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Approfondimento

APPROFONDIMENTO| Non solo l’Endurance: la barca di Uruk

Prima è abbandonata, poi s’insabbia, in fine riemerge alla luce. No, non si tratta del Titanic. Nemmeno parliamo del sensazionale ritrovamento dell’Endurance. Questa è invece la storia della barca di Uruk, recentemente rinvenuta in uno degli antichi canali che scorrevano presso questo antico centro sumerico. Un’occasione per imbarcarsi una una breve crociera attraverso la Mesopotamia, non solo per scoprirne l’ambiente e le dinamiche umane, ma anche ricordare i forti legami che stringono l’Italia all’Iraq, l’Italia alla storia del paese di Sumer. 

Orientarsi nel Tempo

Roma venne fondata nel 753 a.C. in seguito all’aggregazione di più villaggi. Una data simbolo, uno spartiacque temporale per quanto riguarda la nostra storia. Più indietro, verso la fine del IV millennio a.C. incontriamo l’uomo del Similaun, Ötzi, il cacciatore dell’età del rame. Se invece parliamo di Mesopotamia la percezione del mondo cambia: ai tempi di Romolo e Remo, l’Impero Assiro gettava le basi per la propria egemonia nel vicino oriente, dal Levante alla Babilonia; ai tempi di Ötzi, la scrittura iniziava ad essere praticata nella città di Uruk, che già contava parecchie migliaia di abitanti e colonie sparse un po’ ovunque. Non a caso, la culla della civiltà è individuata tra i fiumi Tigri ed Eufrate, un contesto che, campagna archeologica dopo campagna archeologica, continua a offrire fonti per ricostruirne la storia. Ma quando è un’intera barca a rispuntar fuori dalla sabbia, lo stupore conquista anche l’orientalista più incallito.

Il profilo dell’imbarcazione visto da una foto aerea. © Deutschen Archäologischen Institutes
Il reperto archeologico, dal canale al museo

Il merito dell’intervento va alla missione tedesco-irachena del Consiglio di Stato per le Antichità e del Dipartimento Oriente dell’Istituto Archeologico Tedesco. La barca era stata già individuata nel 2018, tuttavia il suo scavo si è realizzato solo nel mese di marzo 2022 per preservare il reperto dall’erosione. Nello specifico si tratta di un’imbarcazione costruita in materiale organico e bitume, lunga 7 m e larga fino a 1,4 m. Ovviamente il materiale organico non ha superato la prova del tempo ma ha letteralmente lasciato il proprio segno sul nero rivestimento. Per quanto riguarda la datazione, si stima che il reperto risalga alla fine del III millennio a.C., quando il canale in cui navigava s’insabbiò, imprigionando la barca sotto strati di sedimento. Un’incredibile crociera attraverso il tempo la sua: dai canali di Uruk all’Iraq Museum di Baghdad, dove i ricercatori ne studieranno i segreti.

Dettaglio del rivestimento bituminoso che calafatava l’imbarcazione. © Deutschen Archäologischen Institutes
Non solo tedeschi: italiani pionieri della ricerca

Il ritrovamento della barca di Uruk accende l’attenzione sulla questione della navigazione del mondo antico, e di conseguenza della gestione dei corsi d’acqua agli albori della storia. La ricerca ha messo in evidenza come quello che si riteneva un’arida steppa fosse invece un’immensa palude. Tema interessante soprattutto per il mondo accademico italiano che, ormai da anni, conduce importanti ricerche sul suolo iracheno. Ad esempio, l’università Sapienza di Roma finanza gli scavi nella città sumerica di Niĝen, e nel sito di Abu Tbeirah in cui è stato scavato un porto risalente al III millennio a.C. Sotto il nome Sapienza è stato anche realizzato il primo Primo Congresso di Archeologia del Paesaggio e di Geografia Storica del Vicino Oriente che ha visto, nella sua prima giornata d’incontri, una massiccia presentazione di studi in relazione al paesaggio acquatico della Mesopotamia. In quest’occasione, un’analisi sulla navigazione è stata proposta proprio da chi scrive.

localizzazione delle città sumeriche di Niĝen e Abu Tbeirah
Barche a confronto: da Sumer a oggi

Osservando la barca di Uruk viene spontaneo chiedersi come si navigasse quattromila anni fa. In realtà sono gli stessi sumeri a fornire la risposta. Sinteticamente gli spostamenti via fiume avvenivano in due modi distinti: a traino, nei territori a monte, o a spinta, nei territori a valle in cui la corrente era più debole. Nel primo caso si sfruttava la forza animale che, dal margine dei canali, trainava l’imbarcazione controcorrente. Nel secondo caso, si usava spingere il mezzo con un grosso palo di legno, come fosse una gondola. Ovviamente le forme erano varie: sono attestati imbarcazioni con equipaggi di un paio di persone ma anche di 20, persino 45 barcaioli. Per quanto riguarda la barca di Uruk osserviamo un mezzo di piccole dimensioni, tipologicamente simile a quello ancora in uso nelle Marshland irachene. Allora, che sia il nostro oggi la guida per immaginare il passato, come nel video che segue.

Accadde oggi

ACCADDE OGGI | L’inaffondabile Titanic, il triste epilogo di una favola

Ricorre oggi l’anniversario di uno degli eventi più drammatici della storia della navigazione marittima: il naufragio del Titanic, la nave dei sogni, avvenuto il 15 aprile del 1912. L’RMS Titanic era un transatlantico britannico della classe Olympic, che pochi giorni dopo l’inizio del suo viaggio naufragò a causa della collisione con un iceberg nell’oceano Atlantico. Ad oggi il relitto è ancora oggetto di studi.

Il Titanic 
L’inizio del viaggio

Nel 1908, presso i cantieri Harland and Woolf di Belfast, gli imprenditori J. Bruce Ismay e W. James Pirrie finanziarono un progetto che prevedeva la nascita di navi di dimensioni imponenti con cui poter affrontare ogni tipo di viaggio per mare e in grado di mostrare quanto la tecnologia navale avesse fatto passi avanti. Il progetto doveva portare alla nascita di tre imponenti navi gemelle, l’Olympic, il Titanic e il Gigantic.

Il Titanic venne varato nel maggio 1911 e un anno dopo iniziò il viaggio che rimase impresso nella mente di tutti. La nave partì l’11 aprile 1912 dal porto di Southampton, in Inghilterra, con a bordo molti passeggeri, tra cui emigranti irlandesi che speravano di far fortuna in America.

La partenza del transatlantico
L’iceberg

I primi giorni di viaggio trascorsero sereni, il Titanic dava l’impressione di essere la nave dei sogni. A bordo era presente ogni tipo di agio, e la vista di cui i passeggeri godevano era invidiabile: sembrava di vivere dentro una bellissima favola.

La nave, però, non era così esente da difetti come poteva sembrare. Il transatlantico non era dotato di adeguati cannocchiali e stava attraversando l’immenso Oceano Atlantico ad altissime velocità, forse spinto da un eccessivo senso di sicurezza umano, errore frequente nei viaggi marittimi.

Il 14 Aprile 1912, alle ore 23:40, la nave si scontrò con un grosso iceberg che danneggiò pesantemente il fianco destro del transatlantico.

L’iceberg responsabile dell’affondamento del Titanic
La fine del sogno

Quello che sembrava un piccolo inconveniente, si rivelò la causa dell’affondamento del Titanic. L’iceberg aveva colpito un punto particolare della nave che, piena d’acqua, iniziò a presentare diverse criticità. Nel giro di poco tempo si allagarono i primi cinque compartimenti stagni, il gavone di prua, le stive postali e la caldaia.

La nave si inclinò tanto da spezzarsi in due parti: una delle due, la prua, sprofondò immediatamente; la poppa in un primo momento tornò alla sua posizione iniziale, raddrizzandosi, per poi precipitare. 

Quello che era nato come un viaggio a bordo della nave dei sogni si trasformò in un incubo che causò la morte di oltre la metà dei passeggeri complessivi del Titanic. Molti precipitarono con la nave, altri morirono a causa del contatto con le basse temperature dell’Atlantico e altri, infine, morirono aspettando i soccorsi che arrivarono molto tempo dopo l’inabissamento del transatlantico.

L’inabissamento
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NEWS | Ritrovato in Antartide il relitto dell’Endurance, la nave dei sogni

È stato ritrovato il relitto dell’Endurance, la nave che alimentò il sogno dell’esploratore antartico britannico, Ernest Shackleton, di attraversare il continente dell’Antartide via mare, nel 1914.

Intrappolata dal pack (ghiaccio marino), tipico del continente antartico, la nave è affondata poco tempo dopo l’inizio del suo viaggio, ma tutti gli uomini dell’equipaggio sono riusciti a salvarsi.

Il ritrovamento ha suscitato grande gioia ed emozione, anche in virtù del perfetto stato di conservazione del relitto.

relitto endurance
L’esploratore britannico Ernest Shackleton
Ritrovamento

Il 9 marzo 2022 è stato ritrovato il relitto dell’Endurance, a una profondità di oltre 3.000 metri, nel Mare di Weddel.

Lo scorso febbraio, l’associazione britannica Falklands Maritime Heritage Trust (FMHT) ha avviato una spedizione, battezzata Endurance22, per ritrovare i resti della nave.

I ricercatori  sono stati aiutati da una rompighiaccio sudafricana (Agulhas II) e da due sommergibili ibridi. I due sommergibili hanno scandagliato il fondale del Mare di Weddell per circa 12 ore al giorno dall’inizio di febbraio, trovando infine Endurance. A quel punto l’equipaggiamento dei sommergibili è stato sostituito con videocamere ad alta risoluzione e altri strumenti per filmare il relitto che ha alimentato i sogni di tanti esploratori, desiderosi di spingersi oltre le loro capacità.

L’operazione, costata 10 milioni di dollari, donati da un anonimo investitore, ha provocato grande gioia ed entusiasmo, anche in virtù del più che buono stato di conservazione dei resti: sulla chiglia è ancora perfettamente leggibile il nome Endurance.

Per visionare il video che testimonia il buono stato di conservazione della nave e per leggere le parole riportate dal canale storico History Hit, su twitter, si invita il lettore a cercare il seguente collegamento: pic.twitter.com/2fhJy2nXHd.

 

Resti dell’Endurance

 

Timone della nave

 

Nome della nave, ancora visibile sulla chiglia

 

La storia della nave

L’Endurance è una delle più celebri navi della storia delle esplorazioni ed è legata alla vicenda dell’esploratore britannico Ernest Shackleton.

 Fu varata in Norvegia il 17 dicembre 1912 dai cantieri navali Framnaes Schypard e il suo nome era quello di Polaris: si trattava di un veliero a 3 alberi, progettato espressamente per le esplorazioni artiche.

Il veliero doveva essere destinato a crociere nel Mar Glaciale Artico da avviare, già, a partire dal 1912. Tuttavia, a causa dell’elevato costo, ci furono dei rallentamenti e dei cambiamenti e, alla fine, la grande opera venne venduta a un esploratore britannico che decise di modificarne anche il nome, che passò da Polaris a Endurance.

L’Endurance, con la guida di Shackleton, avrebbe dovuto attraversare il mare di Weddell, nel 1914, puntando alla baia di Vahsel, da dove una squadra di sei uomini, guidati dallo stesso comandante, avrebbe iniziato la traversata del continente antartico.

Il progetto risultò troppo ambizioso e la spedizione fallì prima ancora di iniziare: i ghiacci del mare di Weddel intrappolarono, ben presto, la nave dando l’avvio a una lunga odissea che sarebbe giunta al termine solo il 21 novembre del 1915, quando la nave affondò, ormai completamente stritolata dal pack.

Nonostante il grande pericolo corso, tutti gli uomini dell’equipaggio riuscirono, fortunatamente, a mettersi in salvo, evitando il tragico destino che toccò alla nave.

L’Endurance in balia del ghiaccio marino

 

 

 

 

 

 

 

 

 

News

NEWS | Sicilia, un’altra sorpresa archeologica che riemerge dal mare

Grazie alla fine tecnologia di un sottomarino a comando remoto (ROVRemotely Operated Vehicle), una nave romana di II secolo a.C., con un grande carico di anfore, è adesso sotto gli occhi vigili della Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana. Giace a ben 92 metri di profondità nelle acque dell’Isola delle Femmine, parte del territorio palermitano.

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Le prime anfore del carico individuate dal ROV – foto: Alberto Samonà

L’assessore ai Beni Culturali e all’Identità Siciliana, Alberto Samonà, lo ha definito uno dei ritrovamenti più importanti degli ultimi mesi; ha posto l’accento anche sul grande spirito di collaborazione tra la Soprintendenza del Mare e l’Arpa Sicilia (Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente). Infatti, i due organismi regionali hanno individuato il relitto durante una campagna di ricognizione subacquea condotta in sinergia.

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Il ROV a lavoro a più di 80 metri di profondità
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L’assessore Alberto Samonà – foto: Gazzetta del Sud
La soprintendente Valeria Li Vigni e gli altri esperti a bordo dell’imbarcazione alla guida del ROV
Un carico straordinario

Il carico è in buono stato di conservazione: le anfore, secondo gli esperti, sono vinarie, della tipologia Dressel 1A. Dressel 1 è infatti la tipologia di anfore più esportata nel Mediterraneo dal II-I secolo a.C.; le anfore Dressel 1A persistono infatti fino alla metà del I secolo a.C.

Le anfore del carico
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FLASH | Relitto dell’800 con un carico di birra, il lievito vivo potrebbe essere riutilizzato

Proviene dal Mare del Nord, al largo della Scozia, la sensazionale scoperta effettuata nei giorni scorsi da un subacqueo amatoriale. Il relitto della Wallachia, affondata nel 1895, una nave mercantile il cui carico era comporto da gin, whisky e migliaia di bottiglie di birra. Il subacqueo ha consegnato alcune delle bottiglie recuperate agli scienziati della Brewlab, una società di ricerca, che insieme ai colleghi dell’Università di Sunderland sono riusciti a estrarre il lievito attivo dal liquido. L’obbiettivo è quello di ricreare la birra originale, andata perduta nella collisione con un’altra imbarcazione che ha provocato il naufragio della Wallachia.

Il lievito vivo potrebbe migliorare la produzione della birra moderna. Si tratta di un ceppo insolito di lievito, andato perduto da tempo. Gli scienziati valuteranno se questo potrà essere impiegato nella lavorazione moderna e persino migliorare le birre di oggi. Steve Hickman, il subacqueo artefice della scoperta, ha anche ammesso di averne assaggiato il contenuto: «Aveva un odore atroce, salato e putrefatto. E non aveva un sapore migliore».

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La bottiglia di birra oggetto delle analisi

In copertina: buona parte del carico della Wallachia.

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NEWS | Iniziate le indagini sul relitto romano di Ustica (PA)

Sono iniziate nei fondali di Ustica (PA) le attività di rilievo 3D e documentazione del relitto della nave romana. La nave era stata trovata integra a 200 metri dalla costa e a 80 metri di profondità. Il ritrovamento è avvenuto in occasione del posizionamento sul fondale del “Cuore di Sebastiano”, un’opera di marmo realizzata da Giacomo Rizzo in memoria del compianto assessore ai Beni Culturali Sebastiano Tusa. Oltre al relitto, durante le ricerche effettuate con il batiscafo e con operazioni di immersione, l’altofondista Riccardo Cingillo aveva individuato anche un cumulo di anfore. L’assessore ai Beni Culturali e all’Identità Siciliana, Alberto Samonà, ha analizzato gli studi propedeutici alla realizzazione della missione, approntando le risorse necessarie per l’avvio della campagna di indagini strumentali e visive.

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Rilievo 3D del relitto di Ustica (PA) – Regione Siciliana, Assessorato ai Beni Culturali e all’Identità Siciliana
Le parole di Samonà e di Li Vigni in vista delle indagini

L’assessore Samonà sottolinea come «Gli studi sul relitto che si trova nell’itinerario della Falconiera e il recupero di alcune anfore, per definire con esattezza la datazione, sono motivo di soddisfazione e testimoniano ancora una volta il potenziale sommerso che fa del Mediterraneo uno scrigno di preziose testimonianze storiche; documentano la centralità della Sicilia nelle rotte commerciali e non solo in antichità. Ritrovamenti come quest’ultimo di Ustica ci aiutano ad arricchire sempre più di dettagli un quadro di informazioni che si rivela ricco e interessante. Stiamo vivendo una stagione preziosa per la Sicilia dove, grazie all’impulso fornito dal governo regionale, la ricerca condotta sia in terraferma che in mare si sta rivelando ricca di suggestioni e di nuove promesse».

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L’assessore Alberto Samonà durante il restauro del “Rostro Egadi 17”, individuato da Tusa

All’indagine parteciperà un team internazionale con la presenza anche di altofondisti siciliani guidati dallo stesso Cingillo. Il recupero vede la partecipazione del Dipartimento di studi classici e archeologia dell’Università di Malta diretto dal professore Timmy Gambin, che ha preso parte con il proprio team di esperti. Contributo offerto anche da parte  del nucleo sommozzatori del Reparto Operativo Aeronavale della Guardia di Finanza di Palermo, guidato dal Comandante Riccardo Nobile.

La soprintendente Valeria Li Vigni durante l’intervista per le indagini sul relitto di Ustica (PA) – foto: Soprintendenza del Mare

La Soprintendente del Mare Valeria Li Vigni si è così espressa: «Sono state operazioni impegnative ed emozionanti, che ci hanno consentito di lavorare in team con l’Università di Malta e di realizzare un’interessante documentazione video-fotografica, a 360 gradi con rilievi in 3D del relitto. Durante le immersioni sono stati installati idrofoni subacquei in collaborazione con il CNR di Capo Granitola. Sono molto grata a tutto il team della Soprintendenza del Mare che ha operato con la consueta professionalità, testimoniando come questo lavoro non possa svolgersi senza una forte carica ideale e di entusiasmo. Con la passione e la professionalità che ci ha trasmesso Sebastiano Tusa, abbiamo riunito le più alte professionalità nel campo della ricerca strumentale in alto fondale documentando il primo relitto romano integro trovato a Ustica a 80 metri che verrà musealizzato in situ».

Immagine di copertina: La soprintendente Li Vigni con tutti gli esperti che hanno collaborato alle indagini – foto: Soprintendenza del Mare.