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NEWS | Proposta Lega per sospendere l’Archeologia preventiva, gli archeologi promettono battaglia

Le tante associazioni di Archeologia aderenti al Tavolo sono in allarme per la proposta di emendamento n. 13.183 della I Commissione Permanente (Affari costituzionali, della Presidenza del Consiglio e interni). Il documento raccoglie gli emendamenti proposti dal cosiddetto “Decreto Milleproroghe” (D.l. 31 dicembre 2020, n. 183 ); si tratta dunque di una modifica al comma 1 dell’art. 25 del D.Lgs. 50 del 18 aprile 2016 riguardo la verifica preventiva dell’interesse archeologico. Nonché firmato dagli On. Silvana Andreina Comaroli, Massimo Garavaglia, Giuseppe Ercole Bellachioma, Claudio Borghi, Vanessa Cattoi, Emanuele Cestari, Rebecca Frassini, Vannia Gava, Paolo Paternoster e tutti del Gruppo della Lega.

L’emendamento in oggetto chiede dunque che “per l’attuazione dei contratti disciplinati dal decreto Legislativo 18 aprile 2016 n. 50, i cui lavori non siano stati avviati alla data di entrata in vigore della presente disposizione e fino alla data del 31 dicembre 2025, la verifica preventiva dell’interesse archeologico, di cui all’articolo 25 comma 1 del, decreto Legislativo 18 aprile 2016 n. 50, è necessaria solo per le aree soggette a specifica tutela negli interventi urbanistici. Per i casi non ricompresi nel precedente periodo è sufficiente l’autocertificazione a firma di un progettista abilitato”.

L’articolo 25 del DL 50/2016 deriva dall’Articolo 28 del DL 42/2004 che al comma 4 recita: “In caso di realizzazione di lavori pubblici ricadenti in aree di interesse archeologico, anche quando per esse non siano intervenute la verifica di cui all’articolo 12, comma 2, o la dichiarazione di cui all’articolo 13, il soprintendente può richiedere l’esecuzione di saggi archeologici preventivi sulle aree medesime a spese del committente”.

Patrimonio culturale, un interesse prioritario?

La Confederazione Italiana Archeologi (CIA) fa notare che l’emendamento e l’articolo del DL su riportati ignorano l’articolo 9 della Costituzione Italiana, che indica come interesse prioritario della Nazione la tutela del patrimonio archeologico, e la Convenzione Internazionale per la Protezione del Patrimonio Archeologico firmata a La Valletta nel 1992 e ratificata dall’Italia nel 2015.

Questa proposta inquadra l’Archeologia preventiva come un ostacolo ai lavori pubblici. Ciò significa che non ne è mai stata compresa la ratio: l’intervento dell’Archeologia pubblica deve esser messo in campo prima dell’inizio dei lavori, non in corso d’opera; è cruciale la sua applicazione per comprendere la fattibilità del progetto, appunto per non gravare su costi a carico dei privati durante la realizzazione. Necessario risulta più che altro rendere gli interventi dell’Archeologia preventiva concordi con le esigenze dello sviluppo; visione corretta è, per l’appunto, quella anglosassone per cui l’Archeologia preventiva è: development-led Archaeology, ovvero “Archeologia guidata dallo sviluppo”. La proposta in questione porta alla sospensione dell’Archeologia preventiva: ciò procurerebbe dei danni non solo al Patrimonio, ma anche all’economia del Settore. La realizzazione dei lavori pubblici conoscerebbe un’esponenziale crescita dei costi, nonché di tempi di consegna.

La nostra Redazione si unisce all’allarme delle Associazioni già in campo chiedendo il respingimento di tale emendamento, attraverso il quale non è possibile attuare le garanzie previste dalla Costituzione e dalla Legge a tutela del patrimonio archeologico nazionale.

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Marius Jurba “causidicum Messanam”

Marius Jurba è stato uno dei più importanti giuristi messinesi, figlio di un’epoca che ha visto la nostra beneamata città peloritana, dominare la scena nazionale e internazionale. Giurba nasce a Messina nel 1565, figlio di Onofrio, ricco mercante originario di Rometta e, di Silvia Campolo, di potente famiglia feudale attiva nel ceto dirigente cittadino dagli inizi del Quattrocento. Intraprende gli studi giuridici probabilmente, spinto dallo zio materno Tommaso, docente di diritto civile e giudice nel tribunale cittadino, conseguendo il dottorato inutroque a Pisa il 19 sett. 1587.

La sua ascesa professionale coincise con l’affermazione delle istanze egemoniche di Messina sulle altre città siciliane, propiziata da un privilegio concesso nel 1591 da Filippo II. Con esso la città aveva ottenuto la riapertura dell’Università con licentia doctorandi, l’obbligo di residenza del viceré per metà del suo mandato, un più incisivo ruolo della corte straticoziale (tribunale cittadino di prima istanza) a tutela dei privilegi cittadini, importanti esenzioni tributarie. Fu giudice dell’Appellazione nel 1600 e nel 1603, e ancora giudice straticoziale nel 1605; ricoprì quindi la carica di sindicatore e capitano d’armi a Mistretta e Polizzi, nel 1610 fu eletto giudice nel tribunale del Concistoro con il viatico del Quintana, divenuto frattanto reggente nel Supremo Consiglio d’Italia per gli affari di Sicilia.

Nel 1612, al termine del mandato, decise di concludere l’esperienza in magistratura e di dedicarsi esclusivamente all’attività forense. Sono frequenti gli accenni a un’ampia esegesi sugli statuti di Messina, come uno dei voulmi recanti una prima parte, dal titolo dal titolo “I.C. Collegii Messanensis, Regiique Consiliarii Lucubrationum”, pubblicata parzialmente solo nel 1620 (una copia relativa ad una prima parte, è conservata nella biblioteca centralizzata della Facoltà di Lettere e Filosofia di Messina). Tra 1617 e 1621 diede alle stampe un “Responsum” composto nel 1610, quando il Senato lo aveva incaricato, insieme con J. Gallo, O. Glorizio e F. Furnari, di difendere il privilegio dell’elezione diretta dei magistrati cittadini da parte del sovrano contro la pretesa del presidente del Regno, cardinale G. Doria, di nominare il successore dello stratigoto, morto prima della scadenza del mandato.

Nel 1624 il G. ottenne la cattedra di diritto feudale all’università, che mantenne per il resto della vita. Nel 1626, nei “Consilia criminalia”, espose gli esiti più significativi di un trentennio di attività forense, includendo quelli composti in qualità di avvocato del Senato. Nel 1641 Giurba, assistendo presso la Sacra Rota il fratello Maurizio, canonico del capitolo della cattedrale, in una controversia che l’opponeva al canonico G. Castelli per l’attribuzione del titolo di decano, compose le “Allegationes in ostentationempontificiae largitatis”, ottenendo esito favorevole per il fratello. Castelli però era esponente di una potente famiglia di giuristi in stretto rapporto con il giudice della Monarchia, che l’aveva proposto come suo commissario speciale, contribuì a creare un clima sospettoso nei confronti di Giurba, all’età di 77 anni (4 febbraio 1642), fu detenuto per quattro mesi nella fortezza della città con l’accusa di sedizione e per altri quattro, scontò i domiciliari su pleggeria.

Scagionato dalle accuse, nel 1646 pubblicò le Observationes, raccolta pronta dal 1643, delle sentenze più significative dei tribunali del Regno, definitive o in via di definizione. L’opera prendeva in esame più di cinquant’anni di giudicati per offrire un quadro esauriente dello stylus delle curie sicule e criticarne le incongruenze. Con le Observationes ebbe termine la produzione del Giurba. Morì a Messina il 10 marzo 1649, venendo sepolto, per sua esplicita volontà, nella chiesa del convento dei cappuccini, cui aveva legato parte della propria biblioteca.