Autore: David Gnesi

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La battaglia di Zama e la fine della Seconda guerra punica

La guerra

Il 19 ottobre del 202 a.C. si svolse la battaglia di Zama che portò alla fine della Seconda guerra punica.

La guerra tra Roma e Cartagine andava avanti da circa sedici anni; iniziata per il controllo dei territori dell’Hispania, si estese su più fronti, fino alla penisola italica.

Busto di Publius Cornelius Scipio Africanus scoperto nella Villa dei Papiri a Ercolano; metà I secolo a. C., Museo Archeologico Nazionale di Napoli

 

Dato l’enorme sforzo bellico ed economico, nel 204 a.C. il console Publio Cornelio Scipione propose un piano rischioso per porre fine alla guerra: attaccare direttamente Cartagine sul suo territorio, ripagando il generale Annibale della stessa moneta.

Il piano di Scipione

Il console puntava ad attirare le forze cartaginesi in Africa, allontanandole così da Roma.

E mentre il senato discuteva se appoggiare o meno l’ambizioso e rischioso piano, Scipione agiva in Africa cercando di strappare quanti più alleati a Cartagine. Il più importante risultato del console in queste trattative è sicuramente quello di aver portato dalla sua parte Massinissa (principe della Numidia) e la sua cavalleria.

Campagna africana di Scipione dal 204 al 203 a.C. Da: The Fall of Carthage: The Punic Wars 265–146 BC. di Adrian Goldsworthy

Il piano di Scipione ebbe successo: date le vittorie romane sul suolo africano, Annibale fece ritorno in patria.

La battaglia

La battaglia decisiva si svolse a Zama, vicino l’odierna Tunisi, dove le forze cartaginesi superavano quelle romane nonostante i rinforzi trovati.

Sul campo di battaglia, Annibale dispose i pachidermi in prima linea per rompere i ranghi romani, formati da tre linee di fanteria al centro e la cavalleria ai lati; la disposizione cartaginese era simile a quella romana ma più compatta.

Disposizione delle forze sul campo di battaglia

La strategia di entrambe le forze era quella di accerchiare il nemico, ma Annibale puntava di riuscirci prima grazie all’aiuto degli elefanti. Una volta iniziato lo scontro, i romani sfruttarono la debolezza dei pachidermi (si facevano prendere dal panico) attraverso il suono delle trombe e il lancio di giavellotti e pietre; come aveva previsto Scipione, gli elefanti tentarono di fuggire attraverso le linee romane che, essendo disposte in unità separate, non subirono danni. 

La battaglia di Zama di Henri-Paul Motte, 1890

Sfruttando il caos, la cavalleria romana attaccò i fianchi del nemico, portando alla ritirata dei cavalieri cartaginesi; questo aiutò la causa romana, perché la sua cavalleria poté volgersi su sé stessa e attaccare dalle retrovie la formazione cartaginese determinando l’esito della battaglia.

Questo evento causò il crollo della potenza cartaginese; Roma acquisì il controllo del Mediterraneo occidentale e di tutte le colonie cartaginesi in Spagna. La repubblica romana non fu tenera con Cartagine, imponendole non solo lo smantellamento della flotta, ma anche un pesante tributo che graverà sulle sue economie per circa cinquanta anni.

 

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NEWS | Scoperta la firma di Dante Alighieri su una pergamena del XIII secolo

Una pergamena contenente la possibile firma di Dante Alighieri è stata rinvenuta in maniera del tutto fortuita fra le pagine di un’edizione della Commedia datata al 1906.

 

La scoperta

La pergamena, con tanto di sigillo in ceralacca a vergare l’anno di pubblicazione, ossia 1295, è stata ritrovata all’interno di una sua Divina Commedia.

Il reperto è stato poi affidato al professore e accademico virgiliano Rodolfo Signorini. Se lo studioso da un lato propone “cautela e prudenza”, dall’altro afferma però che potrebbe essere una di quelle scoperte sensazionali.

Il professore ha reso pubblico il ritrovamento nella pubblicazione dell’ultimo numero di “Atti e Memorie” dell‘Accademia Nazionale Virgiliana di Scienze Lettere e Arti.

Accademia Virgiliana

 

La pergamena

Il testo è interessante poiché, oltre a riportare in calce, la firma di Dante Alighieri (Ego Dantes Allaghery laudavi et me subschripsi, ossia io Dante Alighieri approvo e sottoscrivo), riporta anche quelle di ser Brunetto Latini (Ego ser Burnectus Latini notarius laudavi atque schripsi), Guido Cavalcanti (Ego Guido de Chavalchantibus me subscribo) e Dino Compagni (Ego Dinus Chompagni, minius doctorum, me subscripsi).

La pergamena, sottoscritta dai quattro letterati, tratterebbe del corretto uso del “ma” come congiunzione nella lingua volgare. Il documento, oltre che per la possibile firma di Dante, risulta inoltre interessante sotto l’aspetto squisitamente filologico.

La pergamena oggetto di discussione

 

Le parole di Rodolfo Signorini

Sulla possibile firma di Dante Alighieri Signorini ribadisce a FQMagazine: “Non abbiamo nulla scritto di suo pugno: né una parola, né una virgola, né una firma”.

Come scrive il professore negli Atti pubblicati dall’Accademia Virgiliana, bisogna avere prudenza sull’argomento: “Il testo in argomento viene qui presentato al futuro, paziente Lettore con la necessaria cautela e la doverosa prudenza, affinché si apra un atteso dibattito sulla sua autenticità. Trattasi di materia delicatissima, specialmente a motivo dell’inattesa, sorprendente firma di Dante, nella quale nessuno studioso si è mai prima imbattuto e universalmente auspicata come un prodigio da tutti gli studiosi di Dante”.

L’accademico virgiliano Rodolfo Signorini
Archivio

NEWS | UniPa riprende gli scavi dell’antica città ellenistica di Solunto

Riprendono gli scavi nell’area archeologica dell’antica Solunto, nei pressi di Santa Flavia (Pa) , effettuati dall’Università di Palermo dopo alcuni ritrovamenti dello scorso anno.

I lavori

I lavori fanno parte del programma didattico dei corsi di laurea magistrale in Archeologia e laurea triennale in Beni culturali sotto la supervisione dei professori Elisa Chiara Portale e Gilberto Montali.

Parco archeologico di Solunto

La zona interessata dalle ricerche è l’area sacra, dove si trova al santuario a monte del teatro; per l’inizio dei lavori si sono resi necessari alcuni interventi di pulizia preliminare ed in seguito l’apertura di alcuni saggi finalizzati alla verifica stratigrafica. Gli scavi hanno mostrato un legame tra il teatro e il terrazzo superiore con il tempio a due celle (della metà del II sec. a.C. circa). La stratigrafia dell’area mostra il passaggio dalle fasi antiche del IV secolo fino alla sistemazione architettonica, attualmente visibile, della metà del II secolo a.C.

Gli studenti dell’Università di Palermo durante i lavori di pulizia dei saggi

 

Nuove possibilità

I dati che arrivano dai saggi confluiranno nel lavoro in corso di rilievo, documentazione ed elaborazione digitale e di ricostruzione virtuale. Infatti, queste nuove indagini vanno di pari passo con la ricostruzione virtuale, realizzata dal professor Massimo Limoncelli.

Le ricostruzioni virtuali non solo permettono una riorganizzazione delle conoscenze acquisite, ma permettono di comprendere nella sua completezza tutta l’area di scavo, oltre alla possibilità di una migliore valorizzazione delle aree ricostruite.

Le parole di Alberto Samonà

Il cantiere appena avviato si pone l’obiettivo ambizioso di rendere nuovamente fruibile il percorso antico, che saliva, costeggiando la cavea del teatro, dalla zona centrale della città ai terrazzi sacri, e di valorizzare lo straordinario complesso teatro-santuario. Un’attesa che aprirà nuovi spunti nella lettura urbanistica della città di Solunto. L’archeologia è, infatti, materia viva, capace di regalarci continuamente nuove pagine nella lettura del meraviglioso libro che è la storia antica della Sicilia

Alberto Samonà, assessore dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana
Archivio

NEWS | Oxford celebra Howard Carter e Lord Carnarvon a cento anni dalla scoperta della tomba di Tutankhamon

Alla Bodleain Library è stata allestita, fino a febbraio 2023, una piccola mostra con i diari di scavo e le relative foto della scoperta di Tutankhamon; Oxford celebra Carter per la scoperta di Tutankhamon.

La scoperta
Howard Carter mentre esamina il sarcofago di Tutankhamon

Nell’autunno del 1922, Carter sta scavando all’ingresso della tomba di Ramses VI, quando, fortuitamente, si imbattono in alcuni gradini di una tomba ancora sconosciuta. La tenacia fu premiata con l’inattesa scoperta della tomba di Tutankhamon, il faraone bambino destinato a gloria imperitura.

Una mattina di novembre il giovane archeologo decise di effettuare un buco nella porta della tomba, la quale risultava intatta e presentava ancora il sigillo di corda degli antichi sacerdoti egizi; all’interno della stanza vi erano ammassati centinaia di oggetti. Tutto è rimasto intatto per oltre 3000 anni e quello è il primo occhio che ci posa.

Prima pagina del 17 febbraio 1923 del New York Times sulla scoperta di Tutankhamon

 

La complessa tomba sotterranea che venne alla luce era così ricca di reperti, che per lo sgombero degli oggetti, tutti scrupolosamente catalogati e rimossi, ci vollero dieci anni.

La mostra

L’esposizione, Tutankhamon: excavating the archive, è formata da una piccola stanza all’ingresso del complesso librario. La curatrice Daniela Rosenow si è concentrata a non allestire l’ennesima mostra sul faraone egiziano, ma sulla storia della scoperta della tomba.

È una mostra d’archivio, basata sui diari e sui documenti donati dallo stesso Carter alla sua morte nel 1945; a supporto del materiale dell’archeologo vi sono gli scatti originali del fotografo Harry Burton che fu chiamato appositamente per testimoniare lo storico evento.

È una sorta di “Dietro le quinte” di Tutankhamon che racconta i vari passaggi del lavoro che archeologo e operai hanno dovuto svolgere, come ad esempio: una mini-ferrovia portatile e smontabile con la quale hanno potuto trasferire i reperti trovati fino al Nilo da cui, poi, hanno raggiunto il museo del Cairo.

Howard Carter vicino ad uno dei carrelli con cui hanno trasportato i reperti

La mostra è stata inaugurata il 13 aprile 2022 e terminerà a febbraio 2023.

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ACCADDE OGGI | Festa della Repubblica, la storia della Giornata

Il 2 giugno ricorre la Giornata Nazionale dedita ai festeggiamenti per la nascita della Repubblica Italiana.

Le prime celebrazioni

Le prime celebrazioni avvennero nei due anni seguenti alla proclamazione della Repubblica nel 1946; il 2 giugno, però, diventa data ufficiale per la Festa solo nel 1949.

repubblica
Celebrazione del 69° anniversario dalla nascita della Repubblica Italiana, 2 giugno 2015 (foto: Ministero della Difesa)

La prima manifestazione ufficiale avvenne in piazza Venezia di fronte al Vittoriano; dopo la deposizione della corona di d’alloro al Milite Ignoto da parte del presidente della Repubblica Luigi Einaudi, gli stendardi delle forze armate salirono la scalinata del monumento e resero omaggio al presidente con un inchino.

Il presidente Luigi Einaudi durante la parata militare per la festa della Repubblica (foto: Portale storico della Presidenza della Repubblica)
Dalla mobilità alla data definitiva

Nel 1961 la sede dei festeggiamenti venne spostata a Torino per celebrare la prima capitale del d’Italia. Nel 1965 alla parata parteciparono anche gli stendardi delle unità militari soppresse che presero parte alla Prima Guerra Mondiale, come commemorazione per il 50° anniversario dall’entrata in guerra dell’Italia; la stessa unione d’intenti avvenne nel 2018 per il 100° anniversario dalla fine della Prima Guerra Mondiale.

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Sfilata di carri armati davanti alla tribuna delle autorità, in via dei Fori Imperiali a Roma, durante la parata militare del 2 giugno 1951 – foto: Archivio Luce

Dal 1977 al 2001 la Festa subì cambiamenti di date e ridimensionamenti a causa di crisi economiche e sociali, ma, alla fine, grazie al presidente Carlo Azeglio Ciampi la festa ritornò ad essere celebrata il 2 giugno, abbandonando lo status di festa mobile.

Il presidente Carlo Azeglio Ciampi
La Festa al tempo del COVID-19

Nel 2020, a causa della pandemia per il Coronavirus, la Festa la celebrazione venne tenuta a Codogno (LO) dove si registrò il primo focolaio italiano.

Deposizione della Corona d’alloro dal presidente Mattarella il 2 giugno 2020 a Codogno (LO) – foto: la Repubblica

 

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NEWS | Riaffiorano sepolture a San Martino dall’Argine (Mn)

Durante alcuni lavori eseguiti dal Consorzio di Bonifica Navarolo di Casalmaggiore riaffiorano sepolture a San Martino dall’Argine, in provincia di Mantova.

Gli scavi e la scoperta archeologica

Le 11 tombe sono state riportate alla luce in una fascia di circa 350 metri; tre sepolture presentano una copertura, detta “alla cappuccina”, formata da mattoni disposti a doppio spiovente; queste sembrano essere suddivise in quattro nuclei apparentemente separati.

Tomba con copertura “alla cappuccina”

Le sepolture ad inumazione hanno restituito individui adulti e alcuni bambini. L’assenza completa di elementi di corredo rende complicato arrivare ad una collocazione cronologica precisa, ma l’utilizzo, nelle tombe maggiormente strutturate, di laterizi di reimpiego fa ipotizzare un inquadramento in età alto medievale; questa ipotesi sarebbe avvalorata dal ritrovamento di alcune buche pertinenti a edifici lignei e di canali antichi, che stanno restituendo frammenti ceramici.

Sepoltura a inumazione

Dagli scavi sono emerse anche sporadiche tracce di frequentazione preistorica dell’area, attestata dalla presenza di un pozzetto di scarico con minuti frammenti ceramici ad impasto, che confermano il recupero di selce nel corso delle indagini preliminari del 2020. I dati emersi permetteranno di aggiungere tasselli per migliorare la conoscenza della storia dell’area, utili per meglio comprendere le dinamiche di popolamento antico nell’area mantovana.

Le parole del sindaco, Alessio Renoldi

“È stata una sorpresa e anche un’emozione vedere quelle tombe sepolte da circa 1.500 anni nei terreni di San Martino. Sono preziosissimi pezzi di storia che confermano insediamenti molto antichi dei nostri territori e non possono far altro che suscitare ulteriore curiosità sulle origini del nostro paese. Ovviamente cercheremo di valorizzare al meglio questo scoperte e quando sarà possibile metteremo a disposizione dei cittadini quante più informazioni possibili. Spero anche che ulteriori indagini possano far emergere nuovi frammenti di storia e di conoscenza del comune”.

Il sindaco, Alessio Renoldi

ENGLISH VERSION | Graves resurface in San Martino Dell’Argine (MN)

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NEWS | La statua della dea Atena arriva in Sicilia

Mercoledì 9 febbraio, alle ore 11:00, la statua della dea Atena arriva in Sicilia, al Museo Archeologico Regionale Antonio Salinas.

Partnership tra Grecia e Sicilia
Assessore regionale dei Beni culturali e dell’Identità siciliana, Alberto Samonà

La statua, proveniente dal Museo dell’Acropoli di Atene, verrà affidata al Museo Salinas per quattro anni a seguito di un accordo di stretta collaborazione fortemente voluto dall’Assessore regionale dei Beni culturali e dell’Identità siciliana, Alberto Samonà, con le autorità greche.

La partnership tra il museo siciliano e il Museo dell’Acropoli di Atene, il mese scorso, aveva già permesso il ritorno in Grecia di un frammento del fregio del Partenone (il cosiddetto reperto Fagan) conservato proprio al museo Salinas, ma è grazie all’arrivo di questa statua che per la prima volta dal museo ateniese arriva un reperto in Sicilia per un’esposizione di lungo periodo.

Cerimonia di ritorno del “reperto Fagan” al Museo dell’Acropoli di Atene, a cui ha partecipato l’Assessore Alberto Samonà

Ad accompagnare il prezioso reperto, risalente al V secolo a. C., saranno la Ministra della Cultura e dello Sport della Grecia, Lina Mendoni, e il direttore del Museo ateniese, Nikolaos Stampolidis, che lo affideranno alla Regione Siciliana, alla presenza dell’Assessore regionale dei Beni culturali e dell’Identità siciliana, Alberto Samonà, e del direttore del Museo Salinas, Caterina Greco; per l’importante occasione culturale sarà presente anche il Sottosegretario alla Cultura, senatrice Lucia Borgonzoni.

La statua della dea

La statua acefala, in marmo pentelico, raffigura la dea Atena; la figura, alta 60 cm, è vestita con un peplo completato da una cintura portata sulla vita. La dea sarebbe stata adornata da un’egida disposta trasversalmente sul petto che, probabilmente, in antichità era decorata al centro da una gorgone andata poi perduta.

Statua della dea Atena

La figura poggia il peso del corpo sulla gamba destra, mentre sfrutta il braccio sinistro, come in una sorta di sincronia, per appoggiarsi probabilmente ad una lancia. Il tutto è reso sinuoso e morbido grazie al sapiente uso delle vesti; la posa della figura e la morbidezza delle vesti data la statua all’ultimo quarto del V secolo a. C., che rimanda ai modelli delle statue del Partenone.

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NEWS | Un ponte di epoca romana riemerge sulla Tiburtina

La Soprintendenza Speciale di Roma, durante i lavori di ampliamento della strada, ha scoperto un ponte romano sulla Tiburtina.

La scoperta

La documentazione della cartografia storica per l’età rinascimentale mostrava la presenza di un ponte sul Fosso di Pratolungo, ma le tracce della struttura di età romana non erano state ancora portate alla luce; le indagini di archeologia preventiva legate ai lavori di allargamento della strada da parte del Comune avevano mostrato la presenza della struttura. La struttura è stata ritrovata al 12° chilometro della via Tiburtina.

Fosso di Pratolungo

Gli scavi, ancora in corso, sono condotti con la direzione scientifica di Fabrizio Santi, archeologo della Soprintendenza Speciale di Roma, dalle archeologhe Mara Carcieri e Stefania Bavastro della Land S.r.l.

La cronologia e i lavori finali

La cronologia della struttura rende la scoperta estremamente eccezionale: il ponte, che permetteva di attraversare il Fosso di Pratolungo, risalirebbe al II secolo a. C. in età medio-repubblicana; la datazione sarebbe confermata sia da alcuni ritrovamenti ceramici, ancora da analizzare in maniera sistemica, sia dalla tipologia di muratura, in grandi blocchi di tufo.

Ritrovamento del ponte di epoca romana

Al termine delle indagini il ponte romano verrà ricoperto dopo un accurato rilevamento e mappatura, che permetteranno, assieme alla analisi dei reperti, uno studio e una dettagliata comprensione di questa importante scoperta.

Le parole della Soprintendente Speciale di Roma

“Si tratta di un ritrovamento di grande interesse archeologico”, spiega Daniela Porro, Soprintendente Speciale di Roma, “ma anche del pari, storico e topografico. Le indagini continueranno nei prossimi giorni per ottenere una conoscenza quanto più completa della struttura e delle sue fasi d’uso. Ancora una volta Roma ci regala preziose testimonianze del suo passato, che permetteranno di comprendere meglio la sua storia millenaria”.

Daniela Porro, Soprintendente Speciale di Roma

 

Archivio

NEWS | Il MANN si svela: un viaggio nei depositi del museo

Il MANN espone in una mostra fotografica alcuni dei suoi reperti conservati nei depositi.

Il progetto

Il MANN ha deciso di seguire l’esempio del Boijmans Depot di Rotterdam, condividendo con il pubblico alcuni dei 270mila reperti conservati dietro le quinte raccolti nei suoi oltre duecento anni di storia e già oggetto di prestiti.

Fotografia presente alla mostra Sing Sing

 

Fino al 30 giugno molti dei manufatti e opere che trovano casa nel solo sottotetto del museo saranno infatti esposti alla Villa dei Papiri, nella mostra fotografica di Luigi Spina Sing Sing. Il corpo di Pompei, che ricostruisce la vita delle città vesuviane prima dell’eruzione del 79 d.C.

Luigi Spina, fotografo e direttore della mostra

La mostra, strutturata in 46 fotografie, sarà suddivisa in due filoni principali: da una parte ci sono Pompei ed Ercolano, attraverso gli oggetti di vita quotidiana dei loro abitanti, e dall’altra il lavoro di Spina nello studio dei reperti. Luigi Spina spiega così la scelta dei manufatti: “Quando si pensa a Pompei ed Ercolano, di solito ci si concentra solo sui capolavori, le ville, i mosaici. Ci si dimentica del corpo della città: quegli strumenti che venivano utilizzati ogni giorno, in un modo che non è poi così diverso da quello con cui oggi usiamo i nostri. Ho voluto recuperare proprio quel corpo, ridare umanità ai reperti”.

Le parole del direttore del MANN
Il direttore del MANN, Paolo Giulierini

Sing Sing è il nome con cui il direttore Giuseppe Maggi battezzò negli anni Settanta i sottotetti del museo, sottolineandone la somiglianza con il famoso carcere americano”, racconta il direttore del MANN Paolo Giulierini.

Sui materiali il direttore spiega: “non sono materiale di seconda o terza fascia” e continua “Molti oggetti sono di altissimo valore. Statisticamente, dal MANN proviene il 75% dei prestiti archeologici del Ministero della Cultura”.

L’idea di Giulierini è quello di organizzare le prime visite fisiche entro la metà del 2022 e di presentare anche una nuova piattaforma digitale che possa permettere agli utenti di tutto il mondo di poter apprezzare il patrimonio conservato al MANN anche in maniera virtuale.

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NEWS | La mummia sbendata… digitalmente! Quando la tecnologia aiuta a scrivere la storia

La fragile mummia datata alla XVIII Dinastia (Nuovo Regno) è stata sbendata digitalmente tramite un esame di tomografia assiale computerizzata.

La mummia

Il faraone Amenhotep I governò l’Egitto per una ventina d’anni (1525 – 1504 a. C.) durante la XVIII Dinastia; la sua tomba venne scoperta nel 1881 a Deir el-Bahari, dove venne trasportata, per salvarla, durante la XXI Dinastia dai sacerdoti di Amon insieme ad altre mummie reali. La sua elevata fragilità l’hanno resa l’unica mummia reale egiziana, scoperta nel XIX secolo, non sbendata.

La mummia di Amenhotep I

Il corpo di Amenhotep I fece parte delle 22 mummie trasportate durante una sontuosa parata notturna ad aprile scorso, la Pharaohs Golden Parade, dal Museo Egizio di piazza Tahrir, nel cuore della capitale, al nuovo Museo Nazionale della Civiltà egizia (Nmec) a Fustat, inaugurato in quella occasione.

La “Pharaohs Golden Parade”
Le analisi e i risultati

Quest’oggi, grazie alle nuove tecnologie, è stata possibile un’accurata osservazione dell’interno delle bende senza danneggiare la mummia. Sahar Saleem (professore di radiologia presso la Facoltà di Medicina dell’Università del Cairo e radiologo dell’Egyptian Mummy Project) e Zahi Hawass (università del Cairo), hanno eseguito una TAC ad alta risoluzione; la scansione di centinaia di sezioni con raggi X ha permesso di mappare scheletro e tessuti molli.

La dottoressa Sahar Saleem durante lo studio radiologico di una mummia

Saleem e i suoi colleghi hanno scoperto che Amenhotep I aveva circa 35 anni ed era alto 169 centimetri quando morì. Era anche circonciso e aveva denti sani. All’interno degli involucri sono stati trovati circa 30 amuleti e una cintura d’oro. Le analisi dimostrano anche che la mummia aveva sofferto di lesioni multiple post-mortem, probabilmente inflitte da antichi ladri di tombe.

La scansione digitale in tre dimensioni ha permesso anche di scoprire che la mummia di Amenhotep I era stata sbendata, restaurata e tumulata una seconda volta nell’XI secolo a.C. da sacerdoti della XXI dinastia.