Autore: Redazione ArcheoMe

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NEWS | Il PArCo sempre più vicino al pubblico con disabilità

Il Parco Archeologico del Colosseo si rende ancora più accessibile, creando percorsi specifici per le persone con disabilità ed eventi online.

In linea con l’idea fondante di un parco accessibile a tutti, nel corso del 2020 e nonostante l’emergenza sanitaria, il PArCo ha proseguito con l’attivazione di una serie di supporti e percorsi specifici per il pubblico con disabilità. Il parco ha un occhio di riguardo per tutti i tipi di utenti: ipo-vedenti (siano essi in età scolare o adulti), non udenti, visitatori con disabilità psichiche e cognitive o, ancora, più semplicemente con difficoltà di tipo sociale. Tutto ciò nella ferma convinzione che la cultura, i beni comuni e la bellezza in senso lato possano avere un ruolo pedagogico, da un lato, e psicologico dall’altro, favorendo il senso di inclusione nella comunità.

Gli eventi del PArCo

Si è iniziato proprio oggi,  3 dicembre, con le iniziative del Progetto “Il PArCo tra le mani”.
Alle ore 17.00 è andata online sulla pagina Facebook la rubrica Medicina XXXIII, un percorso in video-LIS dedicato ai luoghi del Foro Romano, legati al tema dell’ars medica. Alle 21.00, sempre sulla pagina Facebook e sul canale YouTube, invece, sarà la volta del video di presentazione della nuova guida tattile “Museo PalatinoAccarezzare la storia di Roma”. La guida nasce nell’ambito del corso di formazione realizzato dal PArCo, in collaborazione con il Museo Tattile Statale Omero di Ancona e la Direzione Generale Educazione e Ricerca del MiBACT. Questo progetto favorisce l’autonomia di visita agli ipovedenti e ai non vedenti. Ideata da Giulia Giovanetti e Federica Rinaldi, raccoglie, all’interno di una scatola, un cassetto “immersivo” contenente le riproduzioni in 3D dei reperti di età pre- e protostorica, nonchè 16 schede relative ad una selezione delle opere della collezione del Museo. 

Prossimi eventi

Si prosegue il 10 dicembre con la presentazione dei progetti per persone con disabilità intellettiva e con malattia di Alzheimer. Il programma, condotto insieme alla cooperativa Phoenix di Roma, si articola in diversi momenti nel Museo Palatino. Degna di nota, la redazione della prima Guida Easy to Read del PArCo, a cura del Servizio Didattica Educazione e Formazione del PArCo. La guida rispetta le norme europee per permettere la visita in autonomia a gruppi scolastici e famiglie con persone con disabilità intellettiva. Una volta riaperte le porte al pubblico, sarà attivato un ciclo di visite guidate dedicato, con laboratori e l’assistenza di operatori specializzati.

Due app per un’esperienza di visita completa

Il 10 e il 17 dicembre sono le due date individuate per la presentazione di due nuovissime app.
 “Y&Co – You and Colosseum” è il nome dell’app, gratuita per Android ed iOS, interamente curata e promossa dal PArCo con la realizzazione di Ruschena’s Project. Si tratta di un’esperienza di visita del PArCo da vivere sul posto e da remoto, con audio-videoguida in 9 lingue e audiodescrizioni per non vedenti in italiano e inglese. Non solo: all’interno ci sono videoguide nella lingua dei segni italiana (LIS) e inglese (ASL), e contenuti speciali per bambini in italiano e inglese. Il 10 dicembre alle ore 21.00 sui canali social del PArCo sarà online il teaser dell’app, da gennaio disponibile negli store. L’app consente l’esplorazione virtuale di un’ampia selezione dei monumenti del PArCo e due accurati video-documentari di approfondimento. 
 

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BEHIND FASCISM | The Defense of the Race, a propaganda tool

Interlandi’s magazine

La Difesa della Razza (“The Defense of the Race”) was a fortnightly magazine, published on August 6, 1938 and directed by Telesio Interlandi. A man who had always adhered to the extreme positions of Fascism, he was considered the Duce’s trusted journalist, remembered for his ferocity in anti-Semitic and racist campaigns. The cover of the first issue had the date of the previous day, August 5th, 1938. On that day, the Minister of National Education, Giuseppe Bottai, issued four newsletters regarding the circulation of the magazine, addressed to the rectors and directors of higher institutes, the presidents of art institutes, the president of the Central Council for Historical Studies and the presidents of academies and cultural associations. On August 8th, the Ministerial Commission for the purchase of publications launched the purchase and distribution of one thousand copies.

Cover of The Defense of the Race
The magazine’s supporters

The magazine was not only supported by Bottai but also by Dino Alfieri, Minister of Popular Culture and Achille Starace, Secretary of the National Fascist Party. The magazine was aimed at the middle classes and was conceived as a showcase of Italian racism, which was supposed to promote the superiority of the Italian race at a focal point in the history of Fascism, considering that on July 14th, 1938 the Manifesto of Racist Scientists had been published.

The editorial office

Initially the editorial office of the magazine was located in Largo Cavalleggeri in Rome, and then, in November 1938, it found its definitive home in Palazzo Wedekind in Piazza Colonna. This location was an important point, as it was a crossroads of different symbolisms. It was found in the heart of the Rome of the Antonines and near the column of Marcus Aurelius. In addition, the columns of the portico came from the archaeological excavations of Veio. From this, it is very clear that the location alone already evoked the ancient splendor of the Romanity.

The prestigious seat of the magazine
Cutting-edge graphics

The magazine had a well-kept and avant-garde graphic design, with an initial print run of about 150,000 copies, distributed in almost all cases free of charge with a low cover price of just one lira. Fundamental was the organicity of the magazine, as part of the racial campaign carried out by Fascism. Soon, however, the high cost of the print run, the low sales price and the prestigious location brought production costs to exorbitant rates, producing passive balances covered by the Ministry of Popular Culture. In the second half of 1940 the print run was reduced to about 20,000 copies, but the passive balance remained high. Thus, from December 1, 1940, Mussolini charged the Ministry to reduce expenses and, with the new agreements, the management of the magazine was directly taken over by the Tumminelli Institute of Graphic Arts and the number of pages was reduced.

Some covers of The Defense of the Race
The instrument of the regime

The Defense of the Race remained alive during the war years, representing an important and strategic aid for the regime’s propaganda. It stopped publishing with the fall of Fascism in June-July 1943. The most important members of the editorial board were Guido Landra, Lidio Cipriani, Lino Businco, Leone Franzì and Marcello Ricci, who exalted the close link between the genesis of the magazine and the events of the Racial Manifesto of 14 July 1938.

The Racial Manifesto, 14 July 1938
Science, Documentation and Politics

The Defense of the Race was characterized by the unscrupulous use of images, always aimed at contrasting the Aryan race with the “bastardized” ones. It was divided into three sections, the first of which focused on Science: “We will show that science is with us; because we are with life and science is but the arrangement of concepts and notions arising from the perennial flow of man’s life”. Science was followed by Documentation, aimed at demonstrating “what are the forces that oppose the affirmation of an Italian racism, why they are opposed, by whom they are moved, what they are worth, how they can be destroyed and how they will be destroyed”. Finally, the Debate, or rather the battle “against the lies, insinuations, distortions, falsehoods, stupidities that will accompany this fascist statement of racial pride”.

For Interlandi the controversy will be the “salt in the bread of science, fortnightly broken”.

Tradotto da: https://archeome.it/dietro-al-fascismo-la-difesa-della-razza-uno-strumento-di-propaganda/

Pubblicabili da revisionare

DIETRO AL FASCISMO | La Difesa della Razza, uno strumento di propaganda

La Rivista Interlandiana

La Difesa della Razza era una rivista quindicinale, pubblicata il 6 agosto 1938 e diretta da Telesio Interlandi. Uomo da sempre aderente alle posizioni estreme del fascismo, era considerato il giornalista di fiducia del Duce, ricordato per la sua ferocia nelle campagne antisemite e razziste. La copertina del primo numero riportava la data del giorno precedente, il 5 agosto 1938. In quel giorno, il Ministro dell’Educazione Nazionale, Giuseppe Bottai, emetteva quattro circolari riguardanti la diffusione della rivista, indirizzate ai rettori e ai direttori degli Istituti superiori, ai presidenti degli Istituti d’arte, al presidente della Giunta centrale per gli studi storici e ai presidenti delle accademie e delle associazioni culturali. L’8 agosto, la Commissione ministeriale per gli acquisti delle pubblicazioni varava l’acquisto e la distribuzione di mille copie.

copertina
Copertina de La Difesa della Razza

I sostenitori della Rivista

La rivista non era solo sostenuta da Bottai ma anche da Dino Alfieri, Ministro della Cultura popolare e da Achille Starace, Segretario del Partito Nazionale Fascista. La rivista era rivolta ai ceti medi ed era stata pensata come vetrina del razzismo italiano, che avrebbe dovuto propagandare la superiorità della razza italiana in un momento focale della storia del fascismo, considerato che il 14 luglio 1938 era stato pubblicato il Manifesto degli scienziati razzisti.

La sede della redazione

Inizialmente la redazione della rivista era situata in Largo Cavalleggeri a Roma, per poi trovare, nel novembre del 1938, la sua sede definitiva a Palazzo Wedekind in Piazza Colonna. Questa sede era un punto importante, poiché crocevia di diversi simbolismi. Si ritrovava nel cuore della Roma degli Antonini e nei pressi della colonna di Marco Aurelio. Inoltre, le colonne del porticato provenivano dagli scavi archeologici di Veio. Da ciò, risulta ben chiaro come già la sola sede evocasse gli antichi fasti della romanità.

La prestigiosa sede della Rivista

Una grafica d’avanguardia

La rivista aveva una grafica curata e d’avanguardia, con una tiratura iniziale di circa 150.000 copie, distribuite nella quasi totalità dei casi a titolo gratuito con un prezzo di copertina basso, di appena una lira. Fondamentale risultava essere l’organicità della rivista, nel quadro della campagna razziale messa in atto dal fascismo. Ben presto però, il costo alto della tiratura, il basso prezzo di vendita e la prestigiosa sede porteranno i costi di produzione alle stelle, producendo saldi passivi coperti dal Ministero della Cultura Popolare. Nel secondo semestre del 1940 la tiratura si ridusse, attestandosi a circa 20.000 copie, ma il saldo passivo continuava ad essere alto. Così, a partire dal 1º dicembre 1940, Mussolini incaricava il ministero di ridurre le spese e, con i nuovi accordi, la gestione della rivista veniva direttamente assunta dall’Istituto di arti grafiche Tumminelli e il numero delle pagine veniva ridotto.

Alcune copertine de La Difesa della Razza

Lo strumento del regime

La Difesa della Razza rimase in vita durante gli anni della guerra, rappresentando un ausilio importante e strategico per la propaganda di regime. Cessò le pubblicazioni con la caduta del fascismo nel giugno-luglio del 1943. I membri più importanti del comitato di redazione furono Guido Landra, Lidio Cipriani, Lino Businco, Leone Franzì e Marcello Ricci, che esaltavano lo stretto legame esistente tra la genesi della rivista e le vicende del Manifesto della Razza del 14 luglio 1938.

Il Manifesto della Razza, 14 luglio 1938

Scienza, Documentazione e Politica

La Difesa della Razza era caratterizzata dall’uso spregiudicato delle immagini, rivolte sempre a contrapporre la razza ariana a quelle “imbastardite”. Si articolava in tre sezioni, di cui la prima incentrata sulla Scienza: «Dimostreremo che la scienza è con noi; perché noi siamo con la vita e la scienza non è che la sistemazione di concetti e di nozioni nascenti dal perenne fluire della vita dell’uomo». Alla Scienza seguiva la Documentazione, tesa a dimostrare «quali sono le forze che si oppongono all’affermazione d’un razzismo italiano, perché si oppongono, da chi sono mosse, che cosa valgono, come possono esser distrutte e come saranno distrutte». Infine, la Polemica, ovvero la battaglia «contro le menzogne, le insinuazioni, le deformazioni, le falsità, le stupidità che accompagneranno questa affermazione fascista dell’orgoglio razziale».

Per Interlandi la polemica sarà il “sale nel pane della scienza, quindicinalmente spezzato”.

 

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NEWS | Accessibilità ed inclusione al parco archeologico di Paestum e Velia

Il 3 Dicembre è la Giornata internazionale delle persone con disabilità e il Parco archeologico di Paestum e Velia rinnova il suo impegno per l’accessibilità e l’inclusione con il progetto “A scuola Nel museo e Dal museo”. L’iniziativa, realizzata in collaborazione con Cilento4all/Il Tulipano, prevede la possibilità per le scuole di tutta Italia di visitare gratuitamente il museo di Paestum da remoto, grazie all’uso delle moderne tecnologie informatiche che abbattono la distanza imposta dall’emergenza sanitaria da coronavirus. A differenza dei tour virtuali, la didattica a Paestum, anche se a distanza, continua a essere fatta di relazioni ed emozioni, quelle che si instaurano tra gli operatori culturali connessi dalle sale del museo e gli alunni e le insegnanti che interagiscono dalla rete.

“Un giorno all’anno tutto l’anno” è questo lo slogan ufficiale della giornata della disabilità con cui domani verranno accolte tre classi collegate da Salerno, Napoli e Como per le visite dal museo.

L’arte e l’archeologia sono strumenti eccezionali di conoscenza di se stessi e degli altri – commenta Giovanni Minucci. – Garantirne la fruizione a tutti, in particolare alle persone con bisogni speciali, significa promuovere il processo di inclusione per una società dove proprio le differenze che ci caratterizzano, diventino un valore aggiunto.

Nel corso degli anni della direzione Zuchtriegel, diversi sono stati i progetti messi in campo dal Parco dedicati a persone con disabilità: dalla realizzazione del percorso accessibile nel Santuario meridionale con la passerella per entrare nel tempio più antico di Paestum, la c.d. Basilica, alle visite per bambini e ragazzi con disturbi dello spettro autistico nominate “Un tuffo nel blu”, sempre in collaborazione con Cilento4all/Il Tulipano e con il coinvolgimento del Dipartimento di Scienze Mediche Traslazionali dell’Università Federico II di Napoli e con quello di Scienze Motorie e del Benessere dell’Università Parthenope.

“Le visite sono per tutti e per ciascuno – commenta il direttore – perché abbattono barriere fisiche (si possono fare comodamente dal divano di casa), socio- economiche (sono gratuite) e cognitive (i contenuti sono calibrati su differenti livelli di età e difficoltà). La metodologia didattica utilizzata parla ai diversi stili di apprendimento e alle diverse intelligenze e permette una visita realmente inclusiva. Il museo è un luogo in cui si impara sempre, anche quando i bambini diventano grandi, ovvero cittadini consapevoli della bellezza che va sempre tutelata e custodita per essere accessibile anche ai bambini di domani”.

Per informazioni sul Progetto “La scuola Nel museo e Dal museo”:

Mail tulipanoart@iltulipanocoop.org  – Telefono +39 3347009567


Ufficio Stampa
Parco Archeologico di Paestum e Velia
Rossella Anna Tedesco
pa-paeve.promozione@beniculturali.it
Tel. 0828811023
www.paestum.museum

Facebook: Parco Archeologico Paestum / Facebook: Parco Archeologico Velia
Twitter: @paestumparco / Twitter: @parcovelia
Instagram: paestumtempli / Instagram: parcoarcheologicovelia

Paestum – Didattica a distanza
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ARCHAEOLOGY | Stabiae, the forgotten Vesuvian city

The ancient Stabiae, ancient name of Castellammare di Stabia, is little known to most people, overshadowed by the fame of Pompeii and Herculaneum, yet it is a very important city for the Vesuvian area. It was the exception to the eruption in 79 AD: unlike other cities in the area, it rose from the ashes and continued to be an important port and commercial landmark in that area.

Stabiae played an important strategic and commercial role already in the archaic age (VIII century B.C.) before becoming in the IV century B.C. a center of interest for the Greeks, given its position on the sea.

The Greeks transformed the pre-existing town into their emporion, a commercial colony. Later the Samnites took over from the 5th century onwards, having influence over the whole area until the clash with the Romans, who were victorious.

The center, already important for the port and trade, then became, like the nearby Vesuvian cities, one of the favorite places of the Romans for the otium.

The villas of the otium

The largest residential concentration is to be placed between the destruction of the city by Sulla (89 BC) and the eruption of Vesuvius (79 AD). In this period, on the northern edge of the hillock of Varano, there are many villas in a panoramic position, designed primarily for residential purposes, with large domestic quarters, spa facilities, colonnades and nymphaea beautifully decorated.

The urban layout of the ancient center is still recognizable; there are visible traces of the streets and the division into districts. There was a very developed agricultural area, of which traces of some rustic villas remain: the largest two are Villa Arianna and Villa San Marco.

Some of the most famous frescoes in Pompeian style come from Villa Arianna, such as the Flora and the Seller of Cupids. The very name of the villa derives from a large fresco representing the myth of Ariadne; mythological subjects, particularly female figures, are the predominant subjects in this villa, in an educated and refined decoration. In addition to these, then, there are mosaics on the floors, with geometric patterns in black and white, in contrast with the bright colors of the frescoes.

villa arianna
Fresco, Villa Ariadne

Villa San Marco, on the other hand, is characterized primarily by the incredibly well preserved structure, in its interior and open porches. There is no lack of fresco decorations – with a lesser chromatic variety, mainly in red tones, and a greater simplicity of the subjects – and mosaics, also here in black and white.

The structure has the typical characteristics of Roman villas: the atrium is occupied by the so-called impluvium, a pool used to collect rainwater; from here you can access the various rooms of the villa, including, of course, the spa area and the gym.

In the fortified part of the city one can recognize the forum, some of the public buildings, including the remains of a temple with a high podium, and the tabernae.

A good part of the excavations were carried out in the Bourbon period, while the more recent ones have brought to light other environments, such as the kitchen and the peristyle, a sort of internal garden, surrounded by colonnades.

villa san marco
Peristyle of Villa San Marco

 Tradotto da: https://archeome.it/archeologia-stabiae-la-citta-vesuviana-dimenticata/

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ARCHEOLOGIA | Stabiae, la città vesuviana dimenticata

L’antica Stabiae, antico nome di Castellammare di Stabia, è poco conosciuta ai più, oscurata dalla fama di Pompei ed Ercolano, eppure si tratta di una città molto importante per l’area vesuviana. Fu l’eccezione all’eruzione del 79 d.C.: infatti, diversamente dalle altre città dell’area, risorse dalle ceneri e continuò a essere un importante porto e punto di riferimento commerciale in quell’area.

Stabiae svolgeva un importante ruolo strategico e commerciale già in età arcaica (VIII secolo a.C.) prima di divenire nel IV secolo a.C. un centro d’interesse per i Greci, data la sua posizione sul mare.

I Greci trasformarono la cittadina preesistente in un loro emporion, una colonia commerciale. Successivamente subentrarono i Sanniti, a partire dal V secolo, che ebbero influenza su tutta l’area fino allo scontro con i Romani, che li vide vincitori.

Il centro, già importante per il porto e gli scambi commerciali, divenne poi, come le vicine città vesuviane, uno dei luoghi prediletti dai Romani per l’otium.

Le ville dell’otium

Il maggior addensamento abitativo va collocato tra la distruzione della città da parte di Silla (89 a.C.) e l’eruzione del Vesuvio (79 d.C.). In questo periodo, sul ciglio settentrionale del poggio di Varano, sorgono numerose ville in posizione panoramica, concepite prevalentemente a fini residenziali, con vasti quartieri abitativi, strutture termali, portici e ninfei splendidamente decorati.

L’impianto urbanistico dell’antico centro è ancora riconoscibile, vi sono tracce visibili delle strade e della divisione in quartieri. Vi era un’area agricola molto sviluppata, di cui rimangono le tracce di alcune ville rustiche: le due ville maggiori sono Villa Arianna e Villa San Marco.

Da Villa Arianna provengono alcuni degli affreschi in stile pompeiano più famosi, come la Flora e la Venditrice di amorini. Il nome stesso della villa deriva da un grande affresco che rappresenta il mito di Arianna; proprio i soggetti mitologici, in particolare le figure femminili, sono i soggetti predominanti in questa villa, in una decorazione colta e raffinatissima. A questi si aggiungono, poi, i mosaici sui pavimenti, a motivi geometrici in bianco e nero, a contrasto con i colori vivaci degli affreschi.

villa arianna
Dipinto, Villa Arianna

Villa San Marco, invece, si caratterizza in primo luogo per la struttura incredibilmente ben conservata, nei suoi ambienti interni e nei porticati aperti. Non mancano decorazioni ad affresco – con una minore varietà cromatica, prevalentemente sui toni del rosso, e una maggiore semplicità dei soggetti – e i mosaici, anche qui in bianco e nero.

La struttura presenta le tipiche caratteristiche delle ville romane: l’atrio è occupato dal cosiddetto impluvium, una vasca utilizzata per raccogliere l’acqua piovana; da qui si può accedere ai vari ambienti della villa, tra cui, ovviamente, non potevano mancare l’area termale e la palestra.

Nella parte fortificata della città sono riconoscibili il foro, alcuni degli edifici pubblici, tra cui i resti di un tempio con alto podio, e delle tabernae.

Una buona parte degli scavi sono stati effettuati in epoca borbonica, mentre quelli più recenti hanno portato alla luce altri ambienti, come la cucina e il peristilio, una specie di giardino interno, circondato da colonnati.

villa san marco
Peristilio di Villa San Marco
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THEATRE | The Politeama of Palermo, prestigious “theatre of the people”

In Palermo, Piazza Ruggero Settimo has been renamed by citizens as Piazza Politeama. Here, halfway between the old and the new city, there’s the Politeama Garibaldi Theatre, one of the most beloved monuments of the city. A walk in Palermo can certainly start from this square, dominated by the imposing structure inspired by Rome’s Colosseum.

The construction works of the Politeama of Palermo

The initial project included the construction of a large outdoor daytime amphitheater; therefore, in 1865 a contract was signed with the Galland company and work began two years later. In 1868 there came the idea of creating a roof, so as to transform it into a theater hall to expand the offer with music and prose performances.

On June 7, 1874 the Politeama was inaugurated, although it still lacked the covering, staging I Capuleti e i Montecchi by Vincenzo Bellini. In November 1877 the metal roofing was finally made by the Oretea Foundry. 

In 1882, after Garibaldi’s death, the theatre changed its name to Politeama Garibaldi. The term “politeama” indicated a theatre that offered a varied programming, ranging from various types of shows. Finally, in 1891 it was enriched with further shows, realized on the occasion of the great “National Exhibition” held in Palermo. In that year there was the official opening at the presence of King Umberto and Queen Margherita, who were able to attend Verdi’s “Otello”.

In 2000, for the G8 held in the city, the polychrome Pompeian decorations of the loggias were restored. Since 2001 the Politeama can boast to be the seat of the Sicilian Symphonic Orchestra.

The structure of the Politeama

The entrance to the Politeama consists of a triumphal arch in neoclassical style and a colonnade on a double floor, reminiscent of the appearance of the Colosseum.  Above the arch stands the “Triumph of Apollo and Euterpe”, a bronze quadriga flanked by a pair of horses and riders representing the Olympic Games. The entire sculptural group is made of bronze.

trionfo di apollo ed euterpe
Triumph of Apollo and Euterpe

Unlike the Teatro Massimo, characterized by an elegant and majestic style, as well as intended for a more aristocratic audience and mainly for the representation of operas, the Politeama has a less lavish style. In fact, it was designed for a more popular audience, which does not disdain operettas, concerts of contemporary music, pop music and comic shows. In this regard, the hall has a horseshoe shape, which originally had a capacity of 5,000 spectators, such a large number to enhance the social function of “theatre of the people” with which it was conceived.

parterre
The Politeama Parterre

After admiring the outside, all you have to do is attend one of the many shows in season or, alternatively, admire the interiors of the halls and the audience through one of the many guided tours organized and proposed throughout the year.

Tradotto da: https://archeome.it/teatro-il-politeama-di-palermo-prestigioso-teatro-del-popolo/

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ARCHEOLOGY | The Sant’Angelo Cave, the tomb infested by the devil

Entrance to the Prince’s Tomb

The Sant’Angelo Cave is the largest early historic tholos tomb in Sicily. In 1931 Paolo Orsi discovered a group of large tholos tombs located on the slopes of the hill of Sant’Angelo Muxaro, in the valley of Platani, in the Province of Agrigento. The rich grave goods set the site, from the beginning, as one of the most important and worthy of attention in early historic Sicily. Among them, the largest is the so-called “Tomba del Principe” or Grotta Sant’Angelo. The second name comes from the patron saint who would have chosen the cave for his hermitage after having freed it from the devil. According to tradition, in fact, the cave was abandoned because of the strong dampness of the walls and because it was infested by many evil spirits. One day, from the sea came a holy man, Angelo, who, invoking an earthquake from God, drove out the spirits and settled there.

The structure of St. Angelo Cave

The innermost room of Sant’Angelo Cave

Sant’Angelo Cave consists of two large, almost circular and communicating rooms. The largest has a diameter of 8.8 meters and a height of 3.5 meters and is equipped with a quay that runs all around the walls. The inner chamber, however, although smaller in size, has a dome shaped like a spherical cap. The entrance, not in axis with the previous one, leads into a space, in the center of which there is a funeral bed carved into the rock. Inside the tomb there is a series of petroglyphs that Paolo Orsi mistakenly attributes to the Byzantine period. In reality, they are of Sikan origin and testify that the entire group of tombs is to be attributed to the Sikan world.

The interpretation

This tomb was called by Paolo Orsi “Tomb of the Prince” because it was supposed to be the “mausoleum of the prince of the anonymous Sicilian town of Muxaro”. According to the scholar, the inner cell was reserved for the prince, his wife and relatives, while in the outer one, on the quay that goes around the walls, “were originally arranged to banquet the employees and servants of the prince’s house.”

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NEWS | Progetto DELTA, quando l’archeologia incontra il digitale

Oggi 30 Novembre 2020 si è svolta la conferenza per la presentazione del progetto DELTA e per la comunicazione dei primi risultati.

Oggi 30 novembre 2020, dalle 16:00 alle 18:30, si è tenuto un workshop online  sulla piattaforma Google Meet per presentare il Progetto Delta. Dopo i saluti istituzionali della Prof.ssa Sogliani e del Prof. Roubis, la Prof.ssa Francesca Sogliani ha spiegato nel dettaglio il corso Delta e l’ISP, il programma di studio intensivo DELTA. Successivamente, altri esperti del settore hanno svolto i loro interventi, come da programma. 

Digital Excavation: verso l’apprendimento digitale

Il progetto DELTA ha uno scopo ben preciso: quello di aggiornare, per mezzo di un corso di 4 moduli (“Digital Excavation”), il curriculum degli studenti di archeologia. C’è il tentativo di colmare i gap digitali e di formare gli allievi all’utilizzo di tecniche e approcci innovativi, permettendo così la creazione di nuove conoscenze, abilità e competenze.  Come è stato spiegato dalla Prof.ssa Francesca Sogliani, sarà possibile iscriversi al corso per poter usufruire della Piattaforma DELTA. Le lezioni si avvarranno di metodi di apprendimento integrato: dalla piattaforma digitale a lezioni frontali, da attività sul campo a uno stage finale. Particolarmente interessante risulta il terzo modulo del corso, relativo alle tecniche digitali. La conoscenza di queste per gli archeologi di oggi e di domani è assolutamente fondamentale, per gestire e visualizzare dati digitali.

Le metodologie digitali per l’elaborazione dei dati post scavo

E’ intervenuto poi Carlo Citter, Professore dell’Università di Siena, per parlare dell’utilizzo delle tecniche e delle metodologie digitali per l’elaborazione dei dati post scavo. La sovrapposizione di cartografie diverse consente, infatti, di porre nuove domande sull’ubicazione di alcuni siti. I diversi casi di studio dimostrano  l’esistenza di numerosi metodi e strumenti per reperire più informazioni e elaborare quindi il contesto di un sito, facendo dialogare più fonti diverse e in open source.

 

Il restauro fisico e il restauro virtuale

Segue l’intervento di Max Limoncelli, Professore dell’Università degli studi del Salento. Nella sua presentazione parla del “restauro fisico” e del “restauro virtuale”. Il restauro virtuale, definito restauro elettronico o digitale, rappresenta l’insieme di elaborazioni svolte con l’ausilio della computer graphic bidimensionale o tridimensionale. Questo permette una ricostruzione o un’ipotesi di ricostruzione di un bene artistico o archivistico che non può essere restaurato in modo tradizionale. L’iter metodologico per il restauro virtuale è costituito da sette passaggi: prima c’è il rilievo; poi, si effettuano la rappresentazione, il trattamento, la mappatura, le analisi non invasive della superficie. Infine, si eseguono l’integrazione e la ricostruzione delle superfici.

 

Le tecnologia AR e VR al servizio della divulgazione

L’intervento successivo è stato quello di Michele Scioscia e Sara Lorusso e ha riguardato le tecnologie AR e VR. Gli esperti hanno presentato quattro prodotti, due fatti con l’AR, due con il VR. Inventum Game è il primo videogioco in realtà aumentata (AR) per la valorizzazione e la fruizione del patrimonio storico-artistico. Questo gioco, creato dalla Effenove s.r.l.s, è stato fatto per il progetto CulturaCrea per aumentare la divulgazione attraverso il digitale. Inventum è fruibile nel Parco Archeologico di Venosa, attraverso il semplice smartphone. Un altro progetto con AR è Hold the Hut, un gioco in attesa di release, ma pronto all’uso. Hold the Hut racconta la storia della fondazione delle capanne arcaiche del sito di Serra, a San Chirico Nuovo (PO). Per quanto riguarda il VR, due sono i prodotti per la divulgazione: il Museo multimediale ex Convento di San Domenico di Ferradina e Pietragalla. Il VR è perfetto per questi luoghi della cultura e ricerca; permette infatti di fare un viaggio in ambienti o siti archeologici non facilmente accessibili o in ambienti ormai trasformati dal tempo. 

Open Salapia, per un’archeologia alla portata di tutti

L’ultimo intervento, ma non per importanza, è quello di Roberto Goffredo, riguardante il progetto Open Salapia. La ricerca è inserito all’interno di Progetto Salapia, il progetto di ricerca e scavo archeologico dell’antica città di Salpi, condotto dall’Università di Foggia e dal Davidson College. Open Salapia è un progetto di archeologia pubblica che mira, attraverso una serie di eventi e iniziative, ad attivare un processo di sviluppo locale che favorisca il recupero e la valorizzazione della memoria storica rappresentata dal paesaggio archeologico e naturale della laguna di Salpi. L’obiettivo principale è quello di coinvolgere attivamente i cittadini, renderli partecipi e consapevoli dell’importanza dell’archeologia nel territorio.

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PERSONAGGI | Fernanda Wittgens. Una “monument-woman” italiana

Fernanda Wittgens è stata una storica dell’arte e prima direttrice donna della Pinacoteca di Brera: a lei dobbiamo il salvataggio di gran parte delle opere pittoriche dei musei di Milano durante la Seconda Guerra Mondiale.

Infanzia e giovinezza
Fernanda nacque a Milano il 3 aprile 1903 da Margherita Righini e Adolfo Wittgens. Il padre era solito portare lei e i fratelli ogni domenica a visitare i musei della città: questa abitudine, quasi sicuramente, instillò in Fernanda l’interesse e l’amore per l’arte.
Diplomata al liceo classico, nel 1925 la giovane si laurea in storia dell’arte presso l’Accademia scientifico-letteraria di Milano, sotto la guida di Paolo D’Ancona. Dopo un periodo come insegnate al liceo Parini e al Regio Liceo Manzoni, nel 1928 Fernanda Wittgens, attraverso l’amico Mario Salmi, ispettore alla pinacoteca di Brera, viene assunta come “operaia avventizia” a Brera. La grande cultura e sensibilità artistica permettono alla neo laureata di fare velocemente carriera diventando, nel 1931, assistente di Ettore Modigliani, direttore della Pinacoteca.

Emilio Sommariva, Ritratto di Fernanda Wittgens, 1936. Milano, Biblioteca Nazionale Braidense, Fondo Emilio Sommariva
Emilio Sommariva, Ritratto di Fernanda Wittgens, 1936

Le leggi razziali e la guerra

Fernanda lavorò fianco a fianco con Modigliani fino al 1935, quando il direttore venne destituito dall’incarico perché antifascista (in seguito alle leggi razziali del 1938, Modigliani sarà condannato al confino nelle Marche ma Fernanda Wittgens continuerà ad aggiornarlo puntualmente sugli avvenimenti milanesi e sulla direzione della pinacoteca).

Nel 1940 Fernanda Wittgens vinse il concorso come direttrice della Pinacoteca di Brera diventando la prima donna in Italia a capo di un museo italiano (la seguirà, nel 1941, Palma Bucarelli PERSONAGGI | Palma Bucarelli, la Regina di Quadri).

Quando le ostilità belliche iniziarono a infuriare su Milano, il primo pensiero della direttrice fu mettere al sicuro i capolavori di Brera e degli altri musei milanesi. Nonostante l’organico ridotto all’osso, Wittgens riuscì a salvare tutti i capolavori di Brera e numerose opere del Museo dell’Ospedale Maggiore e del Museo Poldi Pezzoli, trasportandole in nascondigli sicuri e rifugi antiaerei. Lavorò al trasferimento dei dipinti fino al giugno del 1943. Il 7 e l’8 agosto la Pinacoteca di Brera fu bombardata degli alleati e andarono distrutte 24 sale su 36, fortunatamente tutte vuote.

Pinacoteca Brera
Il cortile della Pinacoteca di Brera nel 1942, con i camion che caricano le opere d’arte.

Il processo delle dame

Durante gli anni della guerra Fernanda Wittgens si era prodigata ininterrottamente per aiutare amici, familiari e persone di origine ebraica a espatriare oltre confine in modo da sfuggire alle persecuzioni razziali. Nel 1944, però, un giovane ebreo tedesco, di cui Fernanda stava organizzando l’espatrio, denunciò la donna ai Nazisti. La celebre storica dell’arte fu incarcerata prima a Como e poi a Milano, a San Vittore. Assieme ad Adele Cappelli,  Zina e Mariarosa Tresoldi, coinvolte anche loro negli aiuti agli ebrei e agli antifascisti, fu processata e condannata a 4 anni di reclusione in quello che i giornali dell’epoca chiamarono “il processo delle dame”.

Dal carcere Fernanda Wittgens scrisse ai familiari lettere piene di fierezza e sdegno da cui traspare l’immagine di una donna coraggiosa, affatto impaurita dalle dure condizioni carcerarie. Una donna che nonostante la drammaticità della situazione continuava a credere fermamente nei propri ideali e nelle proprie azioni.

La Grande Brera, Michelangelo e Leonardo

Scarcerata all’alba della liberazione d’Italia, pochi mesi dopo la Wittgens è di nuovo a Brera, al suo posto di direttrice, impegnata nella ricostruzione. Assieme a Modigliani, tornato dal confino, progetta l’idea della “Grande Brera”: un museo collegato con le altre grandi istituzioni artistiche milanesi quali l’Accademia di Belle Arti e l’osservatorio di astronomia. La pinacoteca, ingrandita e restaurata, viene infine inaugurata nel 1950.  La dott.ssa Wittgens inaugura un nuovo concetto di museo, un museo “vivente” in cui si svolgono anche eventi, concerti, sfilate di moda, vernissage, vero e proprio cuore culturale della città.

Nel 1950 la direttrice di Brera venne nominata soprintendente alla Gallerie della Lombardia. Due anni dopo riuscì a far sì che il comune di Milano acquistasse la Pietà Rondanini di Michelangelo, da poco sul mercato dell’arte.

Tra i successi di Fernanda Wittgens è da ricordare il salvataggio del Cenacolo di Leonardo. Nei primi anni ‘50, quando nessuno credeva che il grandioso dipinto murale potesse essere salvato dal suo stato di degrado (già deteriorato dal tempo, aveva subito ingentissimi danni con la guerra), la soprintendente volle comunque tentare e ne affidò il restauro a Mario Pelliccioli. Il dipinto fu infine riaperto al pubblico il 30 maggio del 1954.

Fernanda Wittgens
Fernanda Wittgens nel suo studio a Brera (1955)

Giusta tra le Nazioni

Fernanda Wittgens scomparve prematuramente nel 1957, a soli 54 anni.

A lei è dedicata una via di Milano, nella centrale zona San Lorenzo. Nel 2014, per i suoi aiuti agli ebrei, è stata nominata “Giusta tra le Nazioni” e a suo nome è stato piantato un albero ed eretto un cippo commemorativo nel Giardino dei Giusti a Milano.