, la locandina del film.
Stasera alle ore 21.15 andrà in onda suSky Arte e in streaming su Now Tv il film dedicato alla vita di Paul Gauguin, famosissimo pittore francese considerato tra i maggiori interpreti del post-impressionismo. Ad interpretare la poliedrica e affascinante figura dell’artista sarà Vincent Cassel. Nel cast, accanto a Cassel, Tuheï Adams, Malik Zidi, Pua-Taï Hikutini e Pernille Bergendorff.
Il film, arrivato nelle sale il 17 settembre 2020, è distribuito da Draka Distributionin collaborazione con Conform e Prism Consulting. Diretta dal regista Édouard Deluc, la pellicola è ambientata nel 1891 a Tahiti, durante l’ultima fase di vita del pittore. Gauguin, infatti, proprio in quegli anni abbandonò la Francia per giungere sull’isola con l’intento di cercare nuove fonti di ispirazione per le sue opere. Qui incontrerà Téhura, una giovane del luogo che diventerà ben presto la sua musa ispiratrice.
L’origine del film, Noa Noa: The Tahiti Journal of Paul Gaguin
La copertina del libro “Noa Noa: The Tahiti Journal of Paul Gaguin”. Fonte: letteraturaecinema.blogspot.com .
Édouard Deluc ottenne l’ispirazione per il film Gauguin dalla lettura del racconto illustrato Noa Noa: The Tahiti Journal of Paul Gaguin. Il racconto fu scritto dallo stesso Gauguin durante il suo primo soggiorno a Tahiti, dal 1891 al 1893. L’opera è difficilmente definibile: ha le caratteristiche proprie del diario, ma contiene anche impressioni, poesie, riflessioni politico-sociali e racconti di avventura. Al suo interno si possono ammirare anche schizzi e acquerelli dell’artista Gauguin. Da questa lettura e da tutti gli altri scritti di Gauguin, nonché dalla corrispondenza con la moglie e gli amici, è stato ricreato l’affascinante profilo dell’artista. Gli spettatori potranno quindi ripercorrere la ricerca di avventura dell’artista, riflettere sul concetto di primitivo e di selvaggio, nonché godere della sua arte.
Sensazionale l’ultima scoperta fatta nel Parco Archeologico Sommerso di Baia. Si tratta probabilmente di un altro piccolo stabilimento termale – dichiara il Parco Archeologico dei Campi Flegrei – di cui Baia in età romana era costellata: il Lacus Baianus. Gli archeologi del Parco hanno individuato tre nuovi ambienti, con la collaborazione del nucleo subacqueo dei Carabinieri e la società Naumacos Underwater Archaeology and Technology.
Il Mosaico delle acque
Un nuovo mosaico è stato scoperto nella zona di Baia Sommersa, in prossimità di Punta Epitaffio. Delfini, ricci, murene e, forse, tonni, resi con tessere bianche e nere, “nuotano” tra sottili onde stilizzate, sul pavimento di un piccolo cortile, databile, in prima ipotesi, al III secolo d.C.
Il mosaico ritrovato
Il mosaico è parte di un nuovo, interessantissimo settore che stiamo esplorando lungo il perimetro del Lacus Baianus, vicino alla Villa c.d. con ingresso a protiro – si legge in una nota diramata dal Parco Archeologico dei Campi Flegrei – Prima di renderlo visitabile, c’è sicuramente bisogno di un intervento di restauro, che speriamo di poter presto mettere in atto insieme all’équipe dell’Istituto Superiore per la Conservazione e il restauro coordinata da Barbara Davidde.
Si tratta probabilmente di un altro piccolo stabilimento termale, di cui Baia in età romana era costellata: abbiamo riconosciuto il corridoio di accesso, una stanza absidata e una grande vasca – continua la nota del Parco Archeologico dei Campi Flegrei.
Tutte le lastre in marmo utilizzate provengono da precedenti edifici e sono state qui reimpiegate per sollevare il livello dei pavimenti che, come abbiamo verificato nelle vicine Terme del Lacus, risentivano, già a partire dalla fine del III sec. d.C., dei primi effetti del bradisismo. Il nuovo percorso di visita partirà da questo nuovo complesso per poi continuare verso i resti sommersi antistanti il balneum Solis et Lunae, conclude la nota.
Tra cantieri di recupero di edifici monumentali – come il Castello di Schisò a Naxos, Villa Bosurgi a Isola Bella e il Monastero basiliano di Casalvecchio Siculo (ME) – e campagne di scavo aperte al pubblico, dove poter seguire “in diretta” il lavoro degli archeologi, l’anno nuovo per il Parco Archeologico Naxos Taorminasarà denso di impegni in tutti i siti. Alcuni nel segno dell’inclusione sociale, come al Teatro Antico di Taormina, dove la ristrutturazione dell’edificio ex Semaforo e la realizzazione di nuovi servizi, oltre ad aumentare gli standard qualitativi del sito, finalmente commisurati agli imponenti flussi di turisti, renderanno possibile la fruizione del Belvedere anche ai disabili, sinora esclusi dalla visita di quest’area panoramica.
Mission accomplished: superare il 2020!
Archiviato lo storico record 2019 con oltre 1 milione di visitatori (1.033.656) e ingoiato il boccone amaro del 2020 nel segno della pandemia, che ha drammaticamente ridotto le presenze del 70%, il Parco Naxos Taormina è già proiettato nel 2021.
“Abbiamo in cantiere numerosi interventi – spiega la direttrice, l’archeologa Gabriella Tigano – pensati per valorizzare e migliorare la fruizione dei siti, aprendola in alcuni casi anche a categorie fragili come i disabili. La forzata chiusura di questi mesi non ci ha mai fermato: chi in smart working chi fisicamente nei siti, abbiamo continuato a lavorare tutti e, in linea con la nostra mission di studiosi, conservatori e custodi di beni archeologici e monumentali, principale attrattore turistico e motore economico del comprensorio, abbiamo anche avviato nuovi programmi scientifici di ricerca e restauro, senza trascurare il patrimonio paesaggistico, cornice naturale dei siti”.
I laboratori organizzati dal Parco lo scorso anno
Anno nuovo, vita nuova!
Si parte a gennaio da Naxos, con i primi lavori di recupero delle coperture del Castello Schisò (ME), dove in primavera, nel solco assai popolare e graditissimo della cosiddetta “archeologia pubblica”, i visitatori potranno seguire dal vivo gli archeologi alle prese con la campagna di scavo che precede il recupero dell’edificio, futuro Museo archeologico e spazio polifunzionale; cantieri aperti anche per il restauro di tre àncore di ferro, d’epoca romana, provenienti dalla baia di Naxos e destinate alla sezione di archeologia subacquea. All’interno del sito sono previsti alcuni interventi tecnici per perfezionare la fruizione della nuova tribunetta e l’apertura al pubblico della zona demaniale sul mare (Spiaggia dei Greci); mentre una ditta specializzata provvederà a trattare le palme aggredite dal punteruolo rosso, primo intervento di un programma più ambizioso di riqualificazione del patrimonio arboreo, polmone verde della moderna Giardini Naxos (ME).
Il Castello Schisò di Giardini Naxos (ME)
Interventi di risanamento, restauro e consolidamento interesseranno a Isola Bella alcuni padiglioni della storica Villa Bosurgi: ambienti fortemente esposti, creati all’interno di ingrottamenti e quindi molto danneggiati dalla salsedine.
“Lo scopo – spiega la Tigano – è di ampliare i percorsi di visita. Seguirà un progetto di musealizzazione con itinerari inediti e molto ambiti dai visitatori più curiosi di conoscere la storia segreta di questo sito che, dopo il Teatro, è tappa obbligata per chi viene a Taormina”.
Isola Bella (Taormina; ME)
Anche il M.A.FRA ha un anno in più
Sempre sul Belvedere, in arrivo nello storico edificio “Ex Semaforo” la piccola caffetteria dedicata ai soli visitatori, per una pausa di ristoro dal lungo percorso di visita del complesso monumentale. In programma anche mostre di arte contemporanea, sia nel giardino del Teatro che a PalazzoCiampoli, dove a seguire sarà allestita anche un’esposizione di reperti archeologici dell’antica Tauromenium. A Casalvecchio Siculo (ME) sono già in corso alcuni interventi di manutenzione straordinaria, elaborati dai tecnici del Parco e propedeutici alla musealizzazione, nel Monastero annesso alla Basilica dei SS. Pietro e Paolo. Mentre a Francavilla di Sicilia (ME), dove a fine ottobre è stato inaugurato il Museo archeologico M.A.FRA,il Parco Naxos Taormina sta progettando una sala didattica con postazioni multimediali per giochi interattivi e quiz a tema archeologico dedicati ai piccoli visitatori e alle scolaresche.
Il Museo Archeologico di Francavilla di Sicilia (ME)
La Cattedrale di Ferrara ha subito nel non molto lontano 2012 gli effetti devastanti del sisma. Questo tragico evento ha seriamente danneggiato non solo le strutture e le decorazioni interne, ma anche i prospetti della Chiesa. L’edificio è chiuso al pubblico da marzo 2019. Sono ancora molti i lavori da fare per il restauro completo e la messa in sesto dell’edificio in chiave antisismica. Il cantiere, che si era fermato quasi un anno a causa del Coronavirus, è ripartito l’8 giugno 2020. E proprio dal restauro della Cattedrale ritornano alla luce interessanti resti di epoca medievale. Il rinvenimento è avvenuto durante la svestizione dei pilastri settecenteschi: sono infatti venuti alla luce, dopo oltre tre secoli, importanti frammenti di colonne di età medievale e dei fregi decorativi del XII e XIII secolo.
Si discute quindi sulla possibile fruizione dei visitatori di queste scoperte e sulla possibilità di mantenere a vista le parti meglio conservate di queste tracce storiche e artistiche. Questa operazione, che amplierebbe il percorso di visita e l’offerta culturale della Cattedrale di Ferrara, non è così scontata. Sarebbe necessario infatti modificare l’intervento strutturale e di restauro in corso d’opera. Al momento i lavori sono entrati nella fase della posa delle catene per consolidare la struttura portante della Cattedrale, e delle forature armate dei pilastri interni.
Dal sito della Cattedrale è possibile sostenere i restauri, facendo piccole e grandi donazioni.
La storia della Cattedrale
Il 30 settembre 1132, papa Innocenzo II dà la concessione per la costruzione del nuovo Duomo, che sarebbe sorto sul terreno dato in donazione dalla comunità ferrarese alla Santa Sede e posto sotto la protezione apostolica. Il cantiere dell’edificio è stato aperto tra il 1133 e il 1136, mentre l’altare maggiore fu consacrato l’8 maggio 1177. L’attuale cattedrale è il risultato di aggiunte, modifiche e restauri che ne hanno variato l’aspetto esterno e completamente mutato l’assetto interno. Le modifiche più significative sono state quelle di epoca quattrocentesca e seicentesca, nonché la totale ristrutturazione condotte da Francesco Mazzarelli negli anni 1712 – 1728. Ammirando l’esterno dell’edificio è dunque possibile ammirare la serie di stratificazioni. La parte inferiore della facciata è romanica, mentre la parte superiore è stata ricostruita: quest’ultima, a tre timpani, era forse in origine monocuspidata e complica notevolmente la lettura dello stato architettonico originario.
L’Elamita Lineare è un sistema di scrittura che veniva usato a cavallo tra il terzo e il secondo millennio a.C., più di 4.000 anni fa. Per la prima volta fu scoperto nel 1901 in un famoso sito archeologico iraniano, Susa, nell’Iran sud-occidentale. Per più di un secolo è rimasto indecifrato.
Scoperta e decifrazione
François Desset
L’archeologo francese François Desset è riuscito a decifrare l’antica scrittura Elamita lineare, uno dei sistemi di scrittura più antichi del mondo.
Desset, archeologo francese del Laboratoire Archéorient di Lione e affiliato all’Università di Teheran, per più di 10 anni ha studiato alcune iscrizioni in Elamita lineare e nel 2018 ha proposto un’interpretazione che ha permesso di leggere alcuni nomi propri: “Questa è stata la chiave che ha permesso a me a ad altri miei colleghi di entrare nel sistema di scrittura”, ha dichiarato l’archeologo. Ora un ulteriore lavoro di Desset, in collaborazione con tre colleghi, propone la completa decifrazione delle iscrizioni.
La chiave per decifrare la scrittura elamita è arrivata da un corpus di 8 testi redatti su vasi d’argento datati al 2000-1900 a.C. chiamati gunagi, provenienti da sepolture nella regione di Kam-Firouz e conservati presso la collezione Mahboubian di Londra. Questi testi presentavano sequenze di segni molto ripetitivi e standardizzati, che servivano, ha scoperto l’archeologo, a definire i nomi di due sovrani, Shilhaha ed Ebarti II, e della principale divinità venerata nell’Iran occidentale, Napirisha (i testi riportano formule come “io sono ‘nome’, re di ‘nome del regno’, figlio di ‘padre’“). Come Champollion, che era partito identificando i nomi dei faraoni, Desset ha identificato i nomi dei sovrani elamiti e, grazie a queste evidenze, è riuscito a decifrare le quaranta iscrizioni, poco interessanti per il contenuto, secondo lo studioso, ma estremamente significative per giungere a scoprire il significato dei segni.
Schema dell’Iscrizione Y
Il nuovo lavoro sarà pubblicato l’anno prossimo su una rivista specialistica tedesca (Zeitschrift für Assyriologie und Vorderasiatische Archaeologie).
La scrittura elamita è uno dei sistemi di scrittura più antichi del mondo, assieme al proto-cuneiforme in uso nella Mesopotamia e ai geroglifici degli Egizi; è la lingua del regno di Elam, estinta da circa duemila anni, ed è ritenuta isolata, poiché non parrebbe essere imparentata con altre lingue del ceppo indoeuropeo o con lingue semitiche (un isolamento che ha reso tutto più difficile).
C’è poi un’altra ragione per cui la decifrazione dell’Elamita lineare è importante.
“Fino a poco tempo fa sull’Iran avevamo solo le informazioni che ci venivano dalla vicina Mesopotamia, ovvero l’attuale Iraq. Naturalmente quando si parla dei vicini non si è mai oggettivi, si dice che sono cattivi, non civilizzati e cose del genere. Ora per la prima volta non abbiamo più solo un punto di vista esterno, ma un punto di vista interno all’Iran dell’epoca. E questo cambia completamente le cose. Da un punto di vista storico è una gran bella rivoluzione”.
Studiare il Medio Oriente, ovvero l’area compresa tra Turchia e India, è particolarmente importante secondo Desset, perché è qui che sono apparse per la prima volta, a partire da 12.000 anni fa, l’agricoltura, l’allevamento, la metallurgia, la scrittura, le prime città.
“Tutti i tratti che definiscono la civiltà provengono dal Medio Oriente. Il consenso attuale dice che i primi esempi di scrittura provengono dalla Mesopotamia (quindi Iraq) e risalgono al 3300 a.C. Ma una delle conseguenze della decifrazione dell’Elamita lineare è che abbiamo scoperto che nello stesso periodo fu creato un sistema di scrittura parallelo in Iran”.
Desset nota che sebbene l’evoluzione delle due scritture sia stata indipendente, sembra abbiano seguito un percorso analogo; è possibile quindi, secondo una sua ipotesi, che gli uni conoscessero qualcosa del sistema di scrittura degli altri.
Se dunque fino ad ora si pensava che prima fosse stata creata la scrittura mesopotamica e poi quella iraniana, Desset sostiene che i due sistemi fossero contemporanei: “Le due scritture non sono madre e figlia, sono sorelle. Questo cambia completamente la prospettiva sul fenomeno della scrittura nel Medio Oriente e sulla sua comprensione”.
Secondo il Professore Daniele Castrizio i bronzi sarebbero due biondi guerrieri del mito e farebbero parte di un più ampio gruppo scultoreo. Dalle ipotesi la ricostruzione in 3D.
I Bronzi di Riace farebbero parte di un gruppo statuario composto di diverse statue e rappresenterebbero i due guerrieri tebani Eteocle e Polinice. Non solo: dalle analisi effettuate sul materiale bronzeo e sull’argilla, sembra che le statue avessero i capelli biondi. Questa conclusione è stata possibile grazie ad una serie di prove e analisi delle percentuali di rame e stagno. Successivamente, gli studiosi hanno ricostruito l’ipotetico aspetto originario in 3D.
Queste interpretazioni sono state fatte da Daniele Castrizio, professore ordinario di Numismatica greca e romana all’Università di Messina e membro del comitato scientifico del MArRC, il Museo Archeologico di Reggio Calabria.
Dal confronto di fonti letterarie e iconografiche e dall’indagine scientifica sulle patine e l’argilla dei reperti, Castrizio è arrivato ad un’interessante conclusione. I Bronzi di Riace farebbero parte di un gruppo statuario che avrebbe rappresentato il momento subito precedente al duello fra Eteocle e Polinice. Questi sono i fratelli della mitica Antigone, la protagonista della tragedia di Eschilo I sette a Tebe, tragedia portata in scena per la prima volta ad Atene nel 467 a.C. Per Castrizio il cosiddetto “Bronzo A” altro non sarebbe che Polinice, il “Bronzo B”, invece, rappresenterebbe Eteocle. Lo studioso ricostruisce ipoteticamente i Bronzi ai lati di un gruppo scultoreo che vedeva al centro la loro madre Euryganeia, con le braccia allargate, nel tentativo di fermare il duello fratricida.
La ricostruzione del colore e la resa in 3D
Forti dei recenti studi, gli studiosi hanno ricostruito i Bronzi di Riace biondi, con pittura dorata sui capelli. Domenico Colella e Hada Koichi, due esperti nella fusione dei metalli, si sono occupati di questo, collaborando con il Professore Castrizio. In particolare, il professore Hada Koichi, dell’Università di Tokio, ipotizza che a seguito del restauro dei Bronzi nel I d.C., le statue siano state dipinte di nero, per non rendere visibili le alterazioni. Questo è dimostrato da una patina di zolfo lucida rintracciata dal Professore Giovanni Buccolieri dell’Università del Salento. L’ingegnere Gabriele Candela, invece, ha lavorato sulla fotogrammetria, per poter visualizzare la ricostruzione 3D dei Bronzi completa della pittura e delle armi. Il lavoro sulla colorazione dei Bronzi è in mano a Saverio Autellitano, fotografo e grafico, che ha creato precisi modelli tridimensionali delle statue ricostruite.
Argos come luogo di produzione: l’argilla lo rileva
Il ritrovamento dei Bronzi di Riace ha avuto luogo nella Baia di Riace, in Calabria, nell’agosto del 1972. Numerosissimi sono gli studi effettuati sulle statue, ma ancora molti sono gli interrogativi a cui non è possibile dare una chiara risposta. Non si tratta solo di capire, in base all’analisi iconografica, i personaggi rappresentati, ma anche l’esatto luogo di produzione. Il Professor Massimo Vidale, docente presso l’Università di Padova, per tre volte ha analizzato la terra di fusione. Dopo la sicura esclusione dell’Italia Meridionale, sembra che il luogo di produzione sia Argos, nel Peloponneso greco. Le statue, dunque, proverrebbero dalla città di Argos e sembrerebbero collocarsi intorno alla metà del V secolo a.C., a poca distanza temporale l’una dall’altra. Massimo Vidale è ora sulle tracce delle cave da cui è stata presa l’argilla. Non solo: è molto probabile che le sculture bronzee siano creazioni provenienti dalla stessa bottega, ma fatte da maestranze diverse.
Sono iniziate le analisi del vino ritrovato in un’anfora romana recuperata dal fondale marino in zona San Felice Circeo. Si tratta di un’anfora tipo Dressel 1A ancora intatta (tappo compreso) datata al II – I sec. a. C. (età tardo – repubblicana), sulla quale sono anche presenti indicazioni in merito al contenuto, alla produzione dell’anfora e del vino stesso.
Il progetto
In seguito alla scoperta dell’anfora fatta nel mese di agosto sono adesso iniziati ulteriori approfondimenti. Infatti, toccherà ora a un epigrafista e a due botaniche del Dipartimento di Biologia Ambientale dell’Università La Sapienza di Roma fare ulteriore luce sull’interessante reperto. Tale ricerca permetterà di acquisire una maggiore comprensione sulla produzione e sul commercio di vino nella zona laziale. Questo lavoro si inserisce nel progetto più ampio di studio e catalogazione dei reperti rinvenuti sui fondali del Circeo. L’incarico è affidato alla Soprintendenza Archeologica Belle Arti e Paesaggio per le Province di Frosinone, Latina e Rieti, sotto la direzione della Dottoressa Paola Refice. Le conclusioni della ricerca contribuiranno alla realizzazione di un nuovo progetto culturale. Infatti, il sindaco di San Felice Circeo, Giuseppe Schiboni, annuncia che si prospetta la creazione di un museo diffuso mirato alla valorizzazione del territorio attraverso percorsi di visita, passeggiate e spazi espositivi.
Già questa estate, da agosto a settembre 2020, la mostra temporanea Le rotte di Circe – I rinvenimenti archeologici subacqueiha rappresentato la premessa fondamentale nella presentazione dei reperti rinvenuti nelle acque locali.
Fra le fonti antiche, autori come Catone, Columella, Varrone, Plinio il Vecchio e Marziale hanno lasciato importanti testimonianze sulle varietà dei vini prodotti in Italia. Plinio il Vecchio, in particolare, stilò una classifica dei vini migliori, posizionando primo il Cecubo, secondo il Falerno, terzi i vini dei colli Albani, di Sorrento e delle coste laziali e campane, e quarti i vini Mamertini della Sicilia (Naturalis Historia, XIV, 59-66). Sarà dunque interessante scoprire se il vino in questione appartiene a una delle tipologie preferite dal celebre scrittore romano.
Come ogni anno, il 28 dicembre, nella giornata dedicata alle Commemorazioni del 112esimo Anniversario del Terremoto del 1908, alle ore 05:21 verrà messo in onda un video realizzato col patrocinio del Comune di Messina; hanno collaborato anche i giornalisti della Stampa locale. Il 28 dicembre del 1908, alle ore 05:21, una terribile scossa di magnitudo 7.1 distrusse Messina lasciando sotto le macerie più di 80mila vittime.
Il programma
Un programma intenso promosso dall’Amministrazione comunale, articolato in una serie di brevi cerimonie nei luoghi più significativi e due video pubblicati sul sito e sulla pagina Facebook ufficiale del Comune di Messina. Il primo, visibile dalle ore 05:21, è proposto da PVK produzioni con il patrocinio del Comune di Messina: si tratta di un docu-film in cui i giornalisti delle maggiori testate messinesi interpreteranno gli articoli scritti dai cronisti che nel 1909 giunsero a Messina per documentare il disastro. In apertura, il saluto del Sindaco Cateno De Luca con l’introduzione dell’Assessore alla Cultura Enzo Caruso e a seguire l’intervento dell’Assessore alla Protezione Civile Massimiliano Minutoli. Il secondo video, curato dal “Comitato 908”, sarà pubblicato sulla pagina Facebook “Kulturavirus”, dalle ore 11, nel quale saranno ricordati i nomi di 112 vittime del sisma.
I tre momenti celebrativi della giornata di domani si terranno rispettivamente alle ore 9 al Gran Camposanto con la Deposizione della Corona d’alloro, iniziativa in collaborazione con il Comitato Cittadino “100 Messinesi per Messina 2Mila8”; alle 10:45 , in collaborazione con l’Associazione Culturale “Messina Sacra”, alla presenza del Sindaco Cateno De Luca, del vice Prefetto Natalia Ruggeri e dell’Arcivescovo Mons. Giovanni Accolla, la cerimonia di scopertura della lapide commemorativa ai piedi della Colonna Votiva, in Piazza Immacolata di Marmo, eretta nel 1958 in occasione del 50° Anniversario del Terremoto. Infine, alle 11:45, in collaborazione con il Consolato onorario delle Federazione Russa e l’Arciconfraternita dei Catalani, sarà reso omaggio al Monumento ai Marinai Russi con la deposizione di una Corona d’alloro da parte del Comune di Messina.
Un nuovo studio sulle ossa fossili scavate a Sima de los Huesos, nella Sierra de Atapuerca (Spagna), sembra suggerire che i nostri “predecessori” ormai estinti, vissuti circa 430.000 anni fa, potrebbero aver affrontato il freddo estremo dormendo durante l’inverno. Ciò avrebbe permesso a questi ominidi di rallentare il metabolismo, ibernandosi per mesi, allo scopo di affrontare e, dunque, di sopravvivere ai rigidi inverni di migliaia di anni fa.
Sierra de Atapuerca, tesoro della paleoantropologia
La collina carsica della Sierra de Atapuerca si sviluppa a nord della penisola iberica, a pochi chilometri dalla città di Burgos e dalla sua cattedrale gotica. La Sierra, un vero e proprio scrigno paleontologico, racchiude un complesso di siti preistorici con importanti evidenze delle antiche forme umane, che raggiungono la profondità del tempo, fino a 1 milione di anni fa.
Geolocalizzazione del sito preistorico di Sima de los Huesos, Spagna
La Sima de los Huesos, letteralemente “pozzo delle ossa”, è un pozzo vertiginoso che ha restituito migliaia di ossa umane, appartenenti alla specie Homo heidelbergensis. La storia di quest’arcaico rappresentante del genere Homo si è sviluppata nel corso del Pleistocene Medio (780.000-126.000 anni fa ca.), portando all’affermazione della specie dell’Homoneanderthalensis.
Antichi Homo in letargo come gli orsi
Analizzando i resti fossili provenienti dal sito spagnolo, il team di ricercatori guidato da Juan Luis Arsuaga, paleoantropologo spagnolo e Antonis Bartsiokas, dell’Università Democrito della Tracia in Grecia, crede di aver identificato alcuni segni sulle ossa rivelatori d’ibernazione: queste tracce hanno permesso di ipotizzare che anche gli Homo heidelbergensis andassero in letargo, alla pari di altri animali, come gli orsi. Questi, andando in letargo, consumano minor quantità di energia, attivando dei meccanismi metabolici a basso consumo energetico, che gli permette di sopravvivere ai periodi più freddi dell’anno, in cui le quantità di cibo disponibili sono inferiori. L’attuazione di un torpore prolungato nel tempo, una sorta di sonno a basso consumo di energia, potrebbe aver aiutato anche gli antichi Homo heidelbergensis a fronteggiare il periodo glaciale nel quale vivevano 430.000 anni fa.
Ricostruzione di vita in grotta degli Homo heidelbergensis nella Kent cavern a Torquey (Regno Unito)
I “testimoni” fossili dell’ibernazione
Le evidenze di questa capacità d’ibernazione sono state individuate, ad esempio, nella carenza di vitamina D, legata alla mancata esposizione alla luce solare. Altri segni dell’utilizzo di questa possibile “tattica” sarebbero rilevabili in tracce paleopatologiche sulle ossa, soprattuto degli individui adolescenti, che mostrerebbero interruzioni stagionali nella crescita ossea e riassorbimento sottoperiostale (membrana esterna che riveste l’osso). Segni assimilabili a quelli che caratterizzano gli animali che vanno in letargo, suggerendo che i nostri predecessori potrebbero aver fatto lo stesso.
Inoltre, i paleoantropologi rilevano come mezzo milione di anni fa, nei periodi più rigidi, la quantità di cibo abbastanza “ricco di grassi” scarseggiasse particolarmente nell’area circostante il sito, dove sono stati trovati i reperti fossili. I ricercatori considerano possibile che una “strategia d’ibernazione” potrebbe essere stata adottata come unica soluzione per sopravvivere sia alle condizioni di congelamento in grotta, sia alla scarsità di cibo disponibile durante l’inverno. Se il riposo forzato, attuato da questo gruppo di ominidi, sia stato solo caratterizzato dall’abitudine a prolungare la propria permamenza all’interno della grotta, in una situazione di riposo, oppure da un vero e proprio stato letargico, al momento è difficile da capire.
Ricostruzione di un gruppo di Homo heidelbergensis in base ai resti rinvenuti nella Sima de los Huesos
Un letargo non così efficiente
Tuttavia, non sempre le ibernazioni sono state “salutari per gli uomini primitivi”, i quali, non riuscendo ad accumulare la giusta quantità di cibo per l’inverno, potevano soffrire di rachitismo, iperparatiroidismo e problemi ai reni, se non riuscivano ad accumulare riserve di grasso sufficienti, concludono gli autori.
I risultati raggiunti da Juan Luis Arsuaga e Antonis Bartsiokas sono stati pubblicati sulla rivista L’Anthropologie.
Un’interessante teoria da verificare
L’affascinante ipotesi è frutto di una ricerca preliminare e, prima di affermare con sicurezza che siano esistiti ominidi che andavano in letargo, bisognerà svolgere ulteriori ricerche. L’antropologo forense Patrick Randolph-Quinney della Northumbria University a Newcastle si è espresso al riguardo:
È un argomento molto interessante e sicuramente stimolerà il dibattito…Tuttavia, ci sono altre spiegazioni per le variazioni riscontrate nelle ossa trovate a Sima de los Huesos e queste devono essere affrontate in modo completo prima di poter giungere a conclusioni realistiche. Credo che questo non sia ancora stato fatto.
Un team internazionale di genetisti, archeologi, antropologi e fisici, tra cui Alfredo Coppa del Dipartimento di Biologia ambientale della Sapienza, ha analizzato il DNA di 174 individui che vivevano più di 2000 anni fa nei Caraibi, in quelli che oggi sono le isole di Bahamas, Cuba, la Repubblica Dominicana, Haiti, Puerto Rico, Guadeloupe, Santa Lucia, Curaçao e Venezuela. Lo studio, pubblicato su Nature, ha messo in luce la storia delle popolazioni caraibiche prima dell’arrivo degli europei; non è il primo pubblicato dall’Ateneo romano di recente.
Chi e cosa c’era nei Caraibi di 6 mila anni fa
La prima colonizzazione dei Caraibi risale all’inizio dell’epoca arcaica, circa 6000 anni fa; dopo circa 3/4000 anni è iniziata l’Età della ceramica e 2000 anni dopo sono arrivati i primi navigatori europei. Molte sono le domande che riguardano le popolazioni originarie di queste terre, lavoratori della pietra prima e della ceramica dopo: se avessero o no la stessa discendenza; quanto numerose fossero al momento dell’arrivo dei colonizzatori europei e se gli abitanti moderni delle aree che oggi corrispondono alle isole di Bahamas, Cuba, la Repubblica Dominicana, Haiti, Puerto Rico, Guadeloupe, Santa Lucia, Curaçao e Venezuela abbiano un DNA riconducibile alle antiche popolazioni.
Il più grande studio mai condotto sul DNA antico
Recenti scavi ai Caraibi
Lo studio ha analizzato il patrimonio genetico di 174 individui oltre ad altri 89 genomi sequenziati precedentemente. Questa mole di dati fa sì che oltre la metà delle informazioni da DNA antico oggi disponibili per le Americhe provenga dai Caraibi, con un livello di risoluzione fino a ora possibile solo in Eurasia occidentale. Di questi 174 genomi, l’80% sono stati studiati e messi a disposizione da ricercatori di Sapienza. I risultati del lavoro indicano che ci sono differenze importanti tra le popolazioni arcaiche preceramiche che lavoravano la pietra e quelle che lavoravano l’argilla, che la popolazione autoctona di queste aree era meno numerosa di quanto ritenuto fino a ora al momento dell’arrivo degli europei e, infine, che l’attuale popolazione di molte isole caraibiche discende da popoli che le abitavano prima dell’arrivo dei colonizzatori.
Inoltre, i dati ottenuti hanno permesso escludere che le popolazioni caraibiche dell’Età arcaica abbiano avuto connessioni con quelle dell’America del Nord, come ritenuto fino a oggi, e di attribuire la loro discendenza da una singola popolazione originaria o dell’America Centrale o di quella Meridionale.
Popolazioni ceramiche verso i Caraibi
Le popolazioni dell’Età della ceramica presentavano un profilo genetico differente, più simile ai gruppi del nordest dell’America meridionale (di lingua Arawak), un dato congruente con le evidenze ottenute su basi archeologiche e linguistiche. Da quanto osservato sembrerebbe, infatti, che questi popoli abbiano migrato dal Sud America verso i Caraibi almeno 1700 anni fa, soppiantando le popolazioni che lavoravano la pietra, quasi completamente scomparse all’arrivo degli europei (restava una piccola percentuale nell’isola di Cuba). Ciò conferma che gli incroci tra queste due popolazioni erano estremamente rari.
Quanto alla lavorazione dell’argilla per la produzione di manufatti di ceramica, lo studio ha evidenziato che nel corso dei 2000 anni trascorsi dalla loro comparsa fino all’arrivo degli europei, si sono avute differenze tra i vari stili ritenute, negli anni passati, il risultato di flussi di popolazioni provenienti da fuori i Caraibi. In realtà è emerso che a tali varietà di manifestazioni artistiche non corrispondono cambiamenti genetici o evidenze di un contributo genetico sostanziale da parte di gruppi continentali. I risultati testimoniano invece la creatività e il dinamismo di queste antiche popolazioni che hanno sviluppato nel tempo questi stili artistici straordinariamente diversi tra loro.
Manifestazioni artistiche dei popoli dell’Età ceramica
Il metodo e i risultati dello studio
I risultati genetici – spiega Alfredo Coppa – si allineano con il riscontro fatto nelle popolazioni dell’epoca arcaica che si differenziavano significativamente da quelle dell’epoca della ceramica. Tuttavia, rimangono ancora da spiegare queste differenze e occorreranno ulteriori studi per determinare se siano dovute a forze micro – evolutive che in qualche modo risultano essere rilevabili mediante la morfologia dentale, ma non alle analisi genetiche, o se invece queste possono essere conseguenza di abitudini diverse”.
L’elevato numero di campioni esaminati ha infine permesso una stima della dimensione della popolazione caraibica prima dell’arrivo degli europei: il metodo, sviluppato da David Reich, coautore dello studio e docente della Harvard Medical School e della Harvard University, usa campioni presi in modo casuale, valuta quanto siano imparentati tra loro ed estrapola dati sulla dimensione della popolazione di origine. Tanto più i campioni risultano essere imparentati, tanto più piccola sarà, plausibilmente, la popolazione di origine; meno risultano essere imparentati, tanto più grande dovrebbe essere stata la popolazione.
Infine, una delle grandi domande a cui hanno cercato di rispondere i ricercatori riguarda il patrimonio genetico delle persone che oggi abitano nei Caraibi e la riconducibilità a quello delle popolazioni autoctone precolombiane. I risultati dello studio hanno dimostrato che ci sono ancora tracce di DNA delle popolazioni autoctone precolonizzazione nelle popolazioni moderne e, in particolare, che gli attuali abitanti dei Caraibi conservano DNA proveniente da tre fonti (in proporzioni diverse nelle diverse isole): quello degli abitanti autoctoni precolombiani, quello degli Europei immigrati e quello degli Africani portati nell’isola durante la tratta degli schiavi.
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