Tre storie di deportati siciliani che, come spiega Rosario Mangiameli, come gli altri, «erano nella totalità deportati politici, militari in servizio in Nord Italia e in quelle che erano state le zone d’occupazione italiana passati alla Resistenza e catturati come partigiani».
«L’Università di Catania ha da molto tempo posto l’attenzione a questa complessità, fin dai primi anni Novanta, quando furono pubblicati libri come quello di Antonino Garufi, “Diario di un deportato”, o quello di Nunzio Di Francesco, “Il costo della libertà” – aggiunge il prof. Mangiameli -. Nel 1996 l’ateneo catanese ospitò al Palazzo centrale la mostra “La libération des camps et le retour des déportés” approntata dall’Università di Versailles Saint Quentin-en-Yvelines. Contestualmente fu avviata un’indagine sui deportati siciliani che portò a un primo censimento e alla ricostruzione delle storie di 761 deportati siciliani».
«In video anche un breve ricordo di Carmelo Salanitro, la cui storia di deportazione è singolare – aggiunge lo storico -. Era un docente di latino e greco al Liceo Cutelli di Catania, un cattolico pacifista che sentì il dovere di opporsi alla guerra nel 1940. Una volta scoperto, fu condannato a 18 anni di reclusione dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato e poi consegnato ai tedeschi dopo l’8 settembre. Cominciò così una peregrinazione nei campi di sterminio fino al 24 aprile 1945, quando fu avviato alla camera a gas del lager di Mauthausen»
Oggi, in occasione della Giornata della Memoria, il Comune di Messina ha promosso alcune iniziative che si terranno online. In particolare, gli Assessorati alla Cultura e alle Politiche Giovanili e alla Pubblica Istruzione e alle Pari Opportunità hanno rivolto un invito agli studenti; infatti i dirigenti scolastici e i docenti sono stati invitati a dedicare la prima ora di lezione alla sensibilizzazione degli studenti, al fine di evitare le nuove sofferenze ad altri popoli in qualsiasi parte del mondo.
“La Giornata – commentano gli Assessori Enzo Caruso e Laura Tringali – rappresenta contemporaneamente una dedica alle vittime della Shoah e una doverosa lezione per le giovani generazioni sull’importanza dei diritti umani e civili. È fondamentale riflettere sul valore e sull’importanza della Memoria non solo perché ciò che è stato non si ripeta, ma anche e soprattutto perché resti custodito nel tempo il ricordo di una tragedia insanabile. Non dimenticare è un dovere morale, i valori della fratellanza, della solidarietà e della tolleranza sono oltre che valori di civiltà e umanità senza frontiere di luogo e di tempo, costituiscono le fondamenta su cui poggia la Carta costituzionale. La memoria va difesa ogni giorno con le nostre azioni, per allontanare i rischi delle persecuzioni di ogni tipo e affermare con convinzione il valore e l’importanza dei diritti umani e civili, dell’educazione alla pace, al rispetto della diversità e della dignità di ogni individuo”.
Il Virtual Heritage Lab dell’ISPC e il Dipartimento Architettura e Design del Politecnico di Torino mettono online l’applicazione REDRASK – Beit el Wali, un puzzle 3D che permette di esplorare l’antico tempio nubiano di Beit el-Wali. E’ possibile esplorarlo da un qualsiasi dispositivo mobile, ricollocando al proprio posto alcuni frammenti dei disegni di una litografia del 1800 relativa al tempio.
Il puzzle 3D di “Ritorno al futuro”
Lo sviluppo dell’applicazione rientra all’interno del progetto di ricerca B.A.C.K. TO T.H.E. F.U.T.U.RE. – BIM Acquisition as Cultural Key TO Transfer Heritage of ancient Egypt For many Uses To many Users REplayed.
Il progetto, realizzato dal Dipartimento di Architettura e Design del Politecnico di Torino, ha vinto il bando “Metti in rete la tua idea di ricerca”, promosso da Compagnia di San Paolo e Politecnico di Torino. Il progetto che ha portato alla realizzazione del puzzle 3D ha coinvolto l’Università di Salamanca in Avila (Spagna) e la Fondazione Museo delle Antichità Egizie di Torino.
Le istituzioni culturali europee possiedono un incredibile patrimonio tangibile, che spesso non può essere presentato al pubblico per motivi differenti, di spazio, di conservazione o per scelte espositive. L’obiettivo principale di B.A.C.K. TO T.H.E. F.U.T.U.R.E. è stato quello di rendere accessibili copie di artefatti che sono parte di collezioni museali ‘nascoste’, inserendole in un contesto virtuale e rendendole fruibili permanentemente non solo dagli studiosi ma anche da un pubblico più ampio. Il progetto ha pertanto definito una nuova metodologia in cui gli strumenti BIM (Building Information Modelling) sono stati utilizzati in maniera non convenzionale. Sono stati realizzati modelli 3D informati, per studiare e presentare gli oggetti museali e il patrimonio documentario. La metodologia è stata sviluppata e sperimentata su una collezione di 15 modelli architettonici lignei di inizio Ottocento, parte della collezione del Museo Egizio di Torino.
Il tempio di Beit el-Wali
Il sito di Beit el-Wali ospitava un piccolo tempio dell’epoca di Ramesse II, scavato nella roccia e dedicato ad Amon. Questo ha un cortile decorato da raffigurazioni di scene militari, che descrivono le campagne di Ramesse II contro la Libia, le terre asiatiche, l’Etiopia e Kush. Durante la successiva era copta, però, il tempio venne trasformato in luogo di culto cristiano. In origine era abbellito con colori sgargianti; alcuni calchi sono ora esposti presso il British Museum.
Il tempio fu preservato dalle inondazioni del Lago Nasser da un team di archeologi polacchi, il cui lavoro fu finanziato dal Oriental Institute of Chicago/Swiss Institute of Cairo Project. Attualmente si trova ad Assuan, nei pressi del tempio di Kalabsha, a sud dell’Alta Diga.
I modelli 3D dei templi dell’Antico Egitto e della Nubia
Mappa interattiva basata su un disegno di J.J. Rimbaud
Nel sito web del progetto, oltre al puzzle 3D, è anche possibile esplorare i modelli 3D della collezione di maquettes del Museo Egizio.
Le maquettes, fabbricate in Egitto nell’Ottocento, rappresentano in miniatura monumenti dell’Egitto e della Nubia: templi, portali e un obelisco. La loro posizione lungo il fiume Nilo è segnata su una carta interattiva: i segnaposto blu indicano i monumenti spostati in altre parti dell’Egitto, mentre quelli colorati di giallo i templi rilocati in altri continenti.
La collezione del Museo Egizio di Torino
La collezione di modellini in legno si trova per lo più nei depositi del museo e solo in parte esposta. La serie comprende 14 templi e parti di essi (portali, propilei) e un obelisco. I modelli dei templi di Beit el-Wali, Tafa South e una parte del tempio di Dakka sono in mostra nella sala del tempio di Ellesiya/Sala Nubiana.
Queste riproduzioni di antiche architetture templari arrivarono a Torino alla fine del 1823, insieme ad altri oggetti raccolti da Bernardino Drovetti – all’epoca console generale di Francia in Egitto – durante la sua spedizione in Egitto e Nubia. Inizialmente, i modelli erano esposti nelle sale al piano terra del museo; successivamente, subirono molti spostamenti all’interno dello stesso negli anni a seguire. Infine, raggiunsero il loro recente alloggiamento nei depositi.
Ogni modello dà idea dell’architettura e delle proporzioni dei monumenti egizi rappresentati. I modelli, insieme ai molti disegni prodotti da J.J. Rifaud – scultore che accompagnò Drovetti nella spedizione – contribuiscono alla documentazione di un patrimonio in parte scomparso nella seconda metà del Novecento.
Lettere e documenti preziosi aiutano i ricercatori nella ricostruzione
Numerosi dettagli riguardanti le vicende della collezione e la sua composizione sono rimasti argomento di discussione a lungo e la paternità dei modelli è ancora da definire con certezza. Molti gli studi a riguardo, che forniscono indizi per l’attribuzione ad artisti diversi, fra i quali l’architetto Franz Christian Gau e lo scultore Jean-Jacques Rifaud.
Le indagini degli studiosi di B.A.C.K. TO. T.H.E. F.U.T.U.R.E. hanno portato al ritrovamento di alcuni documenti. In particolare, una lettera, scritta da Rifaud e mai inviata a Bernardino Drovetti, riporta […] avendomi ordinato di fare dalla prima fino alla seconda cataratta tutti i templi che si trovano a est e a ovest delle due rive […] e cita Torino come destinazione della collezione. Se Drovetti commissionò il lavoro a Rifaud, nel documento si parla anche di un altro artista, probabilmente incaricato dallo stesso scultore, per l’esecuzione dei modelli.
Restiamo, dunque, col fiato sospeso, aspettando di conoscere nuovi pezzi del puzzle che va a comporre la storia dell’Antico Egitto…
A Udine, nell’ambito degli scavi conservativi di Palazzo Dorta, sono riemerse le tracce di una capanna protostorica. La struttura sembra databile all’Età del Bronzo Recente, tra il 1300 e 1200 a.C.
Lo scavo
Le attività di scavo sono sotto la sorveglianza archeologica della ditta Arxè s.n.c., a opera di Giulio Simeoni, e sotto la direzione scientifica dell’archeologa Giorgia Musina per la Soprintendenza Archeologia, Belle arti e Paesaggio del Friuli Venezia Giulia. I lavori presso Palazzo Dorta (finanziati dall’imprenditore Alessandro Salvatelli e mirati alla costruzione di unità abitative di pregio) hanno portato alla luce ricche testimonianze storiche, che vanno dall’Età del Bronzo all’epoca moderna.
In particolare, in seguito al precedente rinvenimento di strutture murarie di epoca romana (datate tra I sec. a.C. e I sec. d.C.), in questi ultimi giorni sono emersi – insieme a un pozzo rinascimentale in muratura dal diametro di 1,5 cm – anche i resti del già noto insediamento protostorico fortificato, del II e I millennio a.C. Si tratta di una parte di pavimentazione in terra battuta, tracce di un probabile focolare, nonché di elementi strutturali (come l’impronta di una trave lignea). È, perciò, verosimile che si tratti di una capanna, un vero e proprio unicum nel panorama cittadino per le ottime condizioni di conservazione. Sicuramente il proseguimento degli scavi e lo studio dei reperti rinvenuti daranno maggiore sicurezza sulla datazione della struttura. Per il momento, sembra che la capanna risalga all’Età del Bronzo Recente (1300 – 1200 a.C.). Inoltre, tra i reperti spiccano alcuni frammenti ceramici provenienti dall’area centro-europea, che testimonierebbero relazioni commerciali tra le due aree.
«Abbiamo il dovere di ricordare e riflettere perché, come ha scritto Primo Levi, “ciò che è accaduto può ritornare, pur assurdo e impensabile che appaia”. Purtroppo, ancora oggi assistiamo alla negazione dell’Olocausto e a manifestazioni di intolleranza contro persone o comunità, sia su base etnica che religiosa», afferma il Direttore del Parco Alfonsina Russo, «è quindi nostro dovere civico ed etico ribadire a voce alta la condanna di qualsiasi negazione dell’Olocausto come evento storico e di tutte le manifestazioni di settarismo, odio razziale e fanatismo, religioso e politico. Uno degli strumenti della memoria è senz’altro la musica che, dopo essere stata una potente forma di resistenza e di denuncia, oggi è essa stessa veicolo della memoria».
«Per esprimere il dolore che stavano provando le vittime della Shoah, molti fecero ricorso a diverse forme d’arte. I disegni, i diari e le melodie che raccontano quella tragedia arrivano direttamente al nostro cuore e ci permettono di trasmettere la Memoria dando una dimensione personale alla storia. Siamo grati al Parco Archeologico del Colosseo per aver voluto organizzare questo concerto, che proprio attraverso una di queste forme d’arte, la musica, assume il compito di trasferire il testimone della Memoria» ha dichiarato Ruth Dureghello, Presidente della Comunità Ebraica di Roma.
La musica della memoria
In questo viaggio nella memoria il pubblico sarà accompagnato dalle note dei Maestri Marco Valabrega al violino e Nicola Pignatiello alla chitarra, che eseguiranno composizioni che evocano diversi aspetti della cultura ebraica: Nigun (nella liturgia ebraica “preghiera senza parole”) di Ernest Bloch (1888-1959), tre composizioni del Maestro Valabrega – Dreidel (una trottola a quattro facce con lettere), Mazal (in ebraico “Fortuna”) in forma musicale di Hora, una danza ebraica, e Schegge, di sapore sefardita – e in chiusura il leitmotiv del celebre film di Steven Spielberg “Schindler’s List”.
Oggi riapre l’Antiquarium del Parco Archeologico di Pompei, grazie al duro lavoro svolto durante il periodo di chiusura. Una rivoluzione interna, che riprende l’idea organizzativa del passato: la concezione museale, infatti, è quella pensata da Amedeo Maiuri nel 1926, che nel 1967 affermava:
Eppure Pompei ha oggi, più che mai, bisogno del suo Antiquarium. L’estensione degli scavi, la preziosità e la singolarità di alcune scoperte, il dovere, ineluttabile dovere, di difendere dagli agenti atmosferici e dalle insidie, se non dal malvolere degli uomini, tutto ciò che non si può custodire all’aperto. L’utilità infine di presentare raggruppati e classificati i materiali che non si trovano nelle case.
L’Antiquarium diventa una vera e propria esperienza introduttiva al Parco Archeologico: vi è esposta la storia di Pompei, dall’età sannitica all’eruzione del 79 d.C., con la presenza di supporti digitali per accompagnare i visitatori alla scoperta dell’antica città e dei punti di maggior interesse.
L’esposizione del museo archeologico comprende reperti provenienti dagli ultimi scavi, come il tesoro di amuleti della Casa con Giardino e i calchi delle vittime dalla Villa di Civita Giuliana.
L’Antiquarium dalla realizzazione ad oggi
La realizzazione, ad opera di Giuseppe Fiorelli, iniziò nel 1873 e si concluse l’anno successivo, negli spazi al di sotto del Tempio di Venere con affaccio sull’ingresso di Porta Marina.
Nella sua prima vita l’Antiquarium ospitava al suo interno l’esposizione di reperti sulla vita quotidiana dell’antica Pompei e alcuni calchi delle vittime dell’eruzione.
Nel 1926 il Sovrintendente alle Antichità di Napoli e del Mezzogiorno, Amedeo Maiuri, curò l’ampliamento della struttura: furono esposte le mappe aggiornate degli scavi pompeiani e i reperti di Via dell’Abbondanza e di Villa Pisanella a Boscoreale, in un percorso-guida dalle origini di Pompei all’eruzione.
L’Antiquarium, vittima di un bombardamento durante la II guerra mondiale, venne chiuso nel 1943; fu riaperto solo nel 1948, dopo il restauro diretto da Maiuri, in occasione delle celebrazioni per il secondo centenario degli scavi di Pompei.
Una seconda chiusura avvenne nel 1980, a causa del terremoto che arrecò gravissimi danni all’intero edificio. Solo di recente, nel 2016, l’Antiquarium ha riaperto al pubblico come centro visitatori, accogliendo mostre come “Gli Arredi della Casa di Giulio Polibio”.
Dal 2021 l’Antiquarium di Pompei torna ad essere un vero e proprio museo archeologico permanente.
Sotto il manto del segreto confessionale, una persona anonima ha fatto recapitare, tramite il sacerdote confessore di una parrocchia del territorio, una busta con più di 200 monete antiche al Parco Archeologico di Paestum (SA), chiedendo di consegnarle personalmente al direttore Gabriel Zuchtriegel. È l’ultima di una serie di restituzioni da parte di persone che, mosse dal rimorso di aver commesso un atto dannoso per il patrimonio, hanno deciso di riconsegnare quanto sottratto in maniera illegittima alla conoscenza e alla fruizione pubblica.
Come ha rivelato una prima analisi dei materiali da parte del Professor Federico Carbone, numismatico dell’Università di Salerno, tra gli originali antichi si nascondevano anche una serie di falsi, realizzati in maniera più o meno professionale:
Di 208 reperti numismatici – osserva Carbone – 7 sono falsi, mentre dei 201 originali 5 sono in argento, una medaglietta è in alluminio e tutti gli altri sono in lega di rame. Tra le monete si distinguono due insiemi piuttosto omogenei. Il primo è rappresentato dai bronzi della zecca di Paestum (soprattutto esemplari dal III sec. a.C. e fino all’età augustea), il secondo è composto da follis e frazioni di follis compresi tra la metà e la fine del IV sec. a.C. Non mancano alcuni bronzetti di Poseidonia, di Velia e di media età imperiale. Soltanto un paio sono moderne. Un buon numero – sempre riferibili a queste stesse serie – risulta illeggibile a causa dello scarso grado di conservazione. Inoltre, 45 esemplari potrebbero restituire maggiori informazioni a seguito di interventi di pulizia. La composizione del nucleo, quindi, rispecchia grosso modo quanto generalmente si rinviene nel territorio pestano.”
Il 20 Gennaio 2021 intorno alle ore 8.00 del mattino, a Napoli, in Piazza Cavour, un pezzo del nostro patrimonio culturale è crollato. Si tratta della facciata sinistra della storica Chiesa seicentesca di Santa Maria del Rosario alle Pigne. L’edificio, nato dal progetto di Arcangelo Guglielmelli, è parte del Centro storico di Napoli, dichiarato patrimonio Unesco. Il nome “alle Pigne” deriva dalla presenza di due alberi di pigne presenti in zona, prima della costruzione del Convento dei Domenicani nel 1630.
La chiesa in stile barocco è conosciuta dai napoletani come “Chiesa del Rosariello”, per la presenza sulla facciata centrale della statua settecentesca lignea di scuola napoletana della Vergine con il Divino Infante tra le braccia, con la veste rossa e manto blu stellato.
Le cause del crollo non sono ancora ben note: l’edificio, già vittima del terremoto nel 1980, è stato preda di numerosi furti di opere d’arte; le rimanenti sono state spostate per sicurezza in un’altra sede
La riapertura eccezionale è avvenuta nel 2017, dopo poche opere di restauro e rimessa in sesto dell’edificio venti anni prima, senza mai subire lavori decisivi di consolidamento strutturale. La facciata era visibilmente compromessa, come affermano diversi cittadini, e il cedimento improvviso del solaio ha trascinato con sé le fragili pareti. Assenza di restauri e controlli degli edifici storici sono, purtroppo, frequenti in Italia: quest’ultima vede così la perdita di parte del suo enorme patrimonio culturale.
Foto del crollo della facciata sinistra della “Chiesa del Rosariello”, Napoli
Il museo di Castel del Monte, la fortezza costruita nel XIII secolo per volontà di Federico II di Svevia, diventerà un HoloMuseum. L’uso della realtà virtuale mirerà a migliorare l’esperienza di visita del sito, rendendola più coinvolgente. Questa strategia si inserisce in un progetto più ampio, che investirà sulla digitalizzazione al fine di valorizzare maggiormente l’area del Parco Nazionale dell’Alta Murgia (tra le province di Bari e di Barletta-Andria-Trani).
Il progetto
Hevolus Innovation ha sviluppato l’iniziativa in collaborazione con Infratel Italia e Microsoft Italia, nell’ambito del progetto Piazza Wi-Fi Italia, per sostenere la diffusione di connettività e strumenti digitali e valorizzare il patrimonio culturale del nostro Paese. Grazie alle nuove tecnologie Microsoft di Cloud Computing, Intelligenza Artificiale e Realtà Mista, Castel del Monte diventerà così un HoloMuseum. Ma cosa si intende per HoloMuseum? Secondo il comunicato:
L’HoloMuseum potenzia e amplifica all’infinito la capacità narrativa ed espositiva di una mostra, offrendo la possibilità di integrare durante il percorso di visita livelli informativi ed esperienziali aggiuntivi rispetto a quelli previsti dall’allestimento fisico. Il tutto completamente personalizzabile in base alle esigenze e agli obiettivi curatoriali del comitato scientifico dell’ente museale”.
Nel caso specifico di Castel del Monte, si tratterà di una visita phygital, cioè dove all’esperienza propriamente fisica se ne aggiungerà una digitale. Per prima cosa, il visitatore dovrà scaricare l’app MVRGIA sul proprio smartphone (disponibile sia per Android sia per iOS). Una volta all’interno del castello, attraverso appositi totem multimediali, sarà possibile godere delle aggiunte in realtà aumentata. Tra queste vi saranno: il servizio di guida, l’avatar 3D di Federico II di Svevia che accompagnerà il visitatore illustrando le diverse tappe della mostra, la visualizzazione di contenuti multimediali e materiali audio-visivi sulla storia del sito, nonché l’interazione con modelli digitali 3D per approfondire alcuni temi ed elementi della struttura architettonica del castello.
Verso una nuova fruizione
“Dal punto di vista del turismo, la cultura ha uno straordinario potere” commenta Antonella La Notte, CEO di Hevolus Innovation. “Così abbiamo ideato HoloMuseum, un concept di museo phygital, che fa evolvere il contesto espositivo tradizionale in ambiente espositivo ibrido facendo coesistere mondo fisico e contenuti virtuali digitali. Grazie alle tecnologie Microsoft di Realtà Estesa XR, Intelligenza Artificiale e Cloud Computing visitare un museo o una mostra può diventare un’esperienza amplificata, immersiva, altamente coinvolgente, immediata e interattiva”.
Senza dubbio, in tempi di Covid-19, c’è stato un incentivo in più anche per programmare la fruizione da remoto. Infatti, la modalità Mixed Reality renderà possibile anche l’esperienza a distanza (grazie al computer olografico Microsoft HoloLens 2). Sarà così possibile prenotare una visita virtuale da remoto, dove la guida presente nel Castello potrà condividere la propria vista degli ambienti reali e dei contenuti digitali extra con il visitatore non fisicamente presente.
Castel del Monte diventa un HoloMuseum (da https://www.parcoaltamurgia.gov.it).
Il 22 gennaio, alle ore 9, si svolgerà online l’incontro con lo psicologo Alessandro Bartoletti per una riflessione sulla vita degli studenti universitari. Si parlerà di tecniche di apprendimento, gestione dell’ansia e dello stress, dinamiche relazionali nei lavori di gruppo, gestione del tempo e mappe mentali. Ma anche di sport, alimentazione, postura e problemi legati alle dipendenze. Saranno, infatti, questi i temi principali dell’ottava edizione “Lo studente strategico”, un ciclo di sette seminari promosso dai docenti Veronica Benzo e Rosario Faraci e organizzato dal Dipartimento di Economia e Impresa dell’Università di Catania.
Temi utili agli universitari
Protagonista di questo primo incontro sarà lo psicologo Bartoletti, autore del best seller “Lo Studente Strategico”. Interverranno anche i promotori
Gli altri incontri: Il 29 gennaio interverranno l’ex nuotatore della nazionale italianaPiermaria Siciliano su “Mens sana in corpore sano – L’importanza dello sport: l’esperienza di un olimpionico”; nonché i dottori Giovanni e Marco Asero su “La postura in fase di studio e conseguenze mediche” e il prof. Salvo Fichera in “Gestione dello Stress”. Il 9 febbraio la dott.ssa Costanza Ajon su “Una corretta alimentazione per uno studio più efficace” e il prof. Orazio Licciardello in “Dinamiche di gruppo”. Il 19 febbraio spazio alla pallanuoto femminile, con Tania Di Mario, Giulia Gorlero e Martina Miceli dell’Ekipe Orizzonte su “Strategie vincenti in acqua… e in aula” e il prof. Santo Di Nuovo su “Ansia e stress da esami”.
Il 22 febbraio, invece, il dott. Marcello La Bella, primo dirigente della Polizia di Stato, parlerà di “I pericoli reali della Rete” e i docenti Marco Pappalardo e Alfredo Petralia sul tema “Nella Rete, ma non come pesci”. Il 26 febbraio ci sarà il prof. Marco Galvagno, delegato del Rettore per il Marketing e la Promozione di Ateneo, sul tema “Mappe mentali e gestione del tempo”. Il 5 marzo, infine, il prof. Rosario Faraci, delegato del Rettore per l’Incubatore di Ateneo, Start-up e Spin-off, su “Sviluppo delle competenze trasversali nel panorama europeo”.
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