Autore: Redazione ArcheoMe

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NEWS | Trieste, la spettacolare ricostruzione del triceratopo “Big John”

A Triste arriva “Big John”, uno scheletro di triceratopo proveniente da un giacimento fossilifero degli Stati Uniti. Il dinosauro viene a far visita al Bel Paese, ancora custodito negli speciali imballaggi di bende gessate, accolto dalle sapienti mani dei paleontologi triestini della Zoic. La ditta triestina costituisce un’eccellenza mondiale nell’ambito della paleontologia, specializzata nell’estrazione e lavorazione dei resti fossili, anche di notevoli proporzioni.

Chi non conosce il triceratopo, con le caratteristiche corna sul muso e la testa corazzata? Sicuramente il più famoso tra i “dinosauri cornuti”, è una specie tipica dell’attuale Nord America, risalente al Cretaceo superiore (tra i 68 e i 95 milioni di anni fa).

Ricostruzione di triceratopo

Il nome, attribuito all’esemplare in questione, nasce dalle sue dimensioni, impressionanti per la specie: il cranio misura oltre due metri e mezzo di lunghezza per quasi due metri di larghezza.

Una “rinascita” visibile online

L’estrazione e la preparazione del “bestione” doveva essere la novità natalizia per tutti gli amanti di questi antichi fossili. In un entusiasmante work in progess, allestito nel nuovo showroom acquisito dalla Zoic in via Flavia a Triste, il pubblico avrebbe dovuto assistere alla sua “rinascita”. Nonostante le restrizioni alle attività dal vivo, sarà comunque possibile seguire online le varie fasi del processo. Da oggi sarà messa in linea una serie di video sui canali social della ditta (Youtube, Facebook e Instagram); qui, passo dopo passo, si documenterà l’apertura delle protezioni, lo scavo, la pulizia delle ossa ed il restauro delle parti mancanti. Lo scopo è di far conoscere le tecniche di estrazione di fossili complessi, del come vengono scavati e, quindi, lavorati, prima di prendere nuovamente forma con il montaggio finale. In questo caso, si vedrà ricomparire uno dei dinosauri più iconici che abbiano mai popolato il nostro pianeta.

Estrazione dei pezzi del triceratopo Big John dall’imballaggio in gesso
Una spettacolare anticipazione della sede espositiva

L’auspicio del team triestino della Zoic è accompagnare il pubblico, con aggiornamenti periodici, attraverso questo eccezionale viaggio di riscoperta, scandendo le fasi più delicate e spettacolari della lavorazione e del montaggio dell’enorme reperto, fino ad arrivare in primavera alla possibilità di aprire le porte della nuova sede espositiva per far godere da vicino dell’enorme triceratopo. Il grande dinosauro, una volta restaurato, farà tappa al sito paleontologico Villaggio del Pescatore di Duino Aurisina (TS), dove sarà visibile per un certo periodo.

Vogliamo offrire a Trieste un altro spettacolo indimenticabile – spiega il titolare della Zoic Flavio Bacchia – da sempre siamo impegnati a condividere con gli appassionati, o i semplici curiosi, la nostra peculiare attività e speriamo che anche questa volta ci sarà modo di mostrare il lavoro finito prima che “Big John” s’incammini per la sua destinazione finale, che con ogni probabilità sarà qualche famoso museo internazionale.

Flavio Bacchia e il triceratopo Big John
La Zoic, unica realtà italiana di eccellenza mondiale in ambito paleontologico

Al gruppo di paleontologi della Zoic, unica realtà italiana che vanta un’esperienza ormai riconosciuta a livello internazionale – dal Canada all’Australia, fino alla Russia, il Giappone e, naturalmente, l’Europa – si deve il restauro di molti degli esemplari custoditi in diverse collezioni, sia pubbliche che private, di tutto il mondo. Della Zoic Srl c’è “Bruno“, il più completo dinosauro mai rinvenuto in Italia, orgoglio del Villaggio del Pescatore. Poi quest’autunno la Zoic ha restaurato “Big Sara“, allosauro di 10 metri di lunghezza. Adesso, è toccato al triceratopo “Big John” rinascere dal tempo profondo.

La Zoic al lavoro sullo scheletro del triceratopo Big John

Articolo a cura di Ilda Faiella

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NEWS | Scoperte orme fossili di grandi rettili sulle Alpi occidentali

Uno studio appena pubblicato a firma di geologi e paleontologi delle Università di Torino, Roma Sapienza, Genova, Zurigo e del MUSE – Museo delle Scienze di Trento, ha individuato un tipo di impronta fossile nuova per la scienza, denominata Isochirotherium gardettensis, in riferimento all’Altopiano della Gardetta nell’Alta Val Maira in cui è stata scoperta.


Una scoperta inattesa

Un’inattesa scoperta paleontologica, appena pubblicata sulla rivista internazionale PeerJ da un team multidisciplinare di ricercatori italiani e svizzeri. La pubblicazione descrive una serie di orme fossili impresse da grandi rettili, vagamente simili a coccodrilli, nel passato più profondo delle Alpi occidentali, circa 250 milioni di anni fa. Le impronte sono state scoperte a circa 2200 metri di quota nella zona dell’Altopiano della Gardetta nell’Alta Val Maira (Provincia di Cuneo, Comune di Canosio) in seguito al lavoro di tesi del geologo dronerese Enrico Collo

Nel 2008, insieme al prof. Michele Piazza dell’Università di Genova e nel 2009 con Heinz Furrer dell’Università di Zurigo, aveva identificato nelle rocce della zona alcune tracce di calpestio lasciate da grandi rettili. Originariamente, le tracce erano state lasciate fra i fondali fangosi ondulati di un’antica linea di costa marina in prossimità di un delta fluviale.

Le orme che hanno consentito la descrizione della nuova icnospecie Isochirotherium gardettensis – Foto di F.M. Petti
 
Lo studio

Appena pubblicato, lo studio porta la firma di geologi e paleontologi del MUSE – Museo delle Scienze di Trento, dell’Istituto e Museo di Paleontologia dell’Università di Zurigo e delle Università di Torino, Roma Sapienza e Genova. Lo studio si svolge in accordo con la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le Province di Alessandria, Asti e Cuneo.

È stato molto emozionante notare appena due fossette impresse nella roccia, spostare un ciuffo erboso e realizzare immediatamente che si trattava di un’impronta lunga oltre trenta centimetri. Un vero tuffo nel tempo profondo, con il privilegio di poter appoggiare per primo la mano nella stessa cavità dove, in centinaia di milioni di anni, se n’era appoggiata soltanto un’altra. Mi è venuto spontaneo rievocare subito l’immagine dell’animale che lasciò, inconsapevolmente, un segno duraturo nel fango morbido e bagnato, ma destinato a divenire roccia e innalzarsi per formare parte della solida ossatura delle Alpi – ha dichiarato il paleontologo Edoardo Martinetto del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Torino, primo scopritore delle nuove tracce.

Nell’area delle impronte sono frequenti i ripple marks, tracce di moto ondoso lasciate circa 250 milioni di anni fa su un fango sabbioso ora diventato roccia – Foto di Enrico Collo

Secondo Fabio Massimo Petti del MUSE – Museo delle Scienze di Trento, esperto di orme fossili e primo autore del lavoro, si tratta di un ritrovamento unico in Europa. Le orme – ha dichiarato – sono eccezionalmente preservate, con una morfologia talmente peculiare da averci consentito la definizione di una nuova icnospecie. Abbiamo deciso di dedicarla all’Altopiano della Gardetta.

Rettili di 250 milioni di anni fa

Il paleontologo Massimo Bernardi del MUSE sottolinea che questi ritrovamenti testimoniano la presenza di rettili di grandi dimensioni in un luogo e un tempo geologico che si riteneva caratterizzato da condizioni ambientali inospitali. Le rocce che preservano le impronte della Gardetta, formatesi pochi milioni di anni dopo la più severa estinzione di massa della storia della vita, l’estinzione permotriassica, dimostrano che quest’area non fosse totalmente inospitale alla vita come proposto in precedenza. 

Non è possibile conoscere con precisione l’identità dell’organismo che ha lasciato le impronte che abbiamo attribuito a Isochirotherium gardettensis. Tuttavia, considerando la forma e la grandezza delle impronte e altri caratteri anatomici ricavabili dallo studio della pista, si tratta verosimilmente di un rettile arcosauriforme di notevoli dimensioni, almeno 4 metri – ha rimarcato il paleontologo Marco Romano della Sapienza Università di Roma.

Ipotetica ricostruzione dell’organismo che ha lasciato le impronte attribuite alla nuova icnospecie Isochirotherium gardettensis. Per gentile concessione di Fabio Manucci

Ricordo la grande emozione provata in occasione della prima scoperta, con l’amico Enrico Collo nel 2008, il piacere intellettuale della prima campagna di rilievi con Enrico e Heinz Furrer nel 2009 e poi la grande soddisfazione scientifica avuta nel lavorare con una così prestigiosa squadra di ricercatori, il tutto nella consapevolezza che questa rilevante novità scientifica si colloca in un territorio di spettacolare bellezza, accrescendone il già grandissimo valore – ha ricordato il Prof. Michele Piazza dell’Università di Genova.

Per il raggiungimento di questi risultati è stato determinante il contributo organizzativo ed economico dell’Associazione Culturale Escarton, che ha sostenuto il progetto a partire dal 2016. Inoltre, grazie al Presidente Giovanni Raggi, l’Associazione ha rappresentato l’intermediario fra il mondo della ricerca e quello delle istituzioni locali, rappresentate dai Sindaci dei comuni di Canosio e Marmora, nonché dall’Unione Montana Valle Maira.

Geo-Paleo park: il progetto

Si prevede un ulteriore sviluppo del progetto, grazie all’estensione dell’area di ricerca e alla raccolta di ulteriori informazioni sull’associazione di rettili triassici che hanno lasciato tracce nella zona. Ma è soprattutto grazie alla diffusione dei risultati delle ricerche geo-paleontologiche che si spera di poter realizzare un Geo-Paleo park, comprendente un centro visitatori e un giardino geologico didattico-divulgativo. 

L’Altopiano della Gardetta con al centro la Rocca la Meja – Foto di F.M. Petti

La nostra prossima sfida – sottolinea il coordinatore del progetto Massimo Delfino del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Torino – è trovare la copertura finanziaria che garantisca una raccolta accurata ed esaustiva delle informazioni di importanza scientifica, la conservazione a lungo termine del patrimonio paleontologico della Gardetta e la sua valorizzazione in un’ottica di promozione culturale e turistica delle caratteristiche naturali della Val Maira.

Riferimenti:

Archosauriform footprints in the Lower Triassic of Western Alps and their role in understanding the effects of the Permian-Triassic hyperthermal – Fabio Massimo Petti, Heinz Furrer, Enrico Collo, Edoardo Martinetto, Massimo Bernardi, Massimo Delfino, Marco Romano, Michele Piazza –PeerJ 2020. DOI 10.7717/peerj.10522

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NEWS | Paestum e Velia riaprono al pubblico in sicurezza

Con la Campania in zona gialla, questa mattina i siti archeologici di Paestum e Velia hanno riaperto le porte ai visitatori, dopo più di due mesi di chiusura forzata, a causa delle decisioni governative per il contenimento del contagio da Coronavirus.

Un primo passo per ritornare alla normalità…

Un segnale molto forte, dal grande valore sociale, che lascia auspicare il tanto desiderato ritorno alla normalità.

Il museo e le aree archeologiche di Paestum e Velia potranno essere visitati tutti i giorni, dal lunedì al venerdì; invece, nei giorni festivi torna lo stop alle visite.

…con le giuste precauzioni

Per garantire la massima sicurezza per tutti, il Parco ha potenziato le misure di prevenzione già in essere da maggio scorso, come i percorsi di visita obbligati, la misurazione della temperatura corporea, la presenza di dispenser con soluzioni alcoliche a disposizione dei visitatori; inoltre, è stato assunto nuovo personale per la vigilanza e l’accoglienza dei visitatori, garantendo ancora di più l’osservanza delle disposizioni anti-Covid.

“Siamo felici di questa riapertura, che molti hanno definito simbolica – dichiara il direttore, Gabriel Zuchtriegel. Per gli antichi Greci il simbolo era una piccola parte che indicava il ‘tutto’. Così, per noi vale la pena riaprire il Parco anche per poter accogliere una sola famiglia, che rappresenta quel ‘tutto’ verso il ritorno alla cultura e alla fruizione dei nostri siti archeologici e musei”. 

Stop ai visitatori, ma i lavori di manutenzione sono andati avanti

Il complicato anno del Coronavirus ha coinciso per il Parco di Paestum e Velia con un’importante attività di lavori di manutenzione e restauri.

Attualmente, a Paestum continuano i lavori finanziati con fondi PON sia nel museo sia nell’area archeologica: nonostante alcune aree siano chiuse al pubblico, non è compromessa l’offerta culturale, ampliata con visite tematiche, a cura del personale del Parco, alle metope del tempio della Pace recentemente restaurate e oggetto di un nuovo progetto di allestimento nel giardino del museo.

Velia tra natura e archeologia: il percorso da non perdere

A Velia, i visitatori potranno partecipare alle passeggiate sul crinale degli Dei, comprese nel biglietto di ingresso: un percorso di trekking tra natura e archeologia di circa 3 ore di camminata. La lunghezza del percorso è di 5 km, con un dislivello di 125 metri sul livello del mare. La partenza avviene dal bookshop alle ore 10:00. Per questo percorso la prenotazione è obbligatoria (via mail all’indirizzo velia@arte-m.net o via tel. al numero 0974/271016) entro le ore 16:00 del giorno prima. Per ogni ulteriore informazione è possibile consultare il sito www.paestum.museum.

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NEWS | “La Cultura non Isola”, Procida nominata Capitale della Cultura 2022

Il ministro Dario Franceschini ha annunciato questa mattina, in diretta sulla piattaforma Zoom, il nome della Capitale della Cultura per il 2022. Sarà Procida, piccola isola gioiello della Campania, scelta tra le dieci finaliste.

La selezione è stata svolta da una giuria di esperti presieduta dal prof. Stefano Baia Curioni, Direttore della Fondazione Palazzo Te di Mantova.

Il progetto presentato da Procida, dal titolo “La Cultura non Isola”, si è rivelato vincente: ha puntato su esperienze di innovazione sociale e sulla centralità di un modello di vita urbana attiva, orientata alla cultura e ai desideri della comunità. Procida si presenta, dunque, come “l’isola che non isola, laboratorio culturale di felicità sociale”.   

Queste le motivazioni della giuria, lette questa mattina dal Ministro:

Il progetto culturale presenta elementi di attrattività e qualità di livello eccellente. Il contesto di sostegni locali e regionali pubblici e privati è ben strutturato; la dimensione patrimoniale e paesaggistica del luogo è straordinaria; la dimensione laboratoriale, che comprende aspetti sociali e di diffusione tecnologica è dedicata alle isole tirreniche, ma è rilevante per tutte le realtà delle piccole isole mediterranee. Il progetto potrebbe determinare, grazie alla combinazione di questi fattori, un’autentica discontinuità nel territorio e rappresentare un modello per i processi sostenibili di sviluppo a base culturale delle realtà isolane e costiere del paese. Il progetto è, inoltre, capace di trasmettere un messaggio poetico, una visione della cultura, che dalla piccola realtà dell’isola si estende come un augurio per tutti noi, al paese, nei mesi che ci attendono. La capitale italiana della cultura 2022 è Procida”.

Qui il link per rivedere il video della proclamazione.

Articolo a cura di Giorgia Greco

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NEWS | Resti romani dell’antica Brixia tornano alla luce

La scoperta

Durante gli scavi eseguiti per la rete fognaria e i sottoservizi di Via Milano a Brescia sono tornati alla luce alcuni resti romani dell’antica Brixia. Si tratta di due pietre miliari con iscrizione, una colonna (anch’essa iscritta), dell’altezza di 2 metri e mezzo, e un altare. Le attività sono state coordinate da Serena Solano, archeologa della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di Bergamo e Brescia.

Una delle due pietre miliari riferisce la distanza di 2 miglia, che corrisponde all’incirca ai 2,8 km dal punto di scoperta alla zona dell’antico Foro Romano. Le pietre miliari già esposte al Complesso Museale in Santa Giulia non hanno una provenienza urbana e, dunque, si tratta delle prime pietre così vicine alla città.

La colonna rinvenuta
La colonna rinvenuta
La Brescia romana

La città di Brescia presenta molti resti archeologici. In età romana Brixia si presentava come uno dei centri più importanti dell’Italia settentrionale. Di particolare bellezza è il Santuario di età repubblicana, datato al I sec. a.C. Si tratta di un grande complesso cultuale, costituito da quattro tempietti rettangolari, posti su alto podio e separati da intercapedini coperte.

La decorazione delle pareti rimembra quello che August Mau – archeologo tedesco vissuto tra il 1840 e il 1909 – definì II stile. Si tratta di una decorazione pittorica parietale, detta anche “architettonica”, che raffigura edifici e li realizza con un tratto pittorico dalla sensibilità prospettica. Le pitture imitano i rilievi architettonici e le pareti sembrano aprirsi verso l’esterno, con l’effetto di sfondato. Nelle pareti bresciane, in particolar modo, colpiscono la riproduzione di drappi e l’imitazione pittorica del marmo.

Decorazione Santuario Brescia
Decorazione parietale del Santuario repubblicano

Vanno rimembrati il Capitolium, il Teatro, che si trovava vicino al centro cittadino, e i resti del decumano massimo, su cui oggi insiste la via dei Musei. Dal 1998 tutta quest’area è stata il fulcro di un progetto di recupero che si inserisce nell’ottica della completa fruizione pubblica.

Area archeologica del Capitolium
Area archeologica del Capitolium
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NEWS | L’impegno italiano per la valorizzazione dell’antica città di Tiro (Libano)

Il Progetto

Si è concluso il progetto di valorizzazione e recupero del sito archeologico nell’antica città di Tiro, nella zona meridionale del Libano. I Caschi Blu italiani della missione Unifil (United Nations Interim Force in Lebanon) hanno portato a termine il piano.

Al-Mīnā’

Gli interventi hanno interessato il sito di Al-Mīnā’. In particolare, è stata effettuata una recinzione perimetrale e una manutenzione all’impianto di illuminazione dell’area. È una zona di grande interesse archeologico che ha restituito testimonianze di diverse epoche storiche: localizzata nella zona meridionale rispetto all’omonima città fenicia, ha svelato antiche rovine collegate a diverse civiltà. Di particolare bellezza è la sua strada colonnata, le terme romane e i numerosissimi mosaici bizantini. Inoltre, una delle peculiarità di Tiro era la presenza delle “vasche per la tintura”, nelle quali venivano collocati i tessuti che assumevano il color porpora grazie ai “murici”, molluschi conosciuti fin dal periodo fenicio.

Resti dell' antica città di Tiro
Resti dell’ antica città di Tiro

 

L’esercito italiano in Libano

Il progetto rientra nell’ambito della cooperazione civile – militare nel piano di tutela, conservazione e valorizzazione del patrimonio archeologico di Tiro,  dichiarata patrimonio mondiale dell’umanità dall’Unesco. I fondi usati provengono dal Ministero della Difesa italiano, che lavora in stretto coordinamento con le autorità locali, impiegando manodopera locale.

Il presidente dell’Unione delle municipalità di Tiro, Hassan Dbouk, e il comandante del contingente italiano in Libano, il generale di brigata Andrea Di Stasio, erano entrambi presenti alla cerimonia di inaugurazione.

La consapevolezza e la sensibilità di noi militari italiani per l’arte e la cultura ha trovato espressione oggi in questa attività di valorizzazione del sito archeologico di Tiro. Io sono solo uno dei tanti testimoni di un rapporto millenario tra due sponde del Mediterraneo, tra la cultura italiana e quella libanese. Spero che questo progetto sia foriero di futuri slanci non solo nell’archeologia e nell’arte ma anche nel turismo e, quindi, nella ripresa economica di questa terra meravigliosa”, come commenta Di Stasio.

 

Progetto di recupero e valorizzazione del sito archeologico
Progetto di recupero e valorizzazione del sito archeologico
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NEWS | L’Archivio di Stato di Rieti digitalizza 500mila documenti

Una buona notizia giunge dall’Archivio di Stato di Rieti: le postazioni nell’aula studio sono state digitalizzate. In questo modo, tutti gli utenti possono accedere a una vastissima banca dati che raccoglie 500.000 documenti scansionati.

Si tratta di una novità importante che “snellisce” le pratiche di consultazione. Infatti, attraverso questa procedura, i documenti evitano la quarantena di dieci giorni, a cui tutti gli oggetti sono sottoposti dopo esser stati consultati materialmente in sala; questo metodo permette che tutti i documenti siano sempre disponibili, senza essere sottratti alla possibilità di utilizzo degli altri utenti. Il progetto è stato presentato dall’Archivio di Stato di Rieti alla Direzione Generale Archivi del MiBACT ed è stato prontamente finanziato.  

L’impulso dato alla digitalizzazione

Nell’era del Covid-19, nonostante chiusure e limitazioni, molte strutture culturali si sono reinventate per garantire l’accessibilità del patrimonio archivistico e artistico. Questa pandemia ha reso evidente la necessità generale di “digitalizzazione”, in modo da rendere più raggiungibile la fruizione dei Beni Culturali. La necessità è quella di sviluppare delle competenze tecnologiche applicabili al sistema museo – biblioteca per concretizzare il processo di comunicazione e valorizzazione del bene stesso: questo permette di ampliare l’orizzonte disciplinare e metodologico nella fase di studio di Beni Culturali e di quelli librari.

Il Covid-19 ha dato un impulso alla messa in rete di diversi enti, che hanno promosso le attività di informatizzazione e messa a disposizione degli archivi documentali; si è compresa, quindi, l’importanza di promuovere i servizi culturali attraverso canali comunicativi, che si distaccano dalla tradizionale consultazione “in presenza”.

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NEWS | Museo del Paleolitico, la nuova sezione fa “rinascere” un bambino di 600.000 anni fa

Al Museo Nazionale del Paleolitico di Isernia arriva una nuova sezione espositiva dedicata al “dentino” di Homo heidelbergensis, reperto principale del sito archeologico preistorico di Isernia La Pineta.

La prima fase del progetto è terminata durante la chiusura dei luoghi della cultura a causa dell’emergenza sanitaria. I lavori di riallestimento del Museo Nazionale del Paleolitico di Isernia si sono concentrati sull’esposizione del prezioso reperto archeologico del “dente da latte”, un incisivo superiore di un bambino di Homo heidelbergensis. La mostra permanente vede, inoltre, l’introduzione della scultura iperrealistica che ne ricostruisce le fattezze, insieme con quelle di alcuni esemplari della fauna rinvenuta nel giacimento preistorico.

Ricostruzione del bambino heidelbergensis e di un rinoceronte da Isernia “La Pineta”

Un lavoro sinergico e multidisciplinare

Si tratta della conclusione di un complesso cammino: cominciato nel 2017, ha visto “unire le forze”, sotto una veste multidisciplinare, Università, professionalità scientifiche, paleoartisti, scenografi ed esperti del settore. La nuova sezione espositiva si è avvalsa della partecipazione dell’Università degli Studi di Ferrara, nelle persone del prof. Carlo Peretto e prof. Benedetto Sala; l’idea originale è stata partorita e coordinata dall’arch. Pierangelo Izzo e dalla dott.ssa Annarosa Di Nucci della Direzione Regionale Musei Molise. Da ultimo, degno di nota è l’apporto della paleoartista di fama internazionale Elisabeth Daynes, per la scultura del bambino, e della società Prehistoric Minds, per le ricostruzioni a grandezza naturale degli animali.

Il Museo apre le porte a modernizzazione e rinnovamento

L’inaugurazione del moderno allestimento ha lo scopo di iniziare il Museo al rinnovamento e, con le successive implementazioni, a rendere la cultura di Isernia La Pineta maggiormente fruibile da parte del pubblico. Il lavoro compiuto fino a ora è stato reso possibile grazie ai contributi finanziari del MiBACT e della Regione Molise.

La nuova sezione espositiva, per ora non direttamente usufruibile a causa della chiusura dei luoghi della cultura, sarà visitabile a partire da oggi 16 gennaio 2021, salvo eventuali proroghe delle misure governative di contenimento della pandemia.

Le “archeo-meraviglie” del sito preistorico

Il sito di Isernia La Pineta si sviluppa nel territorio della città di Isernia, in Molise, ed è una delle più importanti località archeologiche del Pleistocene medio nell’Europa occidentale. Si tratta di un vasto sito all’aperto, da diversi anni oggetto di scavi e ricerche archeologiche da parte dell’Ateneo ferrarese (Unife), che ha restituito abbondante industria litica e resti faunistici. Questi costituiscono la testimonianza di una lunga frequentazione da parte di gruppi di ominidi, della piana d’Isernia, durante il Paleolitico inferiore, tra i 700.000 e i 500.000 anni fa. Il sito è considerato un “archivio” di documenti archeologici preistorici fondamentali per la comprensione dei modi di vita e delle dinamiche preistoriche di popolamento nell’area del Mediterraneo.

La storia del “dentino” di Homo heidelbergensis

L’ulteriore conferma dell’attività di caccia e sfruttamento di risorse animali a Isernia La Pineta, da parte dell’Homo, è arrivata nel 2014, con il ritrovamento di un dente umano. 

L’”avventura” del dentino ha avuto inizio così. La scoperta e lo studio del reperto umano è stata pubblicata sulla rivista americana internazionale PLOS ONE; il gruppo di ricerca è stato coordinato dal Prof. Carlo Peretto dell’Università degli Studi di Ferrara, in collaborazione con prestigiose Università, tra cui La Sapienza di Roma nella figura del Prof. Giorgio Manzi, e con istituti di ricerca nazionali e internazionali. Questo ha permesso la datazione del piccolo incisivo mascellare intorno a 580.000 anni fa e la sua attribuzione ad un bambino, di età stimata tra i 5 e i 7 anni, appartenente alla specie dell’Homo Heidelbergensis.

L’incisivo dal giacimento “La Pineta”

Il giovane ominide “rinasce” con la scultura iperrealista

Il lavoro del team di scienziati non è finito qui: “Per mesi abbiamo eseguito calcoli di ordine morfologico, metrico e statistico, studiando i crani ritrovati, sia di bambini sia di adulti, risalenti ai Neanderthal e all’uomo moderno”, spiega Peretto. Lo studio pienamente scientifico ha permesso di tracciare le sembianze del proprietario del dente, per realizzarne una ricostruzione e la stampa tridimensionale. Questa, all’inizio del 2020, è stata affidata alla paleoartista francese Elisabeth Daynes, già autrice delle riproduzioni di Tutankhamon, dell’australopiteco Lucy e dell’hobbit Flores. Lo scorso 10 Giugno, dopo i rallentamenti dovuti alla pandemia, la scultura del “Bambino di Isernia” è finamente approdata, nel giubilo collettivo, al Museo del Paleolitico di Isernia.

Un “plus” immancabile

La presenza, al Museo del Paleolitico, della riproduzione del bambino costituisce “un complemento fondamentale del nuovo allestimento, che prevede una scenografica vetrina multimediale di grandi dimensioni, in cui il dentino sarà reso comprensibile grazie a un applicativo multimediale. Questo non solo consentirà di apprezzare visivamente il piccolo reperto, interagendo con la sua riproduzione in grandi dimensioni grazie a un sistema touch, ma fornirà le informazioni necessarie a comprenderne il significato“, dichiara la Direzione Regionale Musei del Molise.

L’arrivo al Museo della scultura iperrealista del Bambino heidelbergensis

L’avvenuta ultimazione dei lavori è stata comunicata dalla Direzione Regionale Musei Molise, nella persona della Dirigente, Maria Giulia Picchione, dal progettista e direttore dei lavori, Pierangelo Izzo e dalla Direttrice del museo, Enza Zullo.

Salvo altri scomodi rinvii, aspettiamo a breve l’apertura delle porte, per essere catapultati nell’Italia di 600.000 anni fa.

L’immancabile riproduzione del giovane ominide al centro della nuova sezione

Articolo a cura di Ilda Faiella

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NEWS | MANN, il restauro in diretta del Mosaico di Alessandro

A fine gennaio, al Museo Archeologico Nazionale di Napoli (MANN), avrà inizio il restauro del celebre mosaico pompeiano della Battaglia di Isso.

Il restauro

Il restauro si è reso necessario a causa dei fenomeni di deterioramento dovuti all’ossidazione dei supporti in ferro del mosaico e al degrado delle malte.

La straordinarietà di questo restauro è che sarà aperto a tutti. Infatti, il pubblico potrà seguire i lavori attraverso i profili social ufficiali del museo (YouTube, Facebook e Instagram). Il progetto si svolgerà sotto la supervisione dell’Istituto Centrale per il Restauro (ICR), in collaborazione con l’Università del Molise (UNIMOL) e il Center for Research on Archaeometry and Conservation Science (CRACS). Così il Direttore del MANN, Paolo Giulierini, presenta il progetto:

Sarà un restauro grandioso, che si compirà sotto gli occhi del mondo. Un viaggio entusiasmante lungo sette mesi ci attende: dopo il minuzioso lavoro preparatorio, studiosi ed esperti si prenderanno cura con le tecniche più avanzate  del nostro iconico capolavoro pompeiano, raffigurante la celebre battaglia di Isso. La tecnologia e le piattaforme digitali ci consentiranno di seguire le delicatissime operazioni, passo dopo passo, in una sorta di ‘cantiere trasparente’, come mai accaduto prima.

Il mosaico

Il mosaico, conosciuto per le sue grandi dimensioni (5,82×3,13 metri e 7 tonnellate di peso), risale all’epoca romana (100 a.C., circa). L’opera fu rinvenuta a Pompei nel 1831, dove faceva parte della decorazione pavimentale dell’esedra nella Casa del Fauno. Tuttavia, essa fu trasferita da Pompei all’allora Real Museo Borbonico (ora Museo Archeologico) nel 1844. La scena rappresenta la battaglia di Isso (333 a.C.) tra Alessandro Magno (a sinistra nel mosaico) e Dario III di Persia (a destra), e in particolare, il momento della fuga del re persiano.

 

mosaico della Battaglia di Isso
Mosaico della Battaglia di Isso. Museo Archeologico Nazionale di Napoli (©Pedicini Fotografi).

 

 

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NEWS | La “rivincita” delle poetesse marchigiane del Trecento

Il testo

La casa editrice Argolibri ha pubblicato recentemente un testo dal titolo “Tacete, o maschi. Le poetesse marchigiane del Trecento”. Il volume racchiude i componimenti di quattro poetesse vissute nel territorio fabrianese nel 1300: Leonora della Genga, Ortensia di Guglielmo, Livia da Chiavello ed Elisabetta Trebbiani. Nel volume, i loro versi sono accompagnati dalle liriche di tre scrittrici contemporanee (Franca Mancinelli, Mariangela Gualtieri e Antonella Anedda) e dalle immagini simboliche e ancestrali del disegnatore Simone Pellegrini. Si crea così un ponte tra passato e presente: il filo conduttore è rappresentato dall’eternità della poesia.

copertina del libro
Copertina del Libro “Tacete o maschi!”
Le poetesse

Nel saggio introduttivo, i filologi spagnoli Mercedes Arriaga Flórez e Daniele Cerrato sostengono che le poetesse marchigiane avessero creato uno dei primi gruppi unitari formati da scrittrici donne nella storia della Letteratura italiana. Esse partecipavano attivamente alle dinamiche culturali del tempo e non accettavano che “essere donna”, in poesia, significasse essere solo un oggetto del desiderio maschile; questa volontà emerge chiaramente nel sonetto attribuito a Leonora, che irrompe con l’esclamazione “Tacete, o maschi!” e che lascia immaginare un tono quasi bellicoso.

Il giallo letterario

Altri temi, come quello della parità dei sessi, trapela dai versi di Ortensia “Io vorrei pur drizzar queste mie piume”. Proprio quest’ultime righe rivelano una somiglianza “sospetta” con il VII sonetto del Canzoniere di Petrarca, conosciuto come “La gola, e il sonno, e l’oziose piume”.

Si apre così un altro argomento: le poetesse fabrianesi sono state al centro di un vero e proprio “giallo” all’interno della storia della Letteratura Italiana. Risultano, infatti, discordanti i pareri tra gli studiosi: alcuni definiscono le poesie delle donne “costruzioni erudite degli intellettuali del Rinascimento”. Infatti, verso la fine del 1500, due intellettuali di Fabriano, Giovanni Domenico Scevolini e Andrea Gilio avevano pubblicato all’interno delle loro opere di erudizione proprio i sonetti di Ortensia e Leonora, definendole loro concittadine vissute due secoli prima. Questa pubblicazione ha inaugurato un dibattito tra i critici: da una parte, coloro che considerano i testi dei falsi e, dall’altra, quelli che non mettono in dubbio la loro veridicità.

In un articolo del 2013 (“PRESENZA/ASSENZA DELLE PETRARCHISTE MARCHIGIANE”) Daniele Cerrato ha analizzato minuziosamente il caso, riportando diverse testimonianze storiche.