Autore: Redazione ArcheoMe

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NEWS | Egitto delle Meraviglie, la conferenza online

L’incontro sull’antico Egitto dal titolo “Spedizioni e scoperte faraoniche di ‘800 e ‘900” sarà trasmesso in streaming su Facebook il 26 novembre 2020 alle ore 21:00

Nell’anniversario della scoperta della tomba di Tutankhamon andrà in scena il docufilm girato nel rispetto delle norme anti-Covid nella sala Solimena della splendida Villa Durazzo-Bombrini di Cornigliano (GE). L’evento sarà arricchito da diversi contributi: introdurrà il professor Giacomo Cavillier, direttore del Centro Studi di Egittologia e Civiltà Copta “J-F Champollion” e membro del Comitato Scientifico della nostra Redazione; seguiranno la gemmologa Stefania Ferrari, la ricercatrice Ascovil (Associazione delle ville di Cornigliano) Antonella Giavino e il giornalista Enrico Cirone.

L’Egitto di Napoleone

Le terre d’Egitto sono da sempre state fonte di curiosità e interesse. Ne parlavano addirittura autori antichi come Erodoto, Strabone, Plinio il Vecchio, fino a Manetone che, nel III secolo a.C., scrisse gli importantissimi Aegyptiaca.

Nell’età moderna l’interesse del mondo occidentale ha trasformato sempre più la curiosità per la storia dell’Egitto in una vera e propria caccia al tesoro tra le sabbie del deserto. Una tra le spedizioni più prolifiche la condusse Napoleone Bonaparte nel 1798; l’impresa si presentava molto rischiosa, ma il ventinovenne generale se ne assunse il comando. Malgrado la conquista dell’Egitto, dal punto di vista strategico la spedizione non ebbe il successo sperato e i territori conquistati vennero rapidamente perduti nei due anni successivi; tuttavia, la campagna d’Egitto ebbe una straordinaria importanza scientifica e culturale e sotto questo aspetto si risolse in un successo.

“Battaglia delle Piramidi” di Antoine-Jean Gros (1810)

Il grande Champollion

La spedizione di Napoleone poi portò alla pubblicazione, nel 1809, di venticinque volumi chiamati Description de l’Égypte, in cui si descrivevano gli aspetti della civiltà egizia e dei monumenti e reperti ritrovati, come l’importantissima Stele di Rosetta. La stele, chiamata così perchè rinvenuta presso la località di Rosetta in Egitto, reca sul fronte iscrizioni in tre lingue: egiziano antico in caratteri geroglifici, neo-egiziano in caratteri demotici e greco. Grazie all’analisi comparata di quelle iscrizioni, Jean-François Champollion (1790-1832) riuscì ad arrivare, nel 1822, alla decifrazione dei geroglifici. Tra il 1828 e il 1830 fu lo stesso Champollion, nel frattempo divenuto direttore della sezione egiziana del Museo del Louvre, a guidare una missione scientifica franco-toscana in Egitto, con il pisano Ippolito Rossellini.

Jean-François Champollion

L’Egitto delle meraviglie da Mariette a Carter

Dal 1842 al 1845 il tedesco Karl Richard Lepsius fu a capo di una spedizione scientifica ordinata dal re di Prussia Federico Guglielmo IV. La spedizione raccolse importanti reperti per il Museo egizio di Berlino ed elaborò una relazione con rilievi e disegni, che fu pubblicata in una serie di 12 volumi. Con il francese Auguste Mariette prese avvio nel 1850 una stagione ricca di straordinarie scoperte, tra cui il Serapeo di Saqqara, tempio dedicato a Serapide, e una necropoli nei pressi di Menfi, collegata alla città da un viale di accesso con 600 sfingi. Nominato dal governo francese Direttore dei servizi di antichità in Egitto, Mariette organizzò razionalmente le ricerche sul campo e pose il problema della tutela e vigilanza dei siti archeologici per evitare spoliazioni e garantirne l’integrità agli studiosi futuri. Nel 1858 fondò il Museo egizio del Cairo.

A. Mariette seduto all’estrema sinistra, l’imperatore di Brasile Pedro II seduto all’estrema destra ed altri personaggi in visita a Giza nel 1871
H. Carter con il Sarcofago d’oro della tomba di Tutankhamon (1922)

Sicuramente una delle scoperte più importanti avvenne agli inizi del XX secolo: due archeologi britannici Howard Carter e Lord Carnarvon, scoprirono, nella Valle dei Re, la tomba di Tutankhamon con il famoso Sarcofago d’oro del “faraone fanciullo”. Quando Carnarvon gli chiese: “Can you see anything?” (“Riesci a vedere niente?”), Carter rispose: “yes, wonderful things!” (“sì, cose meravigliose!”).

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ARCHAEOLOGY | Panarea, the oldest of the Aeolian Islands

Panarea, the ancient Euònymos, from the geological point of view is the oldest of the Aeolian Islands. It is also the smallest and the least elevated island of the Aeolian archipelago. It includes a whole series of islets (Basiluzzo, Spinazzola, Lisca Bianca, Dattilo, Bottaro, Lisca Nera and the rocks of the Panarelli and the Ants) which together form a micro-archipelago located between the islands of Lipari and Stromboli.

The history of Panarea

The oldest evidence of life on this island dates back to the end of the Neolithic period. The finds belong to the culture of Diana (end of the 4th millennium B.C.) and are located in Calcara and on Piano Cardosi, as well as on Lisca Bianca. It is only during the Eneolithic period that the first village is located in Piano Quartara, a place from which the culture that characterizes the final period of the Eneolithic period takes its name.

The ancient Bronze Age, represented by the culture of Capo Graziano, has left its traces in a series of wells dug in the fumaroles’ area: they are votive wells, related to the cult of a deity linked to the healthy power of fumaroles. Recently, thanks to sporadic discoveries on the tip of Peppa Maria, archaeologists thought that there was a small stable settlement here.

However, the most important prehistoric intervention is certainly on the Middle Bronze Age village of Punta Milazzese. The inhabitants of this village, like contemporary villages on the other islands, were dedicated to the control of commercial maritime routes. After the decay of the Thapsos-Milazzese culture, the island became a destination for Etruscan raids but remained uninhabited until the fifth century BC.

Little is known about the Panarea of the classical age. The only certain news is that, during the imperial age, the islet of Basiluzzo was chosen as location of a villa. Also to this period belongs the pier that, due to geological phenomena, today is four meters below sea level. As evidenced by a fragment of a Christian altar table, Panarea must have been inhabited at least until the Byzantine period.

The Museum

Panarea is home to a detached section of the Aeolian Regional Archaeological Museum. Inaugurated in 2006, it is located in two adjoining rooms belonging to the Church of St. Peter. The first room presents the life of the island under different aspects: geological, volcanic and naturalistic. In addition, there are exposed the testimonies of the material culture dating back to the Upper Neolithic and the Ancient Bronze Age. The second room, instead, exhibits the materials of the classical age. Most of them are ceramic fragments with black paint and African sigillata from the funerary contexts of Drautto. The exhibition is completed by a series of finds from underwater contexts: Greek-Italic amphorae, Dressel and Cretans, as well as black painted pottery that belonged to the loads of the Dattilo Wreck and the Alberti Wreck.   

Tradotto da: https://archeome.it/archeologia-panarea-la-piu-antica-fra-le-eolie/

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NEWS | Ebla e gli archivi storici nella Siria del III millennio a.C.

Il nome di Ebla è entrato nella storia dell’archeologia orientale quando, nel 1975, undici anni dopo l’inizio degli scavi nel sito di Tell Mardikh, l’archeologo Paolo Matthiae e il suo team portarono alla luce i resti degli Archivi della antica città siriana, situata a circa 60 km a sud-ovest di Aleppo, nella Siria settentrionale.

La scoperta di migliaia di tavolette cuneiformi, risalenti agli anni compresi tra il 2350 e il 2300 a.C., stupì il mondo scientifico internazionale, colpendo fortemente l’opinione pubblica mondiale. Queste tavolette costituiscono un patrimonio inestimabile di informazioni sulla struttura economica, le relazioni internazionali, le credenze religiose, l’amministrazione statale e la cultura letteraria della antica città di Ebla.

La professoressa Maria Giovanna Biga – docente di Storia e Religioni del Vicino Oriente Antico all’Università di Roma La Sapienza – terrà una conferenza online dal titolo Ebla 1975-2020: gli studi eblaiti 45 anni dopo la scoperta del Grande Archivio. La conferenza potrà essere seguita attraverso la piattaforma Google Meet a questo link, martedì 24 novembre dalle 13 alle 14.30.

Storica, filologa e orientalista, Maria Giovanna Biga è specialista di scrittura cuneiforme e delle lingue sumerica, accadica ed eblaita. Ha contribuito negli anni al notevole lavoro filologico di ricostruzione dei testi eblaiti insieme ad altri studiosi.

Dalle tavolette in argilla al database virtuale

Recentemente è stato sviluppato un progetto di digitalizzazione di questi antichi testi con gli Ebla Digital Archives (EbDA), database in cui sono conservati e digitalizzati i testi degli archivi eblaiti.

ebla digital archives
Foto del sito di Tell Mardikh, antica Ebla, vista dall’alto (da http://ebda.cnr.it)

Basato su una partnership con la Missione Archeologica di Ebla, il progetto mira a fornire un’edizione digitale dell’intero corpus di testi di Ebla. Esso comprende tutti i documenti pubblicati finora nella collana ARET (“Archivi Reali di Ebla – Testi”) e in altre monografie e riviste.

Il progetto degli Archivi Digitali di Ebla fornisce a studiosi e studenti uno strumento di ricerca facile da usare per lo studio dei testi eblaiti. Gli utenti possono consultare i documenti individualmente o interrogare il database in modo semplice, grazie alla rappresentazione digitale dei documenti cuneiformi. Una bibliografia ampia, ricercabile e aggiornata di tutto il materiale pubblicato finora, completa la piattaforma.

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EMINENT FIGURES | Edda Bresciani, the “Lady of the Fayyum”

Edda Bresciani was an archaeologist and Egyptologist, Professor of the University of Pisa and a true “myth” of Italian Egyptology.

Born in Lucca on September 23, 1930, after classical studies she enrolled in the Faculty of Humanities in Pisa. The Faculty, as Bresciani recalls, was at the time the only one considered really suitable for a woman, because it was considered not intellectually demanding. However, the very young Edda immediately managed to subvert the established order, preparing her thesis on a subject that was almost unknown in Italy in the ’50s: Egyptology, of which at the time there were only two professorships in Italy, one in Milan, the other in Pisa, both entrusted to Sergio Donadoni.

The first Egyptologist

Edda Bresciani, in fact, was in 1955 the first Italian graduate in Egyptology. This event was followed by three years spent abroad, during which the young Egyptologist moved between Copenhagen, Paris and Cairo, to deepen her knowledge in language (demotic and hieratic), epigraphy, philology and archaeology. In fact, the Professor used to say, since graduation her approach to the subject was always been interdisciplinary. The aim was to find a synthesis between archaeology, history and philology, including, however, also civilizations geographically close to Egypt.

In 1968, with the establishment of a teaching post in Pisa, Edda Bresciani became the first female professor of Egyptology in Italy (only Sergio Donadoni in Milan and Giuseppe Botti in Rome were already tenured since 1958).

Edda Bresciani's portrait
Edda Bresciani in a portrait of the ‘60s
Medinet Madi and the Fayyum

The life of Edda Bresciani was not only linked to the Pisan chair of Egyptology, but also, and perhaps above all, to the Fayyum region, where she worked until 2011.

Here, from the mid-60s, excavation activities were resumed, first with the University of Milan, until 1969, then with the University of Pisa. Already in 1966 Bresciani was Director in charge of the mission in Medinet Madi, the large site of the Fayyum region, already investigated by Achille Vogliano in the ’30s.

Medinet Madi has also been protagonist of a series of international cooperation projects with Egypt for restoration and musealization. In the 2000’s, in addition to field research, two projects were launched: the creation of a large Visitors’ Centre and a restoration project aimed at the creation of the Archaeological Park (ISSEMM project, in collaboration with the Egyptian Supreme Council of Antiquities and the Italian Ministry of Foreign Affairs). Since 2011 Medinet Madi is an Archaeological Park administered by the Egyptian government.

Edda Bresciani in Medinet Madi
Edda Bresciani in Medinet Madi
Looking for another Egypt

In 1974 Edda obtained for the University of Pisa the concession to excavate in the area of the necropolis of Saqqara, excavating the tomb of Bakenrenef, vizier of Psamtik I – founder of the XXVI Saitic dynasty (664-624 B.C.) – which, although already plundered in 1800, returned splendid finds and wall paintings. Remarkable is the discovery of a large canvas painted in tempera, dating back to Roman times, currently on display at the Cairo Museum.

Since 1978 she also directed the excavations in Gurna, near Thebes, where the workers gave her a statuette, which depicts her as a Pharaoh, with her name written in hieroglyphs. In the same year she founded the journal Egitto e Vicino Oriente, of which she is still the director.

Her personality and the spontaneity with which she relates to colleagues and workers earned her, in the Fayyum, the nickname of Mudira (from the Arabic mudir, “boss”), a word that, in the feminine sense, did not exist until then.

Archaeology and the Arab springs

Although Edda Bresciani has never officially taken a position on the various political upheavals that followed the so-called “Arab Spring Season” from 2011 onwards, the archaeologist from Tuscany  continued to manage bilateral relations in the cultural sphere by working for the conservation and protection of the archaeological heritage that she had helped to rediscover for almost half a century.

The Egyptologist has been awarded numerous honors: from the Medal given by the President of the Italian Republic to the distinguished individuals for Science and Culture in 1996, to the “Campano d’Oro” prize of the University of Pisa in 2012.

Edda Bresciani  passed away on November 29, 2020. She worked to her researches until the end. 

Tradotto da: https://archeome.it/personaggi-edda-bresciani-la-signora-del-fayyum/

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Edda Bresciani, la “Signora del Fayyum”


Edda Bresciani è stata un’archeologa italiana, Professoressa dell’Università di Pisa, nonché pietra miliare dell’Egittologia italiana.

Chi era Edda Bresciani

Nata a Lucca il 23 settembre del 1930, dopo gli studi classici si iscrisse alla Facoltà di Lettere a Pisa che, come ricordava la stessa Bresciani, era, all’epoca, l’unica considerata davvero adatta ad una donna, in quanto si riteneva fosse poco impegnativa intellettualmente. Tuttavia, la giovanissima Edda riuscì fin da subito a sovvertire l’ordine costituito, preparando la propria tesi di laurea su una materia che in Italia, negli anni ’50, era quasi sconosciuta: l’Egittologia, di cui all’epoca c’erano in Italia solo due cattedre, una a Milano, l’altra a Pisa, entrambe affidate a Sergio Donadoni.

La prima Egittologa

Edda Bresciani è stata, nel 1955, la prima laureata italiana in Egittologia. Seguirono tre anni all’estero, durante i quali la giovane egittologa si spostò tra Copenhagen, Parigi e Il Cairo, per approfondire le sue conoscenze in lingua (demotico e ieratico), epigrafia, filologia e archeologia. Difatti, raccontava la Professoressa, fin dalla laurea il suo approccio alla materia è sempre stato interdisciplinare. Lo scopo era quello di trovare una sintesi tra archeologia, storia e filologia, comprendendo, tuttavia, anche le civiltà geograficamente vicine all’Egitto.
Nel 1968, con l’istituzione di una cattedra a Pisa, Edda Bresciani divenne la prima professoressa di Egittologia in Italia (erano già di ruolo dal 1958 soltanto Sergio Donadoni a Milano e Giuseppe Botti a Roma).

Edda Bresciani
Edda Bresciani in un ritratto degli anni ’60

Medinet Madi e il Fayyum

La vita di Edda Bresciani non si lega soltanto alla cattedra pisana di Egittologia, ma anche, e forse soprattutto, alla regione del Fayyum, dove ha lavorato fino al 2011.
Qui, dalla metà degli anni ’60 erano riprese le attività di scavo, dapprima con l’università di Milano, fino al 1969, poi con quella di Pisa. Già dal 1966 Bresciani era direttrice responsabile della missione a Medinet Madi, il grande sito della regione del Fayyum, già investigato da Achille Vogliano negli anni ’30.
Medinet Madi è stato interessato da una serie di progetti di cooperazione internazionale con l’Egitto per il  restauro e la musealizzazione. Negli anni 2000, oltre alle ricerche sul territorio, sono stati avviati altri due progetti: la realizzazione di un grande centro visitatori e un progetto di restauro finalizzato alla creazione del parco archeologico (progetto ISSEMM, in collaborazione con il Consiglio supremo delle Antichità egiziano e con il Ministero degli Esteri italiano). Dal 2011 Medinet Madi è un Parco archeologico amministrato dal governo egiziano.

Edda Bresciani
Edda Bresciani a Medinet Madi

Cercando un altro Egitto

Nel 1974 Edda ottenne per l’Università di Pisa la concessione di scavo alla necropoli di Saqqara, scavando la tomba di Bakenrenef, visir di Psammetico I – fondatore della XXVI dinastia saitica (664-624 a.C.) – che, nonostante fosse stata depredata già nel 1800, ha restituito splendidi reperti e pitture murali. Notevole il ritrovamento di una grande tela dipinta a tempera, risalente ad epoca romana, attualmente esposta al Museo del Cairo.
Dal 1978 diresse poi anche gli scavi a Gurna, presso Tebe, dove gli operai le regalarono una statuina, che la raffigura come un Faraone, con il suo nome scritto in geroglifici. Nello stesso anno fondò la rivista Egitto e Vicino Oriente.
La sua personalità e la spontaneità con la quale si rapporta a colleghi e operai le valsero, nel Fayyum, l’appellativo di Mudira (dall’arabo mudir, “capo”), parola che, al femminile, fino ad allora non esisteva.

Archeologia e primavere arabe

Sebbene Edda Bresciani non abbia mai preso ufficialmente posizione nei riguardi dei vari rivolgimenti politici seguiti alla cosiddetta “stagione delle primavere arabe” dal 2011 in poi, l’archeologa toscana ha continuato a gestire i rapporti bilaterali in ambito culturale lavorando per la conservazione e la tutela dei beni archeologici che aveva contribuito a riscoprire per quasi mezzo secolo.
Numerose sono le onorificenze di cui l’egittologa è stata insignita: dalla Medaglia del Presidente della Repubblica ai benemeriti per la Scienza e la Cultura nel 1996, al “Campano d’Oro” dell’Università di Pisa nel 2012.
Edda Bresciani si è spenta a Lucca il 29 Novembre 2020. Ha continuato a lavorare alle sue ricerche fino alla fine.

English Version

ANCIENT EGYPT | The metamorphosis of the Egyptian pyramid

The Egyptian funerary architecture developed in monumentality during the Old Kingdom with Djoser, pharaoh of the 3rd dynasty. Thanks to this sovereign, but especially to the ingenuity of his architect Imhotep, we have the transition from the mastaba (Arabic word meaning literally “bench”) to the pyramid, which becomes a royal burial or funerary temple.

The first pyramid

Djoser had the mastaba built inside his funerary complex in Saqqara, on a square plan; in a second time he added a stepped superstructure, raising the monument gradually with other levels, until it reached a height of about 60 meters. For this reason, it was necessary for the construction of the pyramid to choose a place with a solid rocky ground, which was able to support the weight of the structure.

Other pharaohs followed Djoser’s example, having other step pyramids built; then with Snefru, founder of the 4th dynasty, there was a turning point: from a step structure, the pyramid was transformed with smooth faces.

With Snefru’s successor, Pharaoh Cheops, perfection was achieved: the dimensions of the monument, in fact, are the result of complex geometric and astronomical calculations. The Greek historian Herodotus (5th century B.C.) states that it took thirty years to build it, involving a hundred thousand men (reliable figures, according to modern historians) for cutting, transporting and laying the stones.

What the pyramid was hiding
piramide interno
Inside the pyramid of Cheops

Like the other pyramids, the one built by Cheops was not accessible from the outside, while on the inside it contained some funerary rooms. The cell for the burial of the pharaoh, generally located at the base of the building, here is exceptionally almost at the center, surmounted by 9 granite monoliths. It was entirely covered by slabs of white limestone, on which hieroglyphs were carved. Finally, at the top of the imposing structure the pyramydion stood out, the tip of the pyramid, consisting of a single block of granite covered with electrum – an alloy of gold and silver – which reflected sunlight over long distances.

Egyptian architects designed a sort of labyrinth to try and make the pharaoh’s funeral chamber inaccessible. In spite of these precautions, however, the pyramid was repeatedly violated by grave looters, who, having penetrated the interior, took away everything precious that was kept there. The construction technique was realized through the method of the wrapping ramp, built around the pyramid and made with various layers of bricks, easily removable at the end of the works.

The funerary complexes of the 4th dynasty

The pyramids of Chefren and Menkaure (more commonly known as Mycerinus) in Giza reproduce, on a smaller scale, the features of Cheops’ pyramid, but with a richer aesthetic value, playing on the contrast of color between the granite used at the base of the structure and the layer of limestone above.

complesso funerario Chefren
Reproduction of Chefren’s funerary complex; below on the right, the valley temple

Djoser’s successors also added an access ramp and the so-called “valley temple” or “lower temple” (also known as the “welcoming temple”), which became an integral part of the funerary complex; this was a building whose main function was to prepare the deceased ruler for the journey to the afterlife. To make the access easier, an artificial canal was often dug, connecting the Nile to the temple, on whose quayside the funeral procession or sacred boats docked to worship the sovereign.

Tradotto da: https://archeome.it/antico-egitto-la-metamorfosi-della-piramide-egizia/

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ANTICO EGITTO | La metamorfosi della piramide egizia

L’architettura funeraria egizia si sviluppa in monumentalità durante l’Antico Regno con Djoser, faraone della III dinastia. Grazie a questo sovrano, ma soprattutto all’ingegno del suo architetto Imhotep, abbiamo il passaggio dalla mastaba (termine arabo che significa letteralmente “panca”) alla piramide, che diventa sepoltura reale o tempio funerario.

La prima piramide

Djoser fece costruire la mastaba all’interno del suo complesso funerario a Saqqara, su pianta quadrata; in un secondo tempo fece aggiungere una sovrastruttura a gradoni, innalzando il monumento via via con altri livelli, fino a raggiungere un’altezza di circa 60 metri. Per questo motivo, per costruire la piramide era stato necessario scegliere un luogo con un terreno roccioso solido, che fosse in grado di sostenere il peso della costruzione.

Altri faraoni seguirono l’esempio di Djoser, facendo costruire altre piramidi a gradoni, ma con Snefru, fondatore della IV dinastia, vi fu la svolta: da struttura a gradoni, la piramide venne trasformata con facce lisce.

Con il successore di Snefru, il faraone Cheope, si raggiunse la perfezione: le dimensioni del monumento, difatti, sono il risultato di complessi calcoli geometrici e astronomici. Lo storico greco Erodoto (V secolo a.C.) afferma che per costruirla ci vollero trent’anni, impegnando centomila uomini (cifre attendibili, secondo gli storici moderni) per taglio, trasporto e posa delle pietre.

Cosa nascondeva la piramide
piramide interno
Interno della piramide di Cheope

Come le altre piramidi, quella fatta costruire da Cheope non era accessibile dall’esterno, mentre all’interno conteneva alcune stanze funerarie. La cella per la sepoltura del faraone, generalmente collocata alla base della costruzione, si trova qui eccezionalmente quasi al centro, sormontata da 9 monoliti di granito. Essa era interamente ricoperta da lastre di calcare bianco, sulle quali erano scolpiti dei geroglifici. Infine, sulla sommità dell’imponente struttura spiccava il piramydion, la punta della piramide, costituita da un blocco unico di granito ricoperto di elettro – una lega di oro e argento – che rifletteva la luce del sole fino a lunga distanza.

Gli architetti egizi idearono una sorta di labirinto per cercare di rendere inaccessibile la camera funeraria del faraone. Nonostante queste precauzioni, però, la piramide è stata a più riprese violata da “tombaroli”, che, penetrati all’interno, hanno portato via tutto ciò che di prezioso vi era custodito. La tecnica costruttiva fu realizzata attraverso il metodo della rampa avvolgente, costruita attorno alla piramide e realizzata con vari strati di mattoni, facilmente rimovibili al termine dei lavori.

I complessi funerari della IV dinastia

Le piramidi di Chefren e Menkaura (più comunemente noto col nome di Micerino) a Giza riproducono, in scala minore, le fattezze di quella di Cheope, ma con un valore estetico più ricco, giocando sul contrasto di colore fra il granito impiegato alla base della struttura e lo strato di calcare soprastante.

complesso funerario Chefren
Riproduzione del complesso funerario di Chefren; in basso a destra, il tempio a valle

I successori di Djoser, inoltre, aggiunsero una rampa d’accesso e il cosiddetto “tempio a valle” o “tempio basso” (noto anche come “tempio di accoglienza”), che divenne parte integrante del complesso funerario; questo era un edificio che aveva come funzione principale la preparazione del sovrano defunto al viaggio verso l’aldilà. Per rendere più semplice l’accesso, veniva spesso scavato un canale artificiale, che collegava il Nilo al tempio, sulla cui banchina approdavano il corteo funebre o le barche sacre per celebrare il culto del sovrano.

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NEWS | Anche il Colosseo arriva online, pronto il lancio della nuova App

Rivivere il Parco Archeologico del Colosseo al tempo di Giambattista Piranesi

In occasione dei 300 anni dalla nascita di Giambattista Piranesi (Venezia 1720 – Roma 1778), il Parco archeologico del Colosseo celebra l’artista che fu architetto, incisore, archeologo, veneziano di nascita e romano d’adozione. In collaborazione con l’Istituto Centrale per la Grafica e con il contributo della Q8, il PArCo ha ideato e curato la realizzazione di un’applicazione gratuita per smartphone e tablet – “Il PArCo di Piranesi” – che consente l’esplorazione virtuale di un’ampia selezione delle vedute dedicate ai monumenti del PArCo, evidenziandone le particolarità grafiche e storiche con testi di approfondimento.
 
La conservazione del fascino di una Roma antica alle soglie della modernità, prima all’avvento della tecnica fotografica, deve molto all’opera di Piranesi che trovò straordinaria diffusione e successo in tutto il mondo, grazie alla riproduzione seriale resa allora possibile dalla tecnica di stampa dell’acquaforte. In particolare, le incisioni di Colosseo, Foro Romano e Palatino divennero presto le icone per antonomasia dei monumenti di quella Roma non ancora del tutto sparita, così com’era vista e vissuta dai viaggiatori del Settecento, che stava per conoscere la sua prima stagione dei grandi scavi archeologici.

“La App è concepita sia come guida da utilizzare durante la visita nel PArCo, sia come viaggio nel tempo da vivere in qualsiasi parte del mondo ci si trovi con il proprio smartphone o tablet, modalità oggi imprescindibile in tempo di pandemia”, commenta Alfonsina Russo, Direttore del Parco archeologico del Colosseo e prosegue: “Ci penserà il genio di Piranesi a condurre gli utenti lontani nel cuore della Roma del Settecento, lungo un itinerario per molti familiare ma sempre ricco di sorprese e particolari da scoprire o riscoprire”.

Fondamentale è stata la collaborazione con l’Istituto Centrale per la Grafica che, dal canto suo, ha un rapporto privilegiato con Piranesi, non solo perché conserva nelle proprie collezioni una delle principali raccolte di stampe dell’artista, ma soprattutto perché possiede tutte le matrici in rame incise da Giambattista (circa un migliaio), depositate nella Calcoteca più importante al mondo. In virtù di questa peculiarità, l’ICG ha voluto rendere omaggio a Piranesi con la spettacolare mostra-evento Giambattista Piranesi. 

“Siamo molto orgogliosi di aver contribuito alla realizzazione di questa App che consentirà di fare un salto indietro di 300 anni e vedere gli elementi peculiari del Parco archeologico del Colosseo come si presentavano ai tempi del Piranesi “- spiega Livio Livi, Consigliere di Amministrazione e Direttore Risorse Umane e Relazioni Esterne di Q8 e prosegue, “Q8 continua così il suo impegno nella diffusione della cultura rendendo le opere d’arte sempre più fruibili grazie alle moderne tecnologie. Da sempre, infatti, l’innovazione tecnologica è nel DNA di Q8”.
 
L’App “Il PArCo di Piranesi” è organizzata in modo tale che alle vedute d’epoca siano sempre affiancate le immagini dello stato attuale dei luoghi, appositamente realizzate, per consentire il confronto anche agli utenti che vogliano utilizzarla in modalità da remoto. Inoltre l’App si compone di un’ampia gallery di immagini dei monumenti ritratti in altre epoche e da autori diversi e due accurati video-documentari di approfondimento, “L’acquaforte” e “Reprinting Piranesi”, realizzati dal PArCo presso la Stamperia dell’ICG e dedicati rispettivamente alla tecnica dell’acquaforte e alla ristampa, evento raro, di un’incisione della valle del Colosseo da una matrice originale in Piranesi.
 
L‘Applicazione, totalmente gratuita, è stata inoltre concepita per essere fruibile anche nella lingua dei segni LIS e per il pubblico non vedente grazie all’audio-lettura dell’intero apparato testuale.  
 
Venerdì 20 novembre alle ore 12.00 dal canale YouTube del PArCo sarà lanciato il trailer dell’App visualizzabile a questo link.

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BEHIND FASCISM | E42, the relationship between regime and architecture

The E42 project represents the most important episode of the fascist will; with its construction the relationship between regime and architecture is given a turning point. The Duce identifies the “Mussolinian city” with the architecture that recalls Roman classicism. The project was born from the idea of Giuseppe Bottai, Governor of Rome who proposed in 1935 to Mussolini the intention to organize a Universal Exhibition in Rome. The idea was to create the “Olympics of Civilizations”, which would formalize the arrival of Italy to peace and cultural confrontation with other nations. The Exposition is called E42 because the end of the work was in 1942, the twentieth anniversary of the seizure of power by the fascists.

The seat of E42

The E42 is a project consisting of permanent buildings, with the exception of the Palace of Water, Light and Tourism, which were to make way for further expansion of the city. An area of about 400 hectares was chosen, located in the southern part of Rome, near the Abbey of the Three Fountains, thus intensifying the connections between the city and the sea.

The project team

Mussolini appoints as commissioner Vittorio Cini, a man from industry and finance, and personally chooses the six architects to whom he entrusts the realization of the project: Pagano, Piacentini, Piccinato, Muzio, Rossi and Vietti. The construction of the E42 involved everyone, not only the insiders. The Duce on this occasion speaks of peace and collaboration between nations, but in reality he aims at economic success to strengthen the coffers of the State and cope with the war effort, not expected before 1943-1944.

The Roman Castrum

The E42 was conceived with the typical Roman castra scheme, with glass and steel palaces, all referable to a single style, the “E42 style” of the XXieth Fascist Era. An expression that revealed the trends of an era, therefore classical feeling, monumentality and grandeur.

Urban project of the E42

In the second version of the project, produced in 1938, Piacentini took direct control of the operation. The architect used classical styles such as the arch, the colonnade and the exedra. You were faced with an almost suspended atmosphere, tending towards solemnity. Much of the surface area was occupied by parks and gardens.

The entire project was based on the system of the cardo and decumanus maximus: the cardo was via Imperiale, which would connect Rome to the sea, while the decumanus was the axis that connected Palazzo dei Congressi with Palazzo della Civiltà e del Lavoro. At the intersection of the two streets, the Piazza Imperiale, the scenographic heart of the entire project, is grafted onto the four symmetrical buildings that were to house the Museums of Arts and Popular Traditions and the Museum of Science. This type of system recalls the acropolis of Selinunte and the agora of Miletus, while the pentagonal shape of the plant is inspired by the plan of Versailles by Blondel; lastly, the green areas recall those of Villa Aldobrandini in Frascati.

The Imperial Gate and the Sea Gate

The monumental entrances were the Imperial Gate and the Sea Gate, which led to the entrances of the Exhibition. For the Imperial Gate, the architects initially thought of an aligned sequence of towers, but then they opted for a line of fountains. Unfortunately, the interruption of work due to the war prevented its realization. The Sea Gate, on the other hand, was a monumental arch that was to cross Via Imperiale, south of the artificial lake. Among the various projects presented, the one that was approved was by the engineer Covre, with two aluminum alloy arches of 200 and 320 m of light. The final project was completed in March 1941, too late to carry out the work.

Project of the Sea Gate of Adalberto Libera, 1942
INA and INPS Palaces

The final structure of the Exhibition involved several changes in the arrangement of the first entrance square, with the introduction of the two opposing exedras that gave shape to the two buildings of the INA and INPS, in the area of the large artificial basin of the lake, where one can see a reference to the Trajan’s Markets. The double colonnade of the exedras did not have a static function, but only a decorative one and it was made of marble. In addition, the two buildings were adorned with four colossal bas-reliefs of square shape.

INA Palace, EUR
EUR in the fifties

In 1940, due to the outbreak of the Second World War, many monuments of the E42 were not completed and the immense building site was abandoned, taking on an almost ghostly appearance.

The works were resumed, under the guidance of Virgilio Testa, Secretary General of the Governorate of Rome, only in the ’50s. The entire area, renamed EUR, was transformed into a district for offices and residences and became the site of the Olympics in 1960.

The EUR area in the 1950s
The architecture of the E42

The architecture of E42 addresses the masses. It represented an instrument for their education in the fascist sense and a testimony to the mission of civilization. The architecture of the Empire symbolized the myth of Romanity, immediately grasping the link between the modernity of the present and the ancient Roman tradition. In ancient Rome the Duce saw the model of a relationship between the individual-artist and the community, to be taken up and framed in the totalitarian conception of the State.

Tradotto da: https://archeome.it/dietro-al-fascismo-le42-il-rapporto-tra-regime-e-architettura/

Pubblicabili da revisionare

DIETRO AL FASCISMO | L’E42, il rapporto tra regime e architettura

Il progetto dell’E42 rappresenta l’episodio più importante della volontà fascista con la cui costruzione viene data una svolta al rapporto tra regime e architettura. Il Duce identifica la “città mussoliniana” con l’architettura che richiama la classicità romana. Il progetto nasce dall’idea di Giuseppe Bottai, Governatore di Roma che prospettò nel 1935 a Mussolini l’intenzione di organizzare a Roma un’Esposizione Universale. L’intento era creare un’“Olimpiade delle Civiltà”, che avrebbe dovuto sancire l’approdo dell’Italia ad una pace e confrontarsi a livello culturale con le altre nazioni. L’Esposizione è denominata E42 poiché termine dei lavori è il 1942, ventennale della presa del potere da parte dei fascisti.

La sede dell’E42

L’ E42 è un progetto costituito da edifici permanenti, ad eccezione del Palazzo delle Acque, della Luce e del Turismo, che dovevano lasciare il posto ad un ulteriore espansione della città. Venne scelta un’area di circa 400 ettari, situata nella zona sud di Roma, in prossimità dell’abbazia delle Tre Fontane, intensificando così i collegamenti tra la città e il mare.

L’équipe del progetto

Mussolini nomina come commissario Vittorio Cini, uomo proveniente dall’ambito dell’industria e della finanza, e sceglie personalmente i sei architetti a cui affidare la realizzazione del progetto: Pagano, Piacentini, Piccinato, Muzio, Rossi e Vietti. La costruzione dell’E42 coinvolse tutti, non solo gli addetti ai lavori. Il Duce in quest’occasione parla di pace e di collaborazione tra le Nazioni, ma in realtà mira al successo economico per rinforzare le casse dello Stato e far fronte all’impegno bellico, previsto non prima del 1943-1944.

Il castrum romano

L’E42 fu concepito con lo schema tipico dei castra romani, con palazzi di vetro e acciaio, tutti riferibili ad un unico stile, lo “stile E42” della XX Era Fascista. Un’espressione che rivelava le tendenze di un’epoca, quindi sentimento classico, monumentalità e grandiosità.

progetto urbanistico E42
Progetto urbanistico dell’E42

Nella seconda versione del progetto, redatta nel 1938, Piacentini assunse il controllo diretto dell’operazione. L’architetto usò stilemi classici come l’arco, il colonnato e l’esedra. Ci si trovava di fronte ad un’atmosfera quasi sospesa, tendente alla solennità. Gran parte della superficie, poi, era occupata da parchi e giardini.

L’intero progetto era impostato sul sistema di cardo e decumano massimo: il cardo era la via dell’Impero, che avrebbe congiunto Roma al mare, mentre il decumano era l’asse che metteva in comunicazione il Palazzo dei Congressi con il Palazzo della Civiltà e del Lavoro. All’incrocio delle due strade, si innesta la Piazza Imperiale, cuore scenografico di tutto il progetto, con l’affaccio dei quattro palazzi simmetrici che dovevano ospitare i Musei delle Arti e delle Tradizioni Popolari e il Museo della Scienza. Questo tipo di sistema richiama l’acropoli di Selinunte e l’agorà di Mileto, mentre la forma pentagonale dell’impianto è ispirata alla pianta di Versailles di Blondel; infine, le aree verdi ricordano quelle di Villa Aldobrandini a Frascati.

La Porta imperiale e la Porta del Mare

Gli accessi monumentali erano la Porta Imperiale e la Porta del Mare, che conducevano agli ingressi dell’Esposizione. Per la Porta Imperiale, gli architetti inizialmente avevano pensato ad una sequenza allineata di torri, ma poi si optò per una fascia di fontane. Purtroppo, l’interruzione dei lavori a causa della guerra ne impedì la realizzazione. La Porta del Mare, invece, era un arco monumentale che avrebbe dovuto attraversare la Via Imperiale, a sud del lago artificiale. Tra i diversi progetti presentati fu approvato quello dell’ingegnere Covre, due archi in lega di alluminio di 200 e 320 m di luce. Il progetto definitivo venne completato nel marzo del 1941, troppo tardi per realizzare i lavori.

Porta del Mare
Progetto della Porta del Mare di Adalberto Libera, 1942
I Palazzi dell’INA e dell’INPS

La struttura definitiva dell’Esposizione comportò diverse modifiche nella sistemazione del primo piazzale d’ingresso, con l’introduzione delle due esedre contrapposte che davano forma ai due edifici dell’INA e dell’INPS, nella zona del grande bacino artificiale del lago, in cui si scorge un riferimento ai Mercati di Traiano. Il doppio colonnato delle esedre non aveva una funzione statica, ma solo decorativa ed era realizzato in marmo. Inoltre, i due palazzi erano ornati con quattro colossali bassorilievi di forma quadrata.

palazzo INA EUR
Palazzo dell’INA, EUR
L’EUR negli anni Cinquanta

Nel 1940, a causa dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, molti monumenti dell’E42 non furono completati e l’immenso cantiere viene abbandonato, assumendo un aspetto quasi spettrale.
I lavori furono ripresi, sotto la guida di Virgilio Testa, Segretario generale del Governatorato di Roma, soltanto negli anni ’50. L’intera area, ribattezzata EUR, fu trasformata in un quartiere per uffici e residenze e divenne la sede delle Olimpiadi nel 1960.

EUR negli anni '50
La zona dell’EUR negli anni Cinquanta
L’architettura dell’E42

L’architettura dell’E42 si rivolge alle masse. Rappresentava uno strumento di educazione delle stesse in senso fascista e testimonianza della missione di civiltà. L’architettura dell’Impero simboleggiava il mito della romanità, cogliendo immediatamente il legame tra la modernità del presente e la tradizione romana antica. Nell’antica Roma il Duce vede il modello di un rapporto tra l’individuo-artista e la collettività, da riprendere e inquadrare nella concezione totalitaria dello Stato.