Autore: Redazione ArcheoMe

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NEWS | “Accarezzare la storia di Roma”, la guida tattile del ParCo

Il Parco archeologico del Colosseo e Lazio Innova, nell’ambito di una stipula per la definizione di progetti condivisi in tema di accessibilità, presentano alla Maker Faire Rome 2020 Digital Edition la prima guida tattile del PArCo, intitolata “Museo Palatino. Accarezzare la storia di Roma”.

Dall’11 al 13 dicembre 2020 la prima guida tattile del PArCo sarà presentata in una vetrina virtuale della Maker Faire Rome 2020 e sarà fruibile previa registrazione sulla piattaforma. Sabato 12 dicembre 2020 alle ore 11:10 la guida sarà inoltre presentata in diretta sul canale Mainstreaming del portale.

“La collaborazione del PArCo con Lazio Innova ha l’obiettivo di indirizzare l’uso delle tecnologie e dell’innovazione per il fine ultimo dell’inclusione e della piena accessibilità del patrimonio”, commenta il Direttore del Parco archeologico del Colosseo Alfonsina Russo. “Non ci fermeremo alla guida tattile ‘Museo Palatino. Accarezzare la Storia di Roma’, oggi presentata in occasione della Maker Faire Rome 2020, ma proseguiremo su questa strada per ampliare la conoscenza del nostro patrimonio con prodotti accessibili a tutti e fortemente legati al tema del digital”.

“Il ParCo tra le mani”

La guida, ideata e curata per il PArCo da Giulia Giovanetti e Federica Rinaldi, con Donatella Garritano – che ha anche curato la traduzione inglese – e Silvia D’Offizi, è nata nell’ambito del corso di formazione realizzato dal PArCo con il Museo Tattile Statale “Omero” di Ancona e la Direzione Generale Educazione e Ricerca del MiBACT (2018-2019), e si inserisce nella serie di azioni coordinate che favoriscono l’autonomia di visita agli ipovedenti e ai non vedenti e che fanno parte del più ampio Progetto “Il PArCo tra le mani”.

Palatino per tutti

Il prototipo realizzato da atipiche edizioni si compone di una scatola di grande formato che, oltre a contenere il materiale tattile e testuale, una volta aperta diviene il piano di lettura della mappa dell’area archeologica. All’interno sono presenti due raccoglitori ad anelli, contenenti le 16 schede con le opere più rappresentative della collezione del Museo, descritte con testi scientifici, ma ad alta leggibilità (in Italiano e Inglese con trascrizioni in braille) e illustrate con immagini tattili.

Per lo sviluppo e la creazione del prototipo si è rivelato fondamentale il supporto delle tecnologie e delle risorse del Fablab di Zagarolo. L’équipe ha messo a disposizione la stampa digitale UV con la quale sono state realizzate particolari stampe a rilievo, illustrazioni e texture tattili, come per alcuni testi in braille. La caratteristica di questa stampante è proprio quella di utilizzare inchiostri foto – polimerizzanti, che vengono istantaneamente asciugati e solidificati grazie a una sorgente luminosa a ultravioletti. Ciò consente di poter stampare su qualunque supporto e di poter realizzare spessori diversificati, permettendo ad esempio la contemporanea fruizione della guida tattile a persone con deficit visivo e non.

Patrimonio culturale, patrimonio sensoriale

L’approccio alla realizzazione della guida tattile, a opera di atipiche edizioni, è un’ibridazione tra artigianalità e utilizzo consapevole delle nuove tecnologie di prototipazione digitale, favorita dal processo di coprogettazione e collaborazione che ha coinvolto molteplici professionalità, competenze e sensibilità tra archeologi, storici dell’arte, artigiani, artisti, maker e persone con disabilità visiva.
La guida tattile vuole dimostrare che l’innovazione tecnologica applicata ai Beni Culturali può essere in grado di generare buone pratiche, presentando al pubblico un nuovo modo di fruire del patrimonio culturale. La collaborazione al progetto di due artisti ha permesso, attraverso la loro specifica sensibilità e un approccio materico, di arricchire l’efficacia della guida tattile come strumento di promozione del patrimonio culturale in senso inclusivo.

L’illustratrice e incisore Susanna Doccioli della Stamperia a Ripa ha contribuito alla tavola tattile ispirata alle grandi ali in marmo bianco greco, appartenute a una “Vittoria alata”. Si tratta di un reperto scultoreo con particolari incredibilmente realistici, che sono stati resi dall’artista grazie a un’incisione dettagliata e alla stampa di una piuma in gaufrage su carta Fabriano Rosaspina.
Dario Zeruto, alchimista della carta, ha contribuito a rendere unica l’ultima pagina della Guida Tattile che, affrontando il tema della scultura ideale, rappresenta “l’eroe” e la “cosiddetta Danzatrice” resi tramite una contrapposizione di materiali, in particolare stoffe di differente fattura magistralmente lavorate in pieghe. 

English Version

RECONSTRUCTION | Rediscovering Central Italy starting from Amatrice

rendere evidente la devastazione del post-sisma
The historical center of Amatrice after the earthquake

The high number of earthquakes in 2016 is irreparably linked to the seismic sequence that began on August 24 with a 6.0 magnitude shock, which devastated the historic centers of Amatrice, Accumoli, Arquata and Pescara del Tronto, causing 299 victims and incalculable damage to the cultural and artistic heritage of Central Italy. With the earthquake at 3.36 am began a seismic swarm in a very large area, which affected 4 regions (Lazio, Abruzzo, Umbria and Marche) and 7 provinces (Rieti, L’Aquila, Perugia, Terni, Macerata, Ascoli and Teramo).

Many were the problems that the operators of the Ministry of Cultural Heritage and Tourism had to face, in a vast territory between the valley of the Tronto river, the Sibillini mountains, the Laga mountains and the Alto Aterno mountains, areas characterized by harsh climatic conditions and often lacking of adequate infrastructures.

Four years after the first quake, the pain for the victims has not disappeared, nor the void left by the huge damages inflicted to the cultural heritage of these towns, which have seen the collapse of their churches, their historical buildings, their bell towers and all the symbols of a jealously guarded historical memory. The landscape of these places has been changed forever, with consequences not only in the artistic landscape, but also in the environmental, economic and social one. Even though the earthquakes have razed the physical places to the ground, they have not been able to wipe out the tenacity of the local populations, who have learned to get back up and resist the recurring natural calamities, testifying resilience and attachment to their land.

The cultural heritage of Amatrice

Amatrice deserves to be remembered for its archaeological evidence and for the flourishing artistic and architectural production that enriched every glimpse of the country, which became part of I Borghi più belli d’Italia in 2015. The Amatrician basin is located in a strategic area, as it is crossed by the Via Salaria, which connects the Adriatic area with Sabina and Lazio. In ancient times, the high valley of the river Tronto, in which the current municipalities of Amatrice and Accumoli are located, was an integral part of the Augustan Regio V, called Picenum.

The archaeological evidences document a massive exploitation of this territory, especially in the Roman age, and the most important ancient settlement is represented by the complex located in Torrita. The first excavations that interested the archaeological area took place between 1954 and 1956; at the beginning the structures were interpreted as pertaining to the vicus Phalacrinae, the birthplace of the emperor Vespasian, later identified in the municipality of Cittareale (RI). Recently, the complex of Torrita has been interpreted as part of a rustic villa or, given its location at the crossing point between the Velino and Tronto valleys, as a post station (mansio), which must have been at a short distance from the route of the Salaria. On the basis of building techniques, the structure has been dated between the beginning of the first century BC and the third-fourth century AD.

After the seismic event and thanks to the preventive archaeology interventions demanded by the competent Superintendence, some remarkable archaeological discoveries have been recorded in the locality of Palazzo, in the close proximity of the area of Grisciano, fraction of Accumoli. The investigations, which began on June 20, 2018, have brought to light wall structures, covering an area of 1000 square meters and constituting a fundamental monumental evidence of the Roman age of the territory. The hope is that the retrieved heritage can be enhanced to give new strength to the cultural identity of these areas.

Archaeological area of Torrita (Amatrice)
 
The devastation and the face of the town after the earthquake

Since the first hours of August 24, 2016, the town of Amatrice becomes the emblem of devastation: the historical center, as well as the hamlets of the town, appear completely destroyed. The priority is to save as many lives as possible. At a later stage, plans also begin to be studied to safeguard the historical and cultural roots of the earthquake zone.

In the first week of September there were the first rescues: the works kept in the Civic Museum ‘Nicola Filotesio’ of Amatrice were extracted from the rubble and initially stored inside a lorry with air-conditioned rooms. Around August 30, 2016, the Deposits Unit identified and set up a temporary depot in an industrial shed owned by the Scuola Allievi del Corpo Forestale dello Stato in Cittaducale (RI), an area a few kilometers from the earthquake sites. In this way, an extremely functional space comes to life, continuously supervised by the Ministry. At the same time, the basement was restructured to create a laboratory for emergency intervention and restoration of the works.

rendere evidente la distruzione post sisma
Complex of the Church of S. Francesco in Amatrice after the seismic event
Cittaducale (RI) Depot

In May 2019, a framework agreement is signed by the Office of the Special Superintendent for the areas affected by the earthquake of August 24, 2016 of MiBACT, together with the Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio of the provinces of Rieti, Latina and Frosinone, the Soprintendenza Archivistica e Bibliografica of Lazio, the Fondazione Varrone, the Municipalities of Rieti, Amatrice, Accumoli and Cittaducale and the Diocese of Rieti, for the promotion of reconstruction and restoration activities. The aim is to achieve a new usability of the cultural heritage hard hit by the earthquake and at the same time to convey a message of hope, commitment and rebirth.

On January 13, 2020 at Palazzo Dosi, in the city of Rieti, the Varrone Lab was inaugurated: it is a laboratory dedicated to the restoration of works recovered from Accumoli and Amatrice. A very important event for the process of rediscovery and enhancement of the cultural heritage of these areas. The Superintendence of Archaeology, Fine Arts and Landscape of the provinces of Rieti, Latina and Frosinone identified 48 assets, kept in the internal deposit of Cittaducale, that required particularly incisive restoration work. For others, which were in a good state of conservation, it was decided to carry out maintenance and cleaning operations. This path will find its “happy ending” in the exhibition that will soon be inaugurated at Palazzo Dosi.

In Amatrice, meanwhile, a very particular museum has been created, which tries to fill the material absence of the works, exploiting the infinite possibilities of virtual reality, augmented reality and videomapping. It is a multimedia pavilion that shows digital reproductions of various objects of historical and artistic interest, which can be viewed thanks to the MuDA AR app.  The hope is that the areas hit by the earthquake will be rediscovered for their beauty and return to the center of attention not only for the tragic events by which they were devastated. This will be the purpose of the column that will begin in the new magazine of ArcheoMe from February 2021 that, on a bimonthly basis, will tell us about Amatrice and other lands affected by tragic earthquakes. 

Tradotto da: https://archeome.it/terremoto-riscoprire-il-centro-italia-partendo-da-amatrice/

Pubblicabili da revisionare

RICOSTRUZIONE | Riscoprire il centro Italia partendo da Amatrice

rendere evidente la devastazione del post-sisma
Il centro storico di Amatrice dopo il terremoto

L’elevato numero di terremoti del 2016 è collegato irreparabilmente alla sequenza sismica iniziata il 24 agosto con una scossa di magnitudo 6.0, che ha devastato i centri storici di Amatrice, Accumoli, Arquata e Pescara del Tronto, provocando 299 vittime e danni incalcolabili al patrimonio culturale e artistico del Centro Italia. Con il terremoto delle ore 3:36 è iniziato uno sciame sismico in un’area molto estesa, che ha interessato 4 regioni (Lazio, Abruzzo, Umbria e Marche) e 7 province (Rieti, L’Aquila, Perugia, Terni, Macerata, Ascoli e Teramo).

Molte sono state le problematiche che gli operatori del MiBACT hanno dovuto affrontare, in un vasto territorio tra la valle del fiume Tronto, i monti Sibillini, i Monti della Laga e i monti dell’Alto Aterno, zone caratterizzate da condizioni climatiche rigide e spesso carenti di infrastrutture adeguate.

A quattro anni dalla prima scossa non è scomparso il dolore per le vittime, né il vuoto lasciato dagli ingenti danni inflitti all’eredità culturale di questi paesi, che hanno visto crollare le loro chiese, i loro palazzi storici, le loro torri campanarie e tutti i simboli di una memoria storica gelosamente custodita. Il panorama di questi luoghi è stato modificato per sempre, con conseguenze non solo nel paesaggio artistico, ma anche in quello ambientale, economico e sociale. Nonostante le scosse abbiano raso al suolo i luoghi fisici, non sono state in grado di azzerare la tenacia delle popolazioni autoctone, che hanno imparato a rialzarsi e a resistere alle ricorrenti calamità naturali, testimoniando resilienza e attaccamento alla propria terra.

Il patrimonio culturale di Amatrice 

Amatrice merita di essere ricordata per le sue evidenze archeologiche e per la florida produzione artistica e architettonica che arricchiva ogni scorcio del paese, entrato a far parte dei Borghi più belli d’Italia nel 2015. La conca amatriciana si pone in una zona strategica, in quanto attraversata dalla via Salaria, che collega la zona adriatica con la Sabina e il Lazio. Anticamente l’alta valle del fiume Tronto, in cui rientrano gli attuali comuni di Amatrice e Accumoli, era parte integrante della Regio V augustea, chiamata Picenum.

Le evidenze archeologiche documentano un massiccio sfruttamento di questo territorio, soprattutto in età romana, e l’insediamento antico di maggiore importanza è rappresentato dal complesso sito in località Torrita. I primi scavi che interessarono l’area archeologica si ebbero tra il 1954 e il 1956; inizialmente le strutture furono interpretate come pertinenti al vicus Phalacrinae, luogo natale dell’imperatore Vespasiano, in seguito individuato presso il Comune di Cittareale (RI). Recentemente, il complesso di Torrita è stato interpretato come parte di una villa rustica o, data la sua ubicazione nel punto di valico tra le valli del Velino e del Tronto, come una stazione di posta (mansio), che doveva trovarsi a poca distanza dal tracciato della Salaria. Sulla base delle tecniche edilizie la struttura è stata datata tra l’inizio del I sec a.C. e il III-IV sec. d.C.

In seguito all’evento sismico e grazie agli interventi di archeologia preventiva voluti dalla Soprintendenza competente, sono state registrate delle notevoli scoperte archeologiche presso la località Palazzo, nelle strette vicinanze della zona di Grisciano, frazione di Accumoli. Le indagini, iniziate il 20 giugno 2018, hanno portato alla luce strutture murarie, che coprono un’area di 1000 mq e che costituiscono una fondamentale evidenza monumentale di età romana del territorio. L’auspicio è che il patrimonio ritrovato possa essere valorizzato per dare nuova forza all’identità culturale di queste zone.

Area archeologica di Torrita (Amatrice)

La devastazione e il volto della cittadina dopo il sisma

Fin dalle prime ore del 24 agosto 2016 la cittadina di Amatrice diviene l’emblema della devastazione: il centro storico, così come le frazioni del paese, appaiono completamente distrutte. La priorità è quella di salvare più vite umane possibili. In un secondo momento si iniziano a studiare anche i piani per salvaguardare le radici storiche e culturali delle zone terremotate.

Nella prima settimana di settembre ci sono stati i primi salvataggi: sono state estratte dalle macerie le opere custodite nel Museo Civico ‘Nicola Filotesio’ di Amatrice e conservate inizialmente all’interno di un TIR dagli ambienti climatizzati. Intorno al 30 agosto 2016 l’Unità Depositi individua ed allestisce un deposito temporaneo in un capannone industriale di proprietà della Scuola Allievi del Corpo Forestale dello Stato di Cittaducale (RI), zona a pochi chilometri dai luoghi del sisma. Prende così vita uno spazio estremamente funzionale, presidiato con continuità dal Ministero. Parallelamente ne viene ristrutturato il seminterrato, per l’allestimento di un laboratorio di pronto intervento e restauro delle opere.

rendere evidente la distruzione post sisma
Complesso della Chiesa di S. Francesco ad Amatrice dopo l’evento sismico
Deposito di Cittaducale (RI)

Nel maggio 2019 viene sottoscritto un accordo quadro dall’Ufficio del Soprintendente Speciale per le aree colpite dal sisma del 24 agosto 2016 del MiBACT, insieme alla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio delle provincie di Rieti, Latina e Frosinone, alla Soprintendenza Archivistica e Bibliografica del Lazio, alla Fondazione Varrone, ai Comuni di Rieti, Amatrice, Accumoli e Cittaducale e alla Diocesi di Rieti, per la promozione delle attività di ricostruzione e restauro. Lo scopo è quello di giungere ad una nuova fruibilità dei beni culturali colpiti duramente dal terremoto e allo stesso tempo trasmettere un messaggio di speranza, impegno e rinascita.

Il 13 gennaio 2020 presso Palazzo Dosi, nella città di Rieti, è stato inaugurato il Varrone Lab: si tratta di un laboratorio dedicato al restauro di opere recuperate da Accumoli ed Amatrice. Un evento molto importante per il processo di riscoperta e valorizzazione del patrimonio culturale di queste aree. La Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio delle province di Rieti, Latina e Frosinone ha individuato 48 beni, custoditi nel deposito interno di Cittaducale, che richiedevano interventi di restauro particolarmente incisivi. Per altre, che presentavano un buono stato di conservazione, si è invece optato per operazioni di manutenzione e ripulitura. Questo percorso troverà il suo “lieto fine” nella mostra che presto sarà inaugurata a Palazzo Dosi.

Ad Amatrice, nel frattempo, è stato creato un museo molto particolare, che cerca di colmare l’assenza materiale delle opere, sfruttando le infinite possibilità della realtà virtuale, la realtà aumentata e il videomapping. Si tratta di un padiglione multimediale che restituisce riproduzioni digitali di vari oggetti di interesse storico e artistico, che possono essere guardati grazie all’applicazione MuDA AR.  L’augurio è che le zone colpite dal terremoto siano riscoperte per le loro bellezze, e tornino al centro dell’attenzione non solo per gli eventi tragici da cui sono state sconvolte. Questo sarà lo scopo della rubrica  che inizierà nella nuova rivista di ArcheoMe da Febbraio 2021 che, a cadenza bimestrale, ci racconterà di Amatrice e delle altre terre colpite da tragici terremoti. 

English Version

ANCIENT EGYPT | The Valley of Beauty

The Valley of the Queens, the southernmost of the Theban necropolises, is the place where, starting from the 18th Dynasty, the princes and princesses of royal blood were buried, together with people who lived at court; later, starting from the time of Ramses II, the queens who were given the title of “royal brides” too. Later, during the XX Dynasty, Ramses III restored the tradition and had the tombs of some of his sons set up in the Valley.

The Necropolis of the Queens

Originally, the Egyptians indicated it as ta set neferu, an expression that lends itself to various interpretations, but that can probably be translated as “the place of beauty”, which is the most common interpretation.

The necropolis is located at the bottom of a valley, surrounded by steep hills, behind the hill of the present village of Qurna. In it there are about 70 tombs, looted in ancient times and then reused by local communities.

The site was chosen because it was considered sacred and, therefore, suitable for its function of royal necropolis, both for its proximity to the Theban peak and for the presence at the bottom of the valley of a cave-waterfall whose shape and natural phenomena connected to it could suggest a religious and funerary concept. The cave would, in fact, have represented the belly or womb of the Celestial Cow, one of the representations of the goddess Hathor, from which flowed the waters that announced the imminent rebirth of the dead buried in this privileged place.

Champollion in 1800, during one of his trips, documented about a dozen of them, the only ones available at that time.

In 1904, an Italian discovered in the Valley of the Queens, in West Thebes, what is probably the most beautiful tomb in Egypt. The Italian was Ernesto Schiaparelli, the director at that time of the Egyptian Museum of Turin, while the tomb belonged to the famous Nefertari, the Great Royal Bride of Ramses II (1279-1212 BC).

Schiaparelli
Ernesto Schiaparelli

Despite the work of looters, who left very little of the original equipment, the QV66 remains a jewel for its architectural structure, comparable to those found in the Valley of the Kings and, above all, for the magnificent pictorial cycle that adorns the walls and ceiling.

Nefertari
Pictorial decoration from the Tomb of Nefertari (QV66)

The plan of the tomb is quite articulated, because it has many similarities with that of Ramses in the Valley of the Kings. It has a long entrance staircase, a large central chamber and an access staircase through which one enters the sarcophagus room, which has four pillars and four adjoining rooms.

It was only in 1970 that in the Valley began a series of annual missions carried out by the Centre National de la Recherche Scientifique (CNRS) in Paris, the Louvre Museum, the Centre d’Études et Documentation sur l’Ancienne Egypte (CEDAE) and the Egyptian Antiquities Organization, now the Supreme Council of Antiquities.

To the excavations of Schiaparelli we owe the discovery of all the most important tombs of the site, such as those belonging to the sons of Ramses III, Seth-her-khepshef (QV 43), Kha-em-waset (the QV 44), Amon-(her)-khepshef (QV 55).

The beauty of this valley, you savor it at sunset, sitting on a stone, waiting for the sun to come down through the rocky clefts, that from the ochre color pass through the varieties of the pink color, but from the silence sacred to the pharaohs here appears on my head the circling of the Hawk God…

 

To the kind readers, we give appointment with the column on Ancient Egypt, in the new bimonthly magazine of Archeome from February 2021.

Tradotto da: https://archeome.it/antico-egitto-la-valle-della-bellezza/

Pubblicabili da revisionare

ANTICO EGITTO | La Valle della Bellezza

La Valle delle Regine, la più meridionale delle necropoli tebane, è il luogo dove, a partire dalla XVIII Dinastia, vennero inumati dapprima i principi e le principesse di sangue reale, insieme a personaggi che vivevano nell’ambiente di corte; in seguito, a partire dall’epoca di Ramesse II, anche le regine alle quali era dato il titolo di “spose reali”. Successivamente, durante la XX Dinastia, Ramesse III ripristinò la tradizione e fece allestire nella valle le tombe di alcuni dei suoi figli.

La Necropoli delle Regine

In origine, gli Egiziani la indicavano come ta set neferu, espressione che si presta a svariate interpretazioni, ma che verosimilmente può essere tradotta “il luogo della bellezza”, interpretazione generalmente più diffusa.

La necropoli sorge in fondo ad una valle, circondata da ripide alture, situata dietro la collina dell’attuale villaggio di Qurna. In essa si trovano circa 70 tombe, depredate nell’antichità e poi riutilizzate dalle comunità locali.

Il sito fu scelto perché ritenuto sacro e, quindi, adatto alla sua funzione di necropoli reale, sia per la sua vicinanza con la cima tebana, sia per la presenza sul fondovalle di una grotta-cascata la cui forma e i fenomeni naturali a essa connessi potevano suggerire un concetto religioso e funerario. La grotta avrebbe, infatti, rappresentato il ventre o l’utero della Vacca Celeste, una delle raffigurazioni della dea Hathor, dal quale sgorgavano le acque che annunciavano l’imminente rinascita dei defunti sepolti in questo luogo privilegiato.

Champollion nell’800, durante un suo viaggio, ne documentò circa una decina, le uniche disponibili in quel tempo.

Nel 1904, un italiano scopriva nella Valle delle Regine, a Tebe Ovest, quella che probabilmente è la tomba più bella d’Egitto. L’italiano era Ernesto Schiaparelli, l’allora direttore del Museo Egizio di Torino, mentre la tomba apparteneva alla celeberrima Nefertari, la Grande Sposa Reale di Ramesse II (1279-1212 a.C.).

Schiaparelli
Ernesto Schiaparelli

Nonostante l’opera dei saccheggiatori, che lasciarono ben poco del corredo originario, la QV66 resta un gioiello per la sua struttura architettonica, paragonabile a quelle che si trovano nella Valle dei Re, e, soprattutto, per il magnifico ciclo pittorico che abbellisce le pareti e il soffitto.

Nefertari
Decorazione pittorica dalla Tomba di Nefertari (QV66)

La planimetria della tomba è piuttosto articolata, perché ha molte similitudini con quella di Ramesse nella Valle dei Re. Ha una lunga scalinata d’entrata, una grande camera centrale e una scala di accesso attraverso la quale si accede alla sala del sarcofago, dotata di quattro piloni e di quattro stanze annesse.

Fu solo nel 1970 che nella Valle ebbe inizio una serie di missioni annuali effettuate dal Centre National de la Recherche Scientifique (CNRS) di Parigi, dal Museo del Louvre, dal Centre d’Études et Documentation sur l’Ancienne Egypte (CEDAE) e dall’Egyptian Antiquities Organization, oggi Supreme Council of Antiquities.

Agli scavi di Schiaparelli si deve la scoperta di tutte le più importanti tombe del sito, come quelle appartenenti ai figli di Ramesse III, Seth-her-khepshef (QV 43), Kha-em-waset  (la QV 44), Amon-(her)-khepshef (QV 55).

La bellezza di questa valle, la assapori al tramonto, seduta su una pietra, attendendo che il sole scenda attraverso le spaccature rocciose, che dal color ocra passano attraverso le varietà del color rosa, ma dal silenzio sacro ai faraoni ecco apparire sul mio capo il volteggiare del Dio Falco…

 

Ai gentili lettori diamo appuntamento con la rubrica sull’Antico Egitto nella nuova rivista bimestrale di Archeome da febbraio 2021.

English Version

ARCHEO-ANTHROPOLOGY | Reconstructing life through death

In the Alegoría de la Muerte, an oil painting by the artist Tomás Mondragón from 1856, the scene depicted is divided into two symmetrical parts: on the left is a rich, well-dressed woman accompanied by the customs and traditions of her time; on the right, however, in her reflected image in the mirror, what we all have in common, a skeleton. Life and death have always been conceived as two distinct realities. This is manifest in the separation of cemeteries from cities, of the world of the living from that of the dead.

Alegoría de la Muerte, oil painting by the artist Tomás Mondragón, 1856.

The great archaeothanatologist (an archaeologist who studies death and the modifications of the body that occur after burial) Henry Duday uses the powerful image of the painting – by detaching it from the Mexican context of its creation – to emphasize the concept of how archaeoanthropology can “overturn perspectives”: we start from death, from the analysis of skeletons, to reconstruct history, the lives of people from the past, to better understand our present.

What is Archeo-anthropology?

When we talk about an ancient funerary context, in which the tomb is the central element of an archaeological excavation, what we think of, and what we encounter most easily, are the bone remains. These materials are, in their own right, to be considered on a par with the other objects that characterize a burial. Artifacts, architectural and funerary structures are a material manifestation of man; human remains are the only representatives of the “maker”, of those who made these artifacts. They constitute the last biological link with our ancestors, as well as an additional and complementary source of information about the life of ancient communities.  

Archaeo-anthropology is the branch of Archaeology that deals with the analysis and recovery of human bones, following specific criteria of application. This is the starting point of a work that continues in the laboratory.

How can we listen to what human bones have to tell us?

We will try to answer this and other questions by looking at the studies, research and analysis that have developed over time around human remains, during their discovery and after their recovery, and to illustrate how they have brought to light significant aspects of our past. 

A Neanderthal holds a skull

Extravagant burials and unusual beliefs

We will focus on “singular” cases, expressions of curious funerary beliefs; cases that indicate the presence of different ways or places of burial in relation to the different age classes of the deceased or their social level; the role and explanation in death of intimate mother-son, woman-man or sibling relationships; a special focus will be placed on the most recent studies. We will focus on funerary practices, on the choices of burial and the substrate of beliefs related to them. All this always starting from the skeleton, the real protagonist of the stories and events that will be told, which is able to “reincarnate” the life of the past, even after death.

A skeleton in the mirror

The main objective of the column is to push the reader to approach the skeletons with a new look, in order to understand their importance in the archaeological field. To move away from the idea that they are only simple piles of bones, or the macabre expression of the past, instead of the main witnesses of the time that was. The reader will be encouraged to reconstruct, in his own mind, starting from the flesh, then from the clothes, the beliefs, the customs, the life of these men buried long ago. 

It will be just like turning Mondragón’s picture upside down: starting from the reflected image of the skeleton, to get to the other side of the mirror and see what it was in order to reconstruct the man, the humankind and its stories, from the past, from prehistory and protohistory, up to the periods closest to us.

The column Archaeo-anthropology will begin in the new magazine of ArcheoMe from February 2021 that, on a bimonthly basis, will accompany us throughout the year….see you soon.

Tradotta da: https://archeome.it/archeo-antropologia-ricostruire-la-vita-attraverso-la-morte/

Pubblicabili da revisionare

ARCHEO-ANTROPOLOGIA | Ricostruire la vita attraverso la morte

Nell’Alegoría de la Muerte, un dipinto a olio dell’artista Tomás Mondragón del 1856, la scena rappresentata è suddivisa in due parti simmetriche: a sinistra vi è una donna ricca, ben vestita, accompagnata dagli usi e costumi del suo tempo, a destra, invece, nella sua immagine riflessa allo specchio, quello che ci accomuna tutti, uno scheletro. La vita e la morte sono sempre state concepite come due realtà distinte. Cio è manifesto nella separazione dei cimiteri dalle città, del mondo dei vivi da quello dei morti.

Alegoría de la Muerte, dipinto a olio dell’artista Tomás Mondragón del 1856

Il grande archeotanatologo (archeologo che studia la morte e le modificazioni del corpo che avvengono dopo la sepoltura) Henry Duday utilizza la potente immagine del dipinto – slegandola dal contesto messicano della sua realizzazione –  per sottolineare il concetto di come l’Archeoantropologia possa “ribaltare le prospettive”: si parte dalla morte, ossia dall’analisi degli scheletri, per ricostruire la storia, la vita delle persone del passato, per comprendere meglio il nostro presente.

Che cos’è l’Archeo-antropologia?

Quando si parla di un contesto funerario antico, nel quale la tomba costituisce l’elemento centrale di uno scavo archeologico, ciò a cui si pensa, e che si incontra con maggiore facilità, sono i reperti ossei. Questi materiali sono, a pieno titolo, da considerarsi alla pari degli altri oggetti che caratterizzano una sepoltura. I manufatti, le strutture architettoniche e quelle funerarie sono una manifestazione materiale dell’uomo; i resti umani sono gli unici rappresentati dell’”artefice”, ossia di chi ha realizzato questi manufatti. Essi costituiscono l’ultimo collegamento biologico con i nostri antenati, nonché un’ulteriore e complementare fonte d’informazione sulla vita delle comunità antiche.  

L’Archeoantropologia altro non è che la branca dell’Archeologia che si occupa dell’analisi e del recupero delle ossa umane, seguendo criteri d’applicazione specifici. Questo costituisce il punto d’inizio di un lavoro che continua in laboratorio.

Come possiamo ascoltare ciò che le ossa umane hanno da dirci?

Si cercherà di rispondere a questa e ad altre domande, osservando gli studi, le ricerche, le analisi che nel tempo si sono sviluppate attorno ai resti umani,  durante il ritrovamento e dopo il recupero, e di illustrare il modo in cui hanno portato alla luce aspetti significativi del nostro passato. 

Un Neanderthal regge un cranio

Sepolture stravaganti e insolite credenze

Ci si focalizzerà su casi “singolari”, espressione di curiose credenze funerarie; casi che indicano la presenza di diverse modalità o luoghi di seppellimento in relazione alle diverse classi d’età dei defunti o del loro livello sociale; il ruolo e l’esplicazione nella morte degli intimi rapporti madre-figlio, donna-uomo o tra fratelli; un focus particolare sarà riposto sugli studi più recenti. Ci si concentrerà sulle pratiche funerarie, sulle scelte di sepoltura e il substrato di credenze a esse connesso. Tutto ciò sempre partendo dallo scheletro, vero protagonista delle storie e delle vicende che saranno raccontate, che è in grado di “reincarnare” la vita del passato, anche dopo la morte.

Uno scheletro allo specchio

Il principale obiettivo della rubrica vuole essere quello di spingere il lettore ad approcciare agli scheletri con un nuovo sguardo, per comprendere l’importanza degli stessi in ambito archeologico. Allontanare l’idea che essi siano solo semplici cumuli di ossa, o la macabra espressione del passato, invece che i principali testimoni del tempo che fu. Il lettore sarà invogliato a ricostruire, nella propria mente, partendo dalle carni, poi dalle vesti, dalle credenze, dalle usanze, la vita di questi uomini sepolti da tempo. 

Sarà proprio come capovolgere il quadro di Mondragón: partire dall’immagine riflessa dello scheletro, per giungere dall’altro lato dello specchio e vedere ciò che esso era per ricostruire l’uomo, gli uomini e le loro storie, provenienti dal passato, dalla preistoria e dalla protostoria, fino a giungere ai periodi più vicini a noi.

 

La rubrica Archeo-antropologia inizierà nella nuova rivista di ArcheoMe da Febbraio 2021 che, a cadenza bimestrale, ci accompagnerà per tutto l’anno….a presto.

Articolo a cura di Ilda Faiella

Archivio

NEWS | Nuova vita per la targa dell’acquedotto cinquecentesco di Messina

L’Assessore alla Cultura Enzo Caruso e il Presidente di AMAM Salvo Puccio hanno preso in consegna dal Presidente dell’Istituto Autonomo Case Popolari Giovanni Mazzù la targa riferita all’antico acquedotto che collegava il fiume Camaro alla Fontana di Orione in Piazza Duomo a firma del suo architetto Francesco La Camiola, datata 1546.
La targa, che al tempo era stata sulle alture di Camaro, all’imbocco di una galleria, fu ritrovata durante i lavori di realizzazione di un complesso di edilizia popolare a Bisconte nel gennaio 2002 dall’Arch. Carlo Fulci, funzionario dell’Iacp, e recuperata insieme all’arch. Nino Principato e al rag. Andrea Bambaci.

La targa

Nella targa (pubblicata da Giuseppe Arenaprimo nel suo articolo Notizie inedite sul fonte Orione in Messina, in Miscellanea di Archeologia, di Storia e di Filologia, dedicata al prof. A. Salinas, parte II pag.400, Palermo, Virzì, 1907) si legge:
LI TRI MONTAGNI P.
CHATI [pirciati] E LI CONDUTI
PINDUSTRIA DI MASTRO
CHICO LACAMIOLA
E FICI VINIRI LAQA 1546

(Le tre montagne bucate e i condotti
per industria di Mastro
Francesco La Camiola
e fece venire l’acqua 1546)

La targa, alla cui consegna erano inoltre presenti Maria Grazia Giacobbe, direttrice dell’IACP, insieme al dirigente Antonio Recupero, sarà custodita presso la Presidenza di AMAM e, con il parere favorevole della Soprintendenza, collocata alla base della Fontana di Orione al termine dei lavori di restauro.

La Fontana di Orione
Fontana di Orione in Piazza Duomo, Messina (© Tempo Stretto)

Definita dallo storico d’arte Bernard Berenson “la più bella fontana del Cinquecento europeo”, venne commissionata dal Senato cittadino allo scultore toscano Giovanni Angelo Montorsoli (1507-1563), allievo di Michelangelo Buonarroti. Si trattò di un’opera soprattutto celebrativa perché doveva eternare ai posteri un avvenimento eccezionale per la città: la realizzazione del primo acquedotto, iniziato nel 1530 e ultimato nel 1547 su progetto dell’architetto Francesco La Camiola, che captava le acque dei fiumi Camaro, Bordonaro e Cataratti.
Ancora oggi è possibile percorrere, per un certo tratto, la suggestiva galleria cinquecentesca che collega le montagne di Camaro, Bordonaro e Cataratti, un’opera colossale per quei tempi, che portò l’acqua in città.

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NEWS | Lo scenario di una possibile sepoltura neandertaliana

Un ampio studio pluridisciplinare sui Neanderthal, condotto da un’equipe di stampo internazionale, ha restituito importanti avanzamenti sul sito archeologico di La Ferrassie (Savignac-de-Miremont, Dordogna), in Francia. Uno dei tanti di questo periodo.

I risultati delle ricerche, volte ad approfondire le conoscenze dello scheletro di un bambino di due anni e del contesto archeologico in cui è stato rinvenuto, hanno permesso agli autori di proporre come the most parsimonious scenario (lo scenario più frugale) quello di una sepoltura volontaria, di un bambino di Neanderthal vissuto circa 41.000 anni fa.

Nel grand abri (ampio riparo sottoroccia), del sito de La Ferrassie, sarebbe stato scavato un pozzo, in un sedimento sterile, cioè privo di altre evidenze archeologiche, in cui il corpo del bambino sarebbe stato volontariamente deposto.

Per lo svolgimento delle analisi sono state applicate tutte le tecniche di ricerca più avanzate: datazioni, sia al Carbonio 14 che con la tecnica della termoluminescenza (OSL) per datare il deposito circostante, l’applicazione della spettrometria di massa ZooMS e l’elaborazione di dati relativi al DNA antico. Il tutto è stato corredato da informazioni geologiche e stratigrafiche del contesto circostante, nonché dalla rielaborazione delle informazioni spaziali provenienti sia dagli scavi del 1968-1973 , sia delle più recenti analisi del 2014.

Il lontano rinvenimento di Neanderthal

Il riparo roccioso del grand abri ha restituito, per tutto l’intero sito di La Ferrassie, il maggior numero di scheletri di Neanderthal, sia completi che parziali. La maggior parte delle collezioni sono state rinvenute all’inizio del XX secolo,  mentre l’ultimo scheletro, rinvenuto tra il 1968 e il 1973, è stato proprio “LF 8” (La Ferrassie 8), uno scheletro parziale di Neanderthal (cranio, collo e ossa del tronco, bacino e quattro falangi delle mani) di un bambino di circa due anni. Il contesto del ritrovamento è stato sempre considerato come scarsamente documentato, ma in realtà i vecchi diari di scavo (conservati presso il Musée d’Archéologie nationale e Domaine national de Saint-Germain-en-Laye, di seguito indicato MAN) contenevano un’enorme quantità d’informazione, che doveva solo essere riscoperta e rielaborata, così come hanno fatto i ricercatori per lo svolgimento della ricerca.

Nei musei gli “scrigni” del passato vengono riaperti

Nel 2014 sono stati condotti ulteriori scavi, presso il luogo di ritrovamento, per riconsiderare il deposito archeologico e raccogliere nuovi dati per le analisi geologiche, stratigrafiche e geocronologiche.

L’indagine si è concentrata, inoltre, sullo studio delle collezioni dei reperti del Museo Archeologico Nazionale di Les Eyzies e del Museo Nazionale di Storia Naturale a Parigi, e negli archivi del Musée de l’Homme e dell’Institut de Paléontologie Humaine, sempre a Parigi. In questo modo è stato possibile reinterpretare diversi reperti, sia archeologici che antropologici, facendo emergere circa cinquanta nuovi frammenti di ossa di ominidi, di cui alcuni rinvenuti in una scatola degli scavi del 1973, riconducibili all’infante LF8.

Neandertal
Analisi dei reperti ossei dal sito di La Ferrassie

Uno dei più recenti Neanderthal datati direttamente

Di particolare importanza è l’identificazione nello stesso deposito, con una tecnica di spettrometria di massa chiamata ZooMS, di un osso di ominide che, attraverso lo studio del DNA mitocondriale, è stato associato ai Neanderthal. La successiva datazione al radiocarbonio ha fornito un’età compresa tra i 41.700 e i 40.800 anni fa.

Antoine Balzeau commenta come si tratti “di una datazione non solo più recente rispetto ai resti faunistici trovati nel livello archeologico soprastante, ma anche più recente dell’età ottenuta con il metodo della luminescenza per lo strato sedimentario che circonda il bambino”, confermando dunque che si tratti di una sepoltura scavata intenzionalmente.

Evidenza di pratiche funerarie oppure no?

L’elaborazione di pratiche funerarie complesse è unica nel linguaggio umano e l’emergere di questo comportamento può essere considerato l’evidenza di complesse capacità cognitive e simboliche.

La questione se i Neanderthaliani seppellissero o no i propri morti è da tempo oggetto di un ampio dibattito, e solleva altri interrogativi sulla possibile somiglianza tra le due specie nelle pratiche funerarie e sulla questione della possibile “acculturazione”,  o trasmissione culturale, tra gli Homo Sapiens e gli ultimi Neanderthaliani: il tutto sempre ammettendo la possibilità di considerare le sepolture, di per sé, come l’espressione di un comportamento simbolico, piuttosto che dettata da un’intenzione utilitaristica.

Di là da questioni delicate, che continueranno ad essere alla base delle discussioni tra i più grandi esponenti di paleoantropologia, i risultati “mostrano quanto l’approccio multidisciplinare con cui è stata realizzata questa ricerca sia essenziale per far progredire la nostra comprensione del comportamento dei Neanderthal, comprese le pratiche funerarie”, dice in conclusione Asier Gómez-Olivencia.

Lo studio è stato pubblicato su Scientific Reports, rivista del gruppo Nature, con il titolo “Pluridisciplinary evidence for burial for the La Ferrassie 8 Neanderthal child”. Le ricerche sono state guidate da Antoiene Balzau del CNRS e del Museo Nazionale di Storia Naturale di Parigi, insieme ad Asier Gómez-Olivencia dell’Università dei Paesi Baschi (Spagna). Tra i membri, anche l’italiana Sahra Talamo, direttrice del nuovo laboratorio di radiocarbonio BRAVHO (Bologna Radiocarbon laboratory devoted to Human Evolution) presso l’Università di Bologna e dell’Istituto Max Planck di Antropologia Evolutiva (Germania), nonché Principal investigator del progetto di ricerca RESOLUTION (ERC Starting Grant N. 803147). Il progetto si basa sullo sviluppo di set di dati di calibrazione al radiocarbonio ad alta risoluzione, utilizzando alberi fossili per risolvere i periodi chiave nella preistoria europea, tra cui anche quello dell’arrivo dei Sapiens in Europa e dell’interazione con i Neanderthal.

Articolo a cura di Ilda Faiella

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ARCHEOLOGIA | Nora, l’incanto di un’antica città sarda

Nora sorge sulla penisola che chiude a sud-ovest il golfo di Cagliari e fu uno dei maggiori centri della Sardegna in età fenicia, punica e romana; a parte l’incanto suscitato dalla natura e dal paesaggio circostante, a stupire è la vista di reperti archeologici che testimoniano tremila anni di storia sarda.

Dalla fioritura al declino

Grazie alla sua posizione geografica privilegiata nell’ambito della rete commerciale del Mediterraneo antico, venne frequentata sin dall’età fenicia (VII-VI sec. a.C.) e visse un considerevole sviluppo nel corso della fase punica (V-II sec. a.C.). Durante il VI secolo a.C. la città conobbe, grazie al dominio dei Cartaginesi, un periodo di ricchezza economica dovuta agli scambi commerciali con l’Africa.

La Sardegna diventa romana nel 238 a.C.; entrata nell’orbita politica di Roma, la città di Nora ebbe una prima fase di fioritura nella seconda metà del I sec. a.C., quando divenne municipium; il momento di massima vitalità fu tra la fine del II sec. d.C. e il secolo successivo. Dall’età severiana la città assunse il suo definitivo assetto urbanistico, con la costruzione di buona parte dei monumenti che ancora oggi vediamo.

Il lento e progressivo abbandono avvenne a partire dal V sec. d.C., probabilmente a causa dell’invasione dei Vandali, che portò la popolazione a spostarsi nelle zone più sicure dell’entroterra, fino al completo abbandono in età medievale.

Attualmente nell’antico centro commerciale fenicio, punico e poi romano, possiamo osservare la necropoli fenicia, il complesso abitativo e il tophet punico.

Tra le antiche vie lastricate in andesite, si può ancora ammirare uno degli edifici meglio conservati di Nora, il bellissimo teatro, costruito agli inizi del I secolo a.C. Imponenti sono le strutture termali, spesso decorate da magnifici mosaici databili tra il II e il IV secolo d.C.

mosaici
Mosaici a Nora

Varie le strutture religiose, come il Tempio di Tanit del periodo punico, sito sul colle omonimo, ed il santuario di Esculapio del II-III secolo d.C.

Numerose sono anche le opere di edilizia abitativa privata, spesso provviste di cisterna per l’acqua, costruite con muri in opus caementicium e africanum (tecnica edilizia inventata dai Romani), talvolta particolarmente prestigiose, come la casa dell’atrio tetrastilo, con i suggestivi mosaici del III-IV secolo d.C. Vicino al mare si trova il foro, di forma regolare, che conserva basi di statue onorarie di personaggi famosi.

La Stele di Nora
stele
Stele di Nora

La presenza fenicia è testimoniata dal ritrovamento della Stele di Nora, il più importante e, per tanti aspetti, enigmatico documento epigrafico a caratteri fenici ritrovato in Sardegna, tra i più antichi del Mediterraneo occidentale.

Un documento di eccezionale importanza: se dopo 244 anni di studi ancora si dibatte sul contenuto delle otto righe incise nell’arenaria porosa è evidente che, dietro quei segni, la stele nasconde ancora la sua intima verità. Esposta nel Museo Archeologico Nazionale di Cagliari, è databile intorno all’VIII secolo a.C. e riporta un’iscrizione in alfabeto fenicio, sulla cui interpretazione gli studiosi ancora dibattono.

Per alcuni ricercatori i caratteri dell’alfabeto non sarebbero soltanto e puramente fenici, ma si tratterebbe di un alfabeto misto fenicio-sardo, ma sono dati ancora non del tutto attendibili. Nella stele, inoltre, è probabile che vi sia la più antica attestazione del nome della Sardegna.

 

Ai gentili lettori comunico che la rubrica Archeologa Italia passerà nella nuova rivista bimestrale ArcheoMe con inizio a febbraio 2021… A presto…