Autore: Maria Rosaria Ariano

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NEWS | L’Indiana Jones del Mare alla Soprintendenza Nazionale

La settimana scorsa si è appena concluso l’iter per la nomina della prima Soprintendente del Mare, Barbara Davidde. La figura rientra nel Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri relativo alla nuova riorganizzazione del MiBACT [DPCM 2 dicembre 2019, n. 169]; tra le novità rientrava la creazione della Soprintendenza Nazionale per il Patrimonio Subacqueo con sede a Taranto.

Barbara Davidde, una vita per il Mare

Mare

La stimata archeologa Barbara Davidde ha raggiunto il vertice nel settore dell’Archeologia subacquea mediterranea dopo una lunga e brillante carriera. Davidde è direttrice del Nucleo Interventi per l’Archeologia Subacquea dell’Istituto Centrale per il Restauro, funzionaria archeologa presso l’Istituto Centrale per l’Archeologia; inoltre, è membro dello STAB, il comitato tecnico scientifico dell’UNESCO per la Convenzione del 2001 sulla Protezione del Patrimonio Culturale Subacqueo, nonché docente di Archeologia Subacquea presso l’Università di Roma Tre.

Ha coordinato tanti progetti volti al recupero, alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio sommerso. Uno degli ultimi che l’ha vista protagonista è il Progetto MUSAS nel Parco sommerso di Baia (NA): progetto che ha reso possibile la creazione di un Museo virtuale per l’Archeologia Subacquea, in continuo aggiornamento da nuove ricerche e scoperte.

Il suo compito non è e non sarà facile: bisogna costruire da zero una struttura ministeriale in grado di vigilare su un grande patrimonio delicato, nascosto e complesso. Per questo motivo sono stati dislocati degli uffici periferici, per il momento solo per il Tirreno e l’Adriatico, a Napoli e Venezia. L’archeologa, grazie alla sua grande esperienza, riuscirà sicuramente ad onorare questo grande compito!

 

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NEWS | Carta di Catania, chiarezza sul decreto rivoluzionario

Lunedì 21 dicembre 2020, alle ore 15:30, l’Università di Catania curerà un seminario in merito al nuovo decreto. “La Carta di Catania. Nuove prospettive per la fruizione dei Beni Culturali” si svolgerà online sulla piattaforma Microsoft Teams; il codice di accesso è 4pjyra9.

Carta di Catania

Carta di Catania o carta straccia?

La Carta di Catania è un provvedimento che concede il prestito a pagamento dei beni nei depositi dei musei dell’isola; gli inventari saranno compilati non solo da esperti catalogatori, ma anche da studenti universitari e volontari. Il decreto è stato voluto dall’assessore ai Beni Culturali e all’Identità Siciliana, Alberto Samonà, e dalla Soprintendente di Catania, Rosalba Panvini, che interverrà durante il seminario. 

I Beni a cui si fa riferimento nella Carta sono quelli confiscati, quelli donati o consegnati spontaneamente, quelli di più vecchia acquisizione e, in generale, quelli deprivati di ogni riferimento al loro contesto di appartenenza. Nonostante questa precisazione fondamentale da parte dei firmatari, molte sono state le critiche dei giorni successivi all’emanazione; i deputati del Movimento 5 Stelle hanno richiesto il ritiro immediato del decreto al governatore Musumeci:

“Il decreto dell’assessore Samonà merita di diventare carta straccia e di farlo in tempi brevissimi. Le opere d’arte rischiano la distruzione, altro che valorizzazione. Si tratta di un attentato ai beni culturali appartenenti alla regione Siciliana. Nessuno – concludono i deputati – è contrario alla valorizzazione dei depositi, che possono e devono essere valorizzati anche senza fare uscire le opere. Sarebbe utile far sì che venga finalmente catalogato tutto e che le opere culturali vengano valorizzate non dandole in affitto a terzi, ma rimpolpando le mostre e gli spazi espositivi esistenti ed eventualmente investendo nella realizzazione e nel recupero di nuovi spazi”.

Il seminario, condotto dagli artefici e da altri studiosi molto competenti in materia, non potrà far altro che chiarezza sulla situazione.

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NEWS | Archeoastronomia, il Convegno sul cielo dei primi uomini

Oggi, 18 dicembre 2020, si svolge il Convegno internazionale di Archeoastronomia in Sardegna, arrivato ormai alla nona edizione; il Convegno dal titolo “La misura del tempo” si tiene ogni anno nel mese di dicembre a Sassari. Astronomia e Archeologia si incontrano nello studio dei monumenti più famosi dell’Isola, per risalire alla conoscenza e all’osservazione del mondo così come lo vedevano gli antichi.

Il Convegno di Archeoastronomia è in streaming a partire dalle ore 9 su Facebook; ed è accompagnato dal corollario “Divulgare la scienza”, un focus sulle corrette modalità di comunicazione in ambito scientifico, quest’anno indirizzato alle tematiche archeologiche.

Cos’è l’Archeoastronomia? 

Pietre ben allineate o disposte secondo forme geometriche ben definite hanno da sempre suscitato interesse nel mondo dell’Archeologia. Dagli anni ’50 del secolo scorso diverse strutture sono state lette in virtù del rapporto tra la loro costruzione e gli astri. Ma l’osservazione del cielo non poteva riguardare soltanto il campo dell’edilizia: tutte le teorie astronomiche degli antichi dovevano riflettersi inevitabilmente sulla società. Lo sguardo al cielo curioso dei primi uomini era sicuramente anche timoroso: approfondendo le ricerche ci si accorge che la sopravvivenza stessa di una comunità protostorica poteva essere strettamente legata alla conoscenza che gli antichi sacerdoti avevano del cielo e dei suoi elementi. In proseguo di tempo persino le più interessanti mitologie del mondo greco e romano sono state incastonate per sempre nel firmamento.

Oggi, numerosi siti, avendo chiara la loro posizione nel pensiero astronomico degli antichi, puntano dunque su questi aspetti. Le visite di alcune aree archeologiche sono aumentate negli ultimi anni facendo leva proprio sulla curiosità e sulla voglia di saperne di più del pubblico.

Cosa prevede il Convegno

In mattinata

Ad aprire il Convegno di Archeoastronomia sarà Elio Antonello dell’Osservatorio Astronomico di Brera – Inaf, con un intervento sul “Legame tra Astronomia e Geologia”. Tra gli interventi della mattinata seguiranno Paolo Colona dell’Accademia delle stelle di Roma, che esporrà la relazione dal titolo “The astronomical content of the Myth of Phaethon”. Dall’INAF di Roma, Giangiacomo Gandolfi presenterà “Thema Mundi: Breve Storia dell’Oroscopo del Mondo”; Alberto Cora dell’Inaf Torino argomenterà sui “Calendari paleolitici e la venere di Laussel: in memoria di Alexander Marshack”. Nicoletta Lanciano della Sapienza di Roma esporrà “L’orologio solare catottrico del Convento di Trinità dei Monti a Roma”. Isabella Leone e Nicolás Balbi della Siac – Sociedad Interamericana de Astronomía en la Cultura, daranno un contributo sul “Cromlech di Mezora: un aggiornamento archeoastronomico nel tentativo di identificare un culto solare”.

Dei “Menhir di Cerami (Enna)” parleranno Ferdinando Maurici, Alfio Bonanno dell’INAF di Catania, Nicola Bruno, Andrea Polcaro dell’Università di Perugia e Alberto Scuderi dei Gruppi Archeologici d’Italia. Polcaro esporrà “Il giorno più lungo e il dio morente: Baal e il Solstizio d’Estate nel pantheon levantino dell’Età del Bronzo”. Dunque l’archeologa Marina De Franceschini e Giuseppe Veneziano dell’Osservatorio astronomico di Genova illustreranno “La Grotta di Tiberio a Sperlonga ed il suo orientamento astronomico”. Flavio Carnevale e Marzia Monaco della Sapienza concluderanno quindi la sessione con “Misurare dal cielo: una proposta metodologica per il calcolo degli errori associati ai rilevamenti da immagini satellitari”. Si prosegue con il dibattito.

Nel pomeriggio

ArcheoastronomiaSi riprende alle 15:30 con l’intervento di Gianfranca Salis della SABAP di Cagliari, Oristano e Sud Sardegna, che presenta “Comunicare il sacro. Riflessioni sul culto in età nuragica”. Subito dopo Simonetta Castia e Michele Forteleoni di Aristeo e SAT presentano “Orientamenti archeoastronomici nel complesso archeologico di età nuragica di Serra Orrios (Dorgali)”. L. Doro, M. Forteleoni, G. Gasperetti, P.L. Tomassetti per la SABAP di Sassari e Nuoro, Aristeo e SAT, proporranno alcune “Riflessioni preliminari sugli orientamenti astronomici presenti nel nuraghe Palmavera di Alghero alla luce delle nuove scoperte architettoniche”. Quindi Michele Forteleoni e l’archeologa Paola Basoli esporranno gli “Allineamenti astronomici nell’area cultuale di Sos Nurattolos (Alà dei Sardi)”.

Alle 17 prende quindi il via il focus “Divulgare la scienza”, con il soprintendente Bruno Billeci della SAPAB di Sassari e Nuoro e Maria Dessì del Dadu che interverranno con una trattazione sulla “Diagnostica strumentale per la conoscenza e la conservazione dell’architettura medievale nel mediterraneo”. Nadia Canu e Giuseppe Melosu della SABAP di Sassari e Nuoro esporranno la relazione “Comunicare i Beni Culturali in tempo di Covid: le iniziative della Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per le province di Sassari e Nuoro”. L’ultimo intervento di Stefania Bagella del Muniss presenterà “Modi e mode nella comunicazione della Sardegna nuragica”.

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NEWS | Baia (NA), nuova scoperta nell’Atlantide romana

Nonostante la chiusura, imposta nel rispetto delle norme anti-Covid, il Parco archeologico dei Campi Flegrei non si ferma. I lavori di progettazione nel Parco sommerso di Baia (NA) continuano per la stagione 2021 con tre nuovi ambienti appena scoperti.

Altre terme a Baia?

I tre nuovi ambienti sono stati individuati a sud di Punta dell’Epitaffio, nei pressi della cosiddetta via Piccola, poco lontano dal noto ninfeo di Claudio. L’indagine è partita da una pavimentazione in marmo già nota e ha rivelato le tre strutture sul tracciato stradale che proseguiva verso il lacus baianus.

Baia
Il corridoio di accesso dalla strada e la stanza absidata, collegate da un accesso in cui si è riconosciuto il foro per il cardine della porta.

Si pensa si tratti di un altro stabilimento termale di cui Baia, in età romana, era costellata; è stato riconosciuto il corridoio di accesso, una stanza absidata e una grande vasca. Inoltre, tutte le lastre di marmo utilizzate provenivano da altri edifici: il materiale di reimpiego era molto diffuso, perché gli effetti dei bradisismi si facevano sentire; alcuni elementi erano parte di un rivestimento parietale, come si può notare dalle modanature ancora ben conservate. Il pavimento originale della stanza era, quindi, almeno 50 cm più in basso di quello visibile attualmente. 

Il nuovo percorso di visita che ingloberà quest’area sarà fruibile dal 2021, aspettiamo presto altri aggiornamenti!

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NEWS | Pompei arcaica, cosa hanno detto le grandi voci dell’Archeologia

Come annunciato, ieri, 10 dicembre 2020, si è svolto l’Approfondimento dell’Accademia Nazionale dei Lincei su Pompei arcaica. Grandi voci dell’Archeologia si sono alternate ai microfoni: ha introdotto il professor Roberto Antonelli, vicepresidente dell’Accademia; a seguire gli interventi del professore Fausto Zevi, di Massimo Osanna, direttore generale dei musei MiBACT, e del professore Carlo Rescigno. L’intervento finale è stato curato dal professore Carmine Ampolo e al professore Pier Giovanni Guzzo sono state affidate le conclusioni.

Sul Sarno le origini della città immortale

Pompei
I resti dell’abitato di Longola di Poggiomarino (NA)

Il professor Fausto Zevi, emerito di Archeologia e Storia dell’Arte greca e romana alla Sapienza di Roma, ha parlato di un primissimo insediamento sia a livello archeologico che storiografico. Le più antiche evidenze all’ombra del Vesuvio sembrano risalire all’Età del Bronzo: si tratta del sito di Longola di Poggiomarino (NA) che ospitava un abitato di capanne in legno sul Medio Sarno. Le palafitte dovevano estendersi su isolotti ricavati nella laguna del fiume, per un’estensione complessiva di circa sette ettari. L’abitato fu abbandonato entro la prima metà del VI secolo a.C. e mai più ricostruito.

Dal punto di vista storiografico, Pompei non sembra avere una storia prima dei contatti con i Romani. Una delle primissime fonti è Strabone: nell’ottica dei Greci la storia del luogo era stata segnata da due genti, i Tirreni e i Pelasgi

Pompei
Il parco archeo-fluviale di Longola di Poggiomarino (NA)

Valle del Sarno, cos’è accaduto nel territorio tra Pompei e Nocera?

Il professor Zevi conclude il suo intervento parlando del sinecismo della Valle del Sarno. Durante l’età arcaica si assiste, infatti, ad un passaggio repentino, da piccoli villaggi autonomi a veri e propri organismi urbani. Si tratta di trasformazioni ambientali decisive e sicuramente non facili, se non traumatiche. Questo fenomeno ha richiesto un elemento catalizzatore: i Pelasgi “costruttori di mura”, se si segue Strabone; in realtà gli artefici del modello urbano vero e proprio sono stati i Greci, installatisi tra Pithecussa e Cuma da più di un secolo.

Amedeo Maiuri, il grande archeologo di Pompei nel secolo scorso, ha identificato nelle mura due fasi arcaiche: una prima parte in tufo, risalente al 500 a.C., e una parte successiva in calcare secondo il tipo greco. Le mura abbracciavano Pompei in tutta la sua estensione (70 ettari ca.) e conservano tracce dell’organismo proto-urbano, organizzato sull’incrocio di due assi principali: la cosiddetta “città vecchia” di Pompei. Gli scavi non hanno riportato in luce gli elementi sperati, ma la vecchia cinta di mura deve esser comunque data per certa.

Pompei
L’organismo urbano di Pompei nella Valle del Sarno

Dentro i santuari di Pompei

Massimo Osanna ha parlato dei luoghi di culto della Pompei arcaica. I santuari più antichi di Pompei sono extraurbani: Bottaro, Fondo Iozzino e Sant’Abbondio; il tempio urbano di Apollo aveva invece posizione centrale, quello di Ercole (forse anche di Minerva) era prospiciente al mare. I tre santuari extraurbani erano situati attorno alle grandi vie di comunicazione, tutti hanno restituito materiale arcaico e sono rimasti in uso fino all’età romana. 

Pompei
Pompei e i suoi luoghi di culto alla fine del VI sec. a.C. (D’Alessio 2009)

In età arcaica etruschi ed altri popoli partecipavano alle celebrazioni in onore delle divinità. Le iscrizioni sul materiale votivo ricordano i nomi dei dedicanti etruschi che donavano dopo aver banchettato; sono state ritrovate anche iscrizioni capovolte su ciotole e κάνθαροι, coppe per bere. I testi attribuivano, quindi, alla città i suoi abitanti etruschi. Dalle analisi fatte sui vasi potori sono apparse tracce di erbe e spezie, che servivano a correggere il gusto delle bevande, le quali dovevano essere contenute in un’olla d’impasto. I santuari hanno restituito anche molte punte di lancia e uno scudo bronzeo.

Il melting pot architettonico

Osanna continua, dicendo che il santuario urbano di Apollo è stato spiegato come un’insieme di maestranze etrusche e greche. Ma il linguaggio architettonico che si esprime a Pompei è ben lontano dal panorama dell’Etruria propria; quindi, ci si rivolge a maestranze campane, cumane e meridionali che forniscono un ulteriore apporto stilistico. Nella moda decorativa campana l’unico elemento di collegamento con l’Etruria è la base del santuario di Apollo; il legame è confermato da architetture di Cerveteri (RM). Ben presto, però, si formano a Pompei delle maestranze locali di cui si ha prova nel santuario di Atena: un’integrazione necessaria per costruire una dimensione cittadina unitaria.

La città che segue il sole e le stelle

L’intervento di Osanna si conclude con la bellissima immagine del paesaggio di Pompei baciato dal sole. Il panorama di allora era diverso da quello attuale e la flessione di Via di Nola su Via dell’Abbondanza potrebbe ricalcare un’orientamento astronomico: nel solstizio d’estate il sole era un punto di riferimento.

La maggior parte dei diversi orientamenti dei quartieri appaiono già in età arcaica: quelli letti come riadattamenti non sono altro che divergenze presenti fin dal IV sec. a.C. Del disegno arcaico delle insule si hanno testimonianze chiare nei muri perimetrali di Vico degli Scheletri; documentati nella loro arcaicità sono anche il Vico del Fauno e la Via di Mercurio. Sembra, invece, che Via Mediana e Via delle Nozze d’Argento abbiano spezzato l’arcaica disposizione.

Tra mare e terra, il Golfo di Neapolis

Carlo Rescigno, professore di Archeologia classica all’Università della Campania “Luigi Vanvitelli”, ha parlato della geografia del Golfo di Neapolis e degli insediamenti che lo popolavano in età arcaica. Due insiemi di dati aiutano nella lettura: gli insediamenti della penisola sorrentina nel VI e nel V secolo a.C. ed il quadro linguistico della regione. 

Ceramica attica a figure rosse dal Golfo di Neapolis

Pompei, come anche Stabiae, si affaccia sul mare e fa da raccordo tra le vie interne, ritualizzate da luoghi di culto, e la costa. Gli insediamenti tra Stabiae e Sorrento mantengono una posizione a strapiombo sul mare, in una zona che ha restituito materiali arcaici in almeno 600 m in lunghezza lineare. Arroccato su un promontorio è, invece, Vico Equense: evidenze romane nella distribuzione della necropoli permettono di identificare un insediamento che non raggiunge i 300 metri in lunghezza; ciò che lo caratterizza è la sua continuità nel corso del V sec. a.C., attestata dalla ceramica attica. Poco si può dire per Piano di Sorrento. Più informati si è per Sorrento, che conosce un passaggio ad abitato concentrato nel corso della seconda metà del VII sec. a.C. e uno sforzo di monumentalizzazione nel VI sec. a.C.; ne provengono anche ceramiche attiche a figure rosse.

Cuma, 474 a.C. e il silenzio pompeiano

Alla sconfitta etrusca nelle acque di Cuma nel 474 a.C. corrisponde il silenzio di Pompei nel corso del V secolo a.C., almeno così lo leggeva Maiuri. Ciò testimonia l’aderenza di Pompei al blocco anti-greco, insieme a Stabiae. Il record epigrafico ha confermato un’assidua presenza etrusca sul Golfo di Neapolis: dalle necropoli provengono iscrizioni in greco calcidese, etrusco ed italico. Pare che si assista anche alla nascita dell’alfabeto nucerino, diffuso soprattutto a Vico Equense: si chiama così perché la prima attestazione si ha in una necropoli nei pressi di Nuceria Alfaterna (SA).

Sulla base della cultura materiale bisogna immaginare, quindi, tante mutevoli alleanze politiche: si tratta del lavorio diplomatico di genti che non volevano far altro che garantire pace e serenità alle loro vite e ai commerci del Golfo. Internazionale controllore del delicato equilibrio è il santuario di Atena, ma con la battaglia di Cuma tutto affronta un’incredibile rottura.

Fondo Iozzino, il container epigrafico del Latium vetus 

Carmine Ampolo, professore di Storia greca della Scuola Normale Superiore di Pisa, ha parlato dello straordinario complesso di 70 graffiti su ceramica dal santuario Fondo Iozzino. Le iscrizioni offrono un’ottima statistica delle offerte fatte al santuario extraurbano: si tratta addirittura del più grande insieme di iscrizioni etrusche dal Latium vetus. Il caveat è offerto dalle pendici del Palatino (RM) da cui provenivano prima soltanto iscrizioni latine e poi etrusche. Un cambiamento radicale ci fu anche nei luoghi di culto: erano frequentati sia da comunità latinofone che etruscofone. 

Fibula Prenestina (630-20 a.C. ca.) – CIL, XIV 4123, 1 = I2 3 = ILLRP 1

Ampolo ha analizzato singoli casi. Io sono la coppa di Manile. Nessuno mi trafuga (Osanna 2017). Una forma simile a Manile, Manios, appare sulla Fibula Prenestina (630-20 a.C. ca.), è un nominativo singolare maschile con tema in -o, la quale non si è ancora oscurata in -u (più tardi diventerà Manius). Avranno così origine i due gentilizi latini Manilius e Manlius: il primo può esser riferito ad un console nel 480 a.C. ed il secondo ad un tribunus militum del 449 a.C. I Manili diventeranno importanti dal II secolo a.C., ma non è detto che sia la stessa gens: si può dire soltanto che si tratta di un nome etrusco a base latina.

Un altro caso, analizzato dal professor Ampolo, riguarda la corrispondenza tra nomi etruschi e greci. Il prenome Lephae è attestato in età arcaica anche come Lephaiae: l’epigrafista Ben Jonson sostiene che si tratti dello stesso che circolava sia in Etruria che nel mondo greco, in luoghi vicini a porti. Forse si tratta soltanto di genti penetrate nel contesto tirrenico, ma la somiglianza e la convergenza nello stesso periodo vanno tenute in considerazione.

Continuità o iato nella storia di Pompei?

Ha concluso la conferenza il professor Pier Giovanni Guzzo. Si attendono nuove scoperte in maniera tale da riconfrontare ed aggiornare le ricerche che sono state presentate in questo Approfondimento al fine di creare un nuovo campo di lavoro.

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NEWS | Pompei arcaica, l’Accademia dei Lincei lancia l’Approfondimento

Introdotti dal Presidente della Classe di Scienze Morali e Filosofiche, Roberto Antonelli, Carmine Ampolo, Pier Giovanni Guzzo, Massimo Osanna e Carlo Rescigno terranno una conferenza su Pompei arcaica. Si tratta di uno degli “Approfondimenti” dell’Accademia Nazionale dei Lincei, una tra le più famose biblioteche storiche di Roma.

L’Approfondimento si terrà domani, 10 dicembre 2020, in videoconferenza sulla piattaforma Zoom; per partecipare bisogna inviare una richiesta a questa mail: virginia.lapenta@lincei.it. Online il programma.

Pompei arcaica, la città racconta la sua nascita

PompeiLa nascita di Pompei è, fin dall’Ottocento, uno dei temi di ordine storico-archeologico più dibattuti. Inizialmente fu indagata dagli antiquari, soltanto nel secolo scorso le indagini sistematiche hanno preso il posto della mera curiosità dei cercatori di tesori. Il centro campano è sorto tra colonie greche ed insediamenti etruschi, ma il sottosuolo ha tanto ancora da raccontare.

A tal proposito le nuove ricerche hanno fornito importanti aggiornamenti rispetto a quanto già noto riguardo la Pompei arcaica: l’Approfondimento partirà dai tre santuari esterni alle mura (S. Abbondio, Fondo Iozzino e Bottaro) e dai luoghi di culto interni, per poi analizzare gli abitati alla luce del grande record epigrafico che le antiche pareti hanno conservato. Le iscrizioni hanno da sempre dato voce alla città, ai suoi vicoli, alle sue mura; è possibile leggere parole mai morte, eternate nella memoria delle genti di oggi e di secoli fa. 

Cosa sono gli Approfondimenti

Si tratta di esposizioni relative ad attività di ricerca curate dai soci dell’Accademia dei Lincei. Sia Lincei che studiosi esterni tengono a consolidare e divulgare le conoscenze con trattazioni sempre rigorose e puntuali: è sempre stato questo lo spirito dell’Accademia fin dalla sua prima fondazione. Con orgoglio Einaudi ricordava la sua appartenenza ai Lincei:

«Un’aristocrazia di uguali che conservano, col crescere degli anni, quella particolare forma di curiosità, che si dice “scientifica”, e che si compone della consapevolezza di non sapere nulla o di ansia di continuare ad apprendere»

Questo è lo scopo degli Approfondimenti come quello in programma.

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NEWS | Un cannone e un’anfora dal mare di Sicilia

Il weekend della settimana appena scorsa ha regalato ben due reperti e grandi emozioni: un cannone del XVI secolo è riemerso a Maddalusa (AG) e una piccola anfora dal mare di Carini (PA). La Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana, che ultimamente è sempre in azione, si è occupata del recupero di entrambi in seguito alle segnalazioni.

Il cannone di Maddalusa (AG)

Il sub Gianluca Lopez ha segnalato il reperto alla Capitaneria di Porto di Porto Empedocle (AG); la Soprintendenza ha quindi avviato delle perlustrazioni nelle acque dal 24 al 26 novembre 2020. Il cannone giaceva a una profondità di ben 7 metri e a 300 metri dalla costa; la Soprintendenza e il R.O.A.N. della Guardia di Finanza di Palermo lo hanno recuperato e portato a galla con dei palloni.

Il sito di Maddalusa (AG) era già noto per aver restituito un altro cannone del tardo XVI secolo nel 2007. I due cannoni sembrano simili: forse quello specchio di mare aveva visto il naufragio di una nave che traportava artiglieria. Il reperto verrà restaurato nel laboratorio del Parco archeologico della Valle dei Templi.

“Mentre il mondo della Cultura subisce le conseguenze delle restrizioni dovute all’emergenza Covid, il mare siciliano continua a ricordarci l’etica della ricerca e della memoria. Viviamo in un’Isola ricca di preziose testimonianze che a mare, come in terraferma, ci ricordano che la Sicilia sin dai tempi più lontani è stata crocevia di rotte culturali e commerciali, rendendo la nostra Isola un unicum a livello mondiale.” – commenta l’assessore Alberto Samonà su Facebook.

All’operazione di recupero ha partecipato anche Mauro Sinopoli, ricercatore biologo ed ecologo marino della Stazione Zoologica Anton Dohrn di Palermo. Lo studioso sarà in grado di ricostruire il ritmo con cui i reperti sono stati coperti e riemersi, attraverso lo studio degli organismi e dai carotaggi fatti in situ.  

L’anfora di Carini (PA)

L’ultimo intervento della Soprintendenza è avvenuto a Carini (PA) in seguito alla segnalazione del sub Francesco Conigliaro che ha rinvenuto vari cocci fittili e una piccola anfora. Il responsabile del nucleo subacqueo della Soprintendenza, Stefano Vinciguerra, si è occupato del sopralluogo delle acque e ha recuperato un’anfora di 15 cm a 2 metri di profondità.

L’Archeologia subacquea sta dando un grande contributo in un momento difficile per la Ricerca. L’attività della Soprintendenza del Mare della Sicilia è in incremento: è un trampolino di rilancio prezioso per la storia e l’archeologia della Regione. Ci auguriamo di leggere altre notizie come questa!

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NEWS | 300 mila euro per Eraclea Minoa (AG)

Eraclea Minoa (AG) potrà godere di un restyling quasi totale grazie al cospicuo fondo arrivato dalla Regione Siciliana. Si tratta di ben 300 mila euro da stanziare per progetti immediati che serviranno a migliorare la fruizione della bellissima area archeologica. Eraclea Minoa fa parte dei 40 siti gestiti dal Parco archeologico della Valle dei Templi (AG) che ultimamente ha dato grandi soddisfazioni!

Alcuni progetti sarebbero dovuti partire nel febbraio scorso, ma il lockdown ha ritardato i piani. Più forti di prima avanzano le idee riguardo la sostituzione e la messa in sicurezza di alcuni pannelli di copertura (8.763 euro); il Parco è, poi, impegnato con CoopCulture per la realizzazione dei nuovi bagni, il rifacimento delle biglietterie e degli infodesk, che verranno forniti di un bookshop e di una caffetteria con area ristoro (impegnati 170mila euro). Importantissimo mettere l’area sotto video sorveglianza (35 mila euro): Eraclea Minoa, purtroppo, è ancora oggi oggetto di diversi scavi clandestini!

Il belvedere sul Mediterraneo

Eraclea Minoa (AG) gode di una posizione magnifica, affacciata sulla marna bianca che guarda il Mediterraneo. Un altro progetto comprende l’allestimento di un percorso che condurrà a un nuovo belvedere, da cui godere del panorama e raggiungere la spiaggia sottostante. Il belvedere dovrebbe interessare tutta la zona di Capo Bianco, un grande sperone di roccia bianca che si getta nel Mediterraneo; la città antica si adagiava sul bianco promontorio, alla cui sinistra ancora scorre il fiume Platani, anticamente chiamato Alico (Αλυκός Πλατάνι).

Minoa e il suo teatro

L’antica Eraclea Minoa (Ἡράκλεια Μινῴα) fu una colonia greca della Sicilia sud-occidentale, chiamata anticamente Minoa. Erodoto racconta che fu fondata dagli abitanti della vicina Selinunte (Σελινοῦς), polis nell’odierna provincia di Trapani che costituisce il Parco Archeologico più grande d’Europa. L’antica città aveva un’imponente cinta muraria di circa 6 chilometri che abbracciava l’intero altopiano; l’abitato ha attraversato due fasi di costruzione: in età ellenistica e in età romano-repubblicana. All’interno del reticolo dell’abitato era perfettamente inserito un teatro, sistemato nella cavità di una collinetta; la parte corrispondente alla cavea, il κοῖλον in arenaria, è eccezionalmente aperta a Sud per evitare la concentrazione del calore delle estati e delle primavere molto calde. 

Bisogna studiare l’area nei dettagli per lanciare il bando internazionale per il restauro del Teatro, atteso da ormai più di 30 anni.

“Il teatro greco di Eraclea Minoa è in un pessimo stato di conservazione. Ma è soltanto il più evidente tra i problemi che affliggono l’intera area archeologica. Purtroppo, in assenza di un progetto complessivo di musealizzazione e protezione, il teatro è rimasto sotto l’ombrello della copertura di cantiere che doveva essere un intervento-tampone per avviare i lavori e invece è ancora lì dopo 30 anni” – commenta direttore del Parco archeologico della Valle dei Templi, Roberto Sciarratta.

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NEWS | Gravina (BA), Silbion sulle rotte dell’antica Grecia

La Soprintendenza di Bari ha promosso nuovi scavi archeologici sulla collina di Botromagno (BA), l’altura che domina il torrente Gravina, sede dell’abitato peuceta dell’antica Silbion.

La campagna di scavo si sta svolgendo in un’area di proprietà comunale che ha già restituito splendidi vasi a figure rosse di produzione attica e italiota. L’interesse per Botromagno (BA) non è mai venuto meno, ora più che mai lo testimoniano le tombe a semicamera del V secolo a.C. rivestite da blocchi e sigillate da lastroni per segnare la presenza di importanti gruppi familiari. Nessuna di queste tombe è stata rinvenuta intatta nell’architettura e nei corredi: troppe sono state le manomissioni nel tempo.

In memoria delle Grandi Panatenee

Le Panatenee (Παναθήναια) erano la massima solennità ateniese, celebrata in onore della dea Atena, che aveva dato il nome ad Atene e la teneva sotto la sua protezione. Avevano un’origine antichissima: si pensava che le avesse istituite il mitico re Erittonio e riguardavano tutti gli Ateniesi. La celebrazione si svolgeva ogni anno nel mese di Hekatombaiòn (luglio-agosto), il primo giorno del calendario attico, e culminavano il 28, giorno della nascita della dea.  Ad un certo punto le celebrazioni assunsero un carattere più solenne: si ebbero così le Grandi Panatenee (Παναθήναια τὰ μεγάλα). Queste ultime duravano almeno quattro giorni e, oltre ad agoni ginnici ed ippici, avevano in programma anche esibizioni musicali e altri sport particolari, come la corsa con le fiaccole (λαμπαδηδρομία).

Le anfore panatenaiche erano premi per i vincitori delle gare. Sul ventre dei vasi appare la figura di Atena armata di elmo, lancia e scudo, che sta tra due colonne sottili e sormontate da un gallo, simbolo di competizione. Dall’anfora panatenaica a figure nere dall’antica Silbion provengono i frammenti della canonica iscrizione τῶν Ἀθήνηθεν ἄθλων (“dalle gare di Atene”; sott. “sono”, col motivo dell’oggetto parlante). Si pensa che la vittoria fosse relativa ad una gara di corsa. Il grande vaso doveva trovarsi all’esterno della tomba e doveva servire come segnacolo del sepolcro dell’atleta vincitore che lo aveva portato in viaggio con sé. 

I frammenti dell’anfora da Silbion che recano l’iscrizione τῶν Ἀθήνηθεν ἄθλων

Il lusso greco di Silbion

Oltre all’anfora panatenaica, sono tornati alla luce altri frammenti di ceramica attica figurata a vernice nera nei corredi; alcuni hanno conservato addirittura le dorature tipiche dei vasi per le libagioni. La presenza del vasellame attico rivela una fitta rete di contatti con la Grecia tra il 450 e il 425 a. C.: tra i prodotti attici importati si ricordano i rytha (ῥυτά), vasi per il consumo del vino a forma di teste d’asino e di leone. Veri e propri prodotti di lusso.

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NEWS | Gela (CL), il mare restituisce altri tesori

Sulla spiaggia di Bulala di Gela (CL) riemergono dei reperti di VI secolo a.C., tra questi una kotyle (dal greco κοτύλη) e uno skyphos (dal greco σκύφος), due coppe di uso potorio. Se ne sono subito occupati gli operatori della Soprintendenza del Mare della Regione Sicilia, diretta da Valeria Li Vigni, che ormai sono di casa nella zona.

“Ancora una volta Gela si conferma come uno scrigno che racconta una parte importante della nostra storia antica. Il ritrovamento, da parte della Soprintendenza del Mare, dimostra l’impegno costante portato avanti dalla Regione Siciliana” – commenta il governatore Nello Musumeci.

I fortunati fondali di Gela (CL)

Stefano Vinciguerra, responsabile del gruppo subacqueo della Soprintendenza del Mare, ha diretto la missione di ricerca. Nei giorni scorsi, date le buone condizioni di visibilità del mare, il Gruppo si era recato nell’area della Bulala di Gela (CL) per la documentazione fotografica e il rilievo tridimensionale di un carro armato sommerso; ma il relitto era ricoperto da un banco di sabbia e ciò ha vanificato l’impresa.

Questo inconveniente ha spostato la ricerca su un’area vicina dove è stata individuata un’ancora in ferro, infissa per metà nel fondale sabbioso. Nei pressi dell’ancora, sono stati rinvenuti la kotyle, integra e con vasca profonda, e lo skyphos, dotato di una vasca bassa: le due coppe sono entrambe acrome, non colorate. È riemersa anche una base quadrata su cui si imposta una piccola colonna a base circolare; lo stato di conservazione al momento non consente di dire altro, tranne che le piccole dimensioni potrebbero riferirsi a una statuetta di bordo, proprietà personale di un membro dell’equipaggio.

“Malgrado le difficoltà oggettive dovute alla scarsa visibilità del mare di Gela, ogni intervento dei subacquei della Soprintendenza del Mare riesce a regalarci emozioni sempre nuove. Grazie alla segnalazione del nostro referente, il sub gelese Franco Cassarino, siamo pervenuti in questi giorni al ritrovamento di interessanti reperti che erano nascosti nei fondali. Questo mentre continua il lavoro di ricerca relativamente al relitto Gela 2 con uno scavo sistematico”- ha affermato la Soprintendente del Mare Valeria Li Vigni.

Hanno contribuito al successo l’equipaggio della motovedetta V.805 della Guardia di Finanza di Licata su comando del R.O.A.N. di Palermo e quello della motovedetta della Guardia Costiera di Gela. Prezioso è il ruolo svolto da Gaetano Lino, Salvatore Ferrara e Alessandro Urbano del Gruppo sub Bc Sicilia.