Autore: Redazione ArcheoMe

Pubblicabili da revisionare

ARCHEOME BOOKS | Essere donna nell’Atene violenta e maschilista: “Le Ateniesi” di Alessandro Barbero

Le Ateniesi” di Alessandro Barbero è un romanzo storico ambientato in un momento cruciale per la storia di Atene: l’inverno del 411 a.C., precisamente il giorno della prima rappresentazione della commedia di Aristofane, Lisistrata.
Nel romanzo si intrecciano tre linee narrative differenti: la politica ateniese (che lo storico descrive con dovizia di particolari in tutta la sua vivacità, rendendo il lettore partecipe degli odi, degli intrighi e degli scontri della polis), un sanguinoso delitto ai danni di due ragazze e la rappresentazione di Lisistrata.

In un clima difficile per Atene, da anni in guerra con Sparta, un gruppo di aristocratici capitanati dal nobile Crizia complotta per rovesciare il regime democratico e instaurare l’oligarchia. Consci che il popolo non avrebbe accolto con favore il colpo di stato, i congiurati decidono di arrivare al cambiamento con gradualità, spargendo terrore attraverso la violenza sulle classi meno abbienti, affinché siano i cittadini stessi a dover rinunciare a parte della libertà per riacquistare la loro sicurezza.

In questo clima tesissimo si svolge la vicenda drammatica di Charis e Glicera, due ragazze figlie di cittadini liberi ma di estrazione popolare. Glicera è attratta da Cimone, il giovane e ricco vicino di casa. Lo sfaccendato rampollo in compagnia di due amici della sua stessa condizione, Argiro e Cratippo, notata la propria influenza sulla giovane, la invita a portargli in casa dei fichi, una sera in cui tutti gli adulti si trovano a teatro. Glicera porta con sé l’amica Charis. Nella casa del ricco Cimone si consuma la tragedia: le due ragazze vengono violentate e seviziate dai tre aristocratici.

La descrizione del delitto, dichiara lo stesso Barbero, è ispirata al massacro del Circeo: l’autore ravvisa nel clima politico di Atene una similitudine con gli anni di piombo in Italia, anni in cui la cosiddetta “strategia della tensione” mirava a scardinare la democrazia. Proprio al centro di quel travagliato periodo storico, nel 1975, il delitto del Circeo, perpetrato da due esponenti dell’estrema destra romana ai danni di due giovani ragazze di estrazione popolare, sconvolse l’opinione pubblica per l’efferatezza degli aguzzini. Alessandro Barbero compie un’operazione affascinante e spregiudicata: porta indietro, nell’Atene classica, un dramma sinistramente attuale. Rappresenta una violenza che è al tempo stesso femminicidio, efferato atto politico e azione di prevaricazione dei potenti sui deboli.

Mentre a casa di Cimone si consuma la tragedia, nel teatro di Dioniso, ad Atene, sta andando in scena la più famosa commedia dell’antichità, Lisistrata, testo in cui le donne sono protagoniste attive e, attraverso numerosi stratagemmi (il più famoso è lo “sciopero del sesso”) riescono a riportare la pace in una Grecia martoriata dalla rivalità tra Sparta e Atene.

Commedia e tragedia, passato e presente si intersecano in questo romanzo complesso del grande storico piemontese, facendoci ridere, piangere e riflettere sui meccanismi della storia e dell’animo umano, così simili nel corso dei secoli, sui quali ancora oggi troppo poco si riflette. 

Le Ateniesi, Alessandro Barbero. Mondadori, 2015
Pubblicabili da revisionare

PERSONAGGI | Addio a Gigi Proietti, l’artista dalle mille virtù

Nascere e morire lo stesso giorno, tra l’altro nella commemorazione dei morti, è quasi ironico, proprio come lo era Gigi Proietti.
Un personaggio davvero singolare, un’artista oltre ogni misura. Un mostro sacro dello spettacolo. Una carriera lunga, lunghissima, più di mezzo secolo in scena e sul set. Una escalation di successi: al teatro, al cinema, in televisione e nel doppiaggio. Sua la voce italiana di attori del calibro di Marlon Brando, Dustin Hoffman, Robert De Niro, Ian McKellen, il genio di Aladdin e Sylvester Stallone nel primo Rocky.

Una personalità istronica, una novità rispetto al teatro della tradizione e della prosa. Ricordiamo due dei suoi maggiori spettacoli teatrali: A me gli occhi please (1973), o Come mi piace (1983). E’ stata sua la decisione di costruire un Globe Theatre d’ispirazione shakespeariana nel 2003, all’interno dei giardini di Villa Borghese a Roma, per commuovere il pubblico attraverso la poesia e la tragedia del Bardo inglese.

Un uomo dalle mille sfaccettature che si propone anche in TV e al cinema. Magistrale lo spaventoso Mangiafuoco in Pinocchio (2019), il simpatico e arguto Maresciallo Rocca (1996-2005), l’irriverente Mandrake in Febbre da Cavallo (1976), o lo splendido Conte Duval nel più recente film Un’estate al mare (2008).

Una perdita immensa per la sua Roma, che tanto amava, e per la sua Italia, che tanto lo ammirava. La sua voce si spegne in un momento drammatico per il teatro, con i palchi costretti al silenzio dall’emergenza.

Il nostro piccolo omaggio al grande artista in questo video.

English Version

ANCIENT EGYPT | Akhenaten and Amarna art

By “Amarna art” is meant the artistic production of Egypt created by Akhenaten, a sovereign belonging to the 18th dynasty. We referred to him as a revolutionary, heretic, monotheist, deformed and certainly an innovator, that not even the damnatio memoriae to which he was subjected was able to erase from the pages of history; indeed, today he is one of the most famous pharaohs of Egypt, along with Tutankhamen.
In Egypt, during the New Kingdom, there was a radical change in the religious field. Amenhotep IV carried out a reform in order to diminish the power of the god Amun and his priests, since they, thanks to the prestige and wealth gained, had become an intolerable alternative to the pharaonic power. This led Amenhotep IV to prefer Aton, the solar disk; in his honour, therefore, he changed his name to Akhenaten, “the one who is pleasing to Aton”, and founded newly in Tell el-Amarna, far from Thebes, a new capital, called Akhetaton, “Aton’s Horizon”.

 

The new rules of Amarna art

His reform also affected the artistic field: new forms of expression were imposed, far from tradition, aimed at realism (an example is the Bust of Queen Nefertiti, whose serene beauty has been shining for centuries, preserved in Berlin) and the representation of scenes of domestic life of the royal family (such as the limestone stelae, also in Berlin, depicting Akhenaten, his wife and three daughters). These scenes were a real novelty: until then, in fact, they had been judged far too intimate to be reproduced on the walls of public buildings.

As time went by, the realism of the Amarna style became exaggerated, pushing the physiognomic features to the point of deformity. The colossal statue of Akhenaten, from the temple dedicated to Aton in Karnak and currently housed in the Egyptian Museum in Cairo, exemplifies the new artistic rule: it has an unnaturally elongated head on a long slender neck, a face with fleshy lips, almond-shaped eyes, sunken cheeks, cheekbones, nose and chin pronounced; finally, the body with a narrow torso, relaxed belly, wide hips and thighs and thin calves.
Some scholars, assuming that the artists, in the realization of their works, had based themselves on the real aspect of Akhenaten, had assumed that he suffered from pathological problems and congenital deformities, found, precisely, in the lengthening of the limbs and skull.
The alteration of shapes and lines shows Akhenaten’s innovative intent; however, this did not have devastating effects on the rendering of the figure, which, even though it appeared unbalanced, drew inspiration from a fertile creativity and unusual stylistic solutions, which did not depend on any rule. The freedom of expression that the Amarna artist had led to broaden the stylistic paths and themes of representation, including references to royalty, as well as moments of daily life and intimacy of the royal family.

https://archeome.it/wp-admin/post.php?post=8299&action=edit

 

 


Bust of Nefertiti (Neueus Museum, Berlin)

Colossal statue of Akhenaten (Egyptian Museum, Cairo)
Pubblicabili da revisionare

ANTICO EGITTO | Akhenaton e l’arte amarniana

Con “arte amarniana” si intende la produzione artistica dell’Egitto legata alle vicende di Akhenaton, sovrano appartenente alla XVIII dinastia. Akhenaton: rivoluzionario, eretico, monoteista, deforme… sicuramente un innovatore, che neanche la damnatio memoriae cui fu sottoposto riuscì a cancellare dalle pagine della storia; anzi, oggi è uno dei più famosi faraoni d’Egitto, insieme a Tutankhamon.

In Egitto, nel corso del Nuovo Regno, ci fu un radicale mutamento in campo religioso. Amenofi IV, faraone della XVIII dinastia, attuò una riforma allo scopo di diminuire il potere del dio Amon e dei suoi sacerdoti, poiché essi, grazie al prestigio e alla ricchezza guadagnati, erano diventati un’inammissibile alternativa al potere faraonico. Questo portò Amenofi IV a preferire Aton, il disco solare; in suo onore, quindi, cambiò nome in Akhenaton, “Colui che è gradito ad Aton”, e fondò ex novo a Tell el-Amarna, lontano da Tebe, una nuova capitale, chiamata Akhetaton, l’“Orizzonte di Aton”.

I nuovi canoni dell’arte amarniana 

Nefertiti
Busto di Nefertiti (Neues Museum, Berlino)

La sua riforma investì anche il campo artistico: si imposero nuove forme espressive, lontane dalla tradizione, volte al realismo (esempio ne è il Busto della regina Nefertiti, la cui serena bellezza risplende da secoli, conservato a Berlino) e alla rappresentazione di scene di vita domestica della famiglia reale (come la stele in calcare, anch’essa a Berlino, raffigurante Akhenaton, la moglie e le tre figlie). Queste scene furono una vera e propria novità: fino ad allora, infatti, erano state giudicate fin troppo intime per essere riprodotte sulle mura degli edifici pubblici.

Akhenaton Museo Egizio Cairo
Statua colossale di Akhenaton (Museo Egizio, Il Cairo)

Col passare del tempo, il realismo dello stile amarniano si esasperò, spingendo i tratti fisionomici fino alla deformità. La statua colossale di Akhenaton, proveniente dal tempio dedicato ad Aton a Karnak e attualmente conservata al Museo Egizio del Cairo ben esemplifica il nuovo canone artistico: essa presenta la testa dall’innaturale forma allungata su un lungo collo sottile, il viso con labbra carnose, occhi a mandorla, guance infossate, zigomi, naso e mento pronunciati; infine, il corpo dal torso stretto, ventre rilassato, fianchi e cosce ampi e polpacci sottili.

Alcuni studiosi, ipotizzando che gli artisti, nella realizzazione delle loro opere, si fossero basati sul reale aspetto di Akhenaton, avevano supposto che questi soffrisse di problemi patologici e di deformità congenite, riscontrabili, per l’appunto, nell’allungamento degli arti e del cranio.

L’alterazione delle forme e delle linee testimonia l’intento innovatore di Akhenaton; tuttavia, questo non ebbe effetti devastanti sulla resa della figura, che, pur apparendo squilibrata, traeva ispirazione da una feconda creatività e da soluzioni stilistiche inusuali, che non dipendevano da alcun canone. La libertà di espressione che ebbe l’artista amarniano portò ad allargare i percorsi stilistici e le tematiche di rappresentazione, includendo riferimenti alla regalità, oltre a momenti di vita quotidiana e di intimità della famiglia reale.

Archivio

NEWS | Il 5 novembre sarà presentata al Parco del Colosseo la mostra “Pompei 79 d.C.”

La mostra, presentata il 5 novembre, sarà aperta al pubblico dal 6 al 31 gennaio 2021.

Il 5 Novembre ci sarà la presentazione della mostra “Pompei: 79 d.C.“, presso il Parco archeologico del Colosseo. Alla presentazione sarà presente e interverrà Massimo Osanna, Direttore generale Musei e Direttore del Parco archeologico di Pompei. “Pompei 79 d.C.” avrà luogo presso il Colosseo e verterà sull’importante quanto delicato rapporto tra Roma e Pompei. La mostra offrirà ben 100 reperti, nonché video e proiezioni virtuali. È suddivisa in tre grandi sezioni: la fase dell’alleanza, la fase della colonia romana, il declino e la fine.

L’allestimento e la grafica della mostra sono a cura di Maurizio di Puolo, mentre l’esposizione è stata ideata e curata da Mario Torelli, grande archeologo recentemente scomparso. L’evento è promosso dal Parco archeologico del Colosseo, con l’organizzazione di Electa e con la collaborazione scientifica del Parco archeologico di Pompei e del Museo Archeologico Nazionale di Napoli. La mostra sarà visitabile al II ordine del Colosseo con entrambe le tipologie di biglietto: 24h – Colosseo, Foro Romano, Palatino e Full Experience, nella formula con arena e/o con sotterranei. 

Banner pubblicitario della mostra. Fonte: sito del Parco archeologico del Colosseo.
Pompei, 79 d.C.

La data inserita nel nome della mostra non è casuale: nel 79 d.C. avvenne a Pompei la nota eruzione del Vesuvio. Questo fenomeno sismico distrusse e coprì sotto cenere, massi e lapilli tutta la città di Pompei, che si è conservata intatta. 

Sono due le fondamentali testimonianze dell’eruzione: i resti della stessa Pompei e le lettere (epistulae) di Plinio il Giovane, di incommensurabile valore storico. In particolare, se gli scavi di Pompei fanno emergere i resti concreti di una città cristallizzata dall’eruzione del Vesuvio, una delle tante lettere di Plinio il Giovane ha reso possibile capire non solo l’anno dell’eruzione, ma anche il giorno preciso:  in una delle due lettere che lo studioso scrive a Tacito si legge nonum kal. septembres (Lettera VI,16,20), cioè nove giorni prima delle Calende di settembre, data che corrisponde al 24 agosto. In questa lettera, inoltre, Plinio descrive con dettagli e grande drammaticità, passo per passo, l’eruzione del Vesuvio e la reazione delle persone attorno a sé.

Una nube stava sorgendo e non era chiaro all’osservatore da quale monte s’innalzasse (si seppe, poi, essere il Vesuvio), il cui aspetto fra gli alberi s’assimilava soprattutto al pino. Essa, infatti, levatasi verticalmente come un altissimo tronco, s’allargava in alto, come con dei rami; […] in molte parti risplendevano larghissime fiamme e vasti incendi, il cui risplendere e la cui luce erano resi più vividi dalla oscurità della notte. […] Per calmare le paure, mio zio diceva che si trattava di case abbandonate che bruciavano, lasciate abbandonate dai contadini in fuga. Plinio il Giovane, Lettere, VI, 16.

Archivio

NEWS | A Lecce riemergono i resti di un’antica villa romana

Dagli scavi preventivi riemergono molte tracce di una villa romana rustica di età romano-imperiale

Gli archeologi di Lecce hanno rintracciato una villa romana rustica di età romano-imperiale. Il luogo di rinvenimento è nella zona 167, dove è posto il cantiere per l’impianto sportivo polifunzionale di via Potenza. Gli archeologi hanno fermato i lavori per l’impianto per effettuare gli scavi preventivi, dai quali stanno riemergendo molte testimonianze di un antico insediamento romano. I lavori nel cantiere dell’impianto sportivo sono, quindi, sospesi per i primi ritrovamenti archeologici, successivi a interventi di diserbo e pulizia dell’area. Tra i ritrovamenti vi sono un silos, un pozzo a pianta circolare, recante sulle pareti interne intonaco in cocciopesto, e due grandi cisterne a pianta rettangolare.

I primi ritrovamenti risalgono agli anni Settanta

Gli archeologi avevano già scoperto in passato tracce di un ricco edificio privato, in quest’area. La villa romana era emersa dai lavori di demolizione della Masseria denominata S. Elia alle Secare (S. Elia delle serpi), lavori fatti nei primi anni Settanta del secolo scorso.

I reperti della Masseria S.Elia nel cortile del Museo Sigismondo Castromediano. Fonte: https://www.salento-arcaico.it/2017/03/11/lecce-le-origini-romane-della-zona-167/

La villa era già stata attribuita alla gens Marcia e aveva un’area sepolcrale. Qui i ricercatori avevano trovato rocchi di colonna a fusto liscio o scanalato e cippi funerari con iscrizioni, conservati presso i depositi della Soprintendenza. In particolare, di notevole interesse storico, è il cippo di Marcia Ianuaria. Questi reperti, scoperti negli anni Settanta, sono oggi custoditi presso il Museo Provinciale Sigismondo Castromediano.

BIBLIOGRAFIA

G. UGGERI, Notiziario topografico salentino, Contributi per la carta archeologica, 1971, pp. 288.

C. PAGLIARA, Note di epigrafia salentina III, pp. 72-74.

A. MARINELLI: Lecce, S. Elia a le Secare – Fattoria ed epigrafi sepolcrali di età romana imperiale – Notiziario Topografico Salentino, contributi per la Carta Archeologica, 1971. pag 288.

Pubblicabili da revisionare

NEWS | Conservare cibo nel Paleolitico, dalla Sapienza una grande scoperta

Un team di ricercatori della Sapienza, Università di Roma, in collaborazione con l’Università TAU di Tel Aviv, ha scoperto il metodo di conservazione del cibo usato circa 300.000 anni fa.

Cristina Lemorini, responsabile del Laboratorio di analisi tecnologica e funzionale dei manufatti preistorici (LTFAPA) del Dipartimento di Scienze dell’Antichità, in collaborazione con il laboratorio DANTE (Sapienza) e con l’Università di Tel Aviv, ha diretto la ricerca. L’articolo, pubblicato sulla rivista scientifica PlosOne, dimostra come, già dal Paleolitico Inferiore, una comunità di ominidi vissuti a Qesem Cave (Israele) conservassero cibo e altri materiali deperibili. Utilizzavano una sostanza naturale con un altissimo potenziale antibatterico: la cenere di legna.

“L’eccezionale scoperta retrodata l’utilizzo di tecniche di conservazione di materiali deperibili, finora mai individuate in periodi cronologici così antichi, e ridisegna l’immagine dei nostri antenati mettendo in luce una complessità cognitiva e culturale già a partire dal Paleolitico Inferiore” – spiega Cristina Lemorini.

Le micro-tracce sulle lame litiche osservate al microscopio

La testimonianza dell’uso della cenere di legna per conservare cibo e la pelle delle prede uccise, posponendone così la lavorazione, è data da particolari modificazioni microscopiche dei margini d’uso delle lame litiche a cui sono associati dei micro-residui. I risultati sono supportati da una sperimentazione ad hoc, che ha riprodotto lo stesso tipo di evidenze utilizzando repliche di lame litiche per manipolare materiali organici trattati con cenere di legna.

Archeologia sperimentale su materiali organici trattati con cenere di legna
English Version

UNDERWATER ARCHAEOLOGY | The wrecks of the “Falcata Zone” of Messina

Known as the Falcata Zone because of its shape, the peninsula of Saint Raineri, in Messina, tells more than a millenary story, centuries older than the canonical foundation of the Zancle colony done by the Chalcidese.

The Falcata Zone, Guardian of Wrecks


That stretch of the Ionian Sea that bathed the peninsula was the scene of numerous battles. Its seabed and coasts became cemeteries for boats, which, through the passing of time, were forgotten.
But something still peeps out from the past, as a reminder of a time when Messina was the crossroads of the main trade and connection routes between the Island, the Italian peninsula and the rest of the Mediterranean.

The Rigoletto

Along the Southern part of the Falcata area lies, undisturbed, the wreck of a historic ferry: the Rigoletto. The wreck owes its fame to the prow that comes out of the water, clearly visible a few metres from the shore and not far from the Spanish Citadel. While the stern was sinking, resting on the seabed, it became the habitat of several species of fish, unique in the Mediterranean Sea (trumpet fish and pink and black castanets). In 1968 the ship was sold to Italy and, under the name “Maddalena Lofaro”, made numerous trips. On the first of July of 1980, a fire broke out on the ship, while it was carrying used cars from Antwerp (Belgium) to Beirut in Lebanon. The crew was forced to abandon the boat, which was towed from the Mediterranean to the port of Messina. Now too damaged to travel by sea, it was abandoned in the area of the Real Cittadella, where, in shallow waters, it found its last port. The Rigoletto is not the only wreck along the Falcata area, just as it is not the only one found at the bottom of the Sicilian coast.

Other modern wrecks: the ferry Cariddi

Another wreck that can be admired in the depths of the Falcata area is that of the Cariddi ferry, a historic boat dating back to the early 1930s. This allowed the railway connection between the Calabrian and Sicilian coasts across the Strait of Messina. The Cariddi was a symbol of great innovation and was the first ship to have a diesel propulsion system.
She was sunk during the Second World War, re-emerged in the following years and redeveloped with a lengthening of the hull, only to be decommissioned in 1990. Finally, now forgotten along the coast, she sank in silence in the 2000s. The ship, a favourite destination for scuba diving, gives shelter and life to countless marine animal species (shrimps, sea bass, groupers, etc.), lying on the rocky limestone seabed.

In antique

During a research campaign, carried out with scans, Rov verifications and scuba diving, two perfectly intact wrecks of merchant ships, dating back to the II-IV century A.D., were discovered at the bottom of the Strait of Messina. The area involved in the archeo-submarine countryside embraces a stretch of sea of 49 km2, not far from the Falcata area. In this operation public and private institutions have worked in synergy: Aurora Trust, the Superintendence of Cultural Heritage of the Sea of Palermo, Oloturia Sub, Bimaris Edition. The research campaign is part of the “Atlantis” project, a two-year plan for mapping the seabed of the Strait of Messina. During the campaign that took place from 13th to 19th June of 2011, well-preserved North African amphorae were found in the first shipwreck, well-preserved whole millstones, lead ingots with a stamp, fundamental to identify their origin, and three iron anchors, now preserved in the warehouses of Zanca Palace in Messina.

Pubblicabili da revisionare

NEWS | Misteriosa scoperta nel sottosuolo di Paestum (SA)

Nota sin dall’Ottocento una grande galleria sotterranea che occupa lo spazio tra il tempio c.d. di Nettuno, già teatro di importanti interventi, e il tempio noto come “Basilica” nel santuario meridionale del Parco Archeologico di Paestum (SA).

Per la prima volta è stato realizzato un rilievo dettagliato del monumento sotterraneo: la galleria ha una lunghezza di quasi cinquanta metri! La malta idraulica che riveste interamente le pareti della struttura lascia ipotizzare la presenza di una grande cisterna.

Il problema dell’acqua

“A Paestum l’approvvigionamento delle acque rappresentava una criticità. L’acqua del Capodifiume era malsana e i pozzi non risolvevano il problema perché l’acqua di falda tendeva a essere salmastra vista la vicinanza della città al mare. Così, raccogliere l’acqua piovana che scorreva dai tetti dei due templi più grandi della città in una grande cisterna poteva essere una buona idea” – spiega il direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel.

Come sottolinea il funzionario archeologo del Parco, Francesco Scelza, la posizione della cisterna all’interno del grande santuario urbano della città antica non è casuale. Nei riti antichi l’acqua giocava un ruolo fondamentale, anche se spesso non è facile distinguerne un uso cultuale da un uso corrente.

Paestum fa grandi progetti: la galleria sarà visitabile

Intanto, si sta già pensando al futuro: “Sarebbe bellissimo poter far visitare un giorno Paestum sotterranea a tutti – dichiara il direttore – ovviamente solo dopo un restauro attento della struttura e con tutte le misure di sicurezza. È un monumento che come pochi altri illustra come i templi fossero parte di una società, di un’economia e di una vita quotidiana nella quale la gestione delle acque rivestiva un ruolo centrale, dalla bonifica della piana da parte dei coloni greci fino all’impaludamento nell’Alto Medioevo. La storia di Poseidonia, come abbiamo raccontato in una mostra recente su archeologia e cambiamenti climatici, è anche la storia del rapporto tra la comunità e l’acqua”.

Il sopralluogo nella cisterna tra i due templi ha rivelato anche testimonianze molto più recenti: graffiti che viaggiatori dell’Otto- e del Novecento hanno lasciato sulle pareti della galleria sotterranea, a volte datandoli; il più antico finora riscontrato risale al 1855, il più recente al 1965.

Pubblicabili da revisionare

DIETRO AL FASCISMO | La Mostra Augustea della Romanità

Il processo di identificazione tra Augusto e Mussolini e il richiamo all’antico toccò l’apice con la grande Mostra Augustea della Romanità del 1937. Diretta da Giulio Quirino Giglioli, fu inaugurata al Palazzo delle Esposizioni per celebrare il bimillenario della nascita di Augusto.

mostra augustea della romanità
Manifesto della Mostra Augustea della Romanità

Il Palazzo delle Esposizioni

La facciata del Palazzo, realizzata da Alfredo Scalpelli, presentava delle “scritte lungo tutta la facciata, che ammonivano i visitatori e i passanti sulla potenza indistruttibile di Roma, sulle doti della gente italica e sulla universalità della politica romana, con le parole di grandi scrittori classici e cristiani”. Era decorata con copie di statue romane di barbari prigionieri, i cui originali (II sec. d.C.) si ritrovavano nelle collezioni del Palazzo dei Conservatori.

L’intero prospetto della facciata era un netto richiamo all’impianto tripartito dell’arco di Costantino, con i calchi delle statue a imitare le statue di epoca traianea poste sulla sommità dell’antico monumento.
Sulla chiave di volta dell’ingresso centrale della Mostra c’era un calco della statua della Vittoria di Metz, rimando alle Vittorie trofeofore collocate nel fornice mediano dell’arco di Costantino. Già dalla sola realizzazione della facciata, si concepiva il voler riutilizzare elementi classici e la volontà di connettere l’impero fascista con quello romano.

palazzo delle esposizioni
La facciata del Palazzo delle Esposizioni

Le sale espositive della Mostra

Giglioli aveva allestito ventisei sale dedicate alla storia di Roma, dai primi re alla formazione dell’Impero, considerato uno spazio che i Romani avevano conquistato perché superiori da un punto di vista culturale. I visitatori, attraverso la mostra, potevano conoscere gli usi, i costumi, le tecniche e l’economia dell’intero mondo romano.

mostra augustea della romanità
Ingresso della Mostra Augustea della Romanità

Una delle sale più importanti era sicuramente la sala dell’Impero, con i calchi di monumenti a carattere trionfale, come il rilievo di un sacrificio compiuto probabilmente da Traiano, dinanzi a un grande tempio. Il sacrario della Mostra era la sala dedicata ad Augusto (sala X), dove, sormontata dal brano di Svetonio che ne esaltava la nascita, compariva la statua dell’Augusto di Prima Porta.

mostra augustea della romanità
Frammento del brano di Svetonio

La croce di vetro nella Sala di Augusto

L’analogia mistica tra Augusto e Mussolini troverà traduzione iconografica in una croce di vetro recante impresse le parole di S. Luca. La croce faceva riferimento al censimento imperiale indetto da Augusto e alla nascita di Cristo. Netta diventava l’identificazione tra Augusto, “cooperatore della Divina Provvidenza” e Mussolini, che, dopo i Patti Lateranensi, sarà considerato come l’uomo della Provvidenza.

croce di vetro
La croce di vetro

Il Giglioli recuperò centinaia di calchi, modelli di monumenti, macchine, plastici di città, carte geografiche e topografiche che mettevano in risalto la potenza e la grandezza dell’Impero. Difatti, la mostra aveva lo scopo di “educare le masse”, di parlare al grande pubblico ed esaltare le similitudini tra l’antico impero di Augusto e il nuovo impero di Mussolini.

L’immagine di Costantino

Nelle sale XXIV e XXV emergeva l’immagine “fascistizzata” di Costantino. Le sale erano poste in comunicazione tra loro dall’architettura, che suggeriva la continuità ideale tra gli obelischi e gli archi di trionfo del presente e del passato. Si pensi all’arco di trionfo di Costantino «eretto per celebrare la vittoria su Massenzio del 28 ottobre 312 d.C., che segnò l’avvento della Cristianità […] riportata presso quello stesso ponte Milvio, che il 28 ottobre 1922 le Camicie Nere varcarono, dando inizio all’Era dei Fasci».

Il salvatore della pace

Di ritorno da Monaco, reduce dalla chiusura della Mostra Augustea della Romanità, Mussolini, almeno in patria, poté presentarsi romanamente nelle vesti del “salvatore della pace”. Se quelle vesti non trassero in inganno Pio XI, altrettanto non si potè dire per la stampa cattolica. Il 5 novembre 1938 La Civiltà Cattolica inneggiava a Mussolini come novello Augusto, ritornato da oltralpe con la pace. Una pace che voleva somigliare alla Pax Augustea, che durò ben quattro secoli, ma, quando si allontanò dall’Europa, non vi restò che disordine e barbarie, che, da lì ad un anno, distrussero il mito della romanità.

Mussolini come Augusto e Costantino

Il Duce personificava il modello di Costantino, imperatore cristiano, e quello di Augusto, princeps fondatore dell’impero: una fusione di due modelli imperiali. Ciò avvenne attraverso il recupero della leggenda circa la “cristianizzazione” di Augusto, la cui testimonianza emergeva dai pannelli della Mostra augustea in cui era rappresentato. Un Augusto “cristianizzato” e consapevole della sua missione terrena, illuminata dalla luce della provvidenza, coincidente con la missione redentrice di Cristo. Mussolini, dunque, rivendicava al fascismo il merito di aver restituito a Roma l’autorità e il prestigio di capitale d’Italia; inoltre, aveva utilizzato il mito di Roma e, in particolare gli elementi classici, per fornire una legittimazione storica e una consistenza ideologica al fascismo.