La parola Guerra è tornata d’uso comune, soprattutto in relazione alle vicende di Russia e Ucraina. Non la si pronuncia più per riferirsi ad episodi storici o ad eventi percepiti lontani da noi, ma per descrive la nostra quotidianità o il nostro futuro prossimo. La guerra, tuttavia, non ha origine nel presente, ma è un affare antico almeno quasi quanto la storia stessa. Conoscerne gli inizi, pertanto, non è tempo sprecato.
Il contesto storico
La storia inizia canonicamente con l’invenzione della scrittura, alla metà del IV mil. a.C. nella città sumerica di Uruk (Iraq). I primi testi erano rendicontazioni amministrative, ma già alla metà del III mil. a.C. la scrittura è messa al servizio della narrazione, dell’affermazione della memoria. Si potrebbe immaginare che, tutti questi millenni fa, i ricordi dell’uomo fossero legati a semplici problemi di vita quotidiana, non certo ai grandi affari e interessi che caratterizzano il mondo contemporaneo. Invece no, le prime cronache del mondo antico parlano proprio di politica estera e di quanto fosse complesso la convivenza con i vicini. Lo sappiamo dalla testimonianza di Ur-Našše, re della città sumerica di Lagaš, a cui è attribuito il più antico resoconto di guerra mai scritto dall’uomo, e non va certo per il sottile.
La Mesopotamia con evidenziate le principali città del III millennio a.C.
Bronzo e sassi
Ci troviamo in piena età del bronzo quando re Ur-Našše di Lagaš sale al potere. Dai testi conosciamo il suo grande interesse per la sistemazione ambientale del territorio, la prima pianificazione di una vasta rete idrica. Ciò comporta l’allargamento dei confini di stato per la volontà di sfruttare le sempre più ampie zone agricole, ma Ur-Našše non è solo. Gli stati di Ur e di Umma guardano le ricchezze del regno di Lagaš con certo interesse, e lo attaccano, vogliono le sue risorse. Sappiamo che l’attacco arrivò via terra, ma anche tramite imbarcazioni. È possibile sostenerlo perché tra i prigionieri fatti da Ur-Našše figura un comandante delle barche cargo, evidentemente impiegate per il trasporto di uomini e carri. Lo scontro fu cruento, e il resoconto del re di Lagaš non lascia adito su come finì questa vicenda, testimonianza che vale la pena leggere proprio così come fu scritta.
Pugnale sumerico con il suo fodero, rinvenuti nel cimitero reale di Ur, conservato presso l’Iraq Museum di Baghdad
Colline di cadaveri e l’invenzione della frontiera
Stando alla versione di Ur-Našše, l’iscrizione RIME 1.9.1.6b, è lo stato di Lagaš a compiere la prima mossa, non subisce ma incalza gli invasori: Il sovrano di Lagaš è andato in battaglia con il sovrano di Ur e il sovrano di Umma. Segue poi il bollettino di guerra. Per quanto riguarda lo scontro con Ur, la lista dei prigionieri comprende: il comandante delle barche; gli ufficiali Amabarasi e Dubgal; Papursag, il figlio di Bubu. Per quanto riguarda Umma: Pabilgaltuk, il re di Umma in persona; gli ufficiali Lupa, Billala, e Ursaggigir; Hursagšemah, il capo dei mercanti. Infine, il re di Lagaš fa degli sconfitti colline di cadaveri, macabro monito per ricordare quale sia la linea da non valicare, tema di cui ancora oggi si parla.
Il testo sumerico che tramanda le gesta di Ur-Našše di Lagaš
La diplomazia fa parte delle complesse dinamiche belliche, con lo scopo di trovare vie alternative allo scontro armato. Se ne parla molto negli ultimi tempi a proposito delle vicende tra Russia e Ucraina, ma, in realtà, il dialogo tra gli stati è una realtà che mai si arresta, seppur non sia evidente. L’abilità di giungere a un compromesso è, tuttavia, una virtù antica, e già ve ne sono accenni agli albori della storia, quando le guerre si combattevano con bronzo e sassi.
Il contesto storico
La prima guerra documentata nella storia umana è quella sostenuta dal re sumero Ur-Našše di Lagaš contro gli stati di Ur e Umma. Da quel momento si sviluppa il concetto di guerra di confine con la creazione della terra di nessuno a protezione della frontiera. A motivare il conflitto era il possesso delle risorse agricole della regione di Guedina, bramate da Umma e difese da Lagaš. Per più di cento anni la frontiera venne violata e ristabilita col sangue. Se ne legge un crudo esempio nell’iscrizione RIME 1.9.5.1: Enannatum, il re di Lagaš, si misurò con [Ur-lumma, il re di Umma] in battaglia, ed Entemena, figlio di Enannatum, lo sconfisse con le armi. Ur-lumma fuggì, si ritirò in Umma abbandonando le sue truppe, 60 truppe di carri, sulla riva del fiume, lasciando le ossa dei suoi uomini ovunque nella campagna; Entemena le ammucchiò in cinque colline di cadaveri.
Avvoltoi banchettano con le teste mozzata dei soldati di Umma, un dettaglio dalla cosiddetta “Stele degli avvoltoi” (RIME 1.9.3.1)
Un’alternativa alla guerra.
La violenza degli scontri nell’età del bronzo è innegabile. Eppure, colpisce di più il tentativo politico di metter fine al conflitto attraverso la negoziazione di un compromesso. Sia Umma che Lagaš lottano per il possesso delle risorse agricole della regione di Guedina. I re di Lagaš si rendono conto che i rivali non si fermeranno mai, così offrono al nemico sconfitto parte del territorio conteso. Una piccola cessione in cambio di un bene superiore, la pace. Non parliamo, certo, di uno spirito caritatevole, i re di Lagaš ragionavano esattamente come i grandi leader dei nostri giorni: va bene la pace, purché porti profitto. Elaborarono, pertanto, quello che può essere considerato il primo prestito a interesse della storia, ai limiti dello strozzinaggio, creando nei fatti i presupposti per un’instabilità perpetua ai confini di stato. Fatto che poi porterà alla caduta del regno.
Soldati di Umma prigionieri nella rete di Ninĝirsu, dio poliade di Lagaš, un dettaglio dalla cosiddetta “Stele degli avvoltoi” (RIME 1.9.3.1)
I primi accordi di pace e la loro effettiva tenuta
Vincendo la guerra Lagaš poté stabilire la propria pace. Mantenne il controllo dei territori di confine ma non rivendicò quelli del proprio vicino, anzi. Ad Umma venne concesso di gestire una parte delle terre contese pagando in cambio un interesse al legittimo proprietario, una tassa che comprendesse parte profitti economici ottenuti. L’espediente, tuttavia, non funziona ed Umma, incapace di pagare si affida alle armi per ristabilire il proprio dominio. Le fonti di Lagaš ricordano come lo stato rivale finisse per allagare i territori di confine per poi attaccarli, rimuovendo le stele di confine. La diplomazia, dunque, fallì e i tentativi di spostare la frontiera non si fermarono fino a quando le forze di Lagaš non vennero sopraffate dopo più di un secolo di belligeranza.
Prima è abbandonata, poi s’insabbia, in fine riemerge alla luce. No, non si tratta del Titanic. Nemmeno parliamo del sensazionale ritrovamento dell’Endurance. Questa è invece la storia della barca di Uruk, recentemente rinvenuta in uno degli antichi canali che scorrevano presso questo antico centro sumerico. Un’occasione per imbarcarsi una una breve crociera attraverso la Mesopotamia, non solo per scoprirne l’ambiente e le dinamiche umane, ma anche ricordare i forti legami che stringono l’Italia all’Iraq, l’Italia alla storia del paese di Sumer.
Orientarsi nel Tempo
Roma venne fondata nel 753 a.C. in seguito all’aggregazione di più villaggi. Una data simbolo, uno spartiacque temporale per quanto riguarda la nostra storia. Più indietro, verso la fine del IV millennio a.C. incontriamo l’uomo del Similaun, Ötzi, il cacciatore dell’età del rame. Se invece parliamo di Mesopotamia la percezione del mondo cambia: ai tempi di Romolo e Remo, l’Impero Assiro gettava le basi per la propria egemonia nel vicino oriente, dal Levante alla Babilonia; ai tempi di Ötzi, la scrittura iniziava ad essere praticata nella città di Uruk, che già contava parecchie migliaia di abitanti e colonie sparse un po’ ovunque. Non a caso, la culla della civiltà è individuata tra i fiumi Tigri ed Eufrate, un contesto che, campagna archeologica dopo campagna archeologica, continua a offrire fonti per ricostruirne la storia. Ma quando è un’intera barca a rispuntar fuori dalla sabbia, lo stupore conquista anche l’orientalista più incallito.
Il merito dell’intervento va alla missione tedesco-irachena del Consiglio di Stato per le Antichità e del Dipartimento Oriente dell’Istituto Archeologico Tedesco. La barca era stata già individuata nel 2018, tuttavia il suo scavo si è realizzato solo nel mese di marzo 2022 per preservare il reperto dall’erosione. Nello specifico si tratta di un’imbarcazione costruita in materiale organico e bitume, lunga 7 m e larga fino a 1,4 m. Ovviamente il materiale organico non ha superato la prova del tempo ma ha letteralmente lasciato il proprio segno sul nero rivestimento. Per quanto riguarda la datazione, si stima che il reperto risalga alla fine del III millennio a.C., quando il canale in cui navigava s’insabbiò, imprigionando la barca sotto strati di sedimento. Un’incredibile crociera attraverso il tempo la sua: dai canali di Uruk all’Iraq Museum di Baghdad, dove i ricercatori ne studieranno i segreti.
Non solo tedeschi: italiani pionieri della ricerca
Il ritrovamento della barca di Uruk accende l’attenzione sulla questione della navigazione del mondo antico, e di conseguenza della gestione dei corsi d’acqua agli albori della storia. La ricerca ha messo in evidenza come quello che si riteneva un’arida steppa fosse invece un’immensa palude. Tema interessante soprattutto per il mondo accademico italiano che, ormai da anni, conduce importanti ricerche sul suolo iracheno. Ad esempio, l’università Sapienza di Roma finanza gli scavi nella città sumerica di Niĝen, e nel sito di Abu Tbeirah in cui è stato scavato un porto risalente al III millennio a.C. Sotto il nome Sapienza è stato anche realizzato il primo Primo Congresso di Archeologia del Paesaggio e di Geografia Storica del Vicino Oriente che ha visto, nella sua prima giornata d’incontri, una massiccia presentazione di studi in relazione al paesaggio acquatico della Mesopotamia. In quest’occasione, un’analisi sulla navigazione è stata proposta proprio da chi scrive.
localizzazione delle città sumeriche di Niĝen e Abu Tbeirah
Barche a confronto: da Sumer a oggi
Osservando la barca di Uruk viene spontaneo chiedersi come si navigasse quattromila anni fa. In realtà sono gli stessi sumeri a fornire la risposta. Sinteticamente gli spostamenti via fiume avvenivano in due modi distinti: a traino, nei territori a monte, o a spinta, nei territori a valle in cui la corrente era più debole. Nel primo caso si sfruttava la forza animale che, dal margine dei canali, trainava l’imbarcazione controcorrente. Nel secondo caso, si usava spingere il mezzo con un grosso palo di legno, come fosse una gondola. Ovviamente le forme erano varie: sono attestati imbarcazioni con equipaggi di un paio di persone ma anche di 20, persino 45 barcaioli. Per quanto riguarda la barca di Uruk osserviamo un mezzo di piccole dimensioni, tipologicamente simile a quello ancora in uso nelle Marshland irachene. Allora, che sia il nostro oggi la guida per immaginare il passato, come nel video che segue.
La pace è un’esperienza difficile da realizzare. La si può ottenere con l’eliminazione dell’avversario o attraverso la ricerca di un compromesso con la parte ostile. Vi è poi l’uso dell’intimidazione, ossia l’ottenimento di un equilibrio dietro minaccia, attraverso l’uso consapevole di sanzioni, di deterrenti: punire il nemico, qualora non rispetti i patti, per logorarlo prima ancora di doverlo affrontare sul campo.
In guerra dagli inizi della storia
In certi momenti ci si chiede se l’uomo sia nato per farsi la guerra o se, invece, questa sia una degenerazione del nostro animo. In effetti, l’idea di una creatura buona a priori, originariamente paradisiaca, offre speranza per un futuro migliore. Tuttavia, non va ignorato che la prima narrazione scritta mai composta dall’uomo parla di uno stato di guerra terribile, che si conclude solo dopo aver accumulato colline e colline di cadaveri. Parole, quasi testuali, dettate da re Ur-Našše di Lagaš nel III millennio a.C. Inoltre, il fatto che gli esempi più antichi di spade risalgano alla prima età del bronzo, IV millennio a.C., aggrava la posizione dell’uomo: eravamo pronti a combatterci già agli inizi della storia, quando si cominciò a scrivere. Eppure, esistono tentativi di pace, magari imperfetti, vani, ma che la guerra cercarono di mitigarla. Non è tempo sprecato, allora, esplorare il passato a caccia di questi esempi.
L’iscrizione reale di Ur-Našše di Lagaš (RIME 1.09.01.06b), il più antico riferimento storico a un fatto bellico
Il caso della Guerra di Corinto
Una parola ridondante ai nostri giorni è “sanzioni”. La sentiamo spesso e ne siamo quasi assuefatti tanto da non chiederci quale sia il suo significato o l’origine del suo concetto. È un peccato visto che l’antecedente storico dell’uso delle sanzioni fu inventato nella culla culturale occidentale, in Grecia. In quel tempo, tra gli anni 395-387 a.C., lo stato di belligeranza tra poleis è pressoché assoluto. Non è più il periodo, edulcorato dalla tradizione, delle Guerre Persiane, in cui seppur divisi i greci riescono a unirsi contro il nemico comune. Al contrario, la successiva Guerra di Corinto vede un inasprirsi delle divisioni interne della Grecia, che favoriranno il ritorno della Persia in qualità di garante degli equilibri. Inutile discutere se la diplomazia, in questo caso, fu vincente o meno per la sorte dei greci. Meglio analizzare i fatti per capir che di che tipo di pace si parli.
La Grecia ai tempi della Guerra di Corinto
Un diplomatico in guerra
La Guerra di Corinto può essere paragonata ad un fiammifero lanciato in una polveriera: innestato il primo fuoco, l’esplosione venne di seguito. Il fatto è che gli interessi economici delle diverse città finirono invero a cozzar tra di loro, e da una ristretta disputa confinaria la Grecia intera si ritrovò calpestata da eserciti e solcata da flotte nel mare. Tra i vari protagonisti che presero parte agli scontri ve n’è uno che, a differenza degli altri, ottenne un posto nella storia come mediatore, non come guerriero. Antalcida di Sparta andò in Lidia, nel 392 a.C., cercando l’appoggio persiano, e lì discusse i termini di una pace con gli altri emissari venuti da Atene e dai suoi alleati. Non se ne venne a capo e la guerra poté continuare, ma quell’incontro fu forse il primo passo diplomatico che portò alla successiva Pace di Antalcida nel 387 a.C.
Tiribazo, satrapo di Lidia, che prese parte ai negoziati di pace
La pace del Re, o di Antalcida
Dopo il fallimento della diplomazia, Atene riuscì ad estendere il proprio dominio nel Mar Egeo, ma soprattutto ad allacciare un’intesa con le potenze orientali ostili alla Persia, ossia Cipro e l’Egitto. Ciò provocò un mutamento nei rapporti tra i vari stati perché da parte persiana venne ricercato proprio l’accordo che Antalcida era venuto a proporre cinque anni prima, ossia l’intesa con Sparta. Alla fine, la pace arrivò, definitivamente nel 386 a.C., ma in modo subdolo ed inconsueto. Forte dell’appoggio persiano, Sparta poté minacciare le fazioni rivali: chi non avesse accettato e rispettato la pace, così come i suoi termini, avrebbe affrontato il Gran Re orientale. La strategia di deterrenza promossa da Sparta comportò lo smantellamento dell’egemonie e delle alleanze in Grecia, riaffermando, grossomodo, l’indipendenza di ogni città. Fu questo l’antecedente storico della minaccia di sanzioni in campo diplomatico, ossia l’uso di deterrenti per salvaguardare una pace senza scadenza.
L’estensione dell’impero persiano.
Pace, fragile pace
A conti fatti Sparta porgeva il collo al guinzaglio tirato dal Gran Re persiano. La Grecia, che perdeva i suoi territori in Ionia, passava sotto l’influenza dell’impero orientale, e ci sarebbe rimasta fino all’emergere di Alessandro Magno, cinquant’anni più tardi. Se fu una soluzione giusta o sbagliata lo storico non se lo chiede. Sta di fatto che una pace di tutti ci fu. Tuttavia, durò poco. Nel 382 a.C. il promotore stesso del deterrente, Sparta, tentò di estendere la propria influenza. Ad esempio fece in modo d’instaurare una tirannia fedele nella città di Tebe. La pace allora crollò come un castello di carte e la Guerra Beotica ebbe inizio. Il deterrente non funzionò, anzi l’indebolimento di Sparta comportò l’abbandono persiano. Così, stando al ricordo posticcio di Plutarco, Antalcida si lasciò morire di fame resosi conto del proprio fallimento diplomatico. Una fine triste, forse, come triste fu la pace mancata.
La Crimea fu terra di colonizzazione da parte della Repubblica di Genova a partire dal XIII secolo. Il domino genovese nella penisola prese il nome di Gazaria, in riferimento alla precedente presenza dei cazari nella regione. In effetti la Crimea, e l’Ucraina in generale, fu crocevia di genti già dall’età antica, e al tempo dei genovesi era ben presente nella penisola un caleidoscopio culturale veramente intrigante. In quest’occasione, tuttavia, si parlerà di un ospite sgradito, spiacevolmente invadente. Uno di quelli che non attende inviti: la Peste Nera, che non bussò alle porte di Caffa ma ci piombò dentro.
L’assedio di Caffa
Nel 1346 l’esercito mongolo dell’Orda d’Oro assediò il baluardo genovese in Crimea. Non era la prima volta: già quarant’anni prima Caffa subì l’aggressione dei guerrieri venuti dalla steppa per finire in pasto alle fiamme. Tuttavia, rinacque letteralmente dalle proprie ceneri e seppe imporsi come città egemone nel Mar Nero. A sua difesa, la colonia si munì di una doppia cinta muraria, che seppe resistere ad un primo assedio nel 1343 quando il Khan mongolo Ganī Bek tentò di sottometterla. Nulla di fatto: dopo un anno di assedio i genovesi fecero strage dei mongoli. Successivamente, il nuovo assedio del 1346 graffiò le mura di Caffa senza far danni. L’esercito mongolo si ritirò, infatti, a causa di una un’epidemia tra le sue fila. Qui entra nella storia un italiano, seppur poi precipitato nel dimenticatoio: Gabriele de’ Mussi, da Piacenza, che raccontò di Caffa e di come la peste l’avesse morsa.
Le mura di Caffa
Il morbo dilaga
Il fatto è abbastanza crudo e de’ Mussi non risparmia dettagli. Così scrive: Oh Dio! Guarda come le razze pagane dei Tartari, che si riversano da tutte le parti, hanno improvvisamente investito la città di Caffa e assediato i cristiani intrappolati lì per quasi tre anni […] Ma ecco, tutto l’esercito fu colpito da una malattia che invase i Tartari e uccideva migliaia e migliaia di persone ogni giorno.
Il cronista piacentino continua descrivendo la malattia come fosse una pioggia di frecce scagliate dal cielo, una punizione contro l’arroganza nemica. I sintomi del morbo erano sconosciuti, ma presto sarebbero diventati inequivocabili in occidente. Così li descrive de’ Mussi: “Inutili erano i consigli e le attenzioni dei medici: i Tartari morivano non appena i sintomi intaccavano il corpo, gonfiori alle ascelle o all’inguine causati da umori coagulanti, seguiti da una febbre putrida“. È la peste, la morte oltre le mura di Caffa.
Prima pagina della copia del manoscritto di de’ Mussi, “Historia de morbo sive mortalitate quae fuit a.d. 1348”
Catapulte e morte dal cielo
L’esercito dell’Orda d’Oro è sfinito e i genovesi ne approfittano per bloccare, con la flotta, i porti mongoli sul Mar Nero. Così, nel 1347, Ganī Bek si ritroverà costretto a negoziare la pace. Eppure, vi è un colpo di scena. Così scrive de’ Mussi: (I Tartari) ordinarono che i cadaveri fossero caricati sulle catapulte e lanciati nella città così che il fetore estremo uccidesse chiunque all’interno. Il testo continua informando che i cristiani tentarono di gettar i cadaveri in mare, ma non servì a nulla: presto sia l’aria che l’acqua imputridirono. Il miasma è devastante: un uomo infetto poteva trasmettere il morbo ad altri, infettare persone e ambienti solo con lo sguardo; un modo per difendersi nessuno lo conosceva, né lo poteva scoprire. Il passato sembra farsi quel futuro distopico che tante volte si è visto al cinema o letto nei libri. Ma questa è realtà, accadde realmente.
In giallo, il dominio del Khanato dell’Orda d’Oro
La morte viaggia in barca
de’ Mussi arricchisce la propria cronaca con impressionanti dettagli. Ricordiamo che Caffaera una città portuale e fu proprio questo a favorire il disastro: si dà il caso che tra coloro che fuggirono da Caffa in barca ci fossero alcuni marinai che erano stati infettati dal morbo. Alcuni di loro, come racconta de’ Mussi, fecero vela verso Genova, altri verso Venezia. Ogni terra cristiana fornì un porto sicuro ai marinai di Caffa. E la subdola peste sorrise: mentre parlavamo con loro, mentre ci abbracciavano e ci baciavano, abbiamo sparso il veleno dalle nostre labbra. Dalla Crimea il morbo si diffuse in Sicilia, poi Genova, di lì a Piacenza, contesto caro a de’ Mussi che chiosa: “lamentando la nostra miseria, temevamo di fuggire, ma non osavamo restare“. L’Europa, al fine, fu sopraffatta, ma non sconfitta. In quella disperazione il dolore e l’angoscia furo tramutati nell’arte che ancor oggi impreziosisce il mondo.
Diffusione della Peste Nera in Europa
Un’ultima precisazione
A lungo si è pensato che Gabriele de’ Mussi fosse stato uno dei marinai in fuga da Caffa. Molto probabilmente l’autore de Morbo sive Mortalitate quae fuit a.d. MCCCXLVIII, non lasciò mai Piacenza e visse l’assedio di Caffa. Seppur non sia certa la testimonianza oculare del de’ Mussi in sé, piuttosto il compendio di più fonti dell’epoca, l’episodio dei cadaveri lanciati con le catapulte è inteso come l’antecedente storico della guerra tossicologica propriamente detta. Il manoscritto originario del de’ Mussi è perduto ma una copia è inserita in una raccolta di contributi storico-geografici del 1367, conservata nella libreria dell’Università di Wroclaw, Polonia.
Il dominio genovese in Crimea. Una piega della storia il più delle volte ignorata ma che, dato il recente conflitto in Ucraina, sarebbe il caso di ricordare, riflettendo su quanto un paese percepito così lontano faccia, in realtà, parte della nostra storia.
Da Genova alla Crimea
Costantinopoli cadde nel 1204 in seguito alla IV crociata. Il mondo ebbe un tremito ma poi trattenne il respiro: il sogno che fu Bisanzio era sopravvissuto a Nicea, retta dalla casa dei Paleologi, dove l’impero sopravvisse e seppe rinascere. Fu così che venne stipulato il Trattato di Ninfeo, nel 1261: i genovesi avrebbero aiutato Michele VIII Paleologo a riprendersi ciò che gli spettava, Costantinopoli, strappandola ai latini; in compenso Genova avrebbe soppiantato Venezia nei traffici marittimi del Mar Nero, fino in Crimea. In realtà, si arrivò a questo perché Michele aveva già tentato di riprendere la capitale ma la flotta veneziana era riuscita a impedire la capitolazione per fame. Ironia della sorte, la risolutiva flotta genovese non servì a nulla: Costantinopoli cadde in mano all’avanguardia dell’esercito bizantino senza colpo ferire. Così, in un moto di perplessità, gioia e stupore i genovesi inaugurarono il proprio impero coloniale senza una perdita.
Impero coloniale genovese
La Gazaria ed il Principato di Teodoro
Quando Genova s’inserì nei giochi politici e commerciali del Mar Nero la Crimea vantava ormai centinaia di anni di convivenza tra popoli. In particolare, i Cazari avevano messo in discussione la presenza bizantina nella penisola già nel VII sec. espugnando la fortezza di Sudak, nota oggi per essere patrimonio UNESCO. I territori costieri vennero però ripresi, e l’impero se li tenne fino alla IV crociata, nel 1204, quando in Crimea nacque il Principato di Teodoro. Va da sé che con la formazione della Gazaria, ossia il dominio genovese in Crimea, i rapporti si fecero tesi: di lì passava la via della seta, un motivo più che valido per alimentare rivalità e contrasti. Dalla città di Caffa i genovesi tentarono nel tempo di isolare i loro vicini, tagliandoli fuori dal commercio marittimo. Si delinea, quindi, un quadro conflittuale in cui manca però un’importante tassello: l’ingerenza mongola nella penisola.
Territori genovesi e del Principato di Teodoro
Lotta per il dominio della Crimea
L’arrivo dei mongoli cambiò i rapporti di forza tra il Principato e Genova. Nel 1308 la città di Caffa venne assediata ed espugnata ma, in seguito, i genovesi riuscirono a riprenderne il controllo gettando i presupposti per un periodo di massimo splendore. Anche il Principato di Teodoro, nel 1395, conobbe l’irruenza mongola ma seppe risollevarsi tenendo testa ai genovesi. Si formarono, pertanto due schieramenti: Genova, appoggiata dall’Impero Bizantino, ed il Principato di Teodoro, appoggiato dal Khanato. In ogni caso, il potere genovese crebbe tanto che i consoli di Caffa finiranno per assumere il titolo di Consoli di tutto il Mar Nero. La fortuna, tuttavia, non durò: con la caduta di Costantinopoli, nel 1453, la Gazaria entrò in crisi e la potenza genovese in Crimea capitolò infine, nel 1475, con la caduta di Caffa.
Maometto II entra a Costantinopoli, Benjamin Constant (1876)
Sudak: dagli alani ai genovesi
Uno dei siti archeologici di maggiore spicco in Crimea è certamente la fortezza di Sudak. Si ritiene che l’insediamento sia una fondazione alana del 212 d.C. che, non a torto, rimase storicamente in disparte fino a quando non assunse sempre più importanza in epoca medievale in relazione alla via della seta. Sudak divenne, quindi, un florido porto, che la rese appetibile alle varie potenze che la circondavano. Nel XIII sec. furono Venezia e Genova a contendersela, e proprio quest’ultima, vincitrice nel 1365, realizzò i più incisivi interventi di fortificazione che ancora possono essere contemplati. Un sito unico nel suo genere: il massimo esempio di fortificazione medievale genovese ancora in piedi, perfettamente conservato. Il simbolo di un passato, di un contatto tra popoli, del quale s’ignora l’esistenza ma che è ancora lì, maestoso, a guardia delle coste del Mar Nero.
La fortezza genovese di Sudak, Crimea
Caffa: la Genova della Crimea
La città di Caffa (odierna Feodosia) sorse sulle ceneri della colonia greca Teodosia, centro che seguì le dinamiche de Regno del Bosforo Cimmero per poi svanire in età imperiale romana. Nel XIII sec. d.C. Caffa entrò nella storia come avamposto genovese nei traffici commerciali nel Mar Nero, un insediamento inizialmente piccolo ma che crebbe tanto, nel tempo, da imporsi come un vero e proprio baluardo nella penisola. Fu, in effetti, una spina nel fianco per i suoi vicini che più volte tentarono di abbatterla: i veneziani nel 1296, poi i mongoli nel 1308. In ogni caso, Genova riuscì sempre a riprendersela e a potenziarla, tanto che nel 1472 i turchi saranno costretti ad espugnare una città abitata da circa 70000 mila persone e difesa da due circuiti murari. Purtroppo, ad oggi, di Caffa non rimane altro che qualche vestigia, malinconica testimonianza dello splendore di un tempo.
Etimologicamente, la parola Ucraina significa “terra di confine” e, in effetti, questo territorio è da sempre un crocevia di genti e interessi. I fatti drammatici di questi giorni ricordano come tale realtà oscilli ancora tra la sfera d’influenza russa e quella occidentale, in modo simile a quanto avvenne in epoca moderna quando il territorio era conteso tra l’Impero Russo e le potenze europee del tempo. In questa sede, tralasciando il contesto storico generale per entrare più nello specifico, si vuole proporre un focus sulle due regioni ucraine di cui Putin sembra essere ghiotto, ossia il Donbass e la Crimea.
Contesto geografico
Prima di approfondire la storia del Donbass e della Crimea è utile proporre una breve introduzione geografica, così da orientarsi nella grande scacchiere geopolitico. Il Donbass, che prende il nome dalla presenza del fiume Donec, è una regione geografica che si estende nella parte orientale dell’Ucraina e, per una piccola porzione, in Russia. La Crimea, al contrario, è una penisola, nel sud dell’Ucraina, che si affaccia sul Mar Nero, a cui si accede via terra attraverso l’Istmo diPerekop. Sia il Donbass sia la Crimea sono bagnati dal Mar d’Azov che, ad occhio, nella cartina, costituisce la punta settentrionale del Mar Nero, lo specchio d’acqua che divide il territorio ucraino da quello russo. Parliamo, nello specifico, di due realtà molto piccole in confronto agli stati che vi orbitano intorno, eppure ricche di storia, veri e propri corridoi tra il passato ed il nostro presente.
Donbass e Crimea, contesto geografico
Passato remoto del Donbass
Il nome Donbass fu coniato solo alla fine del XIX sec. d.C. In antichità questa terra era conosciuta come Meozia, dal nome dei suoi abitanti, i Meoti. Si tratta di genti scite, descritte in dettaglio da Erodoto. Queste abitarono la regione fino a quando non furono spinti via dall’avanzare dei Sarmati, a partire dal II sec. a.C., cosa che, in seguito, comportò lo stabilirsi delle genti scite in Crimea. I Sarmati si affermarono nei territori ucraini, di fatto soppiantando gli Sciti, per poi essere schiacciati dagli Unni nel IV sec. d.C. Da questo momento l’area considerata si proietta verso le dinamiche dell’alto medioevo, periodo in cui possono essere rintracciate le origini storiche che legano la Russia all’Ucraina. Vediamo quindi l’arrivo delle popolazioni proto-bulgare e, in particolare, delle genti cazare che, a partire dal VIII sec. d.C. domineranno la gran parte del territorio ucraino sino all’emergere della Rus’ di Kiev.
Pettorale d’oro scita, rinvenuto nel kurgan di Tovsta Mohyla, Ucraina
Passato remoto della Crimea
Mentre gli Sciti s’impossessavano dell’entroterra, la spinta coloniale greca portò allo svilupparsi di molteplici città lungo la costa settentrionale del Mar Nero, in particolare in Crimea. Questa propaggine greca si raccolse, nel V sec. a.C., nel Regno del Bosforo Cimmerio che seppe ritagliarsi un proprio spazio nel mondo almeno fino a quando Mitridate il Grande, Re del Ponto, non ne limitò la fortuna. L’insuccesso di Mitridate traghettò il Bosforo sotto l’influenza romana alla fine del I sec a.C., seppur il regno mantenne una sostanziale indipendenza come stato cliente fino al III sec. d.C. Poi, l’arrivo degli Unni nel IV sec. d.C. decretò la rovina per il Regno del Bosforo. Tuttavia, a differenza del Donbass, la Crimea entrò nel periodo alto medievale sotto l’egida dell’Impero Bizantino che, grossomodo, riuscì a mantenere il controllo della fascia costiera anche quando i Cazari entrarono nella regione nell’VIII sec. d.C.
Il Regno del Bosforo nel contesto della Roma imperiale
Donbass e Crimea in età moderna
Dall’epoca medievale, il Donbass e la Crimea seguiranno il binario storico imposto dal sorgere della Rus’ di Kiev, nel IX sec. d.C., e dal formarsi del Khanato dell’Orda d’Oro, nel XIII sec d.C. Il Donbass divenne parte del vasto dominio mongolo che poi venne eroso dal progressivo affermarsi del Principato di Mosca, erede di quella Rus’ di Kiev fatta tracollare tempo prima dall’invasore asiatico. La Crimea, invece, divenne sede del Khanato di Crimea che si prima si emancipò dall’Orda d’Oro per poi darle il colpo di grazia.
Contesto europeo in età medievale
In piena età moderna il Donbass assunse il ruolo di roccaforte russa contro l’ingerenza del nemico meridionale che, oltre a compiere costanti razzie, si schierò, nel 1648, dalla parte dei cosacchi che reclamavano la propria indipendenza nel territorio ucraino. Tuttavia, la prova del tempo la vinsero i Russi: i territori cosacchi furono annessi all’impero, così come la Crimea alla fine del XVIII secolo.
Contesto europeo agli inizi del XVIII secolo.
All’alba del nostro ieri
Con il tracollo dell’Impero Russo, nel 1917, il territorio ucraino si frammentò: Kiev divenne la capitale della Repubblica Popolare Ucraina, filotedesca; Charkiv la capitale della Repubblica Sovietica Ucraina, bolscevica; il Donbass sarà l’epicentro della Repubblica sovietica di Donetzk-Krivoy Rog; Bachčisaraj sarà la capitale della Repubblica Popolare di Crimea, nata dalle ceneri dell’Impero Russo. Alla fine, l’esito della Prima Guerra Mondiale e del conflitto Russo-Polacco comportò il ritorno dell’Ucraina nella sfera d’influenza russa con l’affermarsi della Repubblica Socialista Ucraina.
Contesto europeo durante la Seconda Guerra Mondiale
Tempo dopo il Donbass subirà la furia dell’invasione nazista che ne decimerà la popolazione, che sarà poi rimpiazzata con genti di origine russa. La Crimea, invece, venne donata all’Ucraina solo nel 1954: un atto simbolico dal momento che il Cremlino manteneva il controllo de facto di questo territorio. Tuttavia, il tracollo dell’Unione Sovietica nel 1990 segnò un punto di svolta: la Russia perdeva per la prima vera volta il Donbass e la Crimea, il proprio accesso al mare per il quale da sempre si era battuta.
All’alba dell’invasione dell’Ucraina il Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin si è pronunciato in modo lucido, strutturato, capace di coinvolgere l’uditore e di trasportarlo lungo sentieri già tracciati nella mente di chi ha elaborato quelle parole. A fronte di una situazione decisamente tesa, per molti il preludio di una terza guerra mondiale, si sarà notato come gli accenni all’Ucraina siano stati rispettosi, in una forma quasi commossa, come se questa nazione fosse vittima degli eventi, un’entità da proteggere, nonostante sia proprio l’esercito russo ad aver sferrato l’attacco che ne minaccia la stabilità e l’esistenza.
Vale, quindi, la pena chiedersi quale sia il fondamento di questa scelta puramente retorica. La storia è spesso vittima della propaganda che la deforma a piacimento. A tal proposito, le parole di Putin, in più di un’occasione, hanno accennato ad un passato che lega l’aggredito a chi lo vessa. Si faccia però attenzione: i riferimenti fatti dal presidente russo mirano a instillare la percezione di una Russia ed un’Ucraina come anime gemelle di una singola entità ancestrale che poi fu scissa. Vero, in parte, impossibile negarlo, ma, al tempo stesso, la fragilità di tale revisione è utile solo a far breccia nella coscienza di un occidente ignorate che ancora immagina l’est Europa al pari di una grande steppa attraversata da orde di unni e mongoli – tuttalpiù, rifacendosi alle parole di Annunziata e Di Bella, da schiere di “camerieri, badanti eamanti” in fermento.
All’origine dell’idea di Russia e Ucraina
Contesto geopolitico europeo agli inizi del IX secolo.
Russia e Ucraina non hanno un’origine comune, almeno quanto la nazione Italia non nasca nell’antica Roma. Tuttavia, l’elaborazione di un “mito di fondazione” è spesso necessario, intimamente, per affermare il proprio diritto di esistere e di abitare una certa terra, per difenderla, ma anche per legittimare la conquista di un paese straniero, come sta avvenendo in questi giorni. Attraverso una distorsione squisitamente romantica, allora, sì: Russia e Ucraina nascono dallo stesso seme, sono state lo stesso fusto, per divenir poi l’una il ramo dell’altra. Ad essere più precisi, il principio storico a cui ci si riferisce non è prettamente “di casa”, ma viene addirittura da lontano, dalla Scandinavia quando forse, in un incredulo sbattere di palpebre, fu determinato il nostro presente. In sintesi, secondo la Cronaca degli Anni Passati, le tribù dei Čudi, Slavi, Meri e Kriviči, stanziate nelle regioni est europee, si appellarono al popolo variago dei Rus’ nel 862 d.C., così da farsi governare da un potere esterno, imparziale, che portasse ordine tra le varie fazioni. Fu così che, secondo la tradizione, i fratelli Rjurik, Truvor, e Sineus risposero alla chiamata, ma solo Rjurik sopravvisse tanto da fondare una dinastia: i Rjurikidi, soppiantati poi dai Romanov nel 1613 d.C. Con il successore di Rjurik, Oleg, si entra in un capitolo storico di fondamentale importanza: la conquista di Kiev, attuale capitale dell’Ucraina, comportò l’inizio allo stato della Rus’ di Kiev, e l’importanza di questo centro politico fu tale da guadagnarsi il titolo di Madre d’ogni città della Rus’.
Contesto geopolitico europeo agli inizi del XI secolo.
Il passato come un intreccio di storie
A scanso di equivoci, il territorio osservato non è un’enorme steppa desolata, ma un contesto vivace e dinamico, soprattutto dal punto di vista commerciale. Lo stato Rus’ (Russia ante litteram) ebbe come illustri vicini l’impero bizantino e l’impero bulgaro, con i quali arrivò a scontrarsi o a stringere rapporti d’intesa. Non si dimentichino nemmeno i tentativi abbasidi d’inserirsi nella realtà est europea, cercando l’appoggio dei Bulgari del Volga contro i Cazari. Curiosamente, il resoconto di viaggio scritto da Aḥmad ibn Faḍlān, nel 921 d. C., oltre a fornire una delle più dettagliate testimonianze circa gli usi e i costumi dei Rus’, fu poi d’ispirazione per il libro Mangiatori di morte da cui fu tratto il film Il 13° guerriero, tanto per intendere come la storia sia un intreccio infinito. La Rus’ di Kiev venne, quindi, plasmata in un contesto politicamente vario ed articolato, affermandosi stabilmente nei territori che oggi fanno parte della Russia, della Bielorussia e dell’Ucraina, così da legittimare l’idea di un popolo unico diviso attualmente in tre stati diversi.
Funerale di un guerriero Rus’ su ispirazione del resoconto di Aḥmad ibn Faḍlān (Siemiradzki,1883).
La necessità di non ricordare
Grossomodo, la ricostruzione proposta è alla base degli accenni fatti da Putin ai principi di unità storica che legherebbero i Russi ai vicini Ucraini: “L’Ucraina non è uno stato vicino, ma parte della nostra storia”. Giustamente, ai fini della propaganda, non sono presi in considerazione gli sviluppi più recenti che portarono all’idea di un paese indipendente dal suo invadente vicino di casa, sia politicamente che culturalmente. Dinamiche ben più vicine alla realtà odierna di quanto non siano i fatti altomedievali. L’unità della Rus’di Kiev terminò, infatti, già nel XIII secolo quando lo stato si frammentò in una serie di principati, separati ancor più tra loro dalle successive ingerenze mongole e tartare. In tempi relativamente veloci, il bacino ucraino e bielorusso si ritrovò coinvolto nelle dinamiche dell’Europa centrale, al contrario dei territori russi rivolti a oriente. L’Ucraina, in particolare, conoscerà il dominio del Khanato dell’orda d’Oro, poi l’intromissione dei Cosacchi che con forza reclamarono una propria indipendenza; quindi, la divisione tra Granducato di Lituania, il regno Russo, il khanato di Crimea, l’Ungheria e il principato di Moldavia. Un caleidoscopio di influenze e nazioni tra le quali, nel territorio conteso, la Russia seppe essere una costante: dapprima in possesso della parte orientale dell’Ucraina, in particolare il Donbass; poi, alla fine del XVIII sec., annettendo i territori cosacchi, strappando la Crimea all’impero Ottomano, e ottenendo i territori appartenuti alla Polonia. Va da sé, che in un tale contesto frammentario lo spirito identitario della prima Rus’ già si era perso, cosa che nei fatti comportò successivamente la necessità di russificare il territorio ucraino. Le vicende dell’ultimo secolo meritano, tuttavia, un’analisi a parte essendo troppo vicine al contesto odierno, ben più delicate ed impattanti tanto che sarebbe un’offesa trattarle nel breve spazio che rimane a questa riflessione.
Contesto geopolitico europeo agli inizi del XVIII secolo.
Rispettare la storia, salvare noi stessi
A grandi linee, quanto descritto ripercorre sinteticamente le interconnessioni tra Russia e Ucraina prima che tali due nomi avessero il peso che gli si attribuisce attualmente. Una storia che, a seconda dei tagli illegittimi che si vogliono applicare, può rivelare una fortissima unità tra i due stati o, al contrario, una loro fortissima divisione. Più importante, tuttavia, è chiedersi se abbia senso applicare una tale metodologia d’osservazione al contesto storico, rigettando lo studio analitico a favore di revisioni politicizzate a sostegno d’una parte o dell’altra. Indubbiamente, la proposta di un passato mitizzato è ben più avvincente, in quanto rivolta a stimolare i sentimenti, le passioni che muovono l’animo umano. Al contrario, lo studio analitico delle fonti impone un noioso rigore ed un impegno che non necessariamente possono essere coinvolgenti, al pari di un’equazione matematica nuda e cruda. Purtroppo, tentativi di revisionismo storico, magari solo accennati o sussurrati non sono una rarità ma una costante che infetta l’approccio tanto dei “grandi nemici dell’occidente” quanto della nostra parte, a pari merito. La responsabilità di capire, in un discorso politico, dove finisca l’oggettività e dove inizi la speculazione è individuale. Un giorno anche il nostro presente potrà essere revisionato, ma onestamente sarebbe atroce pensare che le dinamiche delle nostre vite vengano usate, in forma distorta, per giustificare la guerra di domani.
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