Il 20 gennaio 2021 si terrà un seminario della Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici dell’Università Alma Mater Studiorum di Bologna dal titolo: “Le attività dell’Istituto Centrale per l’Archeologia nel supporto agli scavi e alle ricerche nel territorio nazionale (Archeologia preventiva; Concessioni di scavi e ricerche)“. Nell’ambito del seminario saranno, quindi, affrontati temi legati alla normativa di tutela in materia di concessioni di scavo e archeologia preventiva e saranno illustrate le attività delGeoportale Nazionale per l’Archeologia.
Il seminario, organizzato dunque dai dottorandi dell’ateneo bolognese, si svolgerà onlinedalle ore 10:00 alle 13:00sulla piattaforma Teams a questo link.
Il 18 gennaio 2021, dalle 9:15 alle 12:30, si terrà l’evento di lancio del progettoERC Advanced Grant GreekSchools. Si tratta di un progetto interdisciplinare per l’edizione e l’analisi con tecniche avanzate dei papiri di Ercolano. Questi papiri contengono la più antica storia della filosofia greca in nostro possesso: uno studio epigrafico che non può passare inosservato!
La più antica storia della filosofia greca è custodita in papiri carbonizzati
La conoscenza che si ha oggi delle scuole filosofiche greche è in gran parte basata sulleVite dei filosofi di Diogene Laerzio (III secolo d.C.). Quest’opera attinge dalla Rassegna dei filosofi del filosofo epicureo Filodemo di Gadara (110 – post 40 a.C.): è un trattato, trasmesso dai papiri carbonizzati di Ercolano. Dagli scritti di Filodemo di Gadara è, infatti, possibile ricavare un resoconto attendibile della storia delle scuole filosofiche greche. Tuttavia, i manoscritti originali, sopravvissuti grazie all’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. e conservati a Napoli presso l’Officina dei Papiri Ercolanesi della Biblioteca Nazionale ‘Vittorio Emanuele III’, sono di difficile lettura e le edizioni attualmente disponibili delle opere in essi contenute sono ampiamente superate.
Papiri carbonizzati (@ MiBACT- Biblioteca Nazionale di Napoli/CNR ISPC)
Il Vulcano più alto d’Europa in eruzione è stato il protagonista indiscusso del lockdown natalizio. La sua potenza e la sua bellezza, però, non passano inosservate anche se in stato di quiete: lo dimostra il reportage della fotografa Giulia De Marchi. Il progetto della giovane trentenne esplora l’Etna in ogni suo piccolo scorcio e in tutti i suoi grandi panorami; le fotografie, digitali e analogiche, pongono tutto in risalto: dai sentieri più corti all’orizzonte più lontana.
La serie dal titolo “Vulcano” è stata pubblicata in diverse riviste di fotografia come another place e Fotoform Magazine.
Umani, sagome sulla nera terra rovente
Gli scatti in bianco e nero esaltano ancora di più la nera sabbia vulcanica che copre le depressioni della grande “Muntagna”. C’è quiete tutt’intorno, poche le figure umane che si intravedono. Non sono il soggetto delle fotografie e non pretendono di esserlo, ma solo “sagome“, “figure che gironzolano“, così le descrive la giovane fotografa. Come se fossero immersi nelle solite discussioni quotidiane ammirando il panorama: come sarà il tempo domani, cosa si mangerà a cena. Quasi quasi chi ammira le foto riesce a sentirli.
Le “sagome” umane
Il Vulcano tra le righe di Patrick Brydone
La fotografa ha ispirato il reportage ad alcune righe di A Tour Through Sicily and Malta: In a Series of Letters to William Beckforddel viaggiatore scozzese Patrick Brydone.
Ci sono dei luoghi che senza dubbio si possono dire di più incantevoli della terra; se l’Etna di dentro somiglia all’inferno, si può dire a ragione che di fuori somigli al paradiso. È curioso pensare che questo monte riunisce in sé tutte le bellezze e tutti gli orrori. Qui si può osservare una voragine che un tempo ha eruttato torrenti di fuoco verdeggiare ora delle piante più belle. Si possono cogliere i frutti più squisiti nati su quella che fino a poco fa non era che roccia arida e nera. Qui il suolo è ricoperto di tutti i fiori immaginabili, e noi stessi ci aggiriamo in un mondo di meraviglia e contempliamo questo intrico di dolcezza senza pensare che sotto i nostri piedi c’è l’inferno con tutti i suoi terrori, e che soltanto poche iarde ci separano da laghi di fuoco liquido e di zolfo”.
Da aprile del 2020 il Ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini prometteva un «Netflix della cultura». La conferma ufficiale è arrivata in pieno lockdown e “ItsArt” è il nome della società per azioni costituita a Roma il22 dicembre scorso; dunque, la nuova società è stata subito iscritta al registro delle imprese, il giorno prima di Natale, il 24 dicembre. Il Ministro aveva già dovuto incassare il rifiuto della Rai, ma non è tutto…
Che c’entra Chili con “ItsArt”?
Dopo tale rifiuto, Franceschini si è rivolto a Stefano Parisi, ex direttore generale Confindustria e con diversa esperienza politica – e non d’arte – alle spalle. Parisi è uno dei co-founder di Chili S.p.A., una piattaforma che trasmette film e serie tv on demand; ma, pur essendo attiva da più di 8 anni (inaugurata nel 2012), non è mai riuscita a raggiungere il successo di Netflix. Da qui sorge il primo problema e la relativa discussione: Sony e 20th Century Fox, due colossi della video distribuzione, possiedono delle quote in Chili; così, inevitabilmente, “ItsArt” diventerebbe meno italiana di quello che si vuol far credere.
Per Chili è tutto di guadagnato: il bilancio della pseudo-Netflix è in calo di anno in anno e la prospettiva dei milioni del Recovery Fund stanziati dal MiBACT fanno gola! Alla luce di tutto questo, sorge quindi spontanea la domanda: perché canali e programmi con obiettivi analoghi – come Sky Arte o Arte.Tv – non si sono fatti avanti? La polemica che ha invaso i social da pochi giorni ha invece evidenziato che la Rai è stata esclusa senza ragione e che la “gara” pubblica è forse stata visibile in una brevissima finestra temporale, tra il 3 e 6 agosto 2020. La verità è che non esistono evidenze: non c’è stato alcun bando, alcuna trasparenza, solo l’ufficiale costituzione della società.
Si salverà almeno il CdA?
Svelati i membri del Consiglio di Amministrazione di “ItsArt”: il Presidente è Antonio Garelli, responsabile Cassa Depositi e Prestiti delle aree Finanza e Iniziative Digitali e Sociali. Interessante e necessario, il profilo di Sabrina Fiorino, storica dell’arte del MiBACT, restauratrice, cultural manager e titolare della società “Artis“. Si aggiungono Antonio Caccavale, pubblicitario e media manager per TIM; Ferruccio Ferrara,socio di maggioranza di Chili S.p.A.; Giano Biagini, Direttore Amministrativo e Finanziario anche lui di Chili. Quindi, tirando le somme, Sabrina Fiorino sembra essere l’unico membro del CdA con competenze adeguate nel settore artistico.
Esri (Environmental System Research Institute) è il maggior produttore di sistemi software GIS (Geographic Information System) nel mondo. ArcGIS è, appunto, uno dei sistemi utile all’analisi spaziale, gestione e integrazione di dati GIS. Il programma è utile per creare mappe, condividerle e collaborare; è stato, infatti, da poco protagonista del GIS Day 2020. Esri ha appena lanciato una piattaforma: “Learn ArcGIS” proprio per insegnare ad usare il sistema.
Un qualcosa di unico, veramente innovativo, gratuito e aperto a tutti! Proprio così: tutti possono iniziare ad apprendere secondo un percorso che si snoda in più di una 50ina di lezioni della durata minima di 30 minuti e massima di 2 ore e mezza. Il numero e la durata delle lezioni possono variare a seconda del profilo selezionato. All’inizio è infatti possibile selezionare la figura professionale che più si addice a chi inizia il percorso: nuovo utente, esperto GIS, Data Scientist, studente, insegnante e professore (college level).
I profili selezionabili su “Learn ArcGIS”Interfaccia di “Learn ArcGIS” per il profilo studente
Le lezioni sono consultabili anche per argomento, a seconda delle skills che si desidera apprendere; Mapping, Spatial Analysis & Data Science sono solo alcune tra quelle possibili.
Gli argomenti selezionabiliInterfaccia di “Learn ArcGIS” per Spatial Analysis & Data Science
Gli studiosi interessati possono quindi inviare un abstract dell’intervento, in lingua italiana, inglese o francese, entro il 31 gennaio al seguente indirizzo: convegnofar@gmail.com. I risultati della selezione saranno resi noti entro il 15 febbraio 2021 e agli studiosi sarà chiesto di consegnare i contributi completi entro il 15 giugno 2021. Infine verranno tutti raccolti e pubblicati in un volume a tema.
Abitare a Roma, per un dibattito multidisciplinare
Il Convegno sarà suddiviso in due sessioni complementari: una dedicata all’Architettura a Roma e l’altra all’Architettura del primo Novecento. Per la prima saranno benvenuti temi come: la storia degli scavi della Capitale fra fine Ottocento e inizio Novecento; un focus sulle metodologie della ricerca archeologica e sui suoi fautori, in questo caso, non guasterebbe! Oppure, sempre per la prima sessione, sarebbe interessante uno studio sulla decorazione architettonica nell’edilizia residenziale o sulle tipologie di domus e “caseggiato“. Nella seconda sessione sarebbero graditi interventi sulla formazione accademica degli architetti del primo Novecento, come quelli attivi nella Roma post-unitaria che hanno compreso il suo delicato rapporto con l’antico.
L’auspicio del Convegno è mettere in connessione tematiche che sono spesso viste come afferenti a settori diversi, per far confrontare archeologi, storici e architetti. Un dibattito multidisciplinare potrebbe infatti aiutare a comprendere meglio le scoperte archeologiche stesse e come diverse personalità le hanno recepite nel tempo.
Il docu-film “Il patrimonio sommerso. Un museo sul fondo del mare” fa parte della serie realizzata serie realizzata da Rai Cultura in collaborazione con il MiBACT, il Ministero per i Beni Culturali: “Italia. Viaggio nella bellezza“. Questo appuntamento sarà dunque una delle puntate in cui l’Archeologia e la Storia del nostro Paese si ritrovano a esser le protagoniste. Ci aspetta un viaggio alla scoperta dello straordinario patrimonio sommerso che racconta le avventure degli archeologi subacquei a Baia sommersa, il parco archeologico subacqueo unico al mondo; ma anche alla scoperta della navediAlbenga (SV), la più grande imbarcazione oneraria romana mai rinvenuta nel Mediterraneo su cui il pioniere dell’Archeologia subacquea, Nino Lamboglia, fondò gli studi. Navigando sempre tra le acque liguri, si incontreranno i resti appena scoperti di un relitto moderno, di epoca rinascimentale: si tratta forse della “Santo Spirito“. Immancabile una delle più grandi eredità dell’archeologo Sebastiano Tusa: i rostri delle navi che si scontrarono nella battagliadelleEgadi nel 241 a.C.; non solo i rostri, dal mare siculo arriverà anche il Satiro danzante, uno dei rarissimi bronzi antichi che si sono conservati nel sommerso.
Pompeinon smette di sorprendere nemmeno durante il lockdown natalizio. Infatti, la Regio V ha restituito un Thermopolium in buono stato di conservazione; si tratta di una struttura molto amata dai romani, un luogo di ristoro dove era possibile acquistare cibi pronti per il consumo: dal greco ϑερμός, «caldo» e πωλέω, «vendere».
Il Thermopolium è ubicato di fronte alla “Locanda dei Gladiatori”, quasi all’angolo tra il vicolo dei Balconi e la via della Casa delle Nozze d’Argento. Era già stato individuato nel 2019 nell’ambito del Grande Progetto Pompei; un timido inizio degli scavi aveva riportato in luce il dipinto di parte del bancone a L con una Nereide con cetra che cavalca un ippocampo.
Il bancone a L del Thermopolium con dipinto di Nereide con cetra che cavalca un ippocampo
Cosa bolliva in pentola al momento dell’eruzione?
Dalle parole di Massimo Osanna, Direttore Generale dei Musei MiBACT, il Thermopolium sembra esser proprio una fotografia di quel giorno nefasto del 79 d.C. Il grande bancone a L contiene dei recipienti in terracotta, dolia, ricavati nel suo spessore che contengono interessanti e, all’epoca, prelibati resti di cibo al loro interno.
All’opera è un team interdisciplinare composto da un antropologo fisico, archeologi, un archeobotanico, un archeozoologo, un geologo e un vulcanologo. Alle analisi già effettuate in situ saranno affiancate ulteriori analisi chimiche in laboratorio per comprendere i contenuti dei dolia”, commenta Osanna.
Lo studio dei resti nei dolia incassati nello spessore del bancone
Un grande team multidisciplinare ha permesso di scoprire molto in situ e tanto altro ci riserverà nei prossimi giorni di studio. L’archeozoologa Chiara Corbino ha individuato resti di una pietanza composta da mammiferi, uccelli, pesce e lumache. L’archeobotanica Chiara Comegna è intervenuta invece sul vino: doveva esser corretto con fave, che servivano per sbiancarlo e per correggerne il gusto; era infatti conservato in un dolium che aveva sul fondo una tegola: serviva a separare i legumi dalla bevanda senza contaminarla troppo. L’ambiente circostante al bancone doveva presentarsi così come in un altro dipinto, che ha come protagoniste delle galline appese e un gallo appollaiato vicino: questi e altri animali dovevano esser macellati e le loro carni cucinate e vendute nel locale.
Dipinto dal bancone a L del Thermopolium con galline appese e gallo appollaiato
Accogliente il Thermopolium, non tanto chi ci lavorava
Accanto al dipinto delle galline appese e del gallo appollaiato, protagonista di questa parte del bancone è un cane al guinzaglio. Desta stupore il ritrovamento di resti ossei di un cane a un passo di distanza dal dipinto; l’animale era adulto, ma di taglia piccola: sembra fosse attiva la selezione delle razze per gli animali da compagnia. Sembra quasi un monito alla maniera del Cave canem, ma sulla cornice dello stesso dipinto appare altro, un’iscrizione graffita: Nicia cinede cacator tradotto sulla pagina Facebook del MiBACT con Nicia cacatore, invertito; si tratta di un insulto rivolto al proprietario del locale o a chi ci lavorava, molto probabilmente un liberto. Le iscrizioni graffite erano vere e proprie forme di scrittura estemporanea realizzate attraverso strumenti casuali, anche trovati per strada; Pompei ne è piena: ci mettono a contatto con la vita quotidiana dell’epoca.
Dipinto di cane al guinzaglio e iscrizione graffita sulla cornice
Vite intrappolate nel Thermopolium
La bottega sembra essere stata chiusa in tutta fretta e abbandonata dai proprietari, ma è possibile che qualcuno, forse l’uomo più anziano, sia rimasto al suo interno e sia morto nella prima fase dell’eruzione, schiacciato dal crollo del solaio. Il secondo potrebbe essere invece un ladro o un fuggiasco affamato, entrato per racimolare qualcosa da mangiare e sorpreso dai vapori ardenti con in mano il coperchio della pentola che aveva appena aperto”, commenta Osanna.
Nel Thermopolium sono stati rinvenuti anche dei resti umani relativi a due individui. Uno di loro doveva avere una cinquantina d’anni, stando all’ipotesi dell’antropologa Valeria Amoretti; al momento dell’eruzione si trovava su una branda e pare che sia stato schiacciato dal solaio. Mentre le ossa del presunto fuggiasco sono ancora da indagare.
Non solo le ossa, ma tutto il complesso è ancora da studiare meglio. L’idea è di aprire le visite al Thermpolium nel periodo pasquale, in primavera.
I fondali di Porticello (PA) hanno restituito un’anfora “a siluro”. Si tratta di un’operazione coordinata, ancora una volta, dalla Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana con il gruppo subacqueo di Stefano Vinciguerra; sono però intervenute anche la Capitaneria di Porto di Porticello (PA), la Guardia di Finanza con il maresciallo del Nucleo sommozzatori, Riccardo Nobile.
“La collaborazione dei volontari e lo scrupoloso controllo della SopMare sul patrimonio sommerso hanno permesso di assicurare un prezioso reperto al patrimonio della Regione. L’importante operazione di recupero – dichiara l’assessore Alberto Samonà – è frutto di quella collaborazione costante tra le istituzioni e i cittadini. A tutti loro va il ringraziamento del Governo Regionale per la costante vigilanza e attenzione”.
Il recupero dell’anfora dalle acque di Porticello (PA)
Cos’è un’anfora “a siluro”?
L’anfora recuperata è stata datata alla seconda metà del IV secolo a.C. ed appartiene alla tipologia delle anfore “a siluro”; è stata classificata così per la sua particolare morfologia longilinea. Già a partire dal V secolo a.C. l’arcipelago maltese produceva anfore da trasporto con forme tipiche del repertorio fenicio-punico, quindi, molto probabilmente il nostro è proprio uno di questi casi. Tali contenitori sono caratterizzati, oltre che dal corpo a siluro, da assenza di collo e da anse ad orecchia impostate sul corpo. Inizialmente, nella loro fase arcaica, queste anfore presentavano un corpo ovoide ed un labbro arrotondato e leggermente estroflesso; poi subiscono un’evoluzione formale per cui il corpo tende ad affusolarsi. La produzione delle anfore a siluro sembra prolungarsi anche in età romana, almeno fino al II secolo a.C.: lo si deduce dal ritrovamento dei recipienti in contesti funerari.
Le anfore punico-maltesi (Baldacchino 1951). Scala 1:10Corpo frammentario di un’anfora a siluro del IV sec. a.C. dal Museo dei Bretii e del Mare (CS)
Le anfore “a siluro” dovevano servire al contenimento e al trasporto del garum, la salsa di interiora di pesce amata prima dai Fenici e poi dai Romani. Informazioni riguardo la sua preparazione le riferisce Plinio il Vecchio nel XXXI Libro nella sua Naturalis Historia (v. 93 e seguenti); altra fonte importante, ma avversa al garum, è Seneca: in una lettera a Lucilio contro gli eccessi alimentari definisce il condimento “costosa poltiglia di pesci guasti”.
Il Parco archeologico di Paestum&Velia comunica su Facebook il restauro conservativo di una grande pressa in marmo, strumento fondamentale di un’antica bottega che produceva profumi. La pressa dev’essere sottoposta a restauro ogni tre mesi poiché vi crescono piante e organismi che possono danneggiarne la superficie.
La pressa prima e dopo il restauro
Rose e altri profumi nell’aria di Paestum
Ad aprire questa dolce parentesi ben si presta un documento proveniente dall’archivio storico del Parco; si tratta di una lettera firmata dal Soprintendente Amedeo Maiuri che, nel 1938, comunicava l’arrivo di “400 piantine di rose di maggio debitamente imballate”, da piantare tutt’intorno al Tempio di Cerere.
Il documento firmato da Amedeo Maiuri sulla fornitura di rose
Il legame tra Paestum e le rose è da sempre stato indissolubile, iniziato più di duemila anni fa quando nella colonia romana si coltivava un tipo di rosa nota per il suo irresistibile profumo. Virgilio, nelle Georgiche, cantava della rosa “bifera” di Paestum, famosa per la sua doppia fioritura in primavera e in autunno. Anche altri poeti e artisti, per lungo tempo, hanno esaltato le singolari proprietà di questo fiore: da Ovidio a Marziale, fino ai viaggiatori del Grand Tour. L’essenza di rosa si lavorava in speciali torchi e l’estratto ottenuto era poi unito a dell’olio di oliva, per formare un balsamo detto rhodinon italikon. La pressa in marmo appena restaurata era strettamente connessa alle botteghe che producevano profumi; erano tante e molto rinomate le famiglie pestane di profumieri.
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