longobardi

News

NEWS | San Severino (SA), gli scavi restituiscono le tombe di sei bambini

Centola (SA). Durante gli scavi effettuati nel castello di epoca longobarda, gli archeologi hanno messo in luce le mura della fortezza e le sepolture di sei bambini.

“Siamo ancora in una prima fase di scavo – spiega Maria Tommasa Granese, funzionaria – archeologa della Soprintendenza – ma, grazie a questi primi interventi, è già possibile osservare alcuni ambienti del castello: la cappella, la cisterna e altre aree ancora oggetto di studio. Gli archeologi – continua la Granese – stanno elaborando dati e relazioni per ricostruire con esattezza la storia del castello. Per quanto riguarda le sepolture ritrovate – aggiunge l’esperta – stiamo analizzando i reperti per risalire all’esatta datazione”. 

I ritrovamenti fatti dagli archeologi sono stati portati via dal sito per uno studio più approfondito in laboratorio.

Il borgo fantasma di San Severino, dai Longobardi all’abbandono agli inizi del ‘900

Da ciò che si evince dalle stratificazioni archeologiche, dallo studio dei resti visibili e dalle fonti storiografiche, la prima fase di frequentazione del sito risale al X secolo, durante l’occupazione longobarda. Sempre all’epoca longobarda risale anche il nome del Borgo: i Sanseverino erano la più ricca e potente famiglia del Principato longobardo di Salerno. Uno tra i primi edifici a essere costruiti fu senza dubbio proprio il loro castello. La fortezza sorge sulla roccia che domina la sottostante Valle del Mingardo: da questo punto, infatti, era possibile avere il pieno controllo della così detta Gola del Diavolo, da cui si accedeva al borgo di San Severino. Alle prime fasi di vita dell’abitato risale anche una cappella e una torre di avvistamento.

Nonostante le successive dominazioni, quella normanna e sveva, la famiglia Sanseverino mantenne il controllo sul borgo, tramandandolo di generazione in generazione, dal X al XIV secolo. Fu solo a causa di aspri contrasti con il re spagnolo Carlo V, che nel 1552 la famiglia perse il potere e fu esiliata fuori dal Regno di Napoli.

Nel corso dei secoli, il borgo si è ingrandito, sono sorti altri palazzi e altri edifici religiosi oltre a quelli della prima fase longobarda. Lo stesso castello ha subito numerose modifiche: oggi ritroviamo degli archi a sesto acuto, una sala dai cui resti si vedono alcune finestre e una nicchia. Troviamo anche parte della cappella palatina, dell’abside e della navata.

Nel 1624 un’epidemia di peste decimò la popolazione di San Severino; proprio a questo periodo sembra appartenere la consacrazione della chiesa di Santa Maria degli Angeli, protettrice contro il morbo.

La storia del borgo arriva al capolinea nel 1888, in seguito alla costruzione della linea ferroviaria Pisciotta-Castrocucco. Agli inizi del ‘900, la popolazione era quasi tutta scesa a valle, lasciando il borgo completamente abbandonato.

Gli scavi archeologici e la rinascita del borgo di San Severino

 “Abbiamo sempre creduto nella valenza artistica e culturale del borgo e del castello di San Severino – spiega il sindaco Carmelo Stanziola – e fin dal primo giorno del nostro insediamento ci siamo attivati per reperire risorse per gli scavi e la messa in sicurezza dell’intera area. E oggi, finalmente, raccogliamo i primi risultati, le prime soddisfazioni. Faremo in modo che si continui a scavare e a studiare – continua il primo cittadino – ma soprattutto cercheremo di rendere fruibile ai turisti gli scavi e il borgo già per la prossima primavera”.

Gli scavi sono stati commissionati dal comune di Centola e finanziati dal Ministero dell’Interno. La direzione è stata affidata alla Soprintendenza “Archeologia, belle arti e paesaggio” delle province di Salerno e Avellino. La speranza del primo cittadino di Centola e degli studiosi è quella di rendere il borgo già visitabile in primavera. Il progetto di riqualificazione riguarda anche l’allestimento di un padiglione museale per contenere i resti della cultura materiale provenienti dagli scavi.

 

News

ABRUZZO | Roccascalegna, il castello tra cielo e terra

Sulla sommità di uno sperone roccioso, in posizione dominante sulle vallate del fiume Sangro, in provincia di Chieti, sorge il Castello di Roccascalegna.

La fondazione

La sua fondazione si fa risalire ai Longobardi che, a partire dal 600 d.C., discesero dall’Italia settentrionale fino a occupare gli odierni territori di Abruzzo e Molise. Inizialmente, fu costruita una torre di avvistamento e, nell’XI-XII secolo, l’intero castello. 

La prima fonte storiografica sul castello è del 1525 e riporta i lavori di restauro effettuati sulla struttura.

L’abbandono e il recupero

Dal 1700 il castello ha vissuto tre secoli di abbandono, durante i quali è stato vittima di saccheggi e di intemperie.

Finalmente, nel 1985, l’ultima famiglia feudataria di proprietari, i Croce Nanni, donarono  il castello al Comune di Roccascalegna, che iniziò i lavori di restauro che lo hanno riportato all’antico splendore nel 1996.

L’etimologia del nome

Per la ricostruzione dell’etimologia di Roccascalegna, due le ipotesi formulate: il nome potrebbe derivare da Rocca-Scarengia, da connettersi a scarenna, termine che indica il fianco scosceso di un monte, oppure dal longobardo Aschari, da cui, dunque, Rocca Ascharenea.

La leggenda della Mano di Sangue

Si narra che, nel 1646, il barone Corvo de Corvis avesse reintrodotto la prepotente pratica medievale dello Jus Primae Noctis: ogni neo sposa del feudo di Roccascalegna avrebbe dovuto consumare la prima notte di nozze con lui, anziché con il legittimo marito. L’ultima novella sposa, o il consorte travestito da sposa, si sarebbe recata al castello per obbedire a tale ordin, ma, una volta giunta presso il talamo nuziale, avrebbe accoltellato il barone ed egli, morente, avrebbe lasciato su una roccia della torre l’impronta indelebile della sua mano insanguinata.

Secondo la leggenda, l’impronta del barone, sebbene venisse più volte lavata, continuava a riaffiorare.

La torre crollò nel 1940, ma, ancora oggi, anziani del luogo affermano di aver visto la mano di sangue anche dopo la sua distruzione.