In questi giorni leggiamo tante critiche conseguenti alla pubblicazione delle graduatorie del bando stesso. A gennaio, rispetto ai requisiti del bando, evidenziavamo che:
Non esiste alcun criterio legislativo o tecnico-scientifico che stabilisca l’obbligo di aver esercitato l’attività archeologica per una durata di anni 15 o 10 per svolgere alcuna mansione specifica. Requisito che appariva escludente verso un gran numero di professionisti, peraltro senza alcuna valida motivazione.
Sembra del tutto incoerente il reclutamento di professionalità in affiancamento al lavoro dei funzionari dello Stato, per i quali i criteri di assunzione tramite concorso pubblico da parte dello Stato sono inferiori a quelli richiesti in questo bando.
In una gara pubblica criteri di selezione particolarmente rigorosi e stringenti rispetto agli standard normativi per le figure ricercate (che per gli archeologi sono costituiti dall’Allegato 2 del DM 244/2019) devono trovare una valida ed esplicita motivazione in esigenze specifiche di specializzazione.
Per il principio di adeguatezza e proporzionalità nell’azione amministrativa, le credenziali e le qualificazioni pregresse devono essere congrue rispetto all’oggetto del contratto.
Paradossale l’assenza, tra i requisiti di selezione, di qualsiasi riferimento alle specificità delle figure ricercate come indicato dall’art. 9-bis del Codice dei Beni Culturali (D. Lgs. 42/2004) e suo decreto attuativo DM 244/2019.
Si ravvisava inoltre “la necessità di una maggiore trasparenza rispetto ai criteri di selezione per i soggetti che riceveranno l’incarico, affinché non vi siano margini di opacità che possano portare ad antipatiche contestazioni e dubbi su un eccessivo arbitrio nelle scelte effettuate”.
Come è evidente, né l’auspicio di revisione dei criteri di selezione, né quello di annullamento del procedimento sono stati accolti. E purtroppo oggi il l’allarme sulla mancanza di trasparenza, lanciato a monte della selezione, trova una triste eco nelle proteste che in questi giorni accompagnano la pubblicazione delle graduatorie del concorso, che presentano qualche evidente anomalia.
L’opera “Game Changer” dello street artist Banksy è stata battuta all’asta da Christie’s a Londra alla cifra di 16.758.000 sterline (19.422.522 euro), nell’ambito della 20th Century Art Evening Sale. Il dipinto è apparso lo scorso 6 maggio presso l’ospedale universitario di Southampton.
L’opera di Banksy intitolata “Game Changer”
La cifra ricavata dalla vendita dell’opera sarà utilizzata per sostenere progetti di beneficienza e per sostenere gli operatori sanitari del Servizio Sanitario Nazionale della Gran Bretagna. Una riproduzione di “Game Changer” rimarrà visibile nell’ospedale inglese. Banksy ha rappresentato un bambino inginocchiato che gioca: nella mano stringe una bambola vestita da infermiera con mascherina e mantello, in secondo piano un bidone in cui sono stati gettati invece i tradizionali supereroi.
La donazione dell’artista
L’anonimo artista di Bristol ha deciso di donare e mettere in vendita la sua opera in occasione della commemorazione dell’ anniversario del primo lockdown anti Covid nazionale nel Regno Unito, il 23 marzo 2020. La base di partenza dell’asta era di 2,5 milioni di euro ed è stato quindi battuto alla cifra record di oltre 19 milioni di euro. Una cifra vertiginosa che, come anticipato, sarà devoluta in beneficenza. Nobile gesto dell’anonimo artista.
Banksy, “Naufrago Bambino”, realizzato a Venezia nel 2019
Di certo, non ci troviamo di fronte al lavoro più brillante e originale dello street artist, noto per le sue opere polemiche e politiche.
“Game changer”, difatti, risulta pervasa da una patina stancamente buonista e populista, tuttavia non si può non considerare il contesto ospedaliero in cui è stata realizzata e soprattutto il difficile momento storico che il mondo intero sta ancora vivendo. Dunque la lettura dell’opera è immediata. Il messaggio arriva forte, chiaro, non si lascia spazio a fraintendimenti: gli eroi tradizionali sono stati accantonati. Nuovi eroi, umani e senza super poteri, diventano il simbolo della lotta contro un nemico invisibile e pericoloso.
Riceviamo e pubblichiamo la riflessione della studentessa Giorgia Castiglione che ci introduce nella travolgente storia dell’arte contemporanea.
Siamo appena entrati nella Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma e come prima opera vediamo esposta una balla di fieno, “Ah, ma lo potevo fare anch’io!”, dovete sapere però che l’arte dei nostri giorni non può essere fatta da chiunque.
Pino Pascali, Balla di fieno
Il punto dell’argomentazione è far capire l’utilità dell’arte contemporanea e perché considerarla tale.
Ritorniamo un po’ indietro: siamo nel 1400-1500, in pieno Rinascimento, e stiamo ammirando Leonardo Da Vinci che dipinge la Gioconda o Raffaello che affresca una delle Stanze Vaticane con la Scuola di Atene o, ancora, Michelangelo che poco più che ventenne realizza la Pietà. Capolavori che hanno segnato la Storia dell’Arte realizzati da veri e propri maestri con una tecnica che ai loro tempi non si era mai vista. Ai loro tempi, sì perché prima di loro, prima del Rinascimento, prima della prospettiva di Brunelleschi, della quarta dimensione di Leonardo, dei colori vividi di Raffaello, della plasticità di Michelangelo non c’erano altro che figure bidimensionali, senza prospettiva, senza colori, senza plasticità. Loro hanno stravolto tutte le certezze, le hanno fatte cadere: hanno fatto la rivoluzione.
I loro insegnamenti sono stati presi d’esempio e nei secoli successivi sono nate scuole d’arte che insegnavano questo modo di dipingere e scolpire, alla maniera del Rinascimento, classica.
Spostiamoci ora al 15 aprile del 1874 a Parigi, saltiamo Barocco e Neoclassicismo per vedere, nello studio del fotografo Felix Nadar, la prima mostra impressionista; questo dopo che Napoleone III inaugurò il Salon des Refusésnel 1863 dove vi erano esposte tutte le opere escluse dal Salon ufficiale, quindi anche quelle impressioniste. Gli impressionisti erano dei reietti, disprezzati destavano scandalo con il loro nuovo modo di dipingere. Eppure, se si chiede ad una persona qualsiasi quale sia il suo movimento artistico preferito, risponderà con fierezza: “L’Impressionismo!”.
François-Joseph Heim, Le Salon de Refusés, 1824
L’Impressionismo è una corrente artistica amata da tutti oggi, ma che quando nacque provocò scandalo e fu rifiutata da tutti. Talmente amato oggi, che è come se la mente della gente comune si fermasse a questo movimento o a Van Gogh, un post-impressionista. Ecco, Van Gogh, l’artista preferito di chiunque che è quasi diventato una moda amarlo e postare sui social i suoi dipinti con frase annessa cercata un minuto prima su www.frasicelebridiartisti.com. Ma non andiamo fuori tema, perché il punto è che anche un artista amatissimo come Van Gogh era un reietto che non riusciva a vendere i suoi quadri, tant’è vero che erano comprati solo da suo fratello Teo.
Van Gogh esprimeva i suoi sentimenti nei dipinti, allora perché le tele tagliate e bucate di Lucio Fontana non vengono apprezzate? Lucio Fontana intendeva esprimere un concetto ben preciso e cito proprio le sue parole: “Il buco, il famigerato buco, non è il buco della tela, è la prima dimensione di vuoto. La libertà data agli artisti, agli uomini di creare l’arte con qualsiasi cosa. L’arte è pura filosofia”. Con i suoi tagli e buchi voleva portare lo sguardo dello spettatore oltre e dentro il quadro, restituendogli una certa vitalità.
Lucio Fontana, Concetto spaziale. Attese, 1966 – fonte: “Christie’s”
Fino ad adesso, però, abbiamo parlato solo di tecniche pittoriche e si potrebbe andare avanti per ore parlando di tutte le innovazioni portate fino ad oggi, dal Cubismo all’Espressionismo astratto (quest’ultimo neanche apprezzato, per giunta). Ma se vi dicessi Marcel Duchamp? Con la sua arte intendeva provocare e il Dadaismo in generale è stato un movimento di rivoluzione, di ribellione; ci sentiamo presi in giro da un tizio che ad una mostra presenta con lo pseudonimo “R. Mutt” un orinatoio e probabilmente il pensiero che l’artista ha voluto esprimere, almeno secondo il filosofo Stephen Hicks, è quello secondo il quale “l’arte è qualcosa su cui puoi pisciare”. Una provocazione a tutte le scuole d’arte e agli artisti stessi. Jerry Saltz scrisse su The Village Voice nel 2006:
«Duchamp asserì duramente che voleva “de-deificare” la figura dell’artista. I ready-made fornirono una strada alternativa a quelli che erano inflessibili aut aut di proposizioni estetiche. Esse rappresentano un cambiamento copernicano nell’arte. Fontana è un così definibile “Acheropoietoi”,cioè un’immagine non modellata dall’artista. Fontana ci porta in contatto con un originale che rimane sì un originale, ma esiste in uno stato filosofico e metafisico alterato. È una manifestazione del sublime kantiano: un’opera d’arte che trascende una forma ma che è anche intellegibile, un oggetto che abbatte un’idea permettendole di nascere più forte».
Come vedete, ogni cosa ha un significato e non è da tutti pensare una cosa del genere e mostrarla facendola diventare un’opera d’arte. L’arte contemporanea si caratterizza per le idee che si hanno e non per la tecnica, sarebbe noioso vedere sempre gli stessi dipinti. Essere un vero artista oggi significa pensare a cose banali, su cui nessuno normalmente si focalizza e mostrarle agli altri facendo vedere il proprio punto di vista; essere un vero artista significa prendere i problemi della società del nostro tempo ed esplicarli in arte.
Sia una balla di fieno, sia un orinatoio, sia un quadro completamente bianco, sia un barattolo di feci con scritto “Merda d’artista” sono da considerarsi arte anche solo per il fatto che ci facciano riflettere sull’oggi, sul presente. Definire un’opera arte solamente per la sua complessità tecnica non ha senso oggigiorno, non basta.
Sì, anche noi avremmo potuto esporre una balla di fieno in un museo, così come avremmo potuto esporre un orinatoio, ma per qualche ragione non l’abbiamo fatto e gli artisti contemporanei ce lo ricordano mostrando la loro arte. A noi non resta altro che ammirare.
Il 5 aprile scorso il ministro Dario Franceschini ha firmato un decreto che abolisce la censura cinematografica in Italia. Un atto importante, storico, che, a detta di Franceschini stesso, supera «definitivamente quel sistema di controlli e interventi che consentiva ancora allo Stato di intervenire sulla libertà degli artisti». Chiusa quindi quella fase che ha influenzato non poco la produzione e la distribuzione di tante opere, tra le quali si possono contare decine di film considerati oggi pietre miliari dell’arte cinematografica. Da adesso, come spiegato da Nicola Borrelli, direttore della Direzione Generale Cinema e Audiovisivo, «si mette in essere una sorta di autoregolamentazione» perché «saranno i produttori o i distributori ad autoclassificare l’opera cinematografica».
Ma com’è possibile che questa legge sia durata fino ad oggi e abbia pesato come un “macigno” sul groppone di tanti registi? Qual è la sua storia?
La prima censura cinematografica in Italia risale a una legge del 1913 che impediva la rappresentazione di spettacoli osceni o contrari alla decenza. lI successivo regolamento del 1914 stabiliva, invece, che il Ministero dell’Interno rilasciasse un nulla osta per girare certe scene, ed eventualmente, in casi estremi, tagliava alcune parti se non addirittura tutta la scena; il regista aveva però un’ultima possibilità: fare ricorso a una seconda commissione competente che revisionava le parti incriminate. Bisogna attendere il 1920 per avere una vera e propria commissione istituita con un regio decreto e formata da componenti esterni alle istituzioni (un educatore, una madre di famiglia, un magistrato), il cui Il compito era quello di analizzare il copione prima dell’inizio delle riprese.
Nel periodo fascista la situazione non cambiò. Furono infatti confermate le disposizioni precedenti, eccezion fatta per la modifica che prevedeva il passaggio della regolamentazione dal Ministero dell’Interno al Ministero della Cultura Popolare e l’introduzione, nel 1926, del decreto per la tutela dei minori, che vietava la visione di alcuni film ai minori di 16 anni.
Nel 1946 nasce la Repubblica, ma – contrariamente a ciò che si potrebbe pensare – non portò ad un cambiamento della situazione, nonostante l’articolo 21 della Costituzione consentisse la libertà di stampa e di tutte le forme di espressione. Del 1949 la legge, voluta dall’allora sottosegretario allo spettacolo Giulio Andreotti, nata con i buoni propositi di sostenere il cinema italiano e di salvare l’Istituto Luce, ma anche di rilanciare le grandi produzioni Italiane. Intenzioni nobili che – almeno così parrebbe – nascevano per preservare il patrimonio cinematografico italiano, ma che subirono non poche pressioni del mondo cattolico che invece puntava al mantenimento della censura. Con l’articolo 21 della legge del 1949 si vietava la “pubblicazioni di scene sensibili”, riferite alle creazioni cinematografiche e teatrali. Non mancarono le reazioni dell’opinione pubblica che arrivò a definire la legge “fascista“: causa anche il vincolo per i produttori e registi di passare al vaglio di una commissione statale prima di ricevere dei finanziamenti pubblici. Inoltre, se si riteneva che un film diffamava l’Italia poteva essere negata la licenza di esportazione con una censura preventiva.
Questa legge fu accolta con numerose polemiche dagli addetti ai lavori, soprattutto a causa delle censure che furono attuate in questo periodo, esempio ne sono le dichiarazioni di Andreotti sul film Umberto D. diretto da Vittorio De Sica: «un pessimo servigio alla patria». Il regista rispose alle accuse del sottosegretario con una lettera molto rispettosa, in cui spiegava di non aver riconosciuto il disagio del suo protagonista.
In copertina: celebre scena dal film “Umberto D.” di De Sica.
Il pensiero degli studenti fuori sede cade spesso nel dimenticatoio in questo difficile periodo, anche quando, raramente, il Governo si ricorda delle Università e dei suoi studenti. Lo studente fuori sede ha dovuto affrontare problemi nuovi con il Covid, non soltanto di natura pratica e logistica: affitti, tasse, borse di studio, ma anche altro. Nessuno può testimoniare meglio di uno studente di Archeologia fuori sede quanto la DAD abbia dato e tolto: ha diminuito le distanze con la famiglia, ma ha allontanato da scavi e laboratori. Un interessante punto di vista a riguardo è offerto da GerlandoDario Fiaccabrino, studente triennale che, partendo da Agrigento tre anni fa, ha deciso di intraprendere il Corso di Scienze Archeologiche alla Sapienza di Roma.
“Essere uno studente fuori sede non è facile, né piacevole, porta ad allontanarti da ciò che ami. Luoghi in cui sei nato e cresciuto, affetti personali: sei costretto a lasciare tutto nella speranza di poterti ricongiungere con essi il prima possibile. Ma esiste qualcosa che mi ha dato la forza di staccarmi dalla mia Sicilia: la passione per l’archeologia. Essa mi ha portato fino a Roma, dove ho avuto la possibilità, tramite laboratori ed esperienze di scavo, di toccare con mano quello che ho letto sui libri, di vivere una storia che parla attraverso la cultura materiale. È sullo studio di quest’ultima che l’archeologia moderna si fonda: è quindi indispensabile per un aspirante archeologo, secondo il mio parere, l’esperienza sul campo che a causa della pandemia è venuta meno. Nonostante la distanza da casa si facesse sempre sentire, amavo la mia nuova vita a Roma. Mi è stata però sottratta dall’emergenza Covid che, come è noto, tra le tante cose, ha portato a sospendere tutto il necessario per la formazione di un archeologo. La DAD, per quanto utile, non può di certo colmare tal vuoto. Mi chiedo se sarà possibile recuperare in futuro le esperienze che avrei dovuto fare quest’anno, se ciò non inciderà sulla mia formazione. Mi domando quando potrò tornare a studiare i reperti e ad emozionarmi osservandoli. Se pur, dunque, la situazione attuale mi abbia permesso di tornare a casa e di stare con la mia famiglia, rimpiango il tempo in cui potevo studiare nei musei o partecipare a scavi archeologici. Rimpiango, per certi versi, anche il sentimento di lontananza da casa, che però sono pronto a sopportare pur di far ciò che amo: vivere l’archeologia“.
La Facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza di Roma
iI Museo dell’Arte Classica del Dipartimento di Scienze dell’Antichità (Facoltà di Lettere e Filosofia, Sapienza di Roma)
La speranza per superare le difficoltà. Un pensiero, anzi una convinzione, che unisce tanti studenti italiani in questo strano, drammatico anno di pandemia che ha colpito tutti. Si, perché l’altra opzione sarebbe rassegnarsi e iniziare a vedere tutto più nero di quanto già non sia. Opzione che la maggior parte degli studenti e giovani laureati che sognano una carriera accademica, come Danielenrico Moschetti, studente magistrale in Etruscologia e Antichità italiche all’Università degli Studi di Napoli Federico II, pare non abbiano mai preso in considerazione; almeno loro. Innumerevoli le difficoltà da affrontare. Di una di queste sentiamo parlare ogni giorno e si traduce con una parola: DAD. Ma non è solo la didattica a distanza ad aver creato guai. A voler andare a fondo nella vita di ogni studente, nel percorso di studi di ognuno e nelle vita accademica, ci si rende conto della varietà di problematiche che l’emergenza da Covid-19 ha causato. Moschetti, con una sua riflessione, ad esempio, ci offre un interessante punto di vista sulla situazione degli studenti di archeologia.
“La pandemia dovuta al Covid-19 ha bloccato la “normalità” di tutti, ha sconvolto in pieno qualsiasi routine, colpendo anche quella degli studenti di archeologia, disciplina che proprio per i suoi obbiettivi richiede la possibilità di muoversi, visitare luoghi, lavorare in gruppo. Proprio per questo noi studenti di archeologia ci siamo visti, per cause di forza maggiore, sottratti tutti i mezzi con cui portavamo avanti la nostra passione e i nostri studi. Il più evidente esempio di queste difficoltà è stata la problematica della laurea a distanza, il sogno di ogni studente universitario è varcare la soglia dell’aula magna e poter discutere nella propria università il frutto del proprio lavoro, con la commissione che ti ascolta e partecipa al dibattito, purtroppo io sono stato uno dei tanti che questa emozione non l’ha potuta vivere, certo laurearsi è sempre un traguardo, ma così è sembrato quasi uno dei tanti esami sostenuti in DAD. Per non parlare poi dell’impossibilità di recarsi in musei, biblioteche e magazzini, luoghi vitali per la ricerca e lo studio, anche per affrontare lezioni e approfondimenti sui reperti, efficaci solo nei musei. Inoltre, tanti studenti che come me stavano portando a termine progetti di tesi sperimentali, che richiedevano di recarsi nei luoghi dei loro contesti e materiali archeologici, e invece si sono ritrovati a dover sopperire alle varie limitazioni della mobilità come meglio potevano, per poter portare a termine i loro studi sui reperti “a distanza”. Ma forse la ferita più grande per tutti gli studenti di archeologia è l’impossibilità di vivere i laboratori didattici su scavi e nei musei, perdendo così una parte fondamentale della propria formazione o addirittura come nel mio caso, oltre a perdere parte della propria formazione si perdono anche ore utili a cumulare l’esperienza necessaria secondo le norme ministeriali per iscriversi alla terza fascia di archeologi in seguito al conseguimento della laurea triennale, ma il mio pensiero è rivolto soprattutto a tutti i nuovi studenti che purtroppo ancora non hanno potuto vivere questa fondamentale ed emozionante esperienza. Spero e non ne dubito che davanti a noi ci sia un futuro di studio e ricerca, che non fa altro che aspettarci.”
Porta di Massa, sede Dipartimento di studi Umanistici, Università degli Studi di Napoli Federico II.
La pandemia da Covid-19 ha portato al mutamento di tante delle nostre abitudini, anche nel settore dell’archeologia e dei beni culturali.Università, musei, poli culturali, scavi archeologici hanno dovuto fare i conti con la realtà e adattarsi alle nuove esigenze anche con l’aiuto dei mezzi tecnologici e informatici. Incalcolabili i danni e i disagi causati dalle restrizioni anti-Covid, soprattutto in ambito accademico e didattico: a soffrire di più sono le migliaia di studenti costretti non solo a una didattica oramai quasi esclusivamente a distanza, ma anche all’interruzione di tutte quelle attività formative come seminari, convegni, scavi didattici.
Lo stato degli scavi archeologici
Molte sono le campagne di scavo archeologico mai partite a causa della pandemia. Altre invece, sono state condotte con un numero ridotto di personale e per periodi di tempo più brevi.Non sono mancati le eccezioni come gli scavi proseguiti senza troppe limitazioni e che al contrario hanno incrementato notevolmente i risultati della ricerca sul campo, come nel caso di Pompei e dei suoi recenti e straordinari ritrovamenti.
Una discussione a parte merita la questione degli scavi didattici. Durante l’estate del 2020, il rallentamento dell’ondata epidemica e le temperature favorevoli, hanno permesso una piccola e claudicante ripresa degli scavi rivolti agli studenti. Ripresa che si è bruscamente arrestata con la nuova ondata epidemica, che ha causato un rallentamento della ricerca e un ingente danno per accademici e studenti.Non è cosa facile riuscire a fotografare in maniera universale la situazione degli scavi archeologici, soprattutto didattici, in Italia. L’incertezza lavorativa che ha contraddistinto il 2020, continuerà, probabilmente, ancora nel 2021, ma con una nuova e maggiore consapevolezza della situazione. L’impressione e l’intenzione è quella di ripartire, di scavare e lavorare sul terreno, a maggior ragione se i grandi spazi aperti lo permettono.
Le limitazioni ai viaggi e agli spostamenti peseranno ancora molto: i gruppi di lavoro saranno meno numerosi e quando necessario si preferirà lavorare da remoto, con tutti i vantaggi e gli svantaggi.Un aspetto positivo, effetto della pandemia, si potrà rilevare nell’ambito della sicurezza. Le regole di igiene e distanziamento porteranno a una maggiore attenzione alle condizioni di lavoro e di alloggio di archeologi esperti e studenti; si tenderà sempre meno all’utilizzo di strutture spartane e di fortuna.
La testimonianza dall’Università di Pisa
“Un conto è la teoria, un altro è la pratica” e uno studente di archeologia questo lo sa bene.
Non importa quanto bene abbiamo studiato i testi di Carandini, quanti matrix abbiamo disegnato alla lavagna la notte prima dell’esame di metodologie dello scavo archeologico. Ogni studente ricorderà perfettamente l’esatto momento in cui, il primo giorno su un cantiere di scavo, Carandini & co sono spariti in una nuvola di fumo per fare spazio alla realtà di scavo nuda, cruda, e irresistibile.Ma se da un lato, la didattica a distanza ha permesso agli studenti di continuare a studiare l’archeologia sui pesanti manuali e sulle slide, meno fortuna ha avuto la parte più importante della formazione di un archeologo: lo scavo didattico.
Dall’inizio della pandemia molti sono stati i cantieri abbandonati e rimandati in un futuro prossimo(si spera!). Lo scavo archeologico, oltre ad essere una palestra indispensabile per i futuri archeologi, è un banco di prova. Molti ragazzi non hanno idea di come possa essere la vita durante un cantiere, e capita qualche volta che per quanto si possa amare l’idea dell’archeologia, ci si rende conto che quella non è la vita che fa per tutti. Questo è un aspetto molto importante, che i nuovi iscritti ai corsi di archeologia non hanno potuto sperimentare. Per non parlare del problema dello studio dei reperti e delle analisi di laboratorio post campagna di scavo. Tutto si è fermato, le ennesime cassette di materiali messe a prendere polvere nei magazzini!
Lo stop ai lavori non ha risparmiato nessun ateneo italiano, e noi di ArcheoMe abbiamo raccolto qualche testimonianza di studenti, docenti e ricercatori che ci hanno raccontato dei disagi che tutto ciò ha comportato.
Il dott. Gianluca Martinez, responsabile dei rilievi di scavo
Gianluca Martinez, responsabile dei rilievi e del GIS per gli scavi diretti dal dipartimento di Archeologia medievale dell’Università di Pisa, ci parla dei progetti che hanno dovuto interrompere e dell’importanza delle attività di laboratorio post scavo, che quest’anno sono rimaste ferme:
“L’Università stava indagando su tre diversi siti tardo antico-medievali: San Genesio, nel comune di San Miniato (PI), la villa dell’Oratorio a Capraia e Limite (FI) e uno scavo in Sicilia, in provincia di Ragusa. Essendo tutti fuori dal comune di Pisa, non abbiamo potuto proseguire con la campagna di scavo da quando è iniziata la pandemia. La nostra preoccupazione più grande è non sapere quanti e quali danni abbiano riportato le strutture parzialmente scavate e in che condizione troveremo la stratigrafia che avevamo messo in luce nelle scorse campagne di scavo. Probabilmente troveremo un terreno diverso da quello con cui ci eravamo rapportati gli anni scorsi“.
Un secondo problema è stato quello dello studio dei dati provenienti dallo scavo:
“Molti pensano che l’attività di ricerca si limiti al cantiere di scavo, tanti ragazzi passano con noi 2 o 3 settimane e poi vanno via, non sanno che la maggior parte del lavoro continua nei laboratori e dura tutto l’anno. Quest’anno tutto il materiale proveniente dai tre siti indagati è rimasto nelle cassette, ci sarà molto lavoro arretrato che dovremo svolgere giorno e notte se vorremo rimetterci al passo con le prossime campagne”.
Ma il dipartimento di Archeologia medievale non è rimasto completamente immobile ed è andato avanti, aprendo un nuovo cantiere nel cuore pulsante di Pisa: è nato così il San Sisto project che ha permesso agli studenti di continuare le attività di scavo, nel pieno rispetto delle normative anti Covid-19. Anche le attività di laboratorio hanno trovato modo di raggiungere gli studenti a distanza: “Anche se non possiamo lavorare sui reperti, abbiamo portato avanti le attività di laboratorio in maniera del tutto digitale, con l’informatizzazione delle schede di cantiere e concentrandoci sulle tecniche di rilievo e GIS che saranno sempre di più parte integrante e fondamentale di uno scavo archeologico”.
(In copertina: studenti dell’Università di Pisa durante le prime campagne di scavo alla Villa dei Vettii (Oratorio, PI), 2010.
Veduta aerea dell’impianto termale della Villa dei Vertici, anche detta dell’Oratorio (Capraia e Limite, FI)Cripta dell’insediamento religioso di San Genesio (PI)Mosaico della “caccia al cinghiale”, Villa dell’Oratorio (Capraia e Limite, FI)
La testimonianza dall’Università di Messina
Come già accennato, sono poche le università che hanno deciso di gestire degli scavi in una situazione tanto complessa. La maggior parte delle università, invece, ha bloccato ogni esperienza diretta sul campo. Una di queste è l’Università di Messina, come testimonia la prof.ssa Caterina Ingoglia, docente di Metodologie dello scavo archeologico:
“Come in molte altre università si sono interrotte le attività, sia all’aperto che dentro i depositi. Si sono interrotti i tirocini di scavo e tutti i laboratori che non potevano essere svolti se non in presenza. Abbiamo quindi incrementato soprattutto le attività seminariali che non richiedono presenza. Un anno di interruzione dell’attività di scavo può favorire lo svolgimento di altri tipi di ricerca, ma con le biblioteche chiuse, o comunque parzialmente utilizzabili, anche quello non è facile”.
Ma il clima di incertezza e sconforto non si sofferma solo sul fermo scavi. “I rischi sono seri ovviamente” – continua la prof.ssa Ingoglia – “Bisogna evitare il contagio. Non è facile poter garantire agli studenti una stanza ed un bagno ciascuno, la possibilità di pranzare e cenare a distanza, etc. etc. quindi aspettiamo di essere tutti vaccinati, docenti e studenti”.
Ciò che è certo è che moltissimi studenti stanno perdendo l’opportunità di fare esperienza diretta sul campo, un’esperienza fondamentale in un contesto come quello archeologico. La professoressa si augura “di poter fare recuperare, per quello che riguarda il mio ruolo, l’attività di formazione sul campo a tutti gli studenti che sono stati penalizzati dal covid, ma potrò organizzare questi recuperi solo quando ci sarà la garanzia della sicurezza della salute“.
La testimonianza dall’Università di Milano
“Nel mio piccolo, ho sperato fino alla fine che i tirocini si potessero portare avanti. Ma così non è stato. Molti tirocini sono stati accantonati, non solo nell’ambito dell’archeologia, a causa dell’emergenza sanitaria dando, giustamente, priorità allo svolgimento dei tirocini per le aree mediche. Ciò che però dev’essere sottolineato è l’importanza fondamentale che il tirocinio, l’esperienza diretta sul campo, riveste per noi del settore archeologico. Durante la quarantena, inoltre, la mia speranza era quella di poter riprendere gli scavi in estate. Quando ho capito che non sarebbe stato possibile, la reazione non è stata sicuramente delle migliori”.
Uno stato di sconforto, dunque, quello che emerge con chiarezza dalle parole di Clelia Marchese, laureata in Archeologia all’Università di Messina e studentessa di Archeologia all’Università di Milano. La speranza di tornare alla normalità, però, non ricade solo ed esclusivamente sull’aspetto pratico degli scavi didattici. Le attività di tirocinio sul campo tengono viva una passione personale non indifferente, passione che nell’ultimo anno ha trovato appagamento solo per pochi fortunati.
Scavi di emergenza
L’unico settore, per quanto riguarda l’Archeologia e i Beni Culturali, a subire meno variazioni è quello degli scavi di emergenza. Al contrario si è notata una maggiore attenzione alla salvaguardia e alla valorizzazione del patrimonio culturale.
Fondi e incognite sul futuro
In che modo ripartirà il settore archeologico e in generale dei Beni Culturali? Ci saranno nuovi fondi e maggiori investimenti?
Le incognite sono ancora molte, non solo in riferimento agli aiuti economici, ma anche e soprattutto per ciò che riguarda l’organizzazione del lavoro sul campo per gli addetti ai lavori di tutte le fasce, studenti compresi.
Maria Carmela D’Angelo, Oriana Crasì e Vera Martinez
Negli ultimi giorni, grazie all’intervento della Guardia Costiera di Napoli, il “Relitto delle Tegole” ha visto finalmente nuova luce. Infatti, le operazioni si sono svolte nell’ambito della vigilanza dei beni archeologici sommersi e della pulizia dei fondali.
Il Relitto è denominato delle tegole per il suo carico difatti, trasportava coppi e tegole di terracotta conservatisi integri fino ad oggi. Probabilmente l’imbarcazione affondò a causa dei marosi delle acque antistanti il litorale di Terracina, dove si trova attualmente.
La nave è romana e si data al I secolo a.C., rappresentando la grande ricchezza del nostro patrimonio culturale anche nelle nostre acque.
Relitto delle Tegole, via Guardia Costiera di Napoli
Le prime segnalazione della presenza del Relitto risalgono ai subacquei degli anni novante e da allora è sotto la tutela della Soprintendenza Archeologica del Lazio e della Guardia Costiera. Infatti, sono stati proprio gli specialisti nell’archeologia subacquea della Guardia Costiera a ricognire ed operare sull’imbarcazione, con sofisticati sistemi di ricerca come il Remotely Operated Vehicle.
L’intera area circostante al relitto è stata ispezionata per la rimozione delle “reti fantasma”, abbandonate e disperse in mare. Queste sono una delle principali cause di inquinamento delle acque e compromissione della fauna marina. Difatti, trattengono al loro interno numerosi rifiuti, soprattutto plastiche che deteriorandosi diventano letali per i nostri mari.
Rimozione delle Reti Fantasma da un’operatore della Guardia Costiera. Via Guardia Costiera di Napoli
Esiste per la tutela dell’ambiente marino un vero e proprio progetto “Reti Fantasma”, diretto dalla Capitaneria di Porto-Guardia Costiera e dalle numerose associazioni ambientaliste.
Inoltre, durante l’attuazione dei lavori per il Relitto delle Tegole, è stato possibile ispezionare il fondo marino dell’area di Terracina per pianificare successive operazioni di ripulitura.
Un importante progetto di Fundraising e Corporate Membershipnasce per potenziare una delle istituzioni cardine dell’economia e della cultura della città di Verona e del suo territorio.
È ormai evidente a tutti che la pandemia da Covid-19 nell’ultimo anno ha inciso profondamente sull’economia, sul clima psicologico e sulle aspettative verso il futuro delle attività artistiche. In tal senso, Fondazione Arena di Verona ha lavorato con determinazione per confermare il suo ruolo di faro della Città e luce di speranza per i suoi concittadini. Nonostante la situazione attuale che coinvolge l’Europa tutta, Fondazione Arena non ha rinunciato alla sua stagione lirica estiva 2021, confermandone per intero le sue date, i suoi titoli e i suoi straordinari cast, seppur presentando diversi ma più tecnologici allestimenti scenografici e disegnando per il Teatro Filarmonico una stagione artistica basata anche su titoli rari, di grande spessore artistico-musicale ed affidati a cast di alto profilo. La Stagione Artistica 2021 è stata seguita in streaming in tutto il mondo con oltre 184.000 views su YouTube (per un totale di quasi 12.000 ore) e quasi 6.000 spettatori collegato sulla nuova webTV inaugurata lo scorso autunno.
#iosonolarena, il motto del fundraising
Nell’ambito della grande campagna di Art Bonus#iosonolarena, ecco dunque l’iniziativa “67 Colonne per l’Arena di Verona“, creata appositamente per rafforzare il rapporto economico tra Fondazione Arena con Verona e il suo territorio, in un appello che si rivolge a privati e aziende, uniti dall’obiettivo comune di sostenere Fondazione Arena in virtù del suo ruolo centrale nella storia, nella cultura e nell’economia del territorio. L’Art Bonus, attraverso la tutela e la valorizzazione del patrimonio storico-culturale e artistico, costituisce una fondamentale chiave di rilancio economico per il territorio veronese; l’obiettivo è incrementare il dato del 2020, pari a € 1.960.700, con un contributo di minimo un milione, per dare quel segnale di ripartenza così fortemente atteso.
“L’Arena è il gioiello della nostra città, il tempio della musica a livello internazionale, il biglietto da visita di Verona nel mondo, e questo è il momento storico per scendere tutti in campo al suo fianco – afferma il Sindaco di Verona Federico Sboarina, Presidente di Fondazione Arena -. Oggi, per la chiamata alle armi di ogni singolo cittadino, ricordo il terremoto del 1117, che ha distrutto l’anello esterno lasciando in piedi solo l’ala che ci caratterizza. Un analogo scossone lo stiamo vivendo adesso, siamo nella fase della ripartenza dalla crisi economica e la nostra Arena deve esserne il simbolo mondiale. Serve un’accelerazione che diamo con il progetto 67 colonne, proprio quelle distrutte dal sisma. Prima ancora che del mondo intero, l’Arena è il patrimonio che ogni veronese orgogliosamente sente suo, perciò abbiamo ideato questa occasione di fundraising aperta a tutti. Grazie a questo meccanismo e all’Art Bonus, tutte le categorie economiche potranno abbracciare e sostenere la più importante realtà culturale scaligera. Senza contare che da qui parte un segnale nazionale e internazionale di ripartenza della cultura e degli spettacoli. È proprio nei grandi momenti di difficoltà che emerge la nostra capacità di fare squadra e di unirci attorno ad un unico grande obiettivo. Serve il contributo, grande o piccolo, di tutti. Insieme possiamo ricostruire virtualmente le 67 colonne esterne dell’Arena, un’operazione che avrà una ricaduta importante per tutto il territorio e per la nostra economia che è pronta per essere rimessa in moto velocemente”.
Load up on guns, bring your friends. It’s fun to lose and to pretend.
Erano gli inizi degli anni ’90 quando queste parole vennero trasmesse per la prima volta nelle radio di tutto il mondo. Parole destinate a diventare l’inno di un’intera generazione. Apatici, cinici e privi di valori: così vennero definiti i giovani di quella “Generazione X” di cui Kurt Cobain divenne il portavoce. Era attraverso le sue canzoni che questo “poeta punk”, “l’angelo maledetto del grunge” raccontava le inquietudini di un’epoca sedotta dall’eroina che aveva dato vita all’antieroe nichilista, sfiduciato, senza più alcun valore in cui credere.
Siamo nel 1989 e quella barriera invalicabile che nel tempo era divenuta il simbolo della divisione tra due mondi viene finalmente abbattuta da gioie e picconate, abbracci e idranti, urla e sorrisi; creando l’illusione che il mondo sia pronto a cambiare, ma lasciando in bocca ai giovani quel senso di “amaro” e di incompletezza, facendoli sentire i veri reietti della società e addossando loro la colpa del declino. Il 5 aprile 1994, il poeta maledetto del grunge muore sparandosi un colpo di fucile alla tempia. Muore il “portavoce” di una generazione, ma, purtroppo, non se ne va con lui il senso di inadeguatezza che continua ancora oggi ad accompagnare gli animi ribelli dei giovani di tutto il mondo.
E adesso vi chiederete, cosa collega il capostipite del grunge al movimento femminista?
Simone de Beauvoir
Fu proprio durante i moti del ’68 che una donna francese, considerata poi la madre del femminismo moderno, si inserì in un contesto di rivoluzioni sociali con il suo “Manifesto delle 343 puttane” (Manifeste des 343 salopes). Questo, firmato da 343 intellettuali, scrittrici e personaggi francesi denunciava la legge antiabortista francese che prevedeva dal 1920 l’esecuzione di chi avesse fatto ricorso o procurato l’aborto. La donna in questione era Simone de Beauvoir e chi adesso ha la possibilità di esprimersi liberamente lo deve anche un po’ a lei, ad una vera e propria “donna di mondo”, alla “filosofa elegante” con il suo immancabile foulard annodato in testa o i suoi capelli impeccabilmente raccolti. L’autrice, all’interno della sua opera pricipale, “Il secondo sesso”, attua una cesura con il primo movimento femminista, ponendosi in un atteggiamento critico. Il suffragio femminile è stato l’obiettivo principale della prima ondata femminista, che vedeva in esso il passo decisivo per la liberazione della donna e per la conquista di tutti gli altri diritti civili, politici e sociali.
Simone però si rese conto che, nonostante le donne avessero ottenuto il diritto di voto, la loro condizione non era di fatto migliorata all’interno della società. La de Beauvoir pensò dunque ad una rifondazione teorica del femminismo per dare dignità alla figura della donna, partendo dalla sua condizione di subordinazione rispetto al sesso maschile, individuandone possibili cause, fino a raggiungere l’emancipazione e la sua piena consapevolezza di sé. Simone de Beauvoir utilizzò una prospettiva filosofica esistenzialista sostenendo che ogni individuo, uomo e donna in quanto cosciente, era sostanzialmente libero. In modo particolare le donne, secondo l’autrice, dovevano cambiare necessariamente il loro modo di vivere diventando esseri per sé.
Fu proprio lei a riprendere le tematiche femministe di orientamento marxista considerate più adatte rispetto alle posizioni più liberali. Si schierò sempre contro il sistema dello stato capitalista, ritenendo che una politica di tipo socialista avrebbe potuto eliminare ogni tipo di sfruttamento. Le donne, lavorando in un contesto paritario, avrebbero potuto finalmente conquistare la loro dignità di essere umano, eliminando così la mediazione dell’uomo con la realtà sociale. L’unica via possibile per l’emancipazione femminile, secondo l’autrice, era quella della “donna indipendente” che era costituita da due momenti fondamentali: la presa di consapevolezza della propria condizione e la partecipazione ad un movimento collettivo. Le donne devono unirsi tra loro e anche con gli uomini per combattere tutti assieme contro le disuguaglianze affinché tutti gli individui possano avere pari diritti, dignità e opportunità sociali, politiche ed economiche.
Kurt Cobain ebbe un occhio di riguardo per il mondo femminile, e dopo aver letto “Provocations: Collected Essays on Art, Feminism, Politics, Sex, and Education” di Camille Paglia, sociologa femminista statunitense, espresse un suo pensiero a riguardo:
“…era una femminista militante con delle idee incredibili. Tutti l’hanno definita pazza perché le sue
idee sono piuttosto violente. Il suo libro dice praticamente che le donne dovrebbero governare la terra, e sono
d’accordo.”
Camille Paglia, la “femminista dissidente”
Ma questa non fu l’unica volta che Cobain prese le difese del movimento femminista. Durante un concerto a Buenos Aires rispose in maniera esemplare ad un pubblico sessista, che insultò pesantemente la band di supporto, tutta al femminile, dei Nirvana. Ma lo stesso poeta del grunge fu per Camille, definita la “femminista dissidente”, una delle fonti d’ispirazione principali, insieme alla filosofa Simone de Beauvoir, di cui abbiamo già parlato in precedenza, e al fondatore della psicoanalisi, Sigmund Freud. La sociologa statunitense in più interviste espresse la sua opinione nei confronti della sua generazione, cresciuta proprio in quei rivoluzionari anni ’60. La sua generazione ereditò il fascino per il buddismo dai poeti della beat generation e dagli artisti degli anni Cinquanta, ma fu l’induismo, con la sua teatralità, la sensualità, il senso della commedia e la legge del karma a conquistarla definitivamente. I giovani di quella generazione erano affascinati da tutti i rituali, anche se, sfortunatamente, troppi di loro usavano droghe psichedeliche e funghetti allucinogeni per sostenere la loro ricerca spirituale; diversamente da loro, Camille seppe prendere, in qualche modo, le distanze da questo “suicidio” della società. Lei stessa ama tutt’ora definire la sua corrente “critica psichedelica” perché, pur non avendo mai provato LSD, fu comunque profondamente influenzata dal rock psichedelico di quegli anni e dalle sue distorsioni mistiche.
Il corpo come mezzo di emancipazione
Anche il mondo dell’arte è stato sempre ostile con l’universo femminile. Lo slogan Do women have to be naked to get into the Met. Museum? diventa il cavallo di battaglia per una generazione di artiste che rivendicano il ruolo femminile nella storia dell’arte. A partire dagli anni Settanta, un gruppo di artiste decide di usare il corpo come campo di battaglia per contrastare le differenze dei generi. Impossibile non citare la madre della body art, una delle artiste più celebri dell’arte contemporanea, stiamo parlando di Marina Abramovic. Le dinamiche da lei messa in evidenza, basti pensare alle indagini sulla dinamica dei rapporti realizzata con Ulay e l’emblematica “Rhytm 0”, svolta a Napoli nel 1974.
La donna si propone vittima sacrificale immobile (chiara allusione ai ruoli tradizionali della donna) che, diventa ben presto vittima innocente di barbarie: dal taglio dei vestiti fino alla messa in mano di una pistola carica. Dopo sei lunghe estenuanti ore di performance, l’artista torna ad essere persona e non più oggetto, di fronte allo scontro così diretto della realtà, la folla incapace del confronto, si dilegua velocemente. Quindi, in quel presente che è tutt’oggi, dove l’incontro tra sé e l’altro sembra intriso di un profondo romanticismo e al tempo stesso di grande violenza. Abramovic mostra nella sua performance l’offerta e il sacrificio del corpo femminile, aiutandoci a ripensare ad un’ideologia del visibile e ad una politica degli sguardi che riguarda la differenza sessuale nel momento in cui qualsiasi meccanismo del guardare e dell’essere guardata contiene il tentativo di stabilizzare le differenze e reprimere il sessuale. Sarebbero tante le donne da citare, artiste che sono arrivate a dare la propria vita per difendere la dignità della donna, di ogni donna, ma, prima di concludere, vogliamo brevemente presentarvi un’altra figura, Hanna Wilke.
Quando Marina Abramovic lasciò che la gente usasse il suo corpo
La Wilke, ha usato il suo stesso corpo come mezzo di emancipazione, cercando un senso di erotismo svincolato dallo stesso sguardo maschile. Accusata dalle stesse femministe di narcisismo ed esibizionismo, Hanna Wilke, non fece altro che universalizzare la questione femminile utilizzando la propria persona. In questo senso, una delle sue performance più emblematiche fu la “S.O.S. Starification Object Series: An Adult Game of Mastication”, dove la donna si fa fotografare in pose da pin up con appiccicate sul corpo le gomme masticate dagli spettatori alla performance. Neanche nella malattia smise di lottare, citando la sua opera “Intra-venus”, che risulta essere la tragica cronaca del suo stravolgimento fisico dovuto al linfoma che la condurrà alla morte.
Per concludere, condividiamo con voi una frase di un uomo che ha fatto della rivoluzione la sua vita, Che Guevara:
Siate sempre capaci di sentire nel più profondo di voi stessi ogni ingiustizia commessa contro chiunque in qualsiasi parte del mondo: è la qualità più bella di un rivoluzionario.
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