Autore: David Gnesi

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NEWS | A Crotone il recupero di molti reperti: i nuovi arrivati al Museo Archeologico crotonese

Alcuni reperti archeologici confiscati negli ultimi 30 anni trovano casa al Museo Archeologico di Crotone.

L’iniziativa e i reperti

La consegna è stata effettuata su iniziativa del presidente del Tribunale di Crotone Maria Vittoria Marchianò e del procuratore della Repubblica Giuseppe Capoccia. I reperti sono così stati recuperati, catalogati e consegnati al direttore del Museo Archeologico Gregorio Aversa. L’arco temporale dei beni consegnati va dal mondo greco alla Roma imperiale. Questi provengono da lotti di reperti confiscati nel corso degli anni (dal 1989 al 2000) durante operazioni di polizia e che erano custoditi nei magazzini del palazzo di giustizia crotonese.

Alcuni reperti consegnati al museo

 

Le parole dei protagonisti

«Sono dei beni pubblici che erano stati sottratti da mani criminali, perché è un crimine sottrarre beni di interesse artistico, storico e archeologico alla fruibilità comune per scopo di lucro. Si tratta infatti di beni che erano destinati ad essere venduti sul mercato illecito dei reperti delle opere d’arte», ha spiegato il presidente del Tribunale di Crotone, Maria Vittoria Marchianò.

I protagonisti: Giuseppe Capoccia, Maria Vittoria Marchianò e Gregorio Aversa

Il procuratore della Repubblica di Crotone, Giuseppe Capoccia, ha aggiunto: «… sequestri operati in tanti anni, oggetti trovati in casa di persone o sottratti al tombarolo di turno e purtroppo è un fenomeno (quello dei tombaroli, ndr) estesissimo nel nostro territorio. Quindi si tratta di cose in cui si imbatte con una certa frequenza».

Una nuova casa

Il direttore Gregorio Aversa ha così commentato questa iniziativa: <<Ringrazio il Tribunale di Crotone per aver scelto il museo quale destinatario di questi reperti. Purtroppo, l’attività criminale legata all’archeologia crea danni oltre che sotto l’aspetto economico, anche dal punto di vista culturale e scientifico. Non possiamo infatti attribuire un valore storico visto che non conosciamo i luoghi di provenienza di questi reperti. Conoscere la provenienza ci avrebbe permesso di approfondire le nostre conoscenze sul passato di questo territorio>>. 

Cerimonia della consegna
Pubblicabili da revisionare

NEWS | Neve, la neonata preistorica di Arma Veirana

Il 14 dicembre è stata presentata una scoperta eccezionale: il ritrovamento la sepoltura di “Neve”, una neonata di 10000 anni fa, nel sito di Arma Veirana, nell’entroterra di Albenga (SV).

Il sito

Arma Veirana è una cavità, lunga una quarantina di metri e dalla forma a capanna, nota da tempo agli abitanti della val Neva, ma, nello scorso secolo era stata oggetto solo di scavi clandestini. Una ricerca ufficiale iniziava solo nel 2006 sotto la direzione di Giuseppe Vicino, ex-conservatore del Museo Archeologico del Finale, grazie al quale furono recuperati diversi reperti litici successivamente consegnati alla soprintendenza.

I ricercatori durante gli scavi all’interno della grotta

Nel 2017, ampliando le attività di scavo verso la parte più interna della cavità, apparvero alcune conchiglie forate; si iniziò quindi a sospettare la presenza di una possibile sepoltura. Ipotesi, questa, confermata grazie al ritrovamento di ciò che restava di una calotta cranica e i primi elementi di corredo. La località archeologica è provvista di un sito internet ed è stato ricreato online in un modello interattivo in 3D.

La scoperta e le analisi

La sepoltura, considerata la più antica mai documentata in Europa relativa a una neonata mesolitica, ha restituito oltre ai resti del piccolo corpo: un corredo formato da oltre 60 perline in conchiglie forate, quattro ciondoli, sempre forati, ricavati da frammenti di bivalvi e un artiglio di gufo reale.

La sepoltura e la sua ricostruzione (foto: Scientific Reports)

In seguito alla estrazione i reperti sono stati oggetti di analisi scientifiche che hanno permesso di ottenere preziose informazioni sulla sepoltura e sulla sua cronologia.

È stata infatti l’analisi dell’amelogenina, una proteina presente nelle gemme dentarie, e del genoma a rilevare che il neonato era femmina. La datazione al radiocarbonio ha inoltre permesso di stabilire che la neonata, che il team ha quindi soprannominato “Neve”, era vissuta 10.000 anni fa circa. Inoltre l’istologia virtuale delle gemme dentarie della neonata ha stabilito la sua età di morte, avvenuta 40-50 giorni dopo la nascita.

Omero con decorazione a perline (foto: Università di Genova)
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NEWS | Operazione Taras, il lato oscuro dei Beni Culturali

Il 10 dicembre, la sezione Archeologia del Reparto Operativo del Comando per la tutela del patrimonio culturale ha fermato un traffico internazionale di reperti archeologici.

L’operazione

È stata chiamata Taras, come il nome del personaggio della mitologia greca, considerato leggendario fondatore della città di Taranto.

Il reparto Operativo del Comando per la tutela del patrimonio culturale dei carabinieri

Il procuratore aggiunto Maurizio Carbone, presente insieme al sostituto procuratore Marco Colascilla Narducci, ha così spiegato come sono state portate avanti le indagini:

“è stato necessario un coordinamento tra l’autorità giudiziaria, le forze specialistiche dei carabinieri, le autorità giudiziarie straniere e l’Interpol, in collaborazione con gli esperti della Soprintendenza.”

Il procuratore aggiunto, Maurizio Carbone

A insospettire i carabinieri e a dare il via agli accertamenti, sono stati i ripetuti soggiorni di un indiziato di reati contro il patrimonio che alloggiava periodicamente in un hotel di Monaco di Baviera;  soprattutto perché portava con sé diversi pacchi contenenti oggetti di natura archeologica, trasportati in treno. I militari hanno notificato l’avviso di conclusione delle indagini a 13 persone; queste sono accusate a vario titolo di associazione per delinquere, ricettazione, scavo clandestino e impossessamento di reperti archeologici, risalenti al periodo compreso tra il VI e il II secolo a. C.

Il traffico internazionale e le opere

I reperti venivano trafugati nel tarantino, soprattutto nell’area del parco archeologico di Saturo, e in Basilicata; successivamente i beni erano venduti al mercato nero con destinazione Germania, Belgio, Olanda e Svizzera.

Il deposito con i beni recuperati

 

Tra i reperti sequestrati sono stati recuperati ad esempio: ceramiche a figure rosse, ceramiche miniaturistiche, ceramiche votive, corredi funerari, utensili in bronzo, due elmi corinzi in bronzo, lastre di coperture sepolcrali in terracotta, pregevoli monili in oro e monete antiche, come quella raffigurante Taras. 

Un elmo corinzio

Le indagini hanno portato al recupero e al sequestro di circa duemila reperti archeologici in due anni di attività investigativa all’estero; il procedimento è stato inizialmente avviato dalla procura di Roma per poi esser condotto dalla procura di Taranto.

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NEWS | L’Università Ca’ Foscari di Venezia riporta alla luce 140 sepolture dell’antica Equilo

Nell’area del monastero di San Mauro, in prossimità delle “Antiche Mura”, tornano alla luce i resti degli abitanti dell’antica Equilo; il lavoro è stato svolto dagli archeologi dell’Università Ca’ Foscari di Venezia coordinati dal professor Sauro Gelichi.

La campagna 2021
Veduta dall’alto dell’area di scavo del monastero di San Mauro

L’attività di ricerca e indagine degli studiosi di quest’anno si è concentrata sull’area del monastero di San Mauro. L’obiettivo che si stanno dando ora i ricercatori è quello di fare luce sulle tradizioni e stili di vita degli abitanti; infatti, tra il 2018 e il 2020 è stato portato alla luce un grande corpus di patrimonio biologico. A queste scoperte fanno eco le parole del direttore di scavo, il professor Sauro Gelichi: “Con lo scavo che abbiamo intrapreso quest’anno il progetto archeologico sull’antica Equilo ha indiscutibilmente segnato un ulteriore salto di qualità, non solo per l’autorevolezza e l’internazionalità delle collaborazioni avviate, ma anche per le tematiche affrontate. Lo scavo di Jesolo si sta proponendo come il progetto archeologico più innovativo e promettente per quanto riguarda la storia della laguna nella post-antichità e, in relazione all’aspetto archeo-biologico, tra i principali in Italia”.

Il professor Sauro Gelichi

 

Le analisi sui resti biologici

Per completare lo scavo ed effettuare uno studio accurato sui resti osteologici è stata attivata una collaborazione con il laboratorio di Antropologia Fisica dell’Università del Salento (Professor Pierfrancesco Fabbri) e con l’Università di Harvard (professor David Reich) per l’analisi del Dna.

Il campione di studio è numeroso, 140 individui databili tra l’VIII e il XII secolo, che gli archeologi sperano di poter raddoppiare nelle prossime missioni.

Pulizia dei resti osteologici nell’area del monastero di San Mauro

Da queste analisi gli studiosi si aspettano di ricevere notizie riguardo alla dieta alimentare, malattie e livello di stratificazione sociale. Lo studio tafonomico, unito a quello antropologico e archeologico, consentiranno di comprendere maggiormente i comportamenti dei gruppi familiari in uno spazio di uso collettivo.

Le parole del sindaco

Le indagini che gli archeologi dell’Università di Venezia stanno conducendo nel sito archeologico di Jesolo portano alla luce ogni anno incredibili novità che raccontano un pezzo dell’antica storia della nostra città. Il lavoro svolto nel 2021 è stato, una volta ancora, eccezionale, e ci consentirà di scoprire le storie dei nostri antenati, di chi viveva su questo territorio ai suoi albori e del modo in cui si relazionavano tra loro le persone.

Il sindaco di Jesolo, Valerio Zoggia
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NEWS | Dal mare israeliano riemerge una spada crociata

Le acque della Carmel Coast sono ricche di tesori archeologici, grazie alle numerose calette dove le navi si rifugiavano dalla tempesta sin dall’antichità; infatti, il mare israeliano ci regala una spada crociata insieme ad alcuni manufatti in metallo, in pietra e frammenti di ceramiche.

La scoperta

I reperti sono stati scoperti in una delle numerose calette, nella Carmel Coast, che, fin dall’età del bronzo, ben 4.000 anni fa, le imbarcazioni utilizzavano come riparo naturale.

La zona era sotto monitoraggio dalle autorità archeologiche sin da giugno ma, a causa delle correnti marine i ritrovamenti sono molto elusivi, perché appaiono e scompaiono a seconda del movimento della sabbia.

Lo scopritore della spada, il sub Shlomi Katzin

A individuare la spada e gli altri reperti è stato il sub Shlomi Katzin, il quale li ha subito consegnati alla Israel Antiquities Authority, la quale ha effettuato l’annuncio della scoperta sensazionale.

Il direttore dell’Unità di Archeologia Marina della Israel Antiquities, Jacob Sharvit, ha così parlato della scoperta, ipotizzando anche la cronologia della spada:

“La recente scoperta della spada suggerisce che la caletta naturale sia stata utilizzata anche nel periodo crociato, circa 900 anni fa”.

Il direttore dell’Unità di Archeologia Marina della Israel Antiquities, Jacob Sharvit
La spada
La spada ricoperta di conchiglie e incrostazioni

Il reperto più sensazionale è sicuramente la spada, sia per dimensioni che per stato di conservazione; l’arma risulta essere formata da un’elsa di 30 centimetri e una lama lunga un metro. Nir Distelfeld, ispettore dell’Unità di prevenzione dei furti dell’Autorità israeliana per le antichità ha così espresso il suo stupore:

“La spada, che è conservata in perfette condizioni. È un reperto bello e raro ed evidentemente apparteneva a un cavaliere crociato”.

Dirstelfeld ha poi aggiunto:

“È stato trovato incrostato di organismi marini, ma a quanto pare è di ferro. È emozionante incontrare un oggetto così personale, che ti riporta indietro di 900 anni nel tempo in un’era diversa, con cavalieri, armature e spade”.

L’ispettore dell’Unità di prevenzione dei furti dell’Autorità israeliana per le antichità, Nir Distelfeld

 

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NEWS | Nella Valle dei Templi di Agrigento riaffiora una casa “restaurata”

Agrigento torna al centro delle scoperte archeologiche; infatti, nella Valle dei Templi riaffiora una casa “restaurata” già tra il III e il II secolo avanti Cristo. È l’eccezionale scoperta di queste ultime settimane nel Parco archeologico della Valle dei Templi di Agrigento, dove è stata riportata alla luce una serie di straordinarie pitture parietali e una pavimentazione in cocciopesto e a mosaico, perfettamente integra, parte di un’abitazione nel cosiddetto quartiere ellenistico-romano. La casa era crollata, o era stata demolita per qualche motivo, e le macerie accumulate hanno “salvato” mosaici e pavimenti in stile pompeiano.

I pavimenti decorati
La scoperta

La casa è stata ritrovata nel quartiere ellenistico-romano (dove è stato ritrovato anche l’anfiteatro) durante la sesta campagna di scavo dell’Università di Bologna; il progetto è stato avviato in collaborazione con il Parco Archeologico, sotto la direzione di Giuseppe Lepore del Dipartimento di Beni culturali del Campus di Ravenna.

Dal 2016 e con cadenza annuale il team dell’Università di Bologna si è dedicato all’indagine di un intero isolato (il terzo del Quartiere), con particolare attenzione alla Casa III M. È stata proprio quest’ultima a restituire un contesto che gli archeologi giudicano di altissimo valore scientifico, con pavimenti e pitture in perfetto stato di conservazione.

Quartiere ellenistico-romano visto dall’alto

La casa è stata ristrutturata, insieme al resto del quartiere, tra la fine del III e gli inizi del II secolo avanti Cristo ed è stata dotata di un complesso sistema di pitture parietali e di pavimenti in cocciopesto e in mosaico.

Gli ambienti rinvenuti

 

La casa

Probabilmente già nella prima età imperiale la casa ha subìto un crollo, forse una demolizione intenzionale, che ha permesso, come detto, la conservazione delle pitture parietali e dei pavimenti in cocciopesto e in mosaico.

Pavimenti e pitture si possono datare, ad una prima analisi, ad un rifacimento degli inizi del I secolo a.C.. Si tratta di ambienti che appartenevano ad un ceto gentilizio con stanze ricche di statue, tappezzeria, arazzi, argenti, con pareti affrescate e pavimenti a mosaico.

Il crollo della casa

L’abitazione si estendeva per circa 400 mq ed era formata da un monumentale spazio porticato dal quale si aprivano i tre vani principali. Il focus della campagna di scavo è stato il settore centrale; Il piano terra ha restituito il pavimento in cocciopesto con inserti di pietre colorate che formano una decorazione a meandro. Il crollo, invece, ha restituito parti del mosaico policromo, con motivi a meandro, del piano superiore e le relative pitture parietali in stile pompeiano.

Elementi decorativi riaffiorati durante gli scavi

 

Riportare alla luce le testimonianze del passato ci dà la possibilità di costruire il futuro della Sicilia – Alberto Samonà

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NEWS | Monete romane riemergono in Germania: la scoperta ad Augusta di Baviera

Durante i lavori di scavo per la costruzione di edifici residenziali in una zona ex-industriale sono state scoperte alcune monete romane nella città tedesca di Augusta, in Baviera.

La scoperta

Negli ultimi mesi la città bavarese è stata al centro di scoperte archeologiche importanti. Infatti, lo scrigno di monete risulta essere il secondo ritrovamento in pochi mesi.

Gli archeologi al lavoro nella zona residenziale

Sono state trovate oltre 5.500 monete di argento di epoca romana, circa 15 kg; mentre nella precedente scoperta, avvenuta nella stessa area ex industriale, erano stati trovati nello scorso giugno oggetti, armi, gioielli del peso complessivo di 400 chili.

Le ipotesi e le parole dell’archeologo

Secondo l’archeologo di Augusta, Sebastian Gairhos, le monete, sepolte all’inizio del III secolo d.C., potrebbero appartenere ad un grossista vissuto nella ex colonia di epoca romana Augusta Vindelicum, oggi Augusta, capitale della provincia di Raetia.

L’archeologo, Sebastian Gairhos

L’archeologo spiega:

È il più grande tesoro di monete d’argento di epoca romana che sia mai stato scoperto in Baviera. Quello che rende questo tesoro così speciale è che si tratta di denari del primo e secondo secolo e l’argento è ancora molto ben conservato.

La stampa tedesca ritiene lo scrigno di monete una delle 10 scoperte archeologiche più importanti per la Germania.

Studi e conseguenza della scoperta

In seguito al ritrovamento, le monete, per i prossimi tre anni, saranno restaurate e studiate come parte di una tesi di dottorato all’istituto di Archeologia Classica della città.

Le due recenti scoperte hanno posto, nuovamente, l’attenzione sul Museo Romano di Augusta, chiuso da molti anni per carenze strutturali e la mancanza di fondi.

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NEWS | Ercolano restituisce nuovi resti delle vittime del Vesuvio

Gli archeologi hanno effettuato una nuova scoperta, un nuovo “fuggiasco” a Ercolano mutilato dall’eruzione del Vesuvio del 79 d. C.

La scoperta

I resti sono stati trovati sulla spiaggia della cittadina; qui, nell’ultima campagna di scavi degli anni ’90, vennero riportati alla luce nei magazzini più di 300 fuggiaschi che avevano cercato riparo nell’attesa di essere portati in salvo dalla flotta di Plinio il Vecchio.

I resti del “fuggiasco” da poco scoperti

I resti dell’uomo, un maschio di età matura sono stati trovati alla base del muro di pietra lavica che oggi chiude l’antico fronte a mare. Era riverso con la testa all’indietro in direzione del mare e circondato da pesanti legni carbonizzati, persino la trave di un tetto che potrebbe avergli sfondato la testa.

Le teorie sull’individuo
Il direttore del Parco di Ercolano, Francesco Sirano, che analizza i nuovi resti

Gli archeologi del parco si sono subito interrogati sull’identità di questa nuova vittima e sul suo ruolo nelle ultime ore della città. Ad esempio Francesco Sirano ipotizza: “Potrebbe trattarsi di un soccorritore, un compagno dell’ufficiale di Plinio che negli anni ’80 era stato trovato ad una ventina di metri di distanza da questo punto, sempre sulla spiaggia… Oppure uno dei fuggiaschi, che si era allontanato dal gruppo per raggiungere il mare sperando di riuscire a imbarcarsi su una delle lance di salvataggio”. In aggiunta a questo alcune ipotesi porterebbero nella direzione che potesse essere di vedetta in attesa delle navi da soccorso.

Le parole del ministro Franceschini
Il ministro Dario Franceschini

Il ministro descrive così la scoperta da poco effettuata:

“La sensazionale scoperta dei resti di un fuggiasco nel sito archeologico di Ercolano è una bellissima notizia, innanzitutto perché il ritrovamento è dovuto alla ripresa in questo luogo, dopo quasi un trentennio, degli scavi scientifici condotti dal personale tecnico del ministero…”.

Franceschini pone l’attenzione sullo studio dei resti: “…Le affascinanti ipotesi intorno al mistero che circonda la morte di quest’ultima vittima ritrovata dell’eruzione del 79 d.C. sono ora nelle mani degli studiosi, che possono gioire per questo risultato dovuto anche al sostegno del Packard Humanities Institute”.

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NEWS | Via gli archeologi dai parchi? CIA Sicilia non ci sta e promette battaglia

A seguito della proposta di riorganizzazione effettuata dalla Regione Sicilia, la Confederazione Italiana Archeologi scende in campo.

I timori delle associazioni

La CIA ha deciso di sostenere l’iniziativa promossa dalle associazioni Italia Nostra, Ranuccio Bianchi Bandinelli, Memoria e Futuro tramite una lettera aperta al Presidente della Regione Sicilia.

Presidente della Regione Sicilia, Nello Musumeci

La proposta regionale criticata porterebbe ad un accorpamento di tutte le sezioni tecnico-scientifiche delle Soprintendenze e dei Parchi Archeologici; questo  porterebbe, secondo le associazioni, a disfunzioni amministrative, ma violerebbe le norme regionali e nazionali del settore.

Le leggi interessate

La proposta andrebbe in conflitto con le leggi regionali ancora vigenti 80/1977 e 116/1980; queste individuano le peculiarità delle singole discipline specialistiche disponendo che all’interno delle soprintendenze vi siano cinque unità operative: ambientale, archeologica, architettonica, bibliografica e storico-artistica.

Su questo punto, di interesse nazionale, è stato inserito anche l’articolo 9 bis (L. 110/2014) che inquadra le figure professionali che possono svolgere gli interventi operativi di tutela, protezione e conservazione dei beni culturali.

L’art. 9 bis delle legge 110/2014

 

Le richieste della confederazione

Con questo documento, la Confederazione Italiana Archeologi chiede di:

  • recedere da tale proposta e di ristabilire l’assetto pluridisciplinare degli Istituti di tutela prescritto dalle leggi regionali e nazionali, restituendo a questi Organi competenza scientifica e imparzialità amministrativa.
  • applicare nel Dipartimento regionale dei beni culturali il sistema nazionale, vigente nel Ministero della Cultura, di assegnazione delle unità operative ai funzionari direttivi in possesso delle competenze scientifiche richieste dalle leggi, quali gli archeologi e storici dell’arte, in ruolo da sedici anni a seguito dell’ultimo concorso per “dirigenti tecnici dei beni culturali” banditi nel 2000.
  • rideterminare l’organico del ruolo tecnico dei beni culturali previsto dalle leggi regionali, nel rispetto dei profili professionali al fine di procedere, finalmente, all’indizione di nuovi Concorsi.
  • applicare le norme del Codice dei contratti pubblici ed il Regolamento sui beni culturali, prevedendo sempre la figura dell’archeologo nei ruoli di progettista e direttore dei lavori di scavo, restauro, valorizzazione e fruizione del patrimonio archeologico.

 

In allegato le due pagine del documento proposto dalla Confederazione Italiana Archeologi.

Pubblicabili da revisionare

NEWS | Lo sguardo della dea Astarte: i rinvenimenti di Mozia (TP)

A Mozia, nel trapanese, è stata riportata alla luce un volto in terracotta che raffigura lo sguardo della dea Astarte.

La scoperta

Il sito è sotto indagine da parte dell’Università di Roma La Sapienza fin dagli anni ’60; dal 2002, dopo un decennio di interruzione, sono riprese le attività di scavo, stavolta sotto la direzione di Lorenzo Nigro, docente di Archeologia del Vicino Oriente Antico e di Archeologia fenicio-punica.

L’isola di Mothia

Il volto in terracotta è stato scoperto durante la campagna di scavo appena conclusa. L’immagine è databile tra il 520 e il 480 a.C., ovvero almeno un secolo prima di quando, nell’imminenza dell’attacco di Dionigi di Siracusa che distrusse Mothia nel 397/6 a.C., fu ritualmente nascosta poco fuori del recinto sacro, in un punto facilmente individuabile e ben protetto. La testa di Astarte è stata rinvenuta all’interno di una stipe, una fossa circolare di circa un metro di diametro, accanto ad altri due oggetti, sempre in terracotta: un disco con la rappresentazione di una rosetta a rilievo e uno stampo raffigurante un delfino dal grande occhio naïve, che hanno portato alla scoperta del volto di Astarte.

Il volto della dea Astarte

 

Le parole di Lorenzo Nigro

 

<<Questi risultati sono il frutto di un lavoro di due decenni da parte di un team numeroso e affiatato>>, ha dichiarato il professore. <<È a tutti gli studenti e ricercatori membri della nostra missione archeologica e ai colleghi con cui abbiamo discusso le nostre interpretazioni che si deve la comprensione di uno dei santuari più ampi e affascinanti del Mediterraneo antico, quello dell’Area sacra del Kothon. La dea Astarte viene qui rappresentata con fattezze greche, ma in un contesto rituale e architettonico fenicio: come per la famosissima statua dell’Auriga, i moziesi usano il linguaggio universale del V secolo a.C., quello della Sicilia ellenizzata, per raffigurare quanto di più identitario possa esistere: il culto religioso. Ci insegnano la capacità di assimilare e lasciarsi assimilare, di tradurre e trasmettere senza tradire, che fu tipica degli antichi e, in modo particolare, della Sicilia>>.

Il direttore dello scavo, Lorenzo Nigro