Autore: Redazione ArcheoMe

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NEWS | Il MiC acquisirà la Villa dei Mosaici dei Tritoni (RM)

Il Ministero della Cultura acquisirà la Villa dei Mosaici dei Tritoni (RM). Si tratta di un casale di età medievale edificato sui resti di una villa con terme di epoca romana. Sono ancora visibili una cisterna e i preziosi mosaici con scene marine e tritoni. 

tritoni
I famosi mosaici della Villa

L’edificio, situato all’altezza del Quo Vadis sull’Appia Antica, sarà acquisito in prelazione per un milione e 750 mila euro. Arriva l’ok del ministro Dario Franceschini. Il Segretario generale del Ministero della Cultura, Salvo Nastasi, ha invitato la direzione generale del MiC a confermare alla direzione del Parco archeologico dell’Appia Antica la disponibilità delle risorse economiche necessarie all’esercizio della prelazione sull’immobile. 

Parco archeologico dell’Appia Antica (RM)

il casale medievale, sottoposto a vincolo archeologico dal 1980, era stato messo in vendita nel 2014 con una base d’asta di 5 milioni e 250 mila euro. Non furono, tuttavia, presentate offerte.

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NEWS | Uno studio prova la coesistenza di uomo e bertuccia 700mila anni fa

Un nuovo studio internazionale ha visto la partecipazione del Dipartimento di Scienze della Terra della Sapienza – Università di Roma; la ricerca ha documentato per la prima volta la coesistenza di uomini e bertucce su un sito archeo-paleontologico. I risultati del lavoro, pubblicati su Journal of Human Evolution, forniscono ulteriori dati sulla paleoecologia del primate. Il primate era diffuso in Nord Africa e a Gibilterra, nel Pleistocene occupava gran parte del territorio europeo.

Il sito di Notarchirico, nei pressi di Venosa (Basilicata), è noto agli esperti fin dagli ’50 del Novecento; grazie ai numerosi ritrovamenti archeologici e paleontologici frutto di ricerche condotte da diversi gruppi di studio. Dal 2016 le campagne di scavi sono condotte da un team di ricerca internazionale guidato da Marie-Hélène Moncel del Département Homme et Environnement del Museo nazionale di Storia Naturale di Parigi; vede inoltre la collaborazione di studiosi della Sapienza e dell’Università di Bologna.

Un’antichissima stratigrafia

Le ricerche più recenti hanno permesso di approfondire le conoscenze sui manufatti litici acheuleani e sui fossili di vertebrati; erano inseriti all’interno di una lunga sequenza stratigrafica e datati tra 695 e 670 mila anni fa. Ciò dimostra come in questo territorio, caratterizzato da clima caldo, spazi aperti e specchi d’acqua, fossero diffusi grandi mammiferi: elefanti, ippopotami, bisonti e cervidi.

Oggi il nuovo studio si inserisce in questo filone di ricerca, documentando quindi per la prima volta la coesistenza tra gli esseri umani e Macaca sylvanus, comunemente conosciuti come bertuccia.

“La presenza della bertuccia, documentata per la prima volta a Notarchirico – spiega Raffaele Sardella – aggiunge importanti informazioni paleoambientali e paleoecologiche. Questo primate, oggi diffuso in Nord Africa e reintrodotta a Gibilterra, nel Pleistocene occupava gran parte del territorio europeo”. “La coesistenza tra la bertuccia e gli esseri umani – aggiunge Beniamino Mecozzi – è documentata in pochissime località europee e pone interessanti interrogativi sulle interazioni tra Homo e Macaca quasi 700 mila anni fa”.

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Studi sulla stratigrafia e i reperti di Notarchirico (Basilicata)
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STUDENTI | Cosa c’è dietro ad uno scatto? La riflessione di Irene Paino

Riceviamo e pubblichiamo la riflessione della studentessa Irene Paino che ripercorre le tappe più importanti della storia della fotografia, dalla nascita ai giorni nostri.

La fotografia è l’arte di mostrare di quanti istanti effimeri la vita sia fatta”, così scriveva Marcel Proust. Credo sia proprio questo l’obiettivo di una grande disciplina artistica e culturale come la fotografia, che molto spesso viene oscurata, soprattutto nel mondo moderno, macchiandosi di etichette e pregiudizi. Se in passato questa materia veniva definita una novità, ad oggi la sua importanza su molteplici aspetti viene ridotta ad una banalità. La grandiosità del ‘’saper fotografare’’ dal 9 luglio 1839, anno di nascita ufficiale della fotografia, ha subito diversi sviluppi e rivoluzioni anche nell’ambito scientifico, riuscendo ad insediarsi nella vena storica mondiale e coinvolgendo situazioni e personaggi importanti. Infatti la foto che con molta facilità e spensieratezza facciamo stampare dal fotografo di fiducia ha delle radici più profonde. 

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Vista dalla finestra a Le Gras di Joseph Nicéphore Niépce (1826)

Joseph Nicéphore Niépce è considerato il padre della fotografia, proprio grazie alla sua figura inizierà il grande processo rivoluzionario di questa disciplina con il metodo dell’eliografia. Attraverso la sovrapposizione di un negativo su una carta sensibile e successivamente esposto all’azione di una luce artificiale o solare, si otteneva la struttura dell’immagine. Una delle più antiche eliografie prodotte dallo stesso Nièpce, oggetto di mostra al Musée Maison Nicéphore Niépce, fu ‘’Vista dalla finestra a Le Gras’’. Solo più tardi il grande ricercatore francese aderì all’utilizzo della camera oscura, anche detta camera ottica, cioè un sistema che consentiva la proiezione sul retro delle fotografie. Motivo per cui ancora oggi gli apparecchi fotografici vengono definiti ‘’camere’’.

Il dagherrotipo è invece una funzionalità che nacque nel 1840 dalla collaborazione tra il chimico Louis Daguerre e Joseph Nicéphore  Niépce: mediante una lastra di rame, a cui veniva subordinato uno strato di argento, e dei vapori, prima di iodio e in seguito di mercurio, la raffigurazione prendeva forma.  Purtroppo questo metodo, nonostante ebbe una grande diffusione, perse interesse in quanto molto impegnativo e fu sostituito da nuovi processi: la calotipia, introdotta da William Henry Fox Talbot nel 1841 (che consentiva la riproduzione delle immagini con la tecnica del negativo/positivo), la ambrotipia, attuata dall’inglese Frederick Scott Archer nel 1849 (realizzazione di foto su lastre di vetro), e la ferrotipia, ovvero stampe riportate su materiale di alluminio, ferro o latta, prodotta nel 1853 dal francese Adolphe Alexandre Martin.

Certamente tutto ciò rappresenta solo una breve sintesi dello sviluppo di questa disciplina che sfocia anche in un repertorio storico non indifferente, ricordiamo a tal proposito la guerra di Crimea che fu seguita dal fotografo Roger Fenton. Foto e riprese che riguardano le guerre mondiali rappresentano per noi delle fonti importanti. Gradualmente si iniziò a fare della fotografia un potente meccanismo di informazione culturale, favorendo così la nascita di grandi industrie. In Italia citiamo ad esempio i fratelli Alinari e Giorgio Somer. Si svilupperanno in tutta Europa centri d’incontro, club e associazioni con obiettivo comune: migliorare questo nuovo modo di apprendere l’arte in tutte le sue forme e portarlo alla luce. Fotografare non è solo saper applicare delle tecniche specifiche in base al contesto o pubblicare una bella foto sui social, ma far trasparire dei dettagli che, seppur minimi, fanno la differenza. La bravura di un fotografo sta proprio nel cogliere l’attimo e la spontaneità dei secondi che quotidianamente sfuggono alla nostra coscienza.

Campo di militari in Crimea di Roger Fenton (1855)

L’armonia delle forme, cioè della manifestazione del bello attraverso una propria rappresentazione della realtà, è una tematica che sicuramente viene prodotta anche da altre forme artistiche come la scrittura, il disegno e spesso riguarda perfino discipline sportive come la danza. Nel momento in cui tutto ciò combacia e si equilibra percorriamo inevitabilmente la sostanza dell’esistenza umana, che in questi casi è magicamente sovrastante. Le fotografie attualmente vengono utilizzate anche nello studio della psiche umana e stimolano delle percezioni così intime e personali grazie alle quali è possibile spaziare ancora in una conoscenza più ampia del mondo. Quando parliamo di fotografia, dunque, non minimizziamo questa grande lente d’ingrandimento, piuttosto pensiamo che non è da tutti saper guardare la realtà da una prospettiva diversa. Uno scatto può diventare storia e – come riportava il titolo di un famoso programma televisivo ideato nel 1997 e diretto da Renato Parascandolo – “La storia siamo noi”

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NEWS | “Archeo-trekking Urbano”, l’itinerario alla scoperta dei siti archeologici di Reggio Calabria

 Archeo-trekking Urbano è un percorso attraverso i 21 siti archeologici della città di Reggio Calabria

Una delle tappe dell’itinerario “Archeo-Trekking Urbano”

Proposto quindi dall’associazione regionale Amici del Museo di Reggio Calabria, l’itinerario si sviluppa dal lungomare per le vie della città, attraversando i numerosi tesori dell’archeologia a cielo aperto. Il presidente dell’associazione Amici del Museo, Franco Arillotta, dichiara dunque:

«La realtà archeologica di Reggio Calabria è variegata: ci sono 21 posti nei quali si ritrovano interessanti presenze archeologiche. Dall’area archeologica del Trabocchetto, alla fattoria di via 25 Luglio, alle mura magnogreche e alle terme romane del lungomare, fino al parco archeologico di Occhio di Pellaro e palazzo Laface in pieno centro cittadino, luogo in cui ci sono due pozzi tubolari magnogreci».

Questi luoghi, in tal modo, potrebbero quindi essere maggiormente visitati, valorizzati e promossi. Luoghi Inclusi in una passeggiata culturale alla scoperta della storia e della quotidianità di una perla del Sud Italia.

Le tappe:
  • Ipogeo Piazza Italia – Mura Greche;
  • Mura Greche – Terme Romane;
  • Terme Romane – Odeon;
  • Odeon – Museo Archeologico.
Archeo-trekking
Il percorso e le tappe
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ATTUALITÀ | Progetto MAD-Mostra a Distanza, Museo Nazionale Jatta (BA): Intervista alla direttrice Claudia Lucchese e alla dottoressa Serena Fortunato

Al via a “MAD-Mostra a Distanza” il progetto ideato dal Museo Nazionale Jatta di Ruvo di Puglia tutto a misura dei giovani. Obiettivo degli ideatori, dare la possibilità di visitare il museo anche se chiuso e incentivare l’interesse verso studenti delle scuole primarie e secondarie di I grado. Totalmente gratuito infatti, l’accesso telematico per i giovani studenti alla mostra “Vasi Mitici”, arricchita da un percorso digitale innovativo per immergersi nelle storie dei protagonisti dei miti e delle leggende raffigurati sulla ceramica dipinta.

Museo Nazionale Jatta
Locandina della mostra “Vasi Mitici”.
 
Le aree Tematiche di “MAD-Mostra a Distanza” del Museo Nazionale Jatta

Il percorso, che avrà inizio il 12 Aprile 2021, è diviso in quattro aree tematiche:
Sfidare gli dei
Raccontare gli dei greci significa indagare il modo di pensare degli uomini del passato. Il rapporto fra l’uomo e il dio greco è regolato dalla tensione e dal costante timore umano di incorrere in punizioni divine: per un essere mortale, sfidare gli dei e gareggiare con loro può rivelarsi una scelta pericolosa. Attraverso il mito, l’uomo impara a conoscere i suoi limiti, traendo un insegnamento sulle sue fragilità.

–  Diventare eroe
Senza eroi non esisterebbe la mitologia classica. Gli eroi sono personalità̀ straordinarie, a metà tra l’essere umano e l’essere divino, la cui vita è un percorso scandito da passaggi necessari a raggiungere lo status di eroe. Protagonisti di prove difficilissime, si scontrano spesso con avversari temibili dimostrando tutta la forza del loro carattere e del loro coraggio per ottenere l’unica vera ricompensa: la gloria eterna. Il racconto delle loro vicende ispira l’uomo al comportamento esemplare.

–  Amazzoni e spose
Nell’Antica Grecia la vita di una donna si svolgeva prevalentemente tra le mura domestiche: simbolo del focolare, l’obiettivo principale per una donna era il matrimonio, considerato come un vero rito di passaggio per l’acquisizione dello status di moglie e di madre. È per questo che sui vasi con raffigurazioni femminili vengono rappresentati i momenti del corteggiamento, del primo incontro con lo sposo e del rito nuziale. Ma non mancano episodi di donne fuori dagli schemi come le Amazzoni o di donne tragiche come Antigone e Medea: donne coraggiose, immortali protagoniste del mito e della tragedia.

Euforia e follia
Dioniso è il dio del vino e del teatro, tra i più affascinanti e complessi del pantheon greco. Ha donato la vite e il vino all’uomo, bevanda esaltante che dona allegria e trasporta in un mondo parallelo: durante il simposio gli uomini hanno la possibilità di prendersi una pausa dalla vita quotidiana.
Ma l’uomo non deve mai dimenticare di porre un freno all’euforia facendo buon uso del vino, per evitare di perdere il controllo sulla propria razionalità e trasformarsi in un essere bestiale.

Alla conclusione di ogni percorso gli studenti potranno interagire con le guide virtuali e prendere parte a laboratori creativi. Per permettere alle classi di partecipare è necessario inviare un’email a drm-pug.museoruvo@beniculturali.it. L’iniziativa è valida fino al 30/06/21.

Museo Nazionale Jatta
Il Museo Nazionale Jatta di Ruvo di Puglia ha aderito all’iniziativa #iorestoacasa
 
Intervista alla Direttrice del Museo Nazionale Jatta Claudia Lucchese e alla Dottoressa Serena Fortunato

Sul progetto “MAD-Mostra a Distanza” ce ne parlano la dottoressa Claudia Lucchese, direttrice del Museo Nazionale Jatta di Ruvo di Puglia, e la dottoressa Serena Fortunato, founder dell’agenzia di comunicazione Moscabianca, che segue le attività di comunicazione online e offline del Museo Nazionale Jatta.

In questo difficile periodo per la scuola e la cultura i ragazzi potranno finalmente accedere virtualmente al vostro museo grazie a questa iniziativa, come è nato questo progetto?

Con la nostra agenzia di comunicazione -dichiara Serena Fortunato– siamo partiti dall’esigenza di voler proporre un’idea innovativa di fruizione del patrimonio museale. In questi mesi difficili è stato necessario rivoluzionare la nostra quotidianità: con gli spazi culturali svuotati fisicamente dei loro visitatori abbiamo riflettuto a lungo su quali modalità utilizzare per far sì che la cultura continuasse a vivere e a svolgere il suo ruolo fondamentale per la società.
Era necessario trasformare la distanza in un’opportunità e il mondo digitale ci ha insegnato che un’alternativa esiste ed è possibile. Abbiamo così ripensato in ottica di strategia digitale la fruizione di una mostra, aprendola in prima istanza alla popolazione scolastica: bambini e ragazzi che, per il secondo anno consecutivo, non potranno vivere l’esperienza della gita didattica, attraverso la MAD – Mostra a Distanza avranno la possibilità di trascorrere una giornata al museo e visitare una mostra realmente allestita. Un’occasione unica per arricchire il proprio bagaglio personale di conoscenze ed un’opportunità per il mondo scolastico per rafforzare l’esperienza della didattica a distanza.

Tramite il percorso della MAD i ragazzi entreranno in contatto con il passato, qual è il messaggio più importante che si vuole veicolare attraverso le varie lezioni? E come credete che queste influiranno sull’educazione dei giovani che vi prenderanno parte?

Il passato fa parte del nostro presente -commenta Claudia Lucchese– è importante che bambini e ragazzi tocchino con mano quanto esperienze, sensazioni e sentimenti esistano da sempre e siano immortali. In questo il mito si presta benissimo a dimostrare quanto universali siano i nostri timori e le nostre speranze. La mostra “Vasi Mitici”, organizzata dalla Direzione Regionale Musei Puglia (afferente al Ministero della Cultura), comprende alcuni fra i più importanti vasi a figure rosse della collezione del Museo Nazionale Jatta di Ruvo di Puglia. È un percorso che si snoda fra archeologia, storia dell’arte e raffigurazioni mitologiche, toccando diverse sfere del mito e della leggenda.

Tra gli argomenti proposti è presente anche quello della figura della donna nel mondo antico. Volete veicolare un messaggio preciso agli studenti e alle studentesse che seguiranno “mostra a distanza”, rispetto alla figura femminile e in particolar modo in relazione al mondo del lavoro?

CL: Trattare della figura della donna nel mondo antico è complesso e apre a molte sfaccettature. Nella MAD abbiamo deciso di affrontare alcune possibili chiavi di lettura, presentando alle scolaresche vari personaggi femminili, a partire dalle Amazzoni, emblematiche figure di donne guerrieri capaci di vivere e proteggersi anche in un mondo senza uomini (e tuttavia destinate comunque a soccombere per mano di eroi maschi), fino alle ben più “libere” e volitive dee. Sono proprio le figure di divinità femminili ad incarnare le maggiori possibilità per le donne. Contrariamente a quanto si crede, infatti, le dee non puntavano solo sulla bellezza, sebbene questa fosse un requisito irrinunciabile. Atena trionfa per saggezza e intelligenza, Artemide è abile nella caccia, insomma non esiste solo la bella Afrodite, dea dell’amore!

In che modo si articoleranno le lezioni della mostra a distanza?

CL: Il progetto della MAD costituisce per il Museo Nazionale Jatta e per la Direzione Regionale Musei Puglia, alla quale il Museo afferisce, una sfida entusiasmante. Ripartire dai più piccoli, non trascurarli e anzi metterli al centro di progetti e iniziative: è questo un imperativo categorico a seguito di tutte le restrizioni a cui questo difficile anno di pandemia ci ha costretto. E così nasce una proposta, libera gratuita e semplice. La classe interessata prenota la sua visita virtuale, la docente riceve le istruzioni di accesso e nel giorno stabilito gli scolari assistono ad un video di circa 40 minuti con la visita della mostra e tanti approfondimenti, al termine del quale entrano in una videochat con l’esperto a cui rivolgere tutte le domande e le curiosità, che ci auguriamo siano sempre tante e vivaci! Da ultimo, ai ragazzi sarà richiesto di inviarci uno speciale “feedback” di quanto vissuto e appreso durante la mostra: un disegno, un pensiero, una testimonianza dell’insolita “gita”.

Cosa vi aspettate al termine del progetto e con una possibile riapertura dei musei?

SF: Siamo consapevoli che la fruizione online di una mostra non sia lontanamente equiparabile alla visita in presenza. Nel mondo digitale cambiano gli spazi, le sensazioni e le emozioni. Tuttavia, anche a questi possiamo dare un valore. La MAD, attraverso un percorso di visita ricco e completo consentirà al Museo Nazionale Jatta di potenziare alcuni aspetti della fruizione classica di una mostra e può fungere da stimolo alla curiosità e al desiderio di conoscenza.  Ci auguriamo, ovviamente, che molti dei ragazzi che visiteranno a distanza “Vasi Mitici”, torneranno a visitarla di persona non appena sarà possibile per osservare da vicino quei vasi e quelle storie di cui avranno sentito parlare durante la visita della MAD. Con la Mostra a Distanza stiamo dando vita ad un esperimento di comunicazione in cui il Museo Nazionale Jatta ha creduto fortemente e che ci aiuta a mantenere viva la cultura. Un esperimento che allarga gli orizzonti dell’inclusività e che ci auguriamo potrà crescere e affiancare a livello strategico il futuro della fruizione museale.

 

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ATTUALITÀ | “Monuments Men”: la storia e il film di chi salvò l’arte dalle macerie

La seconda guerra mondiale non era ancora finita, anzi, quando nel 1943 l’allora presidente USA, Franklin Delano Roosvelt, istituì un nuovo corpo militare “speciale”. Armato si ma con obiettivi assai diversi da quelli dei corpi speciali tradizionali, venne chiamato MFAA (Monuments, Fine Arts and Archives) e si compose di oltre 100 tra esperti d’arte, collezionisti, direttori di musei, bibliotecari e architetti. Persone tutte che il destino – fortunatamente – aveva tenuto lontano dall’orrore dei campi di battaglia europei ma che risposero alla chiamata senza esitazione a fianco di quelle truppe che avrebbero liberato, una dopo l’altra, Napoli, Roma, Parigi, Amsterdam, e Bruxelles.

A questi uomini d’arte l’umanità deve tanto: la possibilità ancora oggi di poter ammirare opere di Donatello, Michelangelo, Raffello, Rembrandt, van Eyck e Vermeer, scoperti e salvati dalle bombe o dalla distruzione che Hitler sul finire del conflitto, prima di suicidarsi nel bunker di Berlino, aveva ordinato. Innumerevoli le missioni dalla Sicilia all’Olanda che hanno impegnato gli uomini della MFAA e che il film “Monuments Man” racconta magistralmente. Uscito nel 2014 prodotto e diretto da George Clooney (che è anche sceneggiatore), il film narra fedelmente alcune delle vicende della MFAA non senza prendersi qualche libertà (alcuni nomi dei protagonisti sono diversi da quelli reali).  Reale è Frank Stokes – interpretato da Clooney – ideatore del corpo speciale che nel film vede anche le interpretazioni di Matt Damon, Cate Blanchett e Bill Murray.

Protagonista indiscusso del film il Polittico dell’Agnello Mistico di Jan Van Eyck. Opera monumentale e capolavoro assoluto d’arte fiamminga dipinto tra il 1426 e il 1432 per la cattedrale di San Bavone a Gand. È proprio grazie agli uomini di Clooney – anzi di Stokes – che ancora oggi ognuno di noi può avere la possibilità di perdersi in quelle tavole rimaste proprio nella cattedrale di Gand. Tra le altre opere che appaiono nel film c’è anche la Madonna col Bambino di Michelangelo che i tedeschi avevo sottratto dalla chiesa di Nostra Signora a Bruges e nascosta in una miniera di rame (che si scoprirà essere una riserva aurea con oltre 100 tonnellate d’oro) con l’intento di distruggerla. Missione fallita – grazie al cielo – dei nazisti, compiuta invece dagli eroi della MFAA.

Insomma un film che offre un racconto preciso degli avvenimenti – come fa il libro omonimo di Robert Edsel da cui è tratto –  almeno di quelli avvenuti in Francia e in Belgio tra l’autunno del 1944 e l’inverno del 1945. La storia della MFAA, di Stokes e dei suoi, è molto più ampia e toccò profondamente anche le sorti di innumerevoli capolavori anche nel nostro paese (rimane l’amarezza di aver perso l’abbazia di Montecassino distrutta dai bombardamenti anglo americani durante l’avanzata della IV armata da Salerno a Roma).

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NEWS | Il Musée d’Orsay restituirà un Klimt sottratto dai nazisti

Il Governo francese ha annunciato la restituzione di un’opera di Gustav Klimt, sottratta dai nazisti, agli eredi della sua legittima proprietaria. Il quadro Cespugli di rose sotto gli alberi è esposto al Musée d’Orsay. Fu dipinto nel 1905 dall’artista austriaco e sottratto, dunque, dai nazisti nel 1938. La proprietaria dell’opera, Nora Stiasny, è una delle tante vittime dell’Olocausto. Il quadro verrà quindi restituito agli eredi della Stiasny.

Klimt
La ministra Roselyne Bachelot davanti al quadro di Klimt Cespugli di rose sotto gli alberi, 1905 ©ALAIN JOCARD / POOL / AFP

il Ministro della Cultura, Roselyne Bachelot-Narquin, ha quindi dichiarato: “La decisione di restituire un’opera importante delle collezioni pubbliche mostra il nostro impegno verso la giustizia e la riparazione nei confronti delle famiglie depredate”.

 

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NEWS | Baia (NA), ultime scoperte nel sommerso Portus Julius

Grande sorpresa per gli archeologi subacquei del Parco Sommerso di Baia durante la ricognizione del Portus Julius. Infatti, dai fondali dell’area marina protetta sono riaffiorati un frammento di colonna e due fusti in marmo

portus julius
Terzo Fusto in Marmo Cipollino, Parco Sommerso di Baia

 

“Le ridotte dimensioni del frammento hanno subito spinto al recupero, avvenuto con la collaborazione del Nucleo Carabinieri subacquei di Napoli. Ma proprio durante le fasi di recupero, la ricognizione nell’area ha portato al rinvenimento di altri due grandi fusti nello stesso marmo. Ci troviamo alle spalle della grande sala absidata che chiudeva questo settore del porto, che diventerà uno dei punti principali del nuovo percorso di visita in programma per la prossima stagione“. Queste le parole pubblicate sulla pagina Facebook del Parco Archeologico dei Campi Flegrei.

Portus Julius
Frammento di colonna, Parco sommerso di Baia (NA)

La scoperta segue la recente individuazione di una particolare lucerna con simboli cristiani, anch’essa sui fondali. Il Parco Sommerso di Baia è difatti, una delle più interessanti aree archeologiche marine dei nostri litorali, tutt’oggi da indagare.

Il frammento appartiene ad un tipo di colonna scanalata in marmo cipollino, probabilmente di una decorazione parietale delle ricche domus baiane. Attualmente i materiali archeologici recuperati sono custoditi all’interno dei depositi del Parco Archeologico dei Campi Flegrei (NA).

Portus Julius
Recupero del Frammento di Colonna, Parco Sommerso di Baia
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Trasporto del Frammento di colonna nel deposito del Parco Archeologico dei Campi Flegrei

 

 

 

 

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ATTUALITÀ | Venezia: dal 25 Marzo 421 ad oggi, 1600 anni di storia

Il 25 Marzo 2021 la città di Venezia ha festeggiato 1600 anni con eventi che proseguiranno fino al 2022. Festa che si è svolta in maniera contenuta – questione di punti di vista – a causa delle restrizioni dovute all’emergenza sanitaria. Hanno già risposto 235 aziende private alla call per i futuri eventi, segno dell’importanza di questa ricorrenza. 

“Da qui, oggi – ha scritto su Facebook il sindaco della città Luigi Brugnaro – parte un messaggio di speranza: #Venezia è viva, l’Italia è viva“.

In occasione dell’anniversario, inoltre, il Ministero dello Sviluppo Economico ha emesso un Francobollo celebrativo, che richiama con forza la grande storia veneta. Su di esso la xilografia cinquecentesca “La Veduta di Venezia a volo d’uccello” di Iacopo de’ Barbari, le cui matrici originali in legno e un esemplare sono conservati nel Museo Correr di Venezia. In alto a destra, invece, è presente il logo di Venezia 1600, con la colonna con il leone alato di piazzetta San Marco, le cupole della Basilica di San Marco e le aperture della facciata del Palazzo Ducale

Venezia
Francobollo celebrativo per “Venezia 1600”
 
Venezia e le sue origini

La data canonica per la fondazione della città di Venezia è il 25 marzo 421 d.C. In realtà, il territorio Veneto ha origini ben più antiche, lo si ritrova già nell’Impero romano come X Regio. Si trattava di una zona tra la terra, il mare e i corsi d’acqua, abitata da pescatori e salinari. Infatti, così viene ricordata anche cento anni dopo le sue famose origini, nella lettera ai Veneziani di Flavio Aurelio Cassiodoro, ministro dei re ostrogoti, del 537 d.C. 

“Qui voi avete la vostra casa simile in qualche modo ai nidi degli uccelli acquatici. E infatti, ora appare terrestre ora insulare, tanto che si potrebbe pensare siano le Cicladi, dove improvvisamente si può scorgere l’aspetto dei luoghi trasformato. In modo simile le abitazioni sembrano sparse per il mare attraverso distese molto ampie, ad esse non sono opera della natura, ma della cura degli uomini. […] Dunque vi è una sola cosa in abbondanza per gli abitanti, che si saziano di soli pesci. Un unico cibo sfama tutti, case simili ospitano tutti. […] Tutto il vostro impegno è rivolto alla produzione del sale: fate girare i rulli al posto dell’aratro e delle falci: da qui nasce ogni vostro guadagno dal momento che in ciò possedete anche le cose che non avete. […] Qualcuno può forse cercare l’oro, ma non c’è nessuno che non desideri avere il sale e giustamente, dal momento che ogni cibo che ha buon sapore lo deve a questo. Perciò riparate diligentemente le navi che tenete legate alle pareti delle vostre case come animali […].” 

Parole che ci presentano questo ameno spaccato di vita veneziana, con le quali possiamo immaginare l’antica quotidianità delle genti venete che vi abitavano e che hanno dato inizio alla storia di questa illustre città. 

Venezia
Mappa dell’antica Venezia
 
Mito e leggenda: la fondazione di Venezia

La fondazione della città di Venezia è circondata dal mistero e dalle leggende. Si narra infatti, in un racconto del X secolo, riportato da Costantino VII Porfirogenito, che la città sia stata fondata in seguito all’invasione di Attila re degli Unni. Il barbaro devastò la terraferma costringendo gli abitanti a rifugiarsi nella laguna e dando così vita all’insediamento venetico bizantino. Un mito che da lustro alle origini della città, che in realtà si formò in seguito a migrazioni a causa dell’avvento di genti barbare occupanti, nel corso di un lungo periodo

Altra e più popolare leggenda vuole che la fondazione della città avvenne al mezzodì del 25 marzo 421. Il giorno della consacrazione della Chiesa di San Giacométo sulle rive del Canal Grande. Difatti, questa narrazione sul primo insediamento veneziano sulla Riva Alta è riportata nel Cronichon Altinate, raccolta di documenti e leggende dell’XI secolo. 

“Solum restò in piedi la chiexia edificata in Venetia dil 421 a dì 25 Marzo, come in le nostre croniche si leze”. Scrive Marin Sanudo nella descrizione dell’incendio di Rialto del 1514.

In realtà gli studi storici hanno datato la Chiesa di San Giacomo di Rialto al XII secolo, ma la data di fondazione nel 421 è ormai il punto di riferimento storico popolare.

Venezia
Chiesa di San Giacomo di Rialto, Venezia
 
Venezia, testa di ponte tra Occidente e Oriente

L’importanza storica della città di Venezia è data soprattutto dal suo essere il punto di riferimento per i commerci verso il Levante. È nuovamente una leggenda a raccontarcelo, quella del trafugamento delle spoglie di San Marco in Egitto. Infatti, il corpo fu nascosto sotto della carne di maiale, affinché i musulmani a guardia del porto egizio non lo trovassero. I mercanti che escogitarono l’inganno erano veneziani e portarono le spoglie dell’evangelista nella città dove il Santo stesso si rifugiò anni prima in seguito ad un naufragio, Venezia. Il corpo venne poi tumulato nell’erigenda cappella del doge, luogo dove successivamente sorgerà proprio la Basilica di San Marco.

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Basilica di San Marco a Venezia

Il racconto risale al IX secolo, ciò ci permette di affermare che i traffici tra Venezia e l’Oriente risalgano a questi tempi, e che quindi i navigatori veneziani avessero tale potere d’azione. Difatti, fu proprio durante quest’arco temporale che la città iniziò ad affermare il suo dominio incontrastato sull’Adriatico, divenendo successivamente nella storia una tra le più importanti Repubbliche Marinare

Venezia
Francesco Guardi – The Departure of Bucentaur for the Lido on Ascension Day
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ATTUALITÀ | Nick La Rocca: Il siciliano che ha “inventato” il jazz

“Il jazz è anche la Sicilia”. Me lo disse qualche anno fa Giorgio Gaslini, uno dei più grandi musicisti italiani di sempre (per intenderci il compositore, tra le altre cose, della celebre colonna sonora di “Profondo Rosso”, capolavoro horror di Dario Argento, targata Goblin), a Messina per un concerto che si tenne al Palacultura “Antonello da Messina”. Un’affermazione fondata, reale, senza retorica. È un fatto che storia del jazz – o della musica afro americana che dir si voglia – sia costellata da nomi dal sapore meridionale e non molti sanno – se non gli addetti ai lavori – che proprio agli albori di quella che è considerata la corrente artistica più importante del ‘900 – il jazz appunto – in quel di New Orleans, era proprio un siciliano a fondare la band che avrebbe registrato uno dei primi album della storia di questo grande linguaggio.

Parliamo di un nome che oggi riecheggia nei libri di storia, negli annali della musica, nelle parole di tutti i grandi jazzisti. Nato nel 1899 da genitori trapanesi (il padre era di Salaparuta la madre di Poggioreale), Nick La Rocca iniziò a suonare la cornetta (tipico strumento della tradizione bandistica italiana) all’età di 15 anni. Da lì in poi si fece largo in quel “marasma” di suoni, stili, pensieri, culture che era la foce del Mississippi all’inizio del ‘900, patria indiscussa del jazz. 

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La New Orleans del secolo scorso

Non sono pochi i motivi per cui il destino scelse quella piccola, ma assai florida città del sud come culla del genere. New Orleans fu per quasi più di un secolo scalo obbligato nella tratta degli schiavi e il porto che dalla fine del XIX secolo accolse migliaia di immigrati francesi, tedeschi e italiani. Un mare di tradizioni che invase la città. Non furono certo gli americani a dare avvio a questa grande musica (almeno non quelli originari delle 13 colonie). Furono invece i nipoti degli schiavi liberati e i meridionali in cerca di fortuna, unendo le loro culture, a plasmare le basi dello “swing”; termine che ci ricorda il periodo d’oro delle big band degli anni ’30 e ’40, ma che in realtà ha ben più lontane radici (la modalità “nuova”  di scandire il tempo). Certo, la musica che potevamo sentire nelle piazze di New Orleans, durante i funerali e i matrimoni, e nelle bettole non era proprio quel tipo di musica che ci ricorda oggi il termine jazz; sempre che questo termine abbia un significato quantomeno artistico.

Quando La Rocca – insieme a centinaia di altri – cominciava a riprodurre in chiave bandistica i temi della tradizione popolare americana mischiandoli a quella della banda e soprattutto ai ritmi che gli afro americani avevano portato dall’Africa e mantenuto nelle “capanne dello zio Tom”, la parola “jazz” non esisteva. Comparì per la prima volta nel 1915 e fu La Rocca a introdurla, quando nelle strade e nei localetti a luci rosse di New Orleans, faceva il suo esordio l’Original Dixieland Jass Band guidata proprio dal cornettista originario di Trapani. Fu la prima band registrata in cui compare la parola “jazz”. Del 1917 il primo disco della band registrato a New York negli studi della Victor Records. Un primato assoluto tenuto conto che l’opera musicale di Nick La Rocca e brani come “Tiger Rag” e “Livery Stable Blues” oggi sono standard a tutti gli effetti, proposti e riproposti, certo, in una chiave decisamente più moderna. 

jazz
Nick La Rocca

Sul perché poi la parola da “jass” fu cambiata in “jazz” aleggiano miti e leggende. Una caratteristica del jazz tutto. Una prassi dovuta ai background oscuro e complesso dei protagonisti di cui spesso si sapeva ben poco. Anche sulla parola “jazz” la storia propone innumerevoli spiegazioni. Per alcuni “jazz” è il termine utilizzato per simulare il suono del charleston (i due piatti della batteria montati su un’asta e suonati con il piede sinistro) che dava la tipica pulsazione sul 2 e sul 4 della battuta. O ancora il termine “jazz” deriverebbe da “jizz”: termine legato al mondo sessuale e ricercabile facilmente sul web. Insomma, la quantità di storie legata all’imbarazzante numero di informazioni mai certificate su molti autori e musicisti fa del jazz non solo un grande linguaggio che unisce tutto il mondo, ma soprattutto una “religione” con le sue credenze, i suoi simboli le sue tradizioni immutate fino ad oggi. In ogni caso – sul termine “jazz” – la spiegazione maggiormente accettata è quella legata a Nick La Rocca.

L’Original Dixieland Jazz Band nel 1925, dopo aver preso New York come base operativa ed aver registrato un altro disco per la Columbia Records, si sciolse a causa del manifestarsi del senso di “sdegno” da parte della classe dirigente newyorkese che vedeva nel jazz un fenomeno legato al consumo di alcool, alla prostituzione e alla delinquenza. Tutto falso, o meglio, solo l’apparenza e le leggi – per nostra fortuna – durarono molto poco. Quanto bastò, però, a convincere La Rocca a sospendere l’attività musicale.

Tornato nelle scene nel 1936, quando il mondo era cambiato e con lui anche il jazz, Nick La Rocca non riuscì a mantenere la cresta dell’onda. Rimase lui il creatore del jazz e il “Cristoforo Colombo” della musica (amava presentarsi così). Un’esagerazione che non darebbe giustizia certo ai tanti che in quegli anni tra la Belle Époque e la catastrofe della prima guerra mondiale, tra schiavismo latente e tolleranza, tra le piazze, le strade e le campagne dove l’Africa incontrava la Sicilia, le trombe suonavano per la prima volta coi tamburi in pelle e i violini accompagnavano i primi “spirituals”, creavano – senza saperlo – quello stile musicale perfetto e indecifrabile capace di unire Est ed Ovest, Sud e Nord in un unico linguaggio. Nick La Rocca, nato da genitori trapanesi,  fu certamente tra questi.