Autore: Chiara Odoardi

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UNA PESCARESE A MESSINA | Quel che la Vara rappresenta per ogni messinese

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La sosta di fronte a Palazzo Zanca fu un po’ più lunga per il tradizionale saluto ai Giganti, cari e leggendari fondatori della città, impettiti e fieri, e per la concentrazione di persone riunite ad aspettare l’arrivo della Vara. Lì incontrai i miei amici Francesco e Stefania con il piccolo Kilian e la madre di Stefania, Cettina.

Alla notizia che non avevo mai visto la processione, lei decise che dovevo assolutamente assistere da vicino e accettò come una missione il compito di farmi spazio tra la folla perché Tu e tuo fratello non l’avete mai vista prima! Grazie a lei riuscii a cogliere tutti i dettagli che descrivo qui e penso che li custodirò sempre nei miei ricordi. Devo dire che ne è valsa veramente la pena, perché così ebbi l’occasione di rendermi conto di cosa rappresenta la processione della Vara per Messina ed i suoi abitanti. Anche nella tanto attesa “girata” in Via Primo Settembreero in prima fila!

Tonnellate di ferro, legno e cartapesta erano pronte a scivolare ancora, trainate solo dalla forza umana. La Vara non è solo un carro votivo, rappresentante l’Ascensione di Maria al cielo, alto 14 metri; è il simbolo di una collettività intera che ritrova e trasferisce in essa la volontà di condivisione, il senso di appartenenza (quello che cercavo follemente io ed è per questo che assistere alla processione mi ha segnato tanto), la speranza di un riscatto che si riaccende, attraverso la fede verso l’amata Patrona di Messina e la storia comune.

C’è tutto questo e molto altro in quel Viva Maria urlato a squarciagola, nei piedi nudi e affaticati, nella preghiera accorata, nel volto di migliaia di persone, donne e uomini, che si aggrappano alle corde imprimendo loro energia e cuore, ed in ogni singolo centimetro di corda benedetta riportato a casa come ricordo.

Lo custodisco anche io ora, in casa, da buona messinese!

 

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UNA PESCARESE A MESSINA | Il fiume bianco della Vara

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Per oltre due ore seguimmo la processione, dalle 19, fino all’arrivo in Piazza Duomo. Per oltre due ore migliaia di persone, con il cuore gonfio di orgoglio, che pur non tirando il carro erano anch’essi attori della tradizione che si ripete, ai margini della machina, in corteo seguendola in segno di voto o ai lati della strada, urlavano Viva Maria applaudivano e pregavano, con gli occhi lucidi dalle lacrime e dall’emozione. La fatica dei tiratori che nelle fermate riprendevano fiato e si davano il cambio come capicorda.

Non scorderò mai l’espressione di uno di essi, nella sosta di fronte al Nettuno: nel suo viso tutta la fatica, gli occhi spalancati, la bocca aperta a riprendere fiato, il sudore che gli imperlava la fronte, l’abito bianco con la fascia celeste mariana e i piedi scalzi, rossi sull’asfalto bagnato dalle pompe delle autobotti; sembrava che stesse per cadere al suolo da un momento all’altro, ed invece, quando l’addetto alle segnalazioni diede il via al capotimoniere sulla piattaforma della Vara per riprendere la corsa, si rianimò di colpo: tutti erano attenti, verso il segnalatore: sventolò la bandiera e iniziò a fischiare e a gridare Viva Maria con voce potentissima, dando la carica a tutti i tiratori.

I tiratori, immagine dal web

La folla esplose in un unico grido di gioia. Il capofila semisvenuto si rianimò di colpo e con uno slancio, che a me parve sovrumano, spinse finché tutti gli altri dietro di lui iniziarono a correre e a spingersi in avanti l’uno con l’altro: il carro votivo di Maria Assunta in cielo iniziò a scivolare e si mosse sotto i miei occhi, ancora meravigliata da quello che avevo appena visto. Migliaia di persone correvano e si spingevano in avanti, era un fiume bianco, che pareva interminabile, di persone che gridavano, i devoti attorno a me che applaudivano e incitavano, lemigliaia di piedi scalzi che battevano e scivolavano sul selciato lucido, l’umidità e l’energia che salivano, la luna e il sole roteavano, festoni e ghirlande e il timoniere fischiava e le bandiere sventolavano. Tutto in armonia. Difficile descrivere l’impatto emotivo che tutto ciò ha sul cuore dei messinesi in quell’istante.

Ogni anno i messinesi dicono: Quest’anno la Vara non la vado a vedere, ma poi sono lì, in strada, a gridare tutti insieme.  

 

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ABRUZZO | La Fontana delle 99 cannelle: storia e leggende della città de L’Aquila

La Fontana delle 99 cannelle è situata in una delle zone più antiche del centro storico della città de L’Aquila, la Rivera, nei pressi del fiume Aterno, che venne eretta sull’antico castello di Acquili, che diede il nome alla città.

Il terremoto del 2009 e gli interventi di restauro

Anche la Fontana ha subito danni in seguito al terribile terremoto del 2009, che ha messo in ginocchio il capoluogo abruzzese. L’Aquila, immota manet, possiede attrazioni che testimoniano la sua antica storia: tra queste la Fontana e la Basilica di Collemaggio, monumento simbolo della città d’arte.

Grazie al Fai, la Fontana viene restaurata e parzialmente ricostruita nei punti più danneggiati dai crolli dovuti al terremoto e oggi la si può nuovamente ammirare nel suo antico splendore.

Il sito, oltre a possedere un grande impatto visivo e prospettico, è sicuramente una preziosa testimonianza della storia aquilana.

La storia e la struttura

L’iniziale costruzione della Fontana risalirebbe all’anno 1272, come riporta una lapide posizionata sopra le Cannelle, ma l’opera è stata poi ampliata e portata avanti in diversi periodi storici.

La Fontana corre lungo il perimetro della piazza della Rivera, di forma trapezoidale. Dalla bocca di 93 mascheroni in pietra e da 6 ulteriori cannelle sgorga acqua ininterrottamente, in un concerto di suoni tintinnanti.

Nel Quattrocento viene aggiunto il rivestimento esterno con la composizione a scacchiera in pietra bianca e rosata, proveniente dalle cave di Genzano di Sassa. Nel Cinquecento viene ultimato il lato sinistro e nel Settecento quello destro, in stile barocco.

Originariamente la Fontana aveva la funzione di pubblico lavatoio, ma il suo significato è senz’altro più profondo: è un monumento simbolico abruzzese ricco di significati collegati al numero 99. Ogni maschera è diversa dalle altre: 93 contengono un fiore con rosone, simbolo molto usato nell’arte, anche orafa, abruzzese; le altre 6 cannelle sono vuote e rappresenterebbero le piaghe di Cristo. Forte è la carica allegorica che si cela dietro ogni maschera.

La leggenda

Leggenda vuole che la Fontana celi storie e misteri collegati alla fondazione de L’aquila.

Si narra che durante il XIII secolo si decise di fondare una città – madre, riunendo le popolazioni dei 99 castelli confinanti. I signori dei 99 castelli avrebbero dovuto inviare le proprie genti, ciascuno in un’area della nuova città, assegnata loro durante la fase di progettazione urbanistica; quest’area doveva avere una piazza con una fontana al centro e una chiesa. Attorno a ogni piazza bisognava costruire le nuove abitazioni che avrebbero dato origine a ogni nuovo quartiere.

Ecco perché la città de L’Aquila possiede 99 piazze, 99 fontane e 99 chiese.

Alla fine del Duecento si costruì dunque una fontana monumentale, che doveva essere il simbolo della città appena fondata e della sua unità civica.

Leggenda vuole che i volti dei mascheroni rappresentino i signori dei 93 castelli che diedero vita alla fondazione della nuova città

Richiama l’attenzione in maniera particolare, il mascherone dalla testa di pesce: posta sul lato destro, tale figura sarebbe allegoria della leggenda di Colapesce, testimoniando quindi che Federico II contribuì alla fondazione de L’Aquila.

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UNA PESCARESE A MESSINA | I Giganti e la Vara: il mio primo Ferragosto messinese

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Il 10 Agosto uscimmo per trascorrere una serata fuori e andammo a prendere la nostra amica Cetty a Camaro: passando con la macchina vidi quello che non mi aspettavo, Mata e Grifone in tutta la loro maestosità. La sorpresa di vedere i giganti fermi in  Piazza Fazio fu tanta: non li vedevo dall’anno prima, quando ero stata a Messina per tutto il mese di Agosto, e non ricordavo che sarebbero usciti proprio in quel giorno.

Daniela ripartì l’indomani ed arrivò mio fratello a farmi visita. Con lui seguimmo tutti gli eventi del calendario, le passeggiate dei giganti fino alla sosta di fronte a Palazzo Zanca, in Piazza Unione Europea. Essendo entrambi di Pescara, ci sentimmo un po’ turisti, lui lo era davvero e io giocavo ad esserlo: d’altronde non avevo mai assistito alla Processione della Vara del 15 Agosto e non volevo assolutamente perdermela. Quel giorno percorremmo tutta Via Garibaldi a piedi, fino a Piazza Castronovo. Tutta Messina era presente al momento. I balconi erano affollati di gente, le strade straripavano: mi resi conto di quanti abitanti abbia questa città in quel giorno!

Vidi i tiratori vestiti di bianco, pronti, con le corde tese in alto per ricevere la benedizione di Monsignor D’Arrigo, al microfono in Piazza Castronovo. La Vara era lì in fondo, colorata e pronta a partire.  Decine di migliaia di fedeli uniti nella preghiera e poi un lungo istante sospeso, finchè il primo fuoco d’artificio esplose; poi lo spettacolo di luci e il lancio di migliaia di bigliettini colorati e la seconda esplosione, stavolta dei tiratori che, tutti insieme, al grido di W Maria, con un enorme slancio e facendosi forza l’un l’altro, iniziarono la loro corsa. Non avevo mai visto nulla del genere, l’energia che si sprigionò in quel momento da quella piazza fu qualcosa di potente e sacro al tempo stesso: la popolazione di Messina, almeno una volta l’anno, è unita in un unico credo ed orgoglio.

Credo sia questa la vera forza e il vero potere della tradizione della Vara.  

 

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Chiara e Domenico con Mata
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ABRUZZO | Il Museo “Casa Natale di Gabriele D’annunzio” (PE)

Nel cuore del centro storico di Pescara, lungo Corso Manthonè, il corso principale della parte antica della città,  sorge la casa natale del poeta Gabriele D’Annunzio. Nel 1927, lo stesso poeta richiese che venisse dichiarata Monumento Nazionale per assicurarla allo Stato, tramite decreto di Mussolini. Oggi l’edificio è tutelato dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali.

Gli interventi di restauro e consolidamento hanno preservato la struttura dell’abitazione nella sua forma originaria di tipica casa borghese di fine Ottocento, conservando le eleganti decorazioni parietali e gli arredi d’epoca.

La Casa – Museo

Gabriele D’Annunzio nasce in questa casa il 12 Marzo 1863 e vi trascorre la sua infanzia fino agli undici anni, quando si trasferisce a Prato per gli studi. Negli anni della maturità, il poeta vi torna saltuariamente per far visita alla madre, rimasta sola.

Il Museo occupa tutto il primo piano dell’edificio ed è composto da nove sale con arredi e mobili d’epoca, sui quali sono esposti gli oggetti di uso quotidiano utilizzati dal poeta e dai suoi familiari.

A piano terra si apre il cortile interno con un pozzo in laterizio.

Il percorso espositivo

La prima parte del percorso espositivo è composta da cinque stanze, locali nei quali si svolgeva la vita domestica del Vate e della sua famiglia. Su pannelli didattici sono riportati alcuni brani del Notturno, nei quali D’Annunzio ricorda, con parole ricche di affetto, gli ambienti della sua casa natale e gli anni felici della sua infanzia, assieme alla famiglia al completo. Sui pannelli sono inoltre riportate informazioni su episodi che lo videro protagonista durante la Prima Guerra Mondiale, come l’impresa di Fiume.

Le stanze sono decorate con fregi a tempera di grande valore che arricchiscono i soffitti e le volte: tali affreschi risalgono a metà Ottocento e sono i più antichi nella città di Pescara. I temi sono tipici del Neoclassicismo: compaiono figure di amorini, animali e  motivi vegetali.

La seconda parte del museo ospita il guardaroba privato del poeta, che dimostra quanto egli ricercasse l’originalità e fosse eccentrico anche nel vestiario: si possono ammirare i sandali dorati, il cappotto rosso, indossato durante le battute di caccia e le gare ippiche, le uniformi, le vestaglie e i completi in linea con la moda del tempo.

Seguono, poi, le stanze che ospitano alcune prime edizioni delle sue opere, illustrate con xilografie; successivamente, si apre l’allestimento dei calchi del viso e della mano, realizzati sulla sua salma nella notte della morte, nel 1938.

Il percorso si chiude nella stanza del Vate, dove sono conservati cimeli di guerra e foto d’epoca, che lo ritraggono durante le imprese belliche, e le divise da generale.

 

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UNA PESCARESE A MESSINA | Mezzogiorno ruggente

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Amo viaggiare, condurre amici nei posti che conosco per illustrare loro tutto ciò che posso, guidarli in luoghi meno battuti dal turismo di massa, soprattutto se immersi nella natura. Portare la mia amica a fare questi giri, farle vedere le bellezze di Messina e provincia, ebbe su di me un effetto quasi terapeutico: da un lato mi divertivo e godevo della sua compagnia, perché mi mancava molto una persona amica; dall’altro mi servì per conoscere e apprezzare di più il posto in cui vivo.

Inutile dire che Daniela trascorse la maggior parte del suo tempo qui in spiaggia, ma non potevo farle perdere anche le bellezze della città di Messina. D’obbligo fu il giro al Duomo, aspettare il Mezzogiorno per sentire le due grandi campane suonate da Dina e Clarenza, vedere le animazioni ed ascoltare il leone ruggire e lAve Maria dolcissimo; seguì poi la spiegazione sui vari meccanismi dell’orologio astronomico, il più grande per dimensioni e complessità al mondo, il cui funzionamento per intero è ancora sconosciuto a molte persone, me compresa. Il Duomo e il suo campanile con l’orologio e la fontana del Montorsoli fanno di Piazza Duomo una delle maggiori perle di Messina. Via via che andrò avanti nei prossimi articoli, parlerò di molte altre perle architettoniche e artistiche, luoghi di interesse, anche “nascosti”, e di altre bellezze che fanno di Messina davvero una città di cui andare fieri.

 

Infografica dalla rubrica “Lo sapevi che…”

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ABRUZZO | Sextantio (AQ): l’albergo diffuso esempio di riqualifica del territorio

In Abruzzo, nel Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, sorge Santo Stefano di Sessanio, un borgo fortificato in provincia dell’Aquila. Incastonato tra le montagne, si trova a oltre 1250 metri di altitudine e risale all’epoca medievale. Fa parte del Club dei Borghi più belli d’Italia.

La maggior parte dei paesi, cosiddetti incastellati, che permangono ancora oggi lungo la catena montuosa degli Appennini, ha subito, nel tempo, un graduale abbandono e spopolamento: gli abitanti, via via, hanno preferito spostarsi verso centri urbani più grandi e moderni.
Non è questo il caso di Santo Stefano di Sessanio.

L’albergo diffuso Sextantio

Nel 2004 un imprenditore italo-svedese, Daniele Kihlgren, ha avuto un’idea lungimirante: ha acquistato le case in pietra e le ha convertire in albergo diffuso, con l’obiettivo di ridare nuova vita al paese.
L’hotel è il borgo stesso: dalle camere, alla cucina e alla reception, la struttura si articola nelle abitazioni in pietra e si snoda per i vicoli dell’intero paese.
Sextantio, questo il nome dell’albergo diffuso, è un progetto di recupero nel rispetto della storia del posto, della cultura e della tradizione locali.
Il fine è quello di tenere viva l’identità del territorio.

Gli alloggi

Gli alloggi del Sextantio sono arredati nello stile degli anni 20 del Novecento, rustico e lussuoso al tempo stesso, nel rispetto degli interni originari.

L'interno di uno degli alloggi
L’interno di uno degli alloggi

I letti in ferro battuto e il mobilio d’epoca ricreano l’atmosfera di un tempo antico. L’attenzione al dettaglio traspare anche dalla biancheria messa a disposizione per gli ospiti: le lenzuola sono parte di antichi corredi nuziali, le coperte e i materassi di lana sono realizzati a mano e tinti con colori naturali. Gli impianti e le apparecchiature elettriche sono occultati, gli elementi architettonici sono in linea con lo stile dell’epoca, per preservare l’anima di questi luoghi.

I servizi

La struttura offre servizi fedeli alla cultura del territorio: il cibo genuino, i prodotti tipici, la vendita di oggetti da parte di artigiani del posto.

Alla base del progetto di riqualifica c’è un rinnovato amore degli abitanti di Santo Stefano di Sessanio per il loro paese e una ricerca etnografica minuziosa sulle tradizioni e sugli usi locali, condotta con il Museo delle Genti d’Abruzzo, che ha sede a Pescara.

Nei dintorni, il turista può giungere con facilità al castello di Rocca Calascio, altro gioiello nel cuore dell’Abruzzo forte e gentile.

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UNA PESCARESE A MESSINA | Un’estate al mare… da Giardini a Milazzo

Vi avevo parlato negli scorsi articoli (Clicca qui) di quanto duri siano stati per me i mesi iniziali, almeno fino al mese di luglio. A risollevare il mio morale fu la notizia che due tra le mie più care amiche, Vanessa e Daniela, sarebbero venute qui a Messina a trascorrere qualche giorno di vacanza e una delle due avrebbe soggiornato a casa mia.

Sono state in grado di farmi sentire a casa grazie alla loro presenza, e in quel momento ne avevo enormemente bisogno. Insieme al mio compagno Domenico, ci divertimmo a vestire i panni di Cicerone per condurre Daniela nei posti che a nostro parere doveva assolutamente visitare.

Lei, amante dell’arte e del teatro come me, rimase ammaliata dal Teatro Antico di Taormina. Avemmo la fortuna di trovare l’apertura serale del teatro alle visite, mentre il giorno precedente aveva ospitato uno spettacolo. Il fatto che, solo 24 ore prima, centinaia di persone avevano riempito gli spalti e un artista si fosse esibito lì, caricando l’aria di energia, mi galvanizzava ancora di più.

Un particolare del Teatro di Taormina

Devo dire che è uno dei posti del mio cuore e mi emoziono ogni volta che, saliti i gradoni in pietra, arrivo in cima alla platea e mi volto a godermi lo spettacolo dello scenario dietro il palco: le colonne mastodontiche, la città in lontananza, il mare nero che si mischia al nero del cielo e il confine tra i due delimitato solo dalle luci che le barche proiettano davanti a loro: senza di esse sembrerebbe quasi che fluttuino nel vuoto. E poi il regalo più grande: dietro il palco, su in alto, a destra, un rivolo rosso incandescente si stagliava contro la tela nera del cielo, e scendeva lentamente: la lava di un vulcano, l’Etna. Sul retro, in cima alle scale, dando le spalle alla platea, c’è la ringhiera meno illuminata, da cui ammirare il mare e Giardini – Naxos piccola e vestita a festa nelle notti d’estate. E da lì, alzando gli occhi al cielo, una luna piena gigantesca proiettava il suo bagliore candido in una lunga scia bianca che tagliava in due il mare nero. Come si dice a Pescara: “Chi ti pò ringrazia?”

 
Giardini-Naxos

Con Daniela visitammo anche Milazzo, la portammo lungo il sentiero che conduce alle Piscine di Venere, tra fichi d’india, scorci mozzafiato, scogliere e tanto vento, e dall’alto poter ammirare un paesaggio unico. Scesi tutti i gradini, ci ritagliammo uno spazio per noi ed entrammo in acqua. Passammo un pomeriggio fantastico, fatto di risate e bagni nel mare.

Amo viaggiare, condurre amici nei posti che conosco per illustrare loro tutto ciò che posso, guidarli in luoghi meno battuti dal turismo di massa, soprattutto se immersi nella natura. Portare la mia amica a fare questi giri, farle vedere le bellezze di Messina e provincia, ebbe su di me un effetto quasi terapeutico: da un lato mi divertivo e godevo della sua compagnia, perché mi mancava molto una persona amica; dall’altro mi servì per conoscere e apprezzare di più il posto in cui vivo.

 

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ABRUZZO | Tra archeologia e storia, riscopriamo il MANDA di Chieti

La villa comunale di Chieti, detta Villa Frigerj, ospita il Museo Archeologico Nazionale d’Abruzzo. 

Al suo interno è conservata la più importante raccolta archeologica abruzzese, che abbraccia il periodo compreso tra la protostoria e la tarda età imperiale. 

Il percorso espositivo: il piano terra

Il percorso si snoda sui due piani della Villa Frigerj. 

Al piano terra, nella sala denominata Al di là del tempo, è ospitato il Guerriero di Capestrano, capolavoro dell’arte statuaria italica risalente al VI secolo a.C.

La ricca sezione numismatica offre la possibilità di ammirare una collezione di  circa 15.000 monete che partono dal IV e arrivano fino al XIX secolo. Le monete più antiche testimoniano la presenza del popolo dei Sanniti in Abruzzo, mentre le più recenti risalgono all’epoca spagnola, quando la regione era divisa in due Abruzzi, Ultra e Citra. L’ingente numero di monete ritrovate fornisce indizi circa l’attività commerciale tra le popolazioni che abitarono questi territori, sicuramente intensa e tesa a favorire gli scambi e la circolazione di moneta nel corso dei secoli. 

Sempre al piano terra, è ospitata la collezione Pansa, che prende il nome dall’influente avvocato abruzzese che nel 1954 donò al Museo di Chieti una piccola collezione di oggetti antichi: Pansa, appassionato di antichità, acquistò e studiò vari reperti appartenenti alle popolazioni italiche abruzzesi. La collezione annovera vari manufatti in bronzo e ferro, gioielli, avori e oggetti di uso quotidiano e militare come pettini, vasi, elmi e fibule.

Il percorso espositivo: il primo piano

Al piano superiore, sono ospitati corredi funerari dell’Abruzzo preromano dal X al IV secolo a.C., ritrovati nelle numerose necropoli diffuse in tutto il territorio. Oltre agli oggetti, sono stati rinvenuti anche resti biologici, provenienti dalla Necropoli di Alfedena del V secolo a.C. Il loro studio ha permesso di ricostruire le caratteristiche somatiche degli uomini e delle donne abruzzesi, la durata media della vita, l’alimentazione, le possibili malattie o patologie.

Il primo piano ospita anche la mostra dal titolo Ecco…Ercole appare, che espone la statuetta in bronzo di Ercole in riposo, ritrovata sul monte Morrone sopra Sulmona (AQ) nel santuario di Ercole Curino. 

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UNA PESCARESE A MESSINA | Lo Stretto indispensabile pt. II

Per chi si fosse perso la prima parte: cliccare qui.

 

Qui entro in gioco io, che vedo la città con occhi diversi, perché tutto è sì sconosciuto, ma sconosciuto significa per me da conoscere, e dunque è nuovo.

Una delle cose che amo di più di Messina è quando, percorrendo l’autostrada, si dischiude alla vista, all’improvviso, magari dopo una curva, tutta la maestosità dello Stretto. Il blu dell’acqua, le feluche, una nave da crociera in lontananza con le mille luci accese, o una Caronte che arriva o parte, il sole che si riflette sull’acqua o che illumina i monti calabri, i due piloni che si guardano, il faro che saluta e l’altro che, poco dopo, risponde. O di notte, quando sull’acqua si specchiano le luci delle case di Reggio, dando vita alla sua gemella capovolta. O quando Fata Morgana si diverte con la sua lente d’ingrandimento e le navi sembrano fluttuare in aria.

Tutto questo per me è magia, e non pensavo mai potesse essere così bello quando studiavo lo Stretto di Messina sui libri di geografia.

E l’acqua del vostro mare è cristallo liquido, e nuotarci è il regalo più grande che potesse farmi.

Ho sempre amato l’acqua e a Messina l’acqua è stata per me la chiave per ripartire.

Ho passato il mese di agosto e di settembre al mare, qualche volta in compagnia, ma la maggior parte delle volte da sola. Anche qui mi “sparavo” km e km per arrivare alla mia spiaggia preferita, benché avessi il mare anche sotto casa, perché non volevo accontentarmi né lamentarmi ancora: decisi di prendere il meglio che questa città poteva offrirmi. Granita e brioche e poi tuffi, sole e lo Stretto. La bella vita, letteralmente. Non avevo un lavoro e capii, non senza sforzo, che era inutile starmene chiusa in casa, da sola e con 40 gradi all’ombra alamentarmi di quanto mi sentissi sola e di quanto facesse caldo. Almeno andavo al mare!

Per molti di voi sarà banale, ma vi assicuro che non lo è affatto. Per me è significato “rinascere”.

Una casa vista mare, immersa nel verde, come ho sempre sognato. A due passi dall’autostrada e dai servizi, ma lontana dal caos cittadino. Una gatta nera, come ho sempre sognato. Lei è siciliana e ringrazio la Sicilia anche per questo. La convivenza con il mio compagno, dopo mesi e mesi di relazione a distanza, e sognavo questa vita con lui da subito.

Certo, mancavano ancora lavoro, amici, famiglia, ma ero decisa a prendere quello che invece era presente nella mia vita dopo lo Stretto. E per quelle cose ero consapevole che ci volesse più tempo.

Messina ha messo in discussione le mie sicurezze, mi ha portato via dalla zona di comfort e mi ha fatto sentire “straniera” e sola. Ma l’ho voluto io, ho deciso di partire senza sviscerare prima tutti gli aspetti a cui sarei andata incontro, e forse dentro di me sapevo che avrei dovuto compiere questo salto nel buio per poter abbracciare quelli che erano i miei sogni. Come mi ha detto una mia amica, che ammira il mio coraggio (o la mia follia): “Follow your dreams, they know the way”. I miei sogni mi hanno portato a Messina. Perciò la strada che ho imboccato dev’essere senz’altro quella giusta. E se un tratto di strada si fa lasciando la terra ferma e attraversando il mare per arrivarci, allora è sicuramente quella giusta per me.

Oggi ho parlato del mare, ma non è l’unica cosa che poi mi ha fatto capire che Messina è una città bellissima. A settembre, ricaricata dall’acqua, che mi ha dato la spinta per poter ripartire con un altro passo, ero decisa a scoprire tutti i motivi che rendono questa città meravigliosa.

E voglio condividerli con voi, ma… questa è un’altra storia e ve laracconterò la prossima volta.

Continua la prossima settimana.