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Approfondimento

“Bella ciao”, storia di un inno popolare

Una mattina mi son svegliato, / o bella, ciao! Bella, ciao! Bella, ciao, ciao, ciao! / Una mattina mi son svegliato e ho trovato l’invasor! è impossibile non leggerla cantando! Ormai da decenni questo canto popolare è entrato a far parte delle nostre vite e si è diffuso anche a livello internazionale. Il testo canta gli ideali della libertà, della resistenza contro le dittature e gli estremismi. Per questo Bella Ciao è considerata il simbolo della resistenza italiana.

Associato alla Giornata della Liberazione, il 25 Aprile, Bella Ciao è un canto popolare di cui non si conosce l’autore. Raggiunge la sua fama a seguito della Liberazione perché idealmente legato al movimento partigiano.

bella ciao

Un po’ di storia

Nei diversi studi, alcuni storici della canzone italiana vedrebbero all’origine di Bella Ciao un canto del mondo contadino. Sembra che fosse intonato dalle mondine che, in una prima versione, cantavano dello sfiorire della giovinezza causata dal duro lavoro nelle risaie. Un’altra versione la lega, invece, a una ballata francese del Cinquecento. Una terza versione trova che le melodie abbiano influenze Yddish, in particolare la canzone Koilen registrata da un fisarmonicista Klezmer di origini ucraine, Mishka Ziganoff, nel 1919 a New York.

La Bella ciao partigiana invece, secondo i più, riprendeva nella parte testuale la struttura diFior di tomba, un canto diffuso nel nord Italia.

Sebbene il canto inizi a coincidere con il simbolo dell’intero partito partigiano solo a guerra finita, uno studio di Cesare Bermani dimostra che alcuni gruppi partigiani lo avevano scelto come proprio inno. “Non è vero che Bella ciao non sia stata cantata durante la Resistenza” – dice lo studioso. Continua: “Era l’inno di combattimento della leggendaria Brigata Maiella in Abruzzo, cantato dalla brigata nel 1944. I suoi componenti lo portarono a Nord dopo la liberazione del Centro Italia, quando aderirono come volontari al corpo italiano di liberazione”.

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La Brigata Maiella per la liberazione di Bologna (fonte: La Prima Pagina)

Secondo Bermani, non si pensa ad associarla, di fatto, a tutti i partigiani per un errore di prospettiva. Si tende a pensare maggiormente che la Resistenza, e quindi il canto partigiano, fossero un fenomeno settentrionale. 

Un inno che attraversa la storia

La popolarità internazionale di Bella ciao inizia tra la fine degli anni ’40 e gli anni ’50, in occasione dei numerosi “Festival mondiali della gioventù democratica” in molte città, tra cui Vienna, Berlino e Praga. In queste occasioni veniva cantata dai delegati italiani e tradotta in molte altre lingue. Raggiunse, così, una grandissima diffusione negli anni Sessanta, soprattutto durante le manifestazioni operaie e studentesche.

Ma, nel corso dei decenni, furono molte le versioni di Bella Ciao e molte le occasioni in cui venne cantata. La prima volta in televisione fu nel 1963, nella trasmissione Canzoniere Minimo, eseguita da Gaber, Maria Monti e Margot. Una versione a cui mancava, però, l’ultima strofa: questo è il fiore di un partigiano / morto per la libertà. Venne poi incisa da Gaber su 45 giri nel 1967.

Sempre nel 1965, venne cantata da I Gufi, nell’album i Gufi cantano due secoli di Resistenza e, successivamente, nel 1972 venne incisa da un partigiano ligure, Paolo Castagnino, con il suo gruppo folk italiano.

LP Bella Ciao – La Resistenza In Italia: Testimonianze Sonore, 1972

La sentiamo nuovamente in televisione quando, nel 2002, Michele Santoro la intona in apertura del programma Sciuscià. E, ancora, tra le riedizioni più popolari in Italia ci sono quella del gruppo folk Modena City Ramblers e quella del gruppo ska Banda Bassotti. Anche il gruppo spagnolo Ska-P ne ha realizzato una propria versione. 

Un inno internazionale di libertà

Bella ciao, ad oggi, è cantata in 40 lingue diverse e in numerose versioni. Di recente, per dimostrare vicinanza e solidarietà agli italiani durante l’emergenza sanitaria da Covid-19, un’intera via della città tedesca di Bamberga dedica all’Italia Bella ciao.

Nonostante sia un brano italiano, legato a vicende nazionali, viene usato in molte parti del mondo come canto di resistenza e di libertà. Durante le manifestazioni contro Erdoğan avvenute nella piazza Taksim di Istanbul e in tante altre città turche nel 2013, alcuni manifestanti hanno intonato il motivo della canzone. Inoltre, gli indipendentisti curdi l’hanno fatta propria durante la guerra civile siriana in corso.
Nic Balthazar, regista e attivista belga, nel 2012 aveva realizzato un video per la manifestazione ambientalista Sing for the climate in cui i manifestanti cantavano Do it now, sulle note dei Bella ciao. Il brano è stato così adottato come inno per l’ambiente in occasione delle manifestazioni di “Fridays for future”.

Sing for the Climate

Sempre guardando oltre i nostri confini, possiamo apprezzare l’esecuzione del brano del musicista bosniaco Goran Bregović, che la include regolarmente nei propri concerti e che ha dato al canto popolare un tono decisamente balcanico.

È innegabile, però, che per i più giovani il successo di Bella ciao sia legato alla serie TV spagnola “La casa de papel“. La canzone partigiana viene cantata in italiano in alcuni momenti cruciali, sottolineando il senso di ribellione e felicità dei rapinatori protagonisti della serie.

Ad oggi Bella ciao viene considerata un inno universale alla libertà, in ogni sua forma, un inno che attraversa la storia e non conosce confini.

Una scena da “La casa de papel”

Di Concetta Barbera

Accadde oggi

3 ottobre 1935, inizia la Guerra d’Etiopia

L’Italia fascista alla conquista dell’Etiopia

La Guerra di Etiopia fu un conflitto armato fra l’Italia fascista e l’Impero di Etiopia. Si svolse tra il 3 ottobre 1935 e il 5 maggio 1936 e vide le truppe italiane vincere e conquistare la regione Abissina. Ma cosa spinse l’Italia a conquistare il territorio Africano?

Antefatti

L’Italia dell’immediato primo Dopoguerra voleva espandere la propria influenza coloniale in Africa, oltre l’Eritrea, la Somalia e la Libia. Riteneva, infatti, suo diritto avere un numero maggiore di colonie, al pari almeno delle altre potenze vincitrici del conflitto.

Nel 1926, Jacopo Gasparini, governatore italiano dell’Eritrea, stipulò contratti di amicizia nello Yemen del Nord, al confine col Protettorato di Aden (colonia britannica). Lo scopo era quello di allargare la propria influenza dal punto di vista economico, commerciale e politico. Tuttavia, Mussolini trascurò tale campagna coloniale, non volendosi, nei suoi primi anni di regime, nemicare gli ambienti liberali vicini alla Gran Bretagna. In Somalia, infatti, Cesare Maria De Vecchi aveva già occupato la regione meridionale dell’Oltregiuba nel 1925, proprio su concessione della Gran Bretagna.

Benito Mussolini

L’interesse dell’espansione coloniale italiana, però, crebbe progressivamente agli inizi degli anni Trenta. La causa va ricercata principalmente negli ideali del Duce, che voleva la ricostruzione di un’Impero Italiano sullo stile di quello Romano. A questo, inoltre, si aggiungeva il problema emigratorio italiano, che sarebbe stato facilmente arginabile con la conquista di colonie.

La guerra

Negli anni Trenta, l’Etiopia, governata dall’imperatore Hailé Selassié, era uno dei pochi paesi africani ancora indipendente. Proprio per questo motivo divenne la meta prediletta di Mussolini per iniziare la propria campagna coloniale.

Il 3 ottobre 1935, quindi, l’Italia dichiarò guerra all’Etiopia, sfruttando come pretesto una serie di incidenti reiterati tra soldati italiani ed etiopi (fra tutti, l’incidente di Ual Ual nel 1934). A condurre il conflitto fu inizialmente Emilio De Bono, poi continuato e concluso dal Maresciallo Pietro Badoglio. Nonostante le pesanti sanzioni economiche da parte della Società delle Nazioni, l’Italia perseverò nel conflitto e, il 5 maggio 1936, le truppe italiane entrarono nella capitale Addis Abeba, conquistando nelle successive 48 ore l’Abissinia.

Il 9 maggio 1936 terminò la Guerra, con Mussolini che proclamò la nascita dell’Impero Italiano e della A.O.I (Africa Orientale Italiana), composta da Eritrea, Somalia e Abissinia.

Cartina dell’Africa Orientale Italiana

Le conseguenze della guerra

Le conseguenze della guerra furono terribili. Persero la vita 275.000 soldati etiopi, con 500.000 feriti; 4.350 tra soldati e civili italiani e 4000 ascari, militi indigeni che combattevano con le forze coloniali.

In termini economici, invece, il 4 luglio 1936 la Società delle Nazioni revocò le sanzioni inflitte all’Italia, grazie soprattutto alle pressioni provenienti dai partner commerciali del Bel Paese. Proprio per questo motivo, la Guerra di Etiopia è ritenuta da molti storici il punto più alto del ventennio fascista.

Accadde oggi

ACCADDE OGGI | Festa della Repubblica, la storia della Giornata

Il 2 giugno ricorre la Giornata Nazionale dedita ai festeggiamenti per la nascita della Repubblica Italiana.

Le prime celebrazioni

Le prime celebrazioni avvennero nei due anni seguenti alla proclamazione della Repubblica nel 1946; il 2 giugno, però, diventa data ufficiale per la Festa solo nel 1949.

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Celebrazione del 69° anniversario dalla nascita della Repubblica Italiana, 2 giugno 2015 (foto: Ministero della Difesa)

La prima manifestazione ufficiale avvenne in piazza Venezia di fronte al Vittoriano; dopo la deposizione della corona di d’alloro al Milite Ignoto da parte del presidente della Repubblica Luigi Einaudi, gli stendardi delle forze armate salirono la scalinata del monumento e resero omaggio al presidente con un inchino.

Il presidente Luigi Einaudi durante la parata militare per la festa della Repubblica (foto: Portale storico della Presidenza della Repubblica)
Dalla mobilità alla data definitiva

Nel 1961 la sede dei festeggiamenti venne spostata a Torino per celebrare la prima capitale del d’Italia. Nel 1965 alla parata parteciparono anche gli stendardi delle unità militari soppresse che presero parte alla Prima Guerra Mondiale, come commemorazione per il 50° anniversario dall’entrata in guerra dell’Italia; la stessa unione d’intenti avvenne nel 2018 per il 100° anniversario dalla fine della Prima Guerra Mondiale.

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Sfilata di carri armati davanti alla tribuna delle autorità, in via dei Fori Imperiali a Roma, durante la parata militare del 2 giugno 1951 – foto: Archivio Luce

Dal 1977 al 2001 la Festa subì cambiamenti di date e ridimensionamenti a causa di crisi economiche e sociali, ma, alla fine, grazie al presidente Carlo Azeglio Ciampi la festa ritornò ad essere celebrata il 2 giugno, abbandonando lo status di festa mobile.

Il presidente Carlo Azeglio Ciampi
La Festa al tempo del COVID-19

Nel 2020, a causa della pandemia per il Coronavirus, la Festa la celebrazione venne tenuta a Codogno (LO) dove si registrò il primo focolaio italiano.

Deposizione della Corona d’alloro dal presidente Mattarella il 2 giugno 2020 a Codogno (LO) – foto: la Repubblica

 

Accadde oggi

ACCADDE OGGI | 27 Marzo 1861, la proclamazione di Roma

Il 27 marzo 1861 la Camera proclama Roma capitale del regno d’Italia. In realtà ciò si concretizza solo nel 1871, quando i Savoia si trasferiscono con tutta la loro corte.

Passaggio fondamentale per l’avvento della cosiddetta Roma caput mundi, fu un discorso tenuto al Parlamento di Torino, il 25 marzo 1861, da Camillo Benso, conte di Cavour.

Queste sono state le sue parole: “Roma è la sola città d’Italia che non abbia memorie esclusivamente municipali; tutta la storia di Roma, dal tempo de’ Cesari al giorno d’oggi, è la storia di una città la cui importanza si estende infinitamente al di là del suo territorio; di una città cioè destinata ad essere la capitale di un grande Stato.”

Roma però fu solo la terza capitale d’Italia, preceduta da Torino e Firenze.

Camillo Benso, conte di Cavour
La prima capitale e il primo regno d’Italia

La prima capitale d’Italia fu Torino, che fece da sfondo all’incoronazione del primo re d’Italia.

Il 14 marzo 1861, Vittorio Emanuele II di Savoia viene ufficialmente proclamato “re d’Italia, per grazia di Dio e volontà della nazione”. Il nuovo regno comprendeva l’intera Penisola, fatta eccezione del Veneto e del Lazio, governati rispettivamente dall’Austria e dal papa.

Il nuovo Stato unitario non era ancora una repubblica, era un regno e, in realtà, neanche democratico.

L’Italia era retta da una monarchia costituzionale, ma lo Statuto albertino prevedeva che l’elezione della Camera avvenisse a suffragio censitario, in opposizione al più democratico suffragio universale.

Ritratto di Vittorio Emanuele II di Savoia
Roma, una capitale tanto agognata

Dalla proclamazione dell’Unità d’Italia, la Camera dei deputati nutriva pochi dubbi su quale dovesse essere la capitale: Roma, la città eterna.

Fare di quel comune il cuore pulsante dello Stato, significava creare un legame, un continuo, con l’Impero Romano, agli albori del suo splendore.

La possibilità però, nel 1861, sembrava molto lontana, dal momento che il Lazio era escluso dall’Unità della Penisola ed era controllato dall’autorità papale.

Lo Stato Pontificio godeva della protezione della Francia di Napoleone III e nel 1864, con la Convenzione di Settembre, lo stato italiano si impegnò a non cercare di occupare Roma, sottoscrivendo un apposito trattato con Napoleone III.

Roma, la tanto agognata capitale d’Italia
La seconda capitale

Nel 1865 la capitale d’Italia, in seguito alla Convenzione di Settembre, viene trasferita a Firenze, e questa azione ha un significato ben preciso: avvicinarsi progressivamente a Roma anche a livello geografico, ponendo le prime basi per la conquista dell’ambito comune.

Il trasferimento a Firenze non fu però solo simbolico, dal momento che si cercò di rendere la città adatta alle esigenze del nuovo regno d’Italia e, per questo, venne varato un piano di riorganizzazioni interne del comune.

L’architetto Giuseppe Poggi, nel 1865, venne incaricato di realizzare un progetto  per il risanamento di Firenze, il noto “Piano Poggi”.

La terza e definitiva capitale

Nel 1866, allo scoppio della guerra austro-prussiana, l’Italia si allea con la Prussia contro l’impero asburgico.

Nel giro di poco tempo, Napoleone III, con le truppe ormai decimate a causa della schiacciante forza di quelle tedesche, si trovò costretto, per fronteggiare il nemico, a richiamare gli uomini stanziati a Roma per difendere il potere temporale del papato contro il nuovo Stato unitario.

Il 20 settembre del 1870, grazie al ritiro dei francesi, le truppe italiane entrano nel Lazio e occupano Roma, forzando le mura a Porta Pia.

Il 3 febbraio 1871 Roma diventa ufficialmente, dieci anni dopo la proclamazione, capitale d’Italia.

La conquista di Roma

 

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UCRAINA | Il conflitto all’alba del tredicesimo giorno

Il conflitto in Ucraina arriva al tredicesimo giorno. Molti civili continuano a morire sotto i bombardamenti, con i tanks russi che hanno raggiunto la capitale Kiev proprio in questi ultimi istanti.

 
ORE 8, La posizione della Cina

Il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, ha parla di “amicizia duratura e solida come una roccia” con la Russia, affermando che i due Paesi contribuiranno a portare “pace e stabilità” nel mondo. Nonostante questo, però, il ministro continua dicendo che la Cina è disposta a “fare le necessarie mediazioni” e a partecipare allamediazione internazionale” sulla crisi in Ucraina.

 

ORE 10, Mosca apre 6 corridoi umanitari, ma Kiev…

Il Cremlino ha dichiarato una tregua alle armi per permettere l’attivazione dei corridoi umanitari. Lo riferisce Igor Konashenkov, portavoce del ministero della Difesa russa: – “Un cessate il fuoco è stato dichiarato dalle 10 di stamane, ora di Mosca, e sono stati aperti sei corridoi umanitari: uno da Kiev a Gomel (Bielorussia), due da Mariupol a Zaporizhzhya e Rostov sul Don, uno da Kharkiv a Belgorod e due da Sumy a Belgorod e Poltava”.

Kiev, tuttavia, vede con scetticismo l’apertura dei corridoi verso i paesi confinanti (Bielorussia e Russia), tanto che Zelensky ha giudicato la proposta della Russia “completamente immorale“. A questo, infine, si aggiungono gli ostacoli nell’evacuazione della città di Mariupol. A riportarlo è Dominik Stillhart, funzionario del ICRC, che ha parlato di “situazione estremamente pericolosa” a causa della strada minata.

 

ORE 15/18 Terzo colloquio Ucraina-Russia, progressi sui corridoi umanitari

Le cose cambieranno dopo il terzo round di negoziati tra Russia e Ucraina. Il colloquio, previsto dapprima alle ore 12:00 (orario italiano), è invece cominciato alle ore 15:20, avendo dei risvolti positivi. Mykhailo Podolyak, consigliere di Zelensky, mostra la sua soddisfazione con un Tweet: – “Il terzo round dei negoziati è finito. Ci sono piccoli sviluppi positivi nel miglioramento della logistica per i corridoi umanitari”. 

 

Incontro Draghi-Von der Leyen e la “Black list” della Russia

In mattinata c’è anche stato l’incontro a Bruxelles tra Mario Draghi e Ursula Von der Leyen, presidente della Commissione UE. L’obiettivo principale dell’incontro è stato la discussione e l’attuazione di nuove sanzioni verso Mosca, dicendo basta alle dipendenze dal gas russo: – “L’Italia è al lavoro per ridurre in tempi rapidi la sua dipendenza dal gas russo. Sabato ho sentito al telefono l’emiro del Qatar, Al Thani, con cui ho discusso in particolare di come rafforzare la cooperazione energetica tra i nostri Paesi.” Ha dichiarato il premier italiano. Conseguentemente alle sanzioni, il governo russo ha stilato una lista di “Paesi ostili” che si sono schierati a favore delle sanzioni contro Mosca. Tra i paesi, oltre all’Ucraina, compaiono l’USA, la Gran Bretagna, i Paesi membri dell’UE (Quindi anche l’Italia), il Giappone, la Corea Del Sud, la Svizzera e la Nuova Zelanda.

 

Situazione rifugiati

Arrivano anche aggiornamenti sul numero di persone fuggite dall’Ucraina. Secondo i dati riportati dall’ Unhcr, il numero di rifugiati ha raggiunto un totale di 1.708.436, un milione di questi giunti in Polonia. Oltre 230.000, invece, sono giunti in Moldavia, che ha fatto sapere, tramite il proprio premier Natalia Gavrilița, di essere  “al limite delle sue capacità di accoglienza”. Per quanto riguarda l’Italia, infine, il numero di profughi ammonta ad oltre 17.000. La conferma arriva da Fabrizio Curcio, capo del Dipartimento di protezione civile

 

Continuano i bombardamenti a Kiev

Non cessano, infine, i bombardamenti a Kiev e nelle sue zone periferiche.

Il sindaco di Gostomel, Yuri Illich Prylypko, è stato ucciso dai russi. Lo hanno dichiarano le autorità cittadine: – “Il primo cittadino di Gostomel, Yuri Illich Prylypko, è morto mentre distribuiva il pane agli affamati e medicine ai malati”. Non viene specificato quando è accaduto il fatto, l’unica certezza è che l’uomo sia stato raggiunto da uno sparo insieme ad altri due uomini. Ma Gostomel non è stato l’unico comune sotto attacco: – “Feroci battaglie sono in corso vicino a Kiev. Il nemico sta distruggendo Bucha, Hostomel, Vorzel, Irpin con particolare furia. Stanno uccidendo deliberatamente i civili”. ha affermato Vitalij Klyčko, sindaco di Kiev. Non è esente da attacchi neanche la capitale, che nella giornata odierna è stata teatro di un bombardamento in un panificio. Si contano 13 morti.  

Sempre sui bombardamenti, Zelensky ha spiegato di aver parlato con il presidente del Consiglio europeo Charles Michel: – “Abbiamo discusso della minaccia agli impianti nucleari, il bombardamento dei civili e delle infrastrutture cruciali. Dobbiamo fermare questo. Ho sollevato la questione dell’adesione dell’Ucraina all’Ue. Il popolo ucraino lo merita”. 

 

 

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NEWS | “Le foibe? Una falsificazione fascista”, nuova bufera su Barbero che chiarisce

In seguito a giorni di forti critiche dopo le dichiarazioni a proposito del Green PassBarbero chiarisce le sue posizioni sulle foibe dopo il discorso di Montanari.

l’inizio delle discussioni

Il tutto è iniziato quando lo storico dell’Arte di Siena, Tomaso Montanari, ha rilasciato un articolo sul Fatto Quotidiano il 26 agosto; Montanari ha criticato la legge del 2004 che istituisce “la giornata del ricordo delle foibe” a ridosso e in evidente opposizione a quella della Memoria definendola il più clamoroso successo di una falsificazione storica di parte neofascista.

Storico dell’Arte e futuro Rettore eletto dell’Università per Stranieri di Siena, Tomaso Montanari

A ciò sono seguite critiche da diversi giornali e da diverse forze politiche, le quali hanno chiesto anche le dimissioni di Montanari.

Le posizioni di Barbero
Storico, Alessandro Barbero

In seguito ad alcune affermazioni pubbliche da parte del docente di storia su questa faccenda, il Fatto Quotidiano ha deciso di intervistarlo il I settembre. Barbero, alla domanda se fosse d’accordo con Montanari sulla questione relativa alle foibe, lo difende dalle accuse e mette chiarezza sulle loro posizioni:

Sono d’accordo, ma bisogna capirsi. Montanari non ha affatto detto che le foibe sono un’invenzione e che non è vero che migliaia di italiani sono stati uccisi lì. Nessuno si sogna di dirlo: la fuga e le stragi degli italiani hanno accompagnato l’avanzata dei partigiani jugoslavi sul confine orientale, e questo è un fatto. La falsificazione della storia da parte neofascista, di cui l’istituzione della Giornata del ricordo costituisce senza dubbio una tappa, consiste nell’alimentare l’idea che nella Seconda guerra mondiale non si combattesse uno scontro fra la civiltà e la barbarie, in cui le Nazioni Unite e tutti quelli che stavano con loro stavano dalla parte giusta e i loro avversari, per quanto in buona fede, stavano dalla parte sbagliata.

La critica maggiore viene fatta alla politica e deriva dallo scegliere di ricordare una categoria di morti piuttosto che un’altra:

…scegliere una specifica atrocità per dichiarare che quella, e non altre, va ricordata e insegnata ai giovani è una scelta politica, e falsifica la realtà in quanto isola una vicenda dal suo contesto.

Schema di una foiba tratto da una pubblicazione del CLN (1946)

 

 

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NEWS| Missione archeologica italo-arzebaijana nel Caucaso meridionale

Ci troviamo a Tava Tepe, un villaggio dell’Arzebaijan occidentale, nella provincia di Agstafa da cui passa la valle del fiume Kura. La zona indagata è in corso di scavo da una missione archeologica italiana, con la collaborazione dell’Università di Catania e del Center for Ancient Mediterranean and Near Eastern Studies (CAMNES). Ciò che i risultati sembrano far intendere è che questa zona sia stata destinazione prediletta di un gruppo di guerrieri nomadi, i quali vi soggiornavano durante i mesi del lungo inverno. Sembrerebbe infatti che questa popolazione praticasse la transumanza tra i monti della provincia e lungo la valle del Kura. Gruppi come questi infatti hanno lasciato tracce della loro Cultura kurgan, con l’uso dei tumuli funerari circolari a camera coperta con ricchi corredi, tipici dell’età del Bronzo. Infatti, i confronti sono nati grazie alla presenza di siti simili e contemporanei nell’area del Caucaso meridionale, scavati dalla missione in passato. Le indagini si erano concentrate proprio sui tumuli funerari circolari (kurgans), databili ad un periodo che va dal IV al I millennio a.C.

missione archeologica caucaso
Veduta dal sito in corso di scavo (via Bollettino d’Ateneo, Università degli studi di Catania)

 

missione archeologica caucaso
Alcune fasi dello scavo (via Bollettino d’Ateneo dell’Università degli studi di Catania)

 

Le parole dei protagonisti della missione archeologica e il progetto nel Caucaso

«Sono le sei del mattino sulla sommità del sito di Tava Tepe e i primi raggi di sole incontrano il fiume Kura all’orizzonte e, più in là, le asperità dei monti del Caucaso meridionale, scandendo cicli agropastorali millenari . Uno spettacolo, questo, che le comunità che frequentavano il sito più di tremila anni fa dovevano conoscere bene, e che si rinnova ogni giorno davanti agli occhi dei membri della missione italo-azerbaigiana». (Chiara Pappalardo, social media manager del progetto GaRKAP, Ganja Region Kurgan Archaeological Project).

La missione, avviata ad agosto e che si concluderà a metà settembre, ha visto anche la partecipazione del Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale, che ha finanziato le ricerche.

In quattro anni di collaborazione, gli archeologi impegnati nel progetto hanno scavato numerosi tumuli. Si ricorda la campagna nella provincia di Goranboy, dove è stato scoperto il più antico kurgan del periodo Kura-Araxes databile al 3.660 a.C. I ritrovamenti comprendevano salme, corredi e slitte carbonizzate, da cui era emerso il ritratto della società nomade egualitaria, con credenze e culti magici. I kurgans rappresentano infatti una tradizione funeraria del V millennio a.C. che dalle steppe russe giunge fino al Caucaso Meridionale. Le strutture, di estrema importanza archeologica, erano già note ad Erodoto.

Lo scavo

I primi risultati, frutto delle ricerche, di ricognizione e di scavo, mostrano la presenza di diverse aree di lavorazione e di stoccaggio delle derrate alimentari. In base ai materiali rinvenuti si potrebbe pensare ad una datazione che va dal 1200 a.C. fino al 900 a.C. circa, tra la Tarda Età del Bronzo e l’Antica Età del Ferro.

Immagini di alcuni reperti dalla campagna di scavo (via Bollettino d’Ateneo, Università degli studi di Catania):

 

 

missione archeologica caucaso

 

Immagine di copertina, via Bolletino d’Ateneo, Università degli studi di Catania.

 

 

 

 

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ATTUALITÀ | Un concorso per 100 persone, dal MiC l’ennesimo flop della cultura italiana

Pubblicato in Gazzetta Ufficiale, il 13 agosto 2021, il nuovo concorso indetto dal Ministero della Cultura (MiC, ex MiBACT) selezionerà 100 assistenti alla fruizione, accoglienza e vigilanza e 50 operatori alla custodia, vigilanza, accoglienza. Un concorso pubblico per selezionare 150 persone in tutta Italia, suona già ridicolo così, ma non è tutto, aspettate di leggere quali siano i requisiti fondamentali per accedervi.

L’ennesimo flop della cultura italiana

Ti insegnano che l’Italia è uno scrigno incantato pieno di perle architettoniche, di storia, cultura e archeologia. Tra pubblicità che sponsorizzano le diverse regioni italiane con le loro particolari bellezze e i programmi di divulgazione in cui passano in rassegna tutte le “Meraviglie” italiane, Ti insegnano che ne abbiamo talmente tanta di cultura, che potremmo vivere solo di questo. E molti ragazzi, ragazzi come noi, ci credono e decidono di studiare per essere preparati quanto basta per vivere di cultura. Si, ma quanto basta? A quanto pare per il MiC basta poco. Basta avere un diploma qualsiasi o essere iscritti al centro per l’impiego.

concorso mic cultura italiana

Il posto fisso, l’unica cosa che conta davvero

«Le nuove 150 risorse saranno assunte a tempo indeterminato e assegnate a diversi settori e lavoreranno presso gli uffici centrali e periferici del Ministero».

Come in un famoso film del comico Checco Zalone, la prima cosa che sottolinea il bando è che l’assunzione sarà a tempo indeterminato. Un gran bel posto fisso, insomma. Solo che questa volta non viene da ridere. Viene da piangere a tutte quelle persone che hanno studiato notte e giorno materie come “Diritto dei Beni Culturali”, “Museologia”, “Gestione dei Parchi archeologici” per non parlare di tutti gli esami di archeologia e storia, dalla preistoria all’età moderna. Viene da piangere perché il requisito per accedere al concorso è il diploma, qualsiasi esso sia.

Il personaggio interpretato da Checco Zalone nel film Una bella giornata lavora come vigilanza in un museo, grazie ad una raccomandazione e nient’altro.
Un concorso per 100 persone, e le altre 50?

Abbiamo parlato di 150 risorse, ma il concorso ne riguarda 100, che significa?

Nel bando verrà fatta una distinzione:

  • 100 posti per assistente alla fruizione, accoglienza e vigilanza – seconda area funzionale, posizione economica F2;
  • 50 posti per operatore alla custodia, vigilanza e accoglienza – seconda area funzionale, posizione economica F1.

Il concorso, che prevede una sola prova scritta e una sola orale, riguarda solamente le 100 risorse da inserire come assistenti alla fruizione, accoglienza e vigilanza. E qui arriva la parte migliore, qui raschiamo il fondo:

«I 50 operatori alla custodia, vigilanza e accoglienza, saranno reclutati tramite liste di collocamento, quindi, non è prevista una selezione mediante concorso pubblico, a curare le selezioni saranno i Centri Per l’Impiego (CPI) territorialmente competenti».

concorso mic cultura italiana

Solo 150 posti in tutta Italia

150 nuove risorse, da distribuire in tutta Italia, sono sufficienti? La risposta a questa domanda sembra essere proprio il famigerato posto fisso. Un contratto a tempo indeterminato che finisce per diventare un parcheggio, un’entrata sicura in attesa della pensione, quando avrebbe potuto essere un’opportunità per studenti e neolaureati nel settore culturale, un trampolino di lancio per prendere le misure ed inserirsi nel mondo in cui hanno scelto di operare, o meglio, nel mondo in cui vorrebbero operare. Ma non essendoci un’opportunità di crescita, mancando questo trampolino per i veri “addetti ai lavori” che vorrebbero fare carriera, anche partendo da mansioni base di accoglienza e vigilanza, il sistema museale finisce per essere sempre saturo di personale.

La cultura può essere alla portata di tutti?

Abbiamo tutti diritto al lavoro. Ma se ogni settore, per funzionare correttamente, ha bisogno di figure specializzate, perché la cultura deve fare eccezione? Di contro, l’esistenza di numerosi indirizzi di laurea magistrale, di scuole di specializzazione, master e dottorati nel settore che riguarda i beni culturali sembra lasciare intuire che la gestione del patrimonio culturale italiano sia una cosa seria e che abbia bisogno di persone competenti, a cui una laurea triennale non apre nessuna porta perché non è abbastanza per assicurare le competenze di chi dovrebbe operare in questo settore. E se poi, invece, nei musei troviamo personale che di cultura non ne ha mai studiato neanche le basi, dove sta la verità? Quanto costa la cultura e quanto vale davvero?

Le domande che questo modus operandi  suscita sono tante, le risposte ci auspichiamo di trovarle presto.

Accadde oggi

ACCADDE OGGI | Compagnoni e Lacedelli: quando l’Italia conquistò il K2

Il 31 luglio 1954 l’Italia conquista il K2. Infatti, per la prima volta, due italiani mettono piede sulla vetta della seconda montagna più alta del mondo.

Il K2

Il K2, abbreviazione di “Karakorum 2“, è con i suoi 8609 metri di altitudine la seconda vetta più alta della Terra dopo l’Everest. Il Monte occupa la subcatena del Karakorum, al confine tra la parte del Kashmir, controllata dal Pakistan, e la Provincia Autonoma Tagica di Tashkurgan di Xinjiang, Cina.

La vetta del K2

Il nome “K2” è stato assegnato dal colonnello Thomas George Montgomerie, membro del gruppo guidato dal geografo inglese Henry Haversham Godwin-Austen, che effettuò i primi rilevamenti nel 1856.

La spedizione

Gli escursionisti che riuscirono a raggiungere la vetta furono Achille Compagnoni e Lino Lacedelli. La spedizione, con il patrocinio di CAI, CNR, Istituto Geografico Militare e dello Stato italiano, fu guidata da Ardito Desio, un geologo ed esploratore. La missione fu animata da propositi scientifici ed esplorativi, oltre che alpinistici.

Squadra di alpinisti e ricercatori della spedizione del 31 luglio 1954

Gli scalatori erano: Achille Compagnoni, Lino Lacedelli, Walter Bonatti, Ugo Angelino; Erich Abram, Mario Fantin, Cirillo Floreanini, Pino Gallotti, Guido Pagani, Mario Puchoz; Ubaldo Rey, Gino Soldà e Sergio Viotto. Tra gli scienziati, oltre a Desio, c’erano Paolo Graziosi, Antonio Marussi, Bruno Zanettin e Francesco Lombardi.

Il versante est del K2

Per raggiungere la vetta fu scelto il versante est, dove vennero creati nove campi. La spedizione iniziò a giugno e subito si notarono le difficoltà: il 21 giugno Mario Puchozmoriva morì al campo 2 di edema polmonare. Il 31 luglio 1954, Achille Compagnoni e Lino Lacedelli toccarono la vetta, dove piantarono la bandiera italiana e pakistana.

Accadde oggi

ACCADDE OGGI | L'(in)utilità di una battaglia: quando gli italiani vinsero a Versa

Era il 26 luglio del 1866 in quel della periferia di Versa (GO) quando poco dopo mezzogiorno le truppe italiane si scontrarono con quelle austriache. Si stava combattendo la Terza guerra d’indipendenza, nell’ambito della Campagna di unificazione italiana.

Alle porte di Versa, nel Friuli in provincia di Gorizia, si consuma infatti, su un ponte sul torrente Torre, quella che passa alla storia come Battaglia di Versa. Le truppe italiane, provenienti da Palmanova come avanguardia della spedizione di Cialdini, si trovarono a scontrarsi sul ponte con le truppe austriache per cercare di avvicinarsi al raggiungimento dell’unità d’Italia.

Ponte di Versa, 26 luglio 1866

 

Lo scontro e la vittoria italiana

Le truppe italiane, guidate da Alberto Carlo Gilberto De la Foreste de Divonne, contavano 400 cavalieri, 1600 uomini e la 5ª batteria dell’8° Reggimento d’artiglieria.  L’Australia schierava, invece, 300 cavalieri, 2500 uomini e la 7ª batteria del 7° Reggimento d’artiglieria. Furono le forze italiane a vincere il combattimento, strappando la città di Versa all’Austria e riportandola all’Italia. Il 12 agosto seguente avvenne la stipula dell’armistizio, fino a giungere alla pace di Vienna il 3 ottobre dello stesso anno.

Targhe commemorative per la liberazione di Versa

 

L’inutilità della Battaglia di Versa

Ma nel giro di poco tempo Versa era passata dall’Austria all’Italia, per poi ritornare di nuovo all’Austria con la Pace di Vienna. Con quest’ultima, infatti, l’Austria cedeva il Veneto al Regno d’Italia, fissando però la linea di confine Italia-Austria con la sponda destra del torrente Torre. In questo modo, di fatto, Versa ritornava all’Austria, pur essendo stata vinta dal Regno d’Italia. La città dovrà poi attendere la fine della Prima guerra mondiale per ritornare ad essere parte dell’Italia.

Le vicende della Battaglia di Versa sono esaustivamente descritte nel saggio di Massimo Portelli, “La Campagna del 1866 nel Friuli Orientale”. Nel 2016, inoltre, sono state rinvenute sul greto del torrente alcune sepolture di soldati caduti durante la battaglia.