Lalibertà d’espressione è una conquista apparentemente acquisita dalla nostra società poiché, in realtà, è fortemente vittima di condizionamenti che la trattengono, seppur inconsciamente. Si fa sempre più asfissiante il peso del giudizio altrui, la suscettibilità, l’ipercriticismo, e viviamo nella costante paura di offendere qualcuno anche involontariamente ed essere tacciati, per questo, di scorrettezza. In particolar modo, sui social è ormai appannaggio degli audaci esprimersi liberamente senza massificazione e uniformazione perché ogni pensiero si apre a un pubblico sempre più ampio e, conseguentemente, a quelli chiamati leoni da tastiera. Schiavi del politically correct a tutti i costi altrimenti si è mostri, ormai, siamo davvero ancora liberi di esprimerci?
La stele di Nora, famoso esempio di epigrafe fenicia
Ebbene, se dovessi pensare a qualcosa di molto simile ai social nel passato, il mio pensiero andrebbe senz’altro alle epigrafi per quanto con finalità, contenuti e mandanti diversi e ben lontane dal caos dei nostri mezzi. Collocate principalmente in luoghi aperti affinché potessero essere lette da tutti, iscritte su materiali non deperibili, senz’altro non saranno state esenti dal giudizio e, chissà, magari anche condizionate. Certo è che il fine comune è quello diffusionistico. Spesso, ci insegnano a non parallelizzare o attualizzare la storia, che gli eventi vanno fissati nel loro tempo e nel loro spazio; però altri, invece, ci chiedono di fare proprio questo, conoscere il passato per comprendere il presente. «Historia magistra vitae» avrebbe detto Cicerone. Nel dubbio di poter sbagliare dicendo la mia, nella mia libertà d’espressione, decido di non esprimermi, demando tutto al relativismo, dipende dalle circostanze insomma, entrambe le visioni sono giuste. Quanto sono compiaciuta, come sono “politically correct”, ma… bando alle ciance: succede che a Civitanova, in provincia di Macerata, la scuola media «Annibal Caro» ha ottenuto dal Ministero dell’Istruzione e dell’Università diecimila euro di finanziamenti per L’archeologia delle parole.
Scuola media «Annibal Caro» in provincia di Macerata
Dall’epigrafe alla calligraffiti art:il progetto di street art consentirà la realizzazione, da parte di un professionista, di un murales raffigurante appunto il letterato Annibal Caro, sulla facciata della scuola; la finalità è di invogliare all’arricchimento e all’approfondimento delle conoscenze iniziando dallo studio delle epigrafi, partendo dal muro di un edificio scolastico che può essere soltanto d’ispirazione per gli studenti che tutti i giorni varcano quella porta. Un’epigrafe contemporanea, insomma, che ci fa riflettere su quanto gli antichi abbiano sempre da insegnarci qualcosa e su quanto non siamo dei buoni studenti, oltre che fantasticare sui muri di una città ideale modernamente decorata dalla cultura necessariamente sotto gli occhi di tutti.
Esempio di calligraffiti art su una scuola di Ibiza (Spagna) – artista: Said Dokins (foto: Graffiti Street)
«D'una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda».
- Italo Calvino, Le città invisibili
Pronti per un nuovo “Ritorno in Museo”? I Musei Villa Baciocchi a Capannoli (PI) annunciano la notizia della riapertura in sicurezza dal giovedì alla domenica. L’ingresso sarà regolato nel rispetto della normativa anti-Covid in vigore.
I Musei
I Musei di Villa Baciocchi sono allestiti nello scenario della settecentesca villa costruita sui resti del castello medievale di Capannoli (PI) appartenuto ai Gherardesca almeno a partire dall’XI secolo.
Villa Baciocchi, però, racchiude in sé due realtà culturali interessanti. Scopriamole!
Il Museo Archeologico, situato al piano nobile della Villa Comunale Baciocchi, si compone di cinque sale che propongono un percorso archeologico sull’evoluzione della storia umana della Valdera dalla Preistoria al Medioevo. Il museo raccoglie materiali archeologici (ceramiche, monete, industria litica, elementi lapidei) che provengono da scavi e ricerche condotte nell’ampio comprensorio della Valdera (PI). L’esposizione è arricchita da ricostruzioni in scala o a grandezza naturale delle tipologie insediative documentate durante le indagini archeologiche condotte negli anni scorsi.
Ricostruzione a grandezza naturale di una capanna protostorica della Valdera (PI) – foto: Villa Baciocchi Capannoli
Il Museo Zoologico invece è collocato a piano terra della villa. Il percorso del museo si articola in cinque sale nelle quali sono esposti animali tassidermizzati: grandi felini, mammiferi, invertebrati, uccelli, rettili e pesci provenienti da tutto il mondo. Il Museo raccoglie ad oggi oltre 400 esemplari di fauna provenienti da ogni angolo della terra.
Uccelli in una ricostruzione ambientale del Museo Zoologico di Villa Baciocchi (PI) – foto: Villa Baciocchi Capannoli
Della collezione fanno parte anche una raccolta di uccelli acquisita nel 2000 con alcuni esemplari di fine Ottocento e una raccolta di farfalle. Alcune sale ripropongono ricostruzioni ambientali con diorami dove sono esposti tigri, orsi, leoni.
Ricostruzione ambientale del Museo Zoologico di Villa Baciocchi (PI) – foto: Villa Baciocchi Capannoli
Senza falsa modestia, nessuno è esente dal fascino avventuroso di uno scavo archeologico, ma soltanto gli addetti ai lavori hanno il privilegio di poterlo vivere in prima persona. La Domus Aventino, a Roma, realizza questo sogno fondendo storia e tecnologia per restituire tutta la magia di uno scavo e dal 7 maggio inaugura la “Scatola archeologica”! Il progetto è a dir poco unico, il primo sito museale all’interno di un complesso residenziale dove il visitatore verrà catapultato in un vero e proprio scavo archeologico, tra antico e contemporaneo, in cui i vari ritrovamenti sono posizionati così come sono stati rinvenuti e supportati da un allestimento multimediale curato da Piero Angela e Paco Lanciano con proiezioni che valorizzano il tutto.
L’allestimento della Domus sull’Aventino (foto: La Scatola Archeologica)
Per 60 minuti circa, tutti potranno così sentirsi i protagonisti di quei colossal cinematografici che tanto ci hanno fatto appassionare al mondo dell’archeologia e vivere un’entusiasmante avventura. Le visite avverranno in italiano il primo e il terzo venerdì del mese per un massimo di sei persone a turno nel rispetto delle normative anti Covid-19, prenotando un intero turno (s’intende, sempre per sei persone) sarà possibile organizzare la visita ad hoc in altre lingue.
Dunque, che aspettate? Prenotate subito la vostra visita su questo sito e let’s live the dream!
Il MASI (Museo dell’Arte della Svizzera Italiana) informa sulla mostra che sarà ospitata nelle sale del “LAC – Lugano Arte Cultura” proprio a Lugano (TI), città di lingua italiana nella Svizzera del sud.
Le collezioni del MASI rispecchiano l’evoluzione della recente storia dell’arte ticinese. Dal XIX secolo, questa non è solamente improntata dalla comunità artistica regionale, bensì anche dagli artisti, collezionisti, commercianti e studiosi che hanno scelto il Ticino come patria d’adozione. In particolare, nelle collezioni viene rappresentata la caratteristica ambivalenza del Canton Ticino, con la sua identità culturale italiana da un lato e l’appartenenza politica allo stato federale svizzero dall’altro.
Giovanni Giacometti, Sera sull’Alpe, 1906. Olio su tela. Museo d’arte della Svizzera italiana, Lugano. Deposito della Confederazione Svizzera, Ufficio federale della cultura, Berna
Le collezioni del MASI sono dunque legate da un doppio filo culturale: metà italiano e metà svizzero, che è stato soggetto a non poche influenze nella storia.
La presentazione delle collezioni del MASI, arricchita da prestiti autorevoli, intende offrire una visione di come l’arte in Ticino – a partire dalla fondazione dello Stato federale svizzero nel 1848 fino alla fine della seconda guerra mondiale – si sia dinamicamente evoluta nel suo contesto culturale specifico, e quali siano state le influenze provenienti dal Sud e dal Nord che si sono affermate nella regione. Il percorso espositivo ne segue quindi alcune tappe fondamentali: dal Realismo, all’Impressionismo fino al Post-Impressionismo; attraverso il Simbolismo, l’Espressionismo, la Nuova Oggettività e il Realismo Magico si giunge alle prime fioriture del Surrealismo.
Orari e ingressi
Qui gli orari. Gli ingressi rispettano le norme anti-contagio e, pertanto, sono contingentati. Interessante l’opportunità di sabato 8 maggio 2021.
Come da regolamento, per iscriversi basta unirsi al gruppo Telegram dedicato (clicca qui) e presentarsi scrivendo l’account Instagram da associare. Poi bisogna inviare, attraverso messaggio privato all’amministratore, il video della performance di lancio, che servirà a partecipare alla prima fase della gara.
Il gruppo Telegram viene utilizzato esclusivamente per le informazioni di servizio. In aggiunta, la finestra per le iscrizioni resterà aperta per tutto il mese di maggio. La partecipazione al Contest è gratuita.
A comunicarlo è l’Assessore alla Cultura Enzo Caruso. Le due edizioni selezionate sono Le gare de’ disperati opera famosissima rappresentata nel Regio Palazzo di questa nobile città di Messina di Matteo Rocca e Per la statua di bronzo inalzata al suo sovrano Ferdinando IV di Borbone dalla città di Messina componimenti della reale accademia dei Pericolanti de’ Dissonanti di Modena recitati il giorno 27 maggio 1793… di Giuseppe Di Stefano. I due libri antichi, scelti per il loro carattere di rarità, sono fortemente danneggiati e necessitano di interventi di lavaggio e ricucitura.
Ad occuparsi del restauro e del racconto delle operazioni necessarie per rimettere a nuovo i libri, sarà la dott.ssa Gloria Bonanno del Centro Regionale Progettazione e Restauro di Palermo mediante un laboratorio a “cantiere aperto”, che darà la possibilità a chiunque di assistere a tutte le fasi del lavoro.
Prenotazioni e orari
Il cantiere al Palacultura (ME) sarà visitabile solo su prenotazione a singoli cittadini o piccoli gruppi di visitatori composti da un massimo di dieci personeda mercoledì 5 a venerdì 7; da lunedì 10 a venerdì 14; da lunedì 24 a venerdì 28; e dal 7 all’11 giugno. Sempre dal lunedì al venerdì, dalle ore 9 alle 12, e il martedì e giovedì anche dalle 15 alle 16.
Per prenotare le visite è necessario inviare una email esclusivamente a biblioteca.cannizzaro@comune.messina.it indicando nella prenotazione i nominativi, data e l’orario scelto. Le varie fasi del restauro si concluderanno a metà giugno.
In copertina: Palacultura di Messina, sede del laboratorio di restauro.
Dopo Bologna nel 1911, Napoli nel 1924 e Venezia nel 1958, sarà Roma a ospitare nel luglio 2024 la fase finale del Congresso Mondiale di Filosofia, nei prossimi anni sarà preceduto da una serie di incontri, seminari ed eventi preparatori che proietteranno le forze culturali e accademiche del nostro paese al centro del dibattito filosofico (e non solo) internazionale.
Museo dell’Arte Classica della Sapienza di Roma, cuore del Dipartimento di Scienze dell’Antichità premiato dal QS Ranking 2021
Dal primo congresso del 1900 che si tenne a Parigi in occasione dell’Esposizione universale, è la prima volta, in 125 anni, che il Congresso si svolge a Roma – la quarta volta per il nostro Paese, caso unico al mondo – segno evidente del riconoscimento da parte della comunità filosofica internazionale dell’importanza del contributo che l’Italia ha dato e può dare all’interno del dibattito filosofico globale. All’origine di quest’impegno è l’esigenza di avviare una riflessione pubblica sull’avvenire delle nostre società, particolarmente urgente in questo momento, confrontandosi allo stesso tempo con gli sviluppi più recenti delle ricerche filosofiche condotte nelle diverse aree del pianeta.
La preparazione al Congresso
Il Congresso rappresenta un formidabile volano di ripresa e di costruttivo confronto intellettuale, di valorizzazione del patrimonio culturale materiale e immateriale, non che di sviluppo economico. La sua capacità di attrazione offre all’Italia la possibilità di rafforzare la propria presenza accademica e scientifica internazionale, collocandosi al centro di una riflessione globale sulle prospettive culturali, sociali ed economiche del mondo contemporaneo.
In occasione del Congresso, migliaia di intellettuali e accademici del mondo intero si riuniranno a Roma. Si tratterà quindi di un grande momento pubblico di riflessione, elaborazione e proposte sulle prospettive presenti e future delle nostre società. Nelle sue fasi preparatorie, esso permetterà di aggregare l’insieme delle forze intellettuali, scientifiche, accademiche del nostro Paese, a cui si uniranno voci e figure del mondo dell’economia, dell’informazione, delle imprese e delle istituzioni, in un processo di avvicinamento al Congresso che vuol essere al servizio dell’esigenza, complessa ma sempre più avvertita, di “ricostruzione intellettuale” delle nostre società.
24° Congresso Mondiale di Filosofia tenutosi a Pechino alla presenza di più di ottomila filosofi (foto: blog di Alberto Carrara)
La partecipazione di studentesse e studenti, giovani ricercatrici e ricercatori del mondo intero sarà una priorità. A loro sarà riservata un’intera sezione del Congresso. Per le giovani generazioni sarà infatti un’occasione per aprirsi al confronto con altre idee, linguaggi, culture e sensibilità e rappresenterà un’opportunità formativa e di valorizzazione dei propri studi particolarmente significativa.
In copertina: la Facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza di Roma.
«Tragedia è dunque imitazione di un'azione seria e compiuta […], la quale per mezzo di pietà e paura porta a compimento la depurazione di siffatte emozioni».
Aristotele, Poetica 1449B 24, 27-28
Imitazione. Attraverso la mimesi di forti esperienze umane la tragedia, secondo Aristotele, è capace di suscitare piacere, hedoné, nello spettatore che, immedesimatosi nel personaggio, elimina le tensioni provate in prima persona durante lo spettacolo. Con lo scioglimento dell’azione si verifica la kàtharsis, dunque, la purificazione e il conseguente riequilibrio con le vicende dolorose vissute dai personaggi e, giustappunto, molto sentitamente anche dallo spettatore.
La rappresentazione tragica, pertanto, è intesa come momento catartico finalizzato al piacere attraverso una messa in scena di emozioni che travolge ogni individuo a prescindere dal ruolo che investe. I veri protagonisti sono in realtà le debolezze umane, comuni a tutti. Il coinvolgimento, l’immedesimazione, l’empatia sono tali da accompagnare il pubblico alla scoperta del piacere liberatorio dopo un viaggio interiore attraverso la sofferenza. Nietzsche addirittura, in Nascita della tragedia, interpreta la catarsi come trasformazione dello spettatore, un’esperienza irreversibile dalla quale non ci si può sottrarre, che costringe ad un andamento oscillante e duale tra ascesa e decadenza; una decadenza nobile, però, la presa di coscienza dell’imperfezione umana, un avvicinamento all’altro nella consapevolezza che nelle emozioni siamo sovrapponibili, l’accettazione dell’incomprensibilità e dell’irrazionalità.
Gli strumenti della mimesi; Eracle e Papposileno (dettaglio). Pittura vascolare da un cratere a figure rosse, 400 a.C. da Ruvo di Puglia – Napoli, Museo Archeologico Nazionale
Attori tragici e al contempo coro, con uno sguardo gettato nell’abisso. Questo è il principale scopo da perseguire per il ciclo di venticinque incontri webinar sull’espressione tragica e comica del teatro antico nato da un’iniziativa congiunta di Velia Teatro Festival, Fondazione Alario per Elea – Velia e SFI – Società Filosofica Nazionale, patrocinata dal Liceo Umberto di Napoli: un invito virtuale alla riscoperta di luci e ombre dell’essere umano attraverso il teatro con incursioni nel diritto, nella storia, nella filosofia, nell’antropologia, nell’oratoria, nell’archeologia.
Fino a dicembre 2021 temi, autori e generi saranno trattati con finalità divulgative in una prospettiva comparatistica, la cultura classica e il teatro antico in un inscindibile dualismo di persistenza e alterità nel moderno e nel contemporaneo.
Da martedì 4 maggio il Museo Galileo di Firenze torna ad accogliere il pubblico con visite guidate gratuite per gruppi di 10 persone. Dal martedì 4, per tutto il mese di maggio, sarà possibile partecipare alle visite guidate scegliendo fra diversi orari: dal martedì al venerdì alle ore 11.00, 15.00 e 16.30, e il sabato alle ore 10.00 e 11.30. È inoltre richiesta la prenotazione telefonica allo 055 265311 nei seguenti orari: lunedì-venerdì 9.00-17.00 e sabato 9.00-13.00.
In attesa della regolare riapertura, il Museo offre speciali percorsi alla scoperta delle straordinarie raccolte medicee e lorenesi: un viaggio nella storia della scienza con esperimenti pratici sul vuoto e dimostrazioni di elettrostatica e fisica effettuati con repliche degli strumenti scientifici originali.
Le visite guidate al Museo durante la prima riapertura (foto: Museo Galileo)
In copertina: i preparativi in corso per la riapertura del Museo – foto: Museo Galileo.
Secondo gli egizi la vita è infinita; si muore solo perché ci sono accidenti imprevisti che la spezzano, momentaneamente. Per gli egiziani, infatti, nulla finisce, ma tutto passa e si trasforma. E, inoltre, non sembra esistere la morte per natura: l’uomo perde la vita a causa di qualcuno o di qualcosa (un altro uomo, un animale, un oggetto inanimato, una pietra). Oppure è un dio, uno spirito maligno che s’insinua in un individuo: gli rompe le ossa, gli succhia il sangue, ne rode le viscere e il cuore; man mano che lo spirito progredisce nell’opera distruttrice, la vittima deperisce.
Quindi per far guarire un malato occorrono due cose: scoprire la natura dello spirito che si è impossessato del paziente, poi non dargli tregua e scacciarlo o distruggerlo. Perciò solo un “mago” può guarire un malato con formule e amuleti. Nonostante questo sottilissimo limite tra magia rituale e medicina, nell’Egitto antico si era sviluppata una importante tradizione medica, attenta alla varietà di sintomi e capace di disporre di una notevole varietà di rimedi.
Imhotep, architetto e medico
Imhotep fu un architetto, poeta, scriba e medico, vissuto al tempo di Djoser, III dinastia. Alla corte del sovrano, Imhotep aveva ruoli di un certo rilievo. Oltre ad essere capo architetto, Imhotep aveva i titoli di primo sacerdote di Heliopolis e di cancelliere del re dell’Alto e del Basso Egitto, essendo quindi preposto agli scritti teologici e ai decreti reali. In epoca tolemaica, in virtù della sua fama come medico, venne divinizzato e considerato il dio egizio della medicina.
Fu probabilmente il primo a scoprire e a studiare i batteri e, quindi, a sperimentare le soluzioni antibatteriche che poi diedero importanti risultati per quanto riguarda malattie degli occhi. Gli egiziani, infatti, grazie ai processi di imbalsamazione, hanno avuto la possibilità di analizzare da vicino il corpo umano, di studiarne eventuali patologie e di perfezionare le tecniche di conservazione. Le cavità toraciche e addominali dei corpi imbalsamati, infatti, venivano svuotate delle viscere e riempite con sostanze dalle proprietà antisettiche in modo da dare volume al corpo e da evitare la proliferazione batterica.
I papiri medici
Non sono molte le evidenze materiali e mancano, di certo, trattati di medicina veri e propri. Tuttavia ci sono una serie di papiri che trattano dell’applicazione di vari rimedi da somministrare in caso di specifiche malattie. Tra i più importanti c’è il papiro “Edwin Smith” (1650 a.C.), un rotolo di 4,5 metri, che contiene un trattato di patologia interna e chirurgia ossea. Questo papiro elenca 48 casi di ferite e lesioni con le corrispondenti terapie. Il suo contenuto è principalmente chirurgico, ma include anche l’esame obiettivo: diagnosi, trattamento e prognosi di numerose patologie. Un particolare interesse si rivolge a diverse tecniche chirurgiche e descrizioni anatomiche, ottenute nel corso dei processi di imbalsamazione.
Parte del papiro “Edwin Smith”
Il papiro “Ebers” (1550 a.C.), poi, è uno dei più importanti e dei più grandi documenti scritti dell’antico Egitto. Misura più di 20 metri di lunghezza e 20 centimetri di larghezza. Contiene nozioni di anatomia, un elenco con patologie e relative cure, rimedi per moltissime malattie: dalla tosse ai problemi cardiaci e novecento ricette di farmaci. Sebbene probabilmente avesse versioni più antiche, il papiro sembra datarsi al XVI sec. a.C., al periodo di Amenhotep I, XVIII dinastia.
Contiene 877 formule che descrivono numerose malattie in vari campi della medicina: la chirurgia, la medicina generale, la pediatria, la gerontologia, l’oftalmologia, la ginecologia, la gastroenterologia. A quest’ultima sezione è dedicata un’ampia parte con molte formule per la risoluzione dei dolori allo stomaco. La formula n. 86 recita: «Una medicina per spezzare il dolore allo stomaco: carne fresca di bue; resina di terebinto; meliloto; bacche di ginepro; pane fresco; birra dolce. Pestare insieme e filtrare il tutto. Da bere per 4 giorni».
Questo papiro, inoltre, include la prima relazione scritta sui tumori.
Papiro “Ebers”, pagina sui tumori
Inoltre, compare per la prima volta la parola “cervello”, del quale vengono accuratamente descritte la forma, le circonvoluzioni e le meningi. Contiene anche una raccolta di formule da recitare prima di applicare un rimedio; per ogni organo del corpo è riportata una formula differente.
Un’altra importante fonte è il papiro “Kahum”, 1850 a.C., che è un compendio di ginecologia, ma tratta anche di materie come veterinaria e aritmetica. Il papiro riporta, inoltre, anche una malattia “che divora i tessuti ”: il cancro.
La figura del guaritore
Dal papiro “Ebers”, inoltre, apprendiamo che l’esercizio della medicina era affidato a tre categorie di guaritori:medici, chirurghi e guaritori. I medici curavano il malato con la somministrazione di rimedi, i secondi si occupavano della cura di ferite e fratture, mentre gli “stregoni”, riconoscendo delle forze magiche come causa delle malattie, curavano con incantesimi, esorcismi, formule e amuleti.
I medici dell’antico Egitto erano molto numerosi ed esisteva una precisa gerarchia: a capo vi era il medico personale del faraone, seguiva il supervisore e l’ispettore medico, i medici meno importanti e i medici di base. La formazione avveniva presso le “case della vita“, poste vicino ai templi. Non si trattava di vere e proprie scuole, ma erano più enormi biblioteche. I medici si dovevano attenere alle pratiche mediche tradizionali e si rifiutavano di curare i malati terminali. I medici ordinari erano affiancati dai professionisti di grado superiore, gli ispettori e i sovrintendenti.
Le malattie
I papiri di medicina egizi mostrano che gli antichi medici conoscevano più di 320 malattie e 180 farmaci. Tra le malattie più diffuse sembra ci fossero disturbi gastrointestinali, arteriosclerosi, vaiolo, peste, tubercolosi, lebbra, appendicite e polmonite. Si stabiliva la diagnosi attraverso i sintomi. Si compilava un questionario sull’aspetto, stato di coscienza, udito, odore del corpo, secrezioni, tumefazioni, temperatura e polso. Si procedeva con controlli delle urine, delle feci e dell’espettorato. Dopo l’esame il medico pronunciava una delle seguenti prognosi: «è un male che curerò» (prognosi favorevole); «è un male che combatterò» (prognosi incerta); «è un male che non curerò» (prognosi sfavorevole).
I disturbi mentali si curavano con esorcismi. La medicina, così come ogni ambito della vita degli antichi egiziani, era strettamente connessa con la dimensione rituale. Ogni parte del corpo umano ed ogni malattia erano così associate a una divinità.
Chirurgia
Assai progredita era la chirurgia e la sutura delle ferite. Venivano utilizzati strumenti chirurgici del tutto simili a quelli in uso nei nostri ospedali per operare i malati. Sembra siano stati effettuati con successo anche interventi per scongiurare i tumori, mentre sono noti i clamorosi successi in fatto di applicazione di arti artificiali che consentivano ai pazienti di proseguire in tutta normalità la loro vita. Un ritrovamento ha portato alla luce i resti di una donna alla quale fu amputato l’alluce di un piede e quindi applicata una protesi di legno che, nella sua semplicità, era di una efficacia straordinaria e permise alla donna di camminare ancora per molti anni dopo l’intervento.
Protesi all’alluce
Ponte odontoiatrico nell’antico Egitto
La chirurgia riguardava soprattutto la riduzione delle fratture, l’estrazione di calcoli, le operazioni all’occhio, l’asportazione di tumori esterni, la circoncisione. Di fatto, gli egizi conoscevano vari mezzi per praticare una sorta di anestesia con una speciale “pietra” che si trovava vicino Menfi. La pietra veniva ridotta in polvere e applicata sulla parte dolorante, da cui faceva scomparire ogni dolore. Forse si trattava semplicemente di pezzetti di bitume che, a contatto con la fiamma, sprigionavano vapori che assopivano il paziente. Venivano anche sfruttati, a scopo anestetico, gli effetti sedativi del coriandolo, della polvere di carruba e, verosimilmente, anche dell’oppio. Gli attrezzi più comuni di un medico erano pinze, coltelli, fili di sutura, schegge, trapani e ponti dentari.
Strumenti chirurgici dalle pareti del tempio di Kom Ombo
Farmacia antico-egiziana
La funzione di farmacista veniva generalmente svolta dai sacerdoti e dai medici. La farmacopea del tempo includeva sostanze medicinali vegetali. Era comune l’uso di lassativi come fichi, datteri e olio di ricino. Le indicazioni relative alle varie terapie sono molto precise e nel solo papiro “Ebers” sono menzionati 500 diversi medicamenti con le varie forme di confezionamento e di somministrazione di polveri, tisane, decotti, pastiglie. Le medicine erano tutte a base di grasso, acqua, latte, vino, birra.
A questi si aggiungeva, per renderli più graditi, un po’ di miele. I medicamenti erano di origine vegetale, animale o, più raramente, minerale (ferro, piombo, antimonio), molti dei quali figurano ancora nella moderna farmacopea. Una pianta certamente nota in Egitto era la mandragora che, per il suo inconfondibile aspetto antropomorfo, ha attirato su di sé leggende, credenze e superstizioni sino ai nostri giorni. Quest’ultima, insieme ad altre erbe con proprietà psicotrope, veniva usata per lenire il dolore. E, ancora, il sicomoro, di cui gli Egiziani utilizzavano le foglie contro l’ittero e il veleno dei serpenti. I frutti, invece, ricchi di minerali come potassio, calcio, fosforo e magnesio, venivano utilizzati contro la dissenteria, la tosse e le infezioni della gola.
Grasso animale e altri rimedi
I rimedi da applicare sotto forma di unguenti erano veicolati attraverso sostanze grasse, i rimedi per i disturbi femminili consistevano in lavande, quelli per gli occhi e per le orecchie erano sotto forma di gocce, mentre i rimedi per le malattie polmonari consistevano in fumigazioni. L’uso di sottolineare gli occhi con la riga nera fungeva anche da misura profilattica. Il pigmento nero che usavano per questo scopo conteneva sali di antimonio, un minerale usato per la cura delle infezioni oculari e per la protezione degli occhi dal forte riverbero solare. Le malattie parassitarie erano sicuramente tra quelle più comuni e venivano curate con molti rimedi. I più comuni erano a base di trementina, giusquiamo in polvere e radice di melograno. Sembra anche che gli egiziani usassero il pane con la muffa contro le infezioni in quanto risultava efficace per la sua azione antibiotica.
Probabilmente conoscevano il diabete perché nei papiri medici è presente il rimedio per ridurre l’eccessiva quantità di urina (la poliuria, infatti, è uno dei sintomi principali della malattia). La formula n. 263 del papiro “Ebers” infatti recita: «Unrimedio per regolare l’urina: pannocchia di canna 1/8; radice di brionia 1/4; miele; bacche di ginepro 1/4; acqua. Il tutto filtrato. Da bere per 4 giorni».
Birra, purganti e sanguisughe come rimedi
Ma un rimedio molto in uso era la birra. Non era usata solo come componente liquida di numerosi medicamenti, ma anche come medicina per i disturbi intestinali, contro le infiammazioni e le ulcere delle gambe. L’effetto disinfettante era verosimilmente dovuto al lievito, che produceva un’azione antibiotica, come anche il pane ammuffito, prescritto in altre formule ed efficace per la sua azione antibiotica.
Tra i purganti più in uso figurano l’olio di ricino e la senna (cassia angustifolia). Ma gli egizi praticavano anche il clistere. Sembra che questa pratica sia stata loro ispirata dall’ibis che introduce il lungo becco aguzzo nel proprio retto, irrigandolo a scopo di pulizia. L’enteroclisma veniva effettuato con l’aiuto di un corno, impiegando come lavanda bile di bue, oli o sostanze medicamentose. È certo che i medici egizi si servirono delle sanguisughe per decongestionare le parti infiammate, ma è dubbio se conoscessero la tecnica del salasso.
Ginecologia
Notevoli erano anche le conoscenze in tema di ostetrica e di contraccezione. Quando cominciavano le doglie, i metodi per facilitare il parto erano diversi: accovacciarsi sui talloni su di una stuoia, oppure sopra quattro mattoni separati tra di loro per favorire l’uscita del bambino. Anche la contraccezione veniva praticata con metodi magici, ma anche a base di pozioni o di applicazioni locali.
Il parto nell’antico Egitto
Ci furono anche medici donne. Al contrario di quanto si possa pensare, la donna della civiltà egizia era tenuta in grandissima considerazione. Nonostante ciò, non ci sono molte evidenze materiali (così come anche per le figure maschili). La prima dottoressa conosciuta, però, sembra sia stata Peseshet, che esercitò la sua attività durante la IV Dinastia. Al ruolo di supervisore abbinava quello di levatrice in una scuola medica a Sais.
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