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NEWS | La Notte dei Musei, gli eventi delle Guide Turistiche

Anche quest’anno l’Associazione Guide Turistiche Eolie Messina Taormina parteciperà alla Notte dei Musei, una manifestazione europea che propone l’apertura serale di alcuni luoghi della cultura che, spesso, sono anche chiusi al pubblico. L’Associazione Guide Turistiche Eolie Messina Taormina rappresenta un gruppo di guide turistiche multilingue abilitate della Regione Siciliana.

La Notte dei Musei a Messina

La sera di sabato 14 maggio, le suddette guide saranno disponibili in tre luoghi dalla grande importanza storico-artistica: il MuMe, ossia il Museo Regionale di Messina, dove sarà possibile ammirare le tele del Caravaggio tra cui “La Resurrezione di Lazzaro” e “L’adorazione dei Pastori“, il Museo Archeologico Luigi Bernabò Brea di Lipari e il Castello di Milazzo con la cittadella fortificata visitabile dalle 19:30, dove saranno proposte, ad opera delle guide, le visite studiate per accompagnare il visitatore in un’esperienza culturale immersiva.

In accordo con i Direttori dei musei coinvolti e con il Comune di Milazzo sarà possibile visitare anche il Museo della Tonnara di Milazzo, il Mastio di Milazzo con la meravigliosa sala di Archeoastronomia, e il Museo Etnoantropologico e Naturalistico Domenico Ryolo.

Il biglietto per accedere ai diversi siti, durante l’evento, avrà un costo simbolico di 1 euro. Per prenotare la visita e per avere informazioni aggiuntive è possibile chiamare i numeri dedicati: Messina 3295381130; Milazzo 3473039885; Lipari 3292037436. 

 

 

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NEWS | A Lipari nascono il Museo e il Parco geominerario della pietra pomice

«A Lipari nasceranno un Museo e un Parco geominerario della pietra pomice. Lo ha deliberato il governo Musumeci, allo scopo di preservare e valorizzare l’antico patrimonio economico-culturale presente nella più grande delle Eolie». Orgogliosamente lo annuncia l’assessore Alberto Samonà con un post su Facebook. «L’obiettivo» – evidenzia Samonà – «è quello di realizzare un Museo e anche un Parco geominerario con funzione didattica, per conservare la memoria e la storia dei luoghi e testimoniare il processo estrattivo e la storia della pomice attraverso foto, documentazioni, testimonianze, oggetti e ricostruzioni del ciclo di lavorazione. Un obiettivo che il nostro governo intende perseguire in collaborazione con l’associazionismo locale e con l’Università messinese».

La pomice di Lipari

L’isola di Lipari era uno dei principali luoghi in cui, nel Settecento, veniva prodotta la pietra pomice esportata in tutta Europa. La delibera del governo Musumeci intende riqualificare, così, non solo un luogo fisico, ma anche la storia di un luogo e di un’attività dimenticate. L’idea di fare delle cave e dei resti di un’industria scomparsa un museo minerario diffuso nasce dall’esigenza di recuperare dallo stato di abbandono e degrado i magazzini dismessi da diversi anni. Si punta, oltre che al recupero, anche a fornire un nuovo punto di richiamo turistico in un contesto già ampiamente ricco di stimoli, grazie anche all’attività del Centro Studi Eoliano.

Piattaforme di estrazione dismesse (©Luca Moglia Photography)

«La storia dell’estrazione della pomice e dell’ossidiana sull’isola» – afferma il presidente della Regione Nello Musumeci – «ha radici antiche e rappresenta un’attività di rilevante valore, da proteggere e promuovere. Il governo regionale lavorerà affinché tale patrimonio non si disperda; al via tutte le attività necessarie alla realizzazione del progetto di istituzione del Museo della pomice e del Parco geominerario».

La pietra pomice, bianca, leggerissima, prodotta dall’azione vulcanica, per secoli ha trovato ampio utilizzo nell’edilizia, costando all’isola di Lipari fatica e risorse, anche umane. In virtù di questa sua ingente produzione, la zona eoliana era nota come “l’immenso magazzino che fornisce la pomice a tutta l’Europa”.

Spiaggia sulla cava di pietra pomice a Lipari (ME) – foto: la Repubblica

Immagini dei cavatori di pietra pomice via Welcome to Lipari e Eolnet.

In copertina: Cave di pietra pomice a Lipari (immagine via La Gazzetta del Sud).

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NEWS | “Isole vicine”, al Museo di Lipari (ME) la presentazione del libro

Maria Clara Martinelli, Funzionaria Archeologa presso il Parco Archeologico delle Isole Eolie Luigi Bernabò Brea, presenta il suo volume Isole vicine. L’arcipelago delle Isole Eolie e le comunità umane nella preistoria mediterranea.

La presenza umana si inserisce tardi, solo a partire dal Neolitico, in questo paesaggio nato dai vulcani, difficile da raggiungere poiché il mare condiziona la mobilità, gli spostamenti e il tempo. Il volume ne racconta la preistoria e la protostoria, sulla scorta delle ricerche e degli studi, fondamentali per l’intero Mediterraneo, di Luigi Bernabò Brea e Madeleine Cavalier, condotti nelle Eolie dal 1950 al 2000, e con l’attenzione dovuta al lavoro di altri studiosi, che hanno ampliato notevolmente, soprattutto dal 1990, la bibliografia archeologica dell’arcipelago tirreno. L’autrice traccia dapprima la storia degli studi e la linea del tempo, raccordando le attività vulcaniche con le fasi culturali delle comunità umane che hanno abitato l’arcipelago, per poi focalizzare, in ordine cronologico, il Neolitico e l’età del Bronzo, dei quali sottolinea gli elementi caratterizzanti delle diverse facies culturali.

Locandina evento

La presentazione del volume avverrà lunedì 21 dicembre 2020 Ore 16,00. L’evento online sarà visibile in live streaming sulla pagina Facebook del Museo.


Introduce il direttore del Parco Rosario Vilardo, con gli interventi di:

Maria Clara Martinelli, autrice;
Francesca Radina, studiosa di preistoria italiana, ex Direttrice Archeologa responsabile del Centro operativo per l’Archeologia
di Bari del Ministero per i beni e le attività culturali;
Massimo Cultraro, studioso di preistoria Egea e del Mediterraneo, Direttore di ricerca presso Istituto delle Scienze del Patrimonio Culturale (CNR-ISPC), sede di Catania.

 

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ARCHEOLOGIA | I siti archeologici di Salina

L’insediamento neolitico di Rinicedda (Rinella)

Il sito neolitico di Rinella a Salina, insieme a quello di Castellaro a Lipari, è il più antico insediamento umano rinvenuto nelle Isole Eolie. Risale al V millennio a.C., momento in cui si colloca la sedentarizzazione dell’uomo. Del sito ci resta un’unica capanna, dalla quale ci pervengono numerosi manufatti ceramici e utensili in ossidiana. Per costruire tali oggetti, gli abitanti raccoglievano l’ossidiana a Lipari e la trasportavano a Rinella, dove poi era lavorata mediante scheggiatura. Il vasellame si divideva in ceramica a impasto, dello stile di Stentinello, e ceramica depurata, dipinta con bande rosse su fondo crema, forse di importazione. I vasi di produzione locale erano fatti a mano, senza l’uso del tornio, e comprendevano sia forme semplici, per lo più sferiche, sia forme più articolate, come i vasi a fiasco. Le decorazioni di tipo geometrico erano eseguite per impressione, usando mani, punteruoli in osso o in legno, bordi di conchiglie, stampi o punzoni in argilla.

L’insediamento di Serro Brigadiere

Nel 1990, a Salina, in località Serro Brigadiere, vennero ritrovate numerose testimonianze archeologiche pertinenti a un insediamento databile tra il III e il II millennio a.C. Su di una dorsale, che dalla Fossa delle Felci scende verso il mare, sono state scoperte alcune capanne. Queste sono risultate essere semi-interrate, in quanto il piano di calpestio interno era alquanto più basso rispetto a quello esterno. Mediante lo studio delle fosse di fondazione è stato possibile ricostruirne la planimetria: ogni capanna aveva pianta quadrangolare con angoli arrotondati e alzato interamente ligneo; non sembra, inoltre, presentare muretti in pietra. Nel sito, è stata anche rinvenuta un’importante quantità di ceramica modellata a mano. I diversi stili e tipologie sono da riferire alle culture di Diana-Spatarella, di Piano Conte, di Piano Quartara, di Capo Graziano e di Thapsos-Milazzese. Tale successione suggerisce che il sito fosse frequentato dall’Eneolitico iniziale al Bronzo Medio. Diversamente dagli altri siti contemporanei, quello di Serro Brigadiere sembra essere più povero, poiché non adotta il modello della casa ovale con muro perimetrale.    

Punta Megna (Rinella)

Sul fianco sud-orientale del ripido pendio di Contrada Megna, nel luogo oggi occupato da un esteso uliveto a terrazzamenti, si era sviluppato un insediamento risalente al Bronzo Antico (II millennio a.C.) e appartenente alla cultura di Capo Graziano. Questo villaggio, scoperto nel 1989, era composto da capanne appoggiate direttamente sulla roccia naturale. Alcuni setti lapidei sono stati adattati e inseriti nel perimetro degli ambienti. La vicina pianura di Rinicedda doveva rappresentare, inoltre, una delle risorse agricole del sito. A causa delle cattive condizioni di conservazione, non è possibile fruire di questo sito archeologico, invisibile agli occhi degli escursionisti che percorrano il sentiero che conduce alla scogliera di Punta Megna.

Il villaggio di Portella

Il villaggio di Portella di Salina è databile al Bronzo Medio. Le genti che lo abitavano appartenevano alla cultura di Thapsos-Milazzese. Fu scoperto nel 1954 e fu oggetto di scavi fino al 2008. Portella si trova tra Santa Marina e Capo Faro, su una cresta le cui pareti sono state rese ripide e inaccessibili dalla forte erosione. Il villaggio è composto di circa 25 ambienti a pianta ovale o circolare, scavati interamente nel lapillo vulcanico e, alle volte, dotati di un perimetro fatto a muro a secco. Le capanne sono distribuite su delle terrazze larghe quanto le strutture. Di quest’ultime era visibile solo il tetto, essendo il resto interrato. Il villaggio era munito di aree all’aperto, cintate, che avevano funzione di spazi di lavoro. All’interno degli ambienti sono rimasti arredi e oggetti di uso quotidiano: focolari, mensole e lastre di pietra, vasellame a impasto modellato a mano e utensili in pietra. Questo villaggio era specializzato nella raccolta e conservazione dell’acqua piovana: internamente, gli ambienti erano organizzati in base alla presenza di uno o più pithoi. Ne sono stati rinvenuti 25 esemplari, di cui molti integri. Gli abitanti raccoglievano l’acqua piovana mediante un sistema di vasche, canali e canalette, rinvenuti sul versante sud e conservati in questi grandi contenitori. Gli studi eseguiti hanno rivelato che ogni ambiente doveva avere un diverso uso e che più ambienti appartenevano a un gruppo familiare. Uno strato uniforme di incendio testimonia la fine violenta del villaggio, probabilmente a causa dell’arrivo degli Ausoni.

Le Terme romane

A nord del lungomare di Santa Marina di Salina, in Contrada Barone, si trova un complesso termale di età romana. Esso, pur con un cambio di destinazione, fu in uso dai primi secoli dell’età imperiale, fino agli inizi del VI secolo d.C. La posizione, a ridosso del mare e ai piedi del Monte Fossa delle Felci, ha danneggiato il sito che, nel corso del tempo, è stato eroso dagli agenti atmosferici e dalle mareggiate. Dell’edificio termale sono visibili il muro frontale esterno e brevi setti murari perpendicolari degli ambienti interni. Questi ultimi sono costruiti con ciottoli e malta e, come mostrato da tracce in un unico ambiente, dovevano essere rivestiti di intonaco dipinto. Sul lato meridionale, si conservano i resti del calidarium e del tepidarium con l’ipocausto. Questo era un sistema di riscaldamento costituito da pilastrini litici e mattoni in terracotta dove circolava l’aria calda destinata a riscaldare l’acqua della vasca soprastante. Nella zona centrale è visibile parte della vasca, accessibile tramite tre scalini, destinata ai bagni di acqua fredda: il frigidarium.   

La fabbrica del pesce

In età tardo-romana, l’edificio termale è stato trasformato e adibito a fabbrica per la lavorazione del pesce. Rispetto all’originaria planimetria, sono stati aggiunti nuovi muri, gli ambienti superiori sono stati obliterati, riempiti di terra e pietre, mentre il pavimento di lastre in terracotta e tegole è stato rialzato. Al fine di lavorare il pesce, oltre alle precedenti vasche, ne vennero installate numerose altre, di varia forma e grandezza. A questa fase appartiene anche il pozzo addossato al muro frontale delle terme. Data la vicinanza, gli studiosi hanno ipotizzato che la fabbrica fosse collegata all’impianto delle saline di Lingua.  

Le Grotte Saracene

A Salina, il sentiero che, partendo da Serro dell’Acqua giunge al Vallone Castagno, è costellato da numerose grotte, alcune comunicanti tra loro tramite passaggi interni. Si tratta delle grotte, in parte naturali e in parte artificiali, dove pare si siano rifugiati gli abitanti di Lipari a seguito dell’eruzione del Monte Pelato, nell’VIII secolo d.C. Inoltre, furono utilizzate come abitazioni al tempo delle incursioni arabe: ciò fece guadagnare loro il nome di Grotte Saracene. Una di esse dovette essere sfruttata come chiesa, in quanto, sulle sue pareti, è incisa una serie di croci.

ARCHAEOLOGY | The archaeological sites of Salina

The Neolithic settlement of Rinicedda (Rinella)

The Neolithic site of Rinella in Salina, together with that of Castellaro in Lipari, is the oldest human settlement found in the Aeolian Islands. It dates back to the fifth millennium BC, when anthropological sedentism took place. Only a hut remains on the site, in which numerous ceramic artefacts and obsidian tools were discovered. To build these objects, the inhabitants collected obsidian in Lipari and transported it to Rinella, where it was later worked by means of knapping. Ceramics were divided into course earthenware, of the Stentinello type, and refined earthenware, painted with red bands on a cream background, perhaps imported. The locally-produced vases were handmade without the use of a wheel, and included both simple shapes, mostly spherical, and more articulated ones, such as flask vases. Geometric decorations were made by impression, using hands, bone or wooden awls, edges of shells, moulds or clay stamps.

The settlement of Serro Brigadiere

In 1990 numerous archaeological remains relating to a settlement dating back to between the third and second millennium BC were found in Salina, in the locality of Serro Brigadiere. Some huts were discovered on a ridge that descends from the Fossa delle Felci towards the sea. These turned out to be semi-buried, as the internal floor was somewhat lower than the external one. A reconstruction of the plan was possible thanks to a study on the foundations: each hut had a quadrangular plan with rounded corners and an entirely wooden elevation; furthermore, the site does not appear to have stone walls. A significant amount of hand-modelled pottery was also found there. The different styles and types refer to the cultures of Diana-Spatarella, Piano Conte, Piano Quartara, Capo Graziano and Thapsos-Milazzese. This succession suggests that the site had been dwelt from the early Eneolithic to the Middle Bronze Age. Unlike other contemporary sites, that of Serro Brigadiere appears to be poorer, since it does not adopt the model of oval house with perimetral wall.

Punta Megna (Rinella)

A settlement dating back to the Ancient Bronze Age (second millennium BC) and belonging to the Capo Graziano culture had developed on the south-eastern side of the steep slope of Contrada Megna, in the place now occupied by an extensive terraced olive grove. This village, discovered in 1989, was made up of huts directly built on the living rock. Some stone walls had been adapted and inserted in the perimeter of the rooms. The nearby plain of Rinicedda also represented one of the agricultural resources of the site. Due to poor preservation conditions, it is not possible to make use of this archaeological site, invisible to the eyes of hikers who follow the path that leads to the Punta Megna cliff.

The village of Portella

The village of Portella di Salina can be dated to the Middle Bronze Age. Its inhabitants belonged to the Thapsos-Milazzese culture. It was discovered in 1954 and excavated until 2008. Portella is located between Santa Marina and Capo Faro, on a ridge whose walls have been made steep and inaccessible by severe erosion. The village is composed of about twenty-five rooms with an oval or circular plan, entirely carved out of the volcanic lapillus and, at times, with a drywall perimeter. Huts are spread over terraces as wide as the structures themselves. Of the latter, only the roof was visible, whereas the rest was underground. The village was equipped with fenced areas, which served as work spaces. Furnishings and objects of daily use were left inside the rooms: hearths, shelves and stone slabs, hand-molded pottery and stone tools. This village was specialised in the collection and conservation of rainwater: internally, the rooms were organised according to the presence of one or more pithoi. They have been found twenty-five of them, many of which are intact. The inhabitants collected rainwater by means of a system of tanks, canals and channels found on the south side, and stored in these large containers. Studies have revealed that each room had to have a different use and that several rooms belonged to a family group. A uniform layer of fire testifies to the violent end of the village, probably due to the arrival of the Ausones.

Roman baths

North of the seafront of Santa Marina di Salina, in Contrada Barone, there is a Roman bath complex. Although with a change of destination, it had been used from the first centuries of the imperial age until the beginning of the sixth century AD. It is due to its position, close to the sea and at the foot of Monte Fossa delle Felci, that the site was damaged, being gradually eroded by atmospheric agents and storm surges. The external front wall and short perpendicular walls of the internal rooms are visible from the bath building. The latter were built with pebbles and mortar and, as shown by traces found in a single room, had to be coated with painted plaster. The remains of the calidarium and tepidarium with their hypocaust were preserved in the southern side. This was a heating system consisting of lithic pillars and terracotta bricks where hot air circulated to heat the water in the pool above. Part of the pool is visible in the central area, and is accessible via three steps, intended for cold water baths: the frigidarium.

The fish factory

In the late Roman period, the bath building was transformed and became a fish processing factory. Compared to the original plan, new walls were added, the upper rooms were obliterated, filled with earth and stones, while the terracotta slabs and tiles floor was raised. In order to process the fish, numerous tanks of various shapes and sizes were installed in addition to the previous ones. The well leaning against the front wall of the baths also belongs to this phase. Given the proximity, scholars have hypothesised that the factory was connected to the salt pans of Lingua.

The Saracen Caves

The path in Salina that starts from Serro dell’Acqua and reaches Vallone Castagno is dotted with numerous caves, some communicating with others through internal passages. These are the caves, partly natural and partly artificial, where the inhabitants of Lipari apparently took refuge following the eruption of Monte Pelato in the eighth century AD. Moreover, they were used as dwellings during the Arab raids: hence the name ‘Saracen Caves’. One of them must have been used as a church, as a series of crosses were found engraved on its walls.

Article translated by Cristina Carloni.

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ARCHEOLOGIA | Vulcano: l’Isola dei Morti, dello zolfo e dell’allume

Il nostro viaggio alla scoperta delle Eolie comincia con l’isola più vicina alla Sicilia, Vulcano, che, tra tutte, è quella che più rimanda a un ideale rapporto dell’uomo col primordiale: qui, infatti, è possibile sentirsi perfettamente parte di una natura che ha in sé tutto ciò che serve per il benessere psicofisico. A testimonianza di tale equilibrio, nel corso dei secoli, gli interventi dell’uomo si sono, infatti, limitati a plasmare ciò che la natura offriva, senza danneggiare in alcun modo flora e fauna locali, e a sfruttarne le materie prime.

Geografia

Vulcano (20,87 km² di superficie) ha avuto origine da una serie di attività vulcaniche, che hanno portato, tra gli altri fenomeni, alla nascita della Caldera del Piano (80.000 anni fa circa), alla formazione del settore sud della caldera, La Fossa (50.000 anni fa), e a una grande esplosione (15.000 anni fa) che ha determinato il collasso della parte occidentale della caldera La Fossa, all’interno della quale si è accresciuto, a partire da 6.000 anni fa, l’attuale centro eruttivo, il Cono di La Fossa. La genesi dell’isolotto di Vulcanello è iniziata, invece, intorno al II secolo a.C.: la formazione si è, poi, collegata a Vulcano intorno al 1550 d.C. Vulcano è caratterizzata da un particolare stile eruttivo che, legato all’incontro del magma con le acque freatiche, genera esplosioni a moderata magnitudo. Queste, a loro volta, generano modeste colonne eruttive con emissione di lave a elevata viscosità e lanci di blocchi e bombe. Sebbene l’ultima eruzione sia avvenuta nel 1888 – 1890, il vulcano non ha mai cessato di dare prova della propria vitalità e, ancora oggi, è possibile osservare diversi fenomeni che testimoniano il suo stato di quiescenza.

Cenni storici

Nessuna fra le fonti storiche a noi pervenute riporta notizie di insediamenti stabili e duraturi su quest’isola. Sappiamo, però, con certezza che sia divenuta base navale cartaginese nel 218 a.C. e, in seguito, nel 36 a.C., base romana.  Essa, inoltre, dopo la parentesi proto-imperiale, a causa della sua intensa attività vulcanica, sarebbe rimasta disabitata per secoli, fino al 510 d.C., quando re Teodorico vi relegò, per punizione, il curiale Iovino. Un secondo salto cronologico ci porta fino al normanno Ruggero I, conte di Sicilia che, intorno all’anno 1083, fece donazione dell’Isola, insieme ad altre dell’arcipelago, al Monastero di San Bartolomeo dei monaci benedettini di Lipari tramite il suo Abate Ambrogio. A seguito di ciò, per secoli, i pochi abitanti di quest’isola rimasero sotto il dominio della Chiesa di Lipari. All’inizio del 1800, per i meriti conseguiti nelle battaglie contro Napoleone, Ferdinando I, re delle Due Sicilie, diede come feudo l’isola di Vulcano al generale Don Vito Nunziante, sottraendola al potere religioso. Nel 1878 gli eredi del generale Nunziante cedettero i loro diritti agli scozzesi Stevenson, che già controllavano a Lipari l’industria della pomice. Nel centro abitato dell’isola è ancora visibile il loro palazzo con torri e merli (il “Piccolo Castello” o il “Castello Scozzese”), che fu parzialmente distrutto dall’eruzione del 1888. Gli Stevenson, durante la loro permanenza alle Eolie, misero insieme un’importante collezione di antichità eoliane, tra cui un tesoretto di monete in argento, interrato alla metà del III secolo a.C., con monete di Taranto e Reggio, oggi conservate tra il Museo del Parco di Kelvingrove di Glasgow e l’Ashmolean Museum di Oxford.

L’allume

Comune a tutti i “proprietari” dell’isola è lo sfruttamento dei giacimenti di zolfo e allume. Il generale Nunziante, ad esempio, impiegò come operai i “coatti”, gente relegata sulle Eolie dal governo borbonico, che abitava le piccole spelonche adiacenti alla Grotta dell’Allume. Si trattava di una cavità artificiale molto ampia, profonda 34m e provvista di quattro aperture, da cui si estraeva ogni giorno il sale alluminoso sericeo, staccandolo dalle pareti della grotta stessa, entro cui ribolliva acqua sulfurea. Dalla combinazione dei vapori umidi e solforosi dell’acqua con la base argillosa delle lave, che ricoprivano la grotta, nasceva, infatti, l’allume. Fin dall’antichità, questo materiale ha costituito una vera e propria fonte di ricchezza per tutte le isole dell’arcipelago e, come testimoniato da Plinio, veniva utilizzato per tingere le lane e pulire l’oro. I Romani, inoltre, estraevano l’allume e, tramite anfore fabbricate a Lipari, lo trasportavano insieme a zolfo e capperi.

L’Isola dei Morti

Alcuni studi archeologici e antropologici portano a identificare il sito come Isola dei Morti: sembra, infatti, che qui confluissero numerosi defunti provenienti dalle altre isole e, considerata la presenza di ushabti all’interno di diverse sepolture, addirittura dall’Egitto; scopo di tale viaggio era quello di sottoporre la salma a una serie di riti di purificazione. Gli archeologi, in verità, analizzando le fonti a proposito di questa pratica, si sarebbero aspettati un numero molto maggiore di sepolture, rispetto alle 130 effettivamente rinvenute. Il mancato ritrovamento di cadaveri ha fatto supporre che, alla fine dei riti, gran parte di essi venisse nuovamente trasportata e sepolta nei luoghi di provenienza. Diversamente, altri sostengono che i cadaveri venissero seppelliti sull’isola, ma che la natura vulcanica del terreno abbia cancellato molte tracce al riguardo, sebbene, morfologicamente, le numerose e antichissime grotte artificiali dell’isola, richiamando il tipo delle tombe a grotticella adibite a sepolture in Sicilia durante l’età preistorica, sembrerebbero essere legate ai suddetti riti funerari; tuttavia, nessuna testimonianza archeologica è stata rinvenuta all’interno di esse, né nei dintorni.

ARCHAEOLOGY | Vulcano: the Island of the Dead, of sulphur and alum

Our journey to discover the Aeolian Islands begins with the island closest to Sicily, Vulcano, which is among all the one that most refers to an ideal relationship between man and the primordial: here, in fact, it is possible to feel perfectly part of a nature that offers everything you need for psychophysical well-being. As evidence of this balance, over the centuries human interventions have, in fact, limited themselves to shaping what nature offered, without damaging in any way the local flora and fauna, and to exploiting raw materials.

Geography

Vulcano (20.87 km² in area) was originated from a series of volcanic activities, which led, among other phenomena, to the creation of the Piano caldera (approximately 80,000 years ago), to the formation of the southern sector of the caldera, the Fossa (50,000 years ago), and to a large explosion (15,000 years ago) which resulted in the collapse of the western part of the caldera, within which, starting 6,000 years ago, the current eruptive centre of the Fossa, the Cone, has grown. The genesis of the islet of Vulcanello began, however, around the second century BC: this was later connected to Vulcano around 1550 AD. Vulcano is characterized by a particular eruptive style which, linked to the encounter of magma with groundwater, generates explosions of moderate magnitude. These, in turn, generate modest eruptive columns emitting highly viscous lavas and hurling blocks and bombs. Although the last eruption took place in 1888-1890, the volcano has never ceased to prove its vitality, and even today it is possible to observe various phenomena that confirm its dormant state.

Historical background

None of the historical sources survived up to this day reports news of stable and lasting settlements on this island. However, it is known for a fact that it became a Carthaginian naval base in 218 BC and later, in 36 BC, a Roman base. Moreover, after the proto-imperial interlude, due to its intense volcanic activity it would have stayed uninhabited for centuries, until in 510 AD King Theodoric sent there the curial Iovino as a punishment. A second chronological gap takes us to approximately 1083, when Roger I, Norman count of Sicily, donated this island and others of the archipelago to the Benedictine monastery of San Bartolomeo of Lipari through his Abbot Ambrose. As a result, the few inhabitants of this island had remained for centuries under the dominion of the Church of Lipari. At the beginning of 1800, Ferdinand I, king of the Two Sicilies, gave the island of Vulcano as a fiefdom to the general Don Vito Nunziante for the merits he achieved in the battles against Napoleon, withdrawing it from the Church domain. In 1878 the heirs of general Nunziante gave up their rights to the Scottish Stevensons, who already controlled the pumice industry in Lipari. In the inhabited centre of the island you can still see their palace with its towers and battlements (the ‘Little Castle’ or ‘Scottish Castle’), which was partially destroyed by the eruption of 1888. During their stay in the Aeolian Islands, the Stevensons put together an important collection of Aeolian antiquities, including a treasure trove of silver coins, buried in the middle of the third century BC with coins from Taranto and Reggio, which are now preserved in the Kelvingrove Art Gallery and Museum in Glasgow and in the Ashmolean Museum in Oxford.

The alum

The exploitation of sulphur and alum deposits is common to all the ‘owners’ of the island. General Nunziante, for example, employed as labourers the coatti, people who were banished to the Aeolian Islands by the Bourbon government and lived in the small caves adjacent to the Alum cave. It was a very large artificial cavity, 34 metres deep and provided with four openings, from which the sericeous aluminium salt was extracted every day, detaching it from the walls of the cave itself, within which sulphurous water boiled. In fact, alum was born combining the moist and sulphurous vapours of the water with the clayey base of the lavas that covered the cave. Since ancient times this material has been a real source of wealth for every island of the archipelago and, as witnessed by Pliny, it was used to dye wool and clean gold. Also, the Romans extracted alum and transported it together with sulphur and capers using amphorae manufactured in Lipari.

The Island of the Dead

Some archaeological and anthropological studies have resulted in identifying the site as Island of the Dead: it seems, in fact, that numerous corpses coming from other islands and even from Egypt, considering the presence of the ushabti inside various burials, converged there; the purpose of this expedition was to go through a series of body purification rituals. Actually, in analysing the sources of this practice, archaeologists would have expected a much greater number of burials, compared to the 130 that were actually found. This lack of corpses has led to the assumption, on the one hand, that at the end of the rituals most of them were transported back and buried in their places of origin; on the other, that corpses were buried on the island, but that the volcanic nature of the soil has erased many of these traces, although, morphologically speaking, the numerous ancient artificial caves of the island, which recall the type of Sicilian rock-cut tombs of the Prehistoric age, seem to be linked to the aforementioned funerary rites; however, no archaeological evidence has been found inside them, nor in the surroundings.

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ARCHEOLOGIA | Alla scoperta delle Isole Eolie: introduzione e cenni storici

Le Isole Eolie sono un arcipelago di origine vulcanica, amministrativamente compreso nel territorio della città metropolitana di Messina. L’arcipelago, la cui disposizione ha un’insolita forma a Y, è composto da sette isole vere e proprie, Lipari, Vulcano, Salina, Panarea, Stromboli, Filicudi e Alicudi, cui si aggiungono altri isolotti e scogli affioranti dal mare. Ben due delle sette isole, Vulcano e Stromboli, sono vulcani attivi e dal 2000 l’intero arcipelago è stato dichiarato dall’UNESCO patrimonio mondiale dell’umanità.

L’eccezionale posizione geografica, proiettata verso lo Stretto di Messina e visibile dalle coste tirreniche della penisola italiana, ha favorito la centralità delle Isole Eolie sulle rotte commerciali e strategiche del Mediterraneo di tutte le età e le ha rese adatte all’insediamento di numerose popolazioni nel corso del tempo. Le dinamiche insediative sono state influenzate dalla natura vulcanica dell’arcipelago e dalla presenza, come a Lipari, di roccaforti naturali.

Cenni storici

La prima frequentazione delle Isole Eolie risale al Neolitico, precisamente al periodo tra il V e il IV millennio a.C., e si limita a piccoli abitati sorti a Lipari, nella piana di Castellaro, e a Salina, a Rinicedda (Leni), mentre sulle restanti isole si registrano solo insediamenti instabili. Le genti che vi si installavano dovevano provenire dalle vicine coste siciliane poiché la ceramica rinvenuta negli strati più antichi trova diretti confronti con le culture neolitiche della Sicilia Orientale. Il popolamento di queste due isole è legato all’agricoltura, con lo sfruttamento dei fertili suoli di origine vulcanica, e all’estrazione, lavorazione industriale e commercio di un tipico prodotto del vulcanismo: l’ossidiana.

Ossidiana: cos’è e a cosa serviva

L’ossidiana è una pietra vetrosa vulcanica, con sistema cristallino amorfo, la cui formazione è dovuta al rapidissimo raffreddamento della lava. Nel periodo in cui l’occidente non era a conoscenza della tecnica di fusione dei metalli, essa rappresentava il materiale più duro in assoluto, superando anche la selce. L’ossidiana grezza veniva prelevata a Lipari e portata a Salina via mare dove, poi, veniva lavorata per ricavarne strumenti da taglio e altri oggetti da usare o scambiare. Gli scambi più frequenti avvenivano con la selce, roccia sedimentaria, e l’argilla, elementi di cui le isole erano sprovviste e che venivano importati dalla Sicilia.

Storia degli studi

La storia delle ricerche e degli studi archeologici risale agli ultimi decenni del XVIII secolo e ai resoconti degli esploratori, primo fra tutti Jean Houel che, nel suo “Voyage Pittoresque des isles de Sicile, de Malte e de Lipari”, ha dedicato ampio spazio alle antichità eoliane. Nel XIX secolo iniziano le prime ricerche nell’area della necropoli di contrada Diana a Lipari, grazie all’ufficiale della marina britannica W.H. Smyth e al Barone Enrico Pirajno di Mandralisca. Negli ultimi decenni del secolo, Giuseppe Scolarici, su commissione dell’imprenditore scozzese James Stevenson, ha ripreso e ampliato questi primi scavi, i cui primi rinvenimenti hanno destato l’interesse scientifico anche nei confronti delle isole minori. Nel XX secolo si colloca la pubblicazione di Giudo Libertini sullo stato di conoscenza archeologica e storica delle Eolie, ma solo con Paolo Orsi si avrà il primo scavo archeologico scientificamente condotto e documentato. 

La vera svolta per la conoscenza archeologica delle Eolie si ha con Luigi Bernabò Brea e Madeleine Cavalier, ai quali si devono numerose ricerche e scoperte, di fondamentale importanza nel quadro dell’archeologia mediterranea, e la creazione del Museo Archeologico Eoliano nel 1954, oggi regionale.