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ATTUALITÀ | Alla scoperta della “città nascosta”, la mostra di Palazzo Ducale (MN): intervista al direttore Stefano L’Occaso

Verrà inaugurata il 7 maggio 2021 la mostra “La città nascosta – Archeologia urbana a Mantova” nel Museo Archeologico Nazionale di Mantova, all’interno della splendida cornice di Palazzo Ducale. L’idea di creare una vetrina per le attività di valorizzazione e tutela sul territorio è del direttore di Palazzo Ducale, Stefano L’Occaso; il progetto della mostra è stato affidato a due funzionari archeologi, Mari Hirose di Palazzo Ducale e Leonardo Lamanna della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Cremona, Lodi e Mantova.

La mostra, che continuerà fino a gennaio 2022, si articolerà sui due piani di Palazzo Ducale, presenterà diverse sezioni incentrate su attività di tutela e attività di valorizzazione che hanno interessato il territorio nell’ultimo decennio. Sarà la vetrina dei lavori in corso che, giorno dopo giorno, permettono di ricostruire un tassello della storia del Mantovano, merito degli scavi seguiti dalla Soprintendenza in proficua collaborazione con Palazzo Ducale. 

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L’inizio del percorso mostra (foto: Museo Archeologico Nazionale di Mantova)
Nelle viscere della “città nascosta”

Gli scavi archeologici hanno regalato soddisfazioni alla Mantova etrusca, romana, longobarda e rinascimentale. L’archeologia urbana ha fatto rivivere intere epoche attraverso molte scoperte: la domus romana di piazza Sordello, le mura dei Gonzaga in piazzale Mondadori, spostate con precisione ingegneristica, i mosaici romani di via Accademia.

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La domus romana in corso di scavo in piazza Sordello (MN)
Gli amanti di Mantova

Non possono mancare gli «Amanti di Valdaro», il grandioso ritrovamento del 2007 è un esempio compiuto di tutela e valorizzazione, emblema dell’archeologia mantovana: una sepoltura “bisoma”, due giovani sepolti insieme, rannicchiati, l’uno di fronte all’altro per più di 5500 anni. Sono state rimosse tutte le sepolture della necropoli con un’operazione delicatissima, ma necessaria alla conservazione nel Museo Nazionale di Mantova.

La Mantova preistorica e dei Gonzaga: lo scavo di Gradaro-Fiera Catena

Il Quartiere costituisce una sezione della mostra in quanto rientra nell’ampio progetto di tutela “Mantova Hub”, voluto dal Comune nel 2016 per recuperare e restituire alla collettività spazi abbandonati e in stato di degrado.

Lo scavo ha restituito reperti che si datano all’Età del Bronzo Finale (XII-X sec. a.C.) e all’epoca dei Gonzaga (1400-1600). In ambito preistorico è doveroso menzionare, per il grande lavoro condotto in laboratorio, un dolio a corpo ovoide e un vaso biconico. All’età dei Gonzaga risale una selezione di ceramica graffita, «fossile guida» (reperto che aiuta la ricostruzione della cronologia poiché ha buona presenza negli strati), e oggetti di uso quotidiano, come le prime pipe dopo l’introduzione del tabacco.

Olla decorata da un cordone plastico dopo la ricomposizione (Foto: Museo Archeologico Nazionale di Mantova)
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Esemplare di ceramica graffita da Fiera Catena (seconda metà XV-XVI sec.) in corso di studio (foto: Museo Archeologico Nazionale di Mantova)
La Mantova etrusca, romana e medievale: lo scavo di via Rubens – Case dei Canonici di Santa Barbara

Nel V secolo a.C. nasce l’abitato etrusco di Mantova, dominante sulla valle del fiume Mincio, in cui selvicoltura e commercio fluviale sono solo due dei tanti punti di forza del territorio. Il sistema viene scosso dalla grande invasione celtica del secolo successivo. Nomi celti si ritrovano infatti inscritti su ceramica in alfabeto etrusco: gli stranieri dovevano essersi integrati nella comunità.

Alfabetario etrusco inciso sul fondo di una ciotola, riporta tutte le venti lettere in uso nel IV secolo a.C. (foto: Museo Archeologico Mantova)

Lo scavo si è concentrato sul quartiere residenziale di via Rubens portando in luce: utensili da cucina (frammenti di ciotole e pentole), pesi da telaio, scarti di produzione ceramica pertinenti a un’officina sul Mincio. Nell’area sono state poi scavate domus di epoca romana, ricche di mosaici; Invece, nelle Case dei Canonici di Santa Barbara, è stato rinvenuto un edificio monumentale di età medievale, ancora in corso di scavo e parte della cosiddetta Civitas Vetus di Mantova.

La sezione della mostra dedicata allo scavo di via Rubens-Case dei Canonici di Santa Barbara (foto: Museo Archeologico Nazionale di Mantova)

Il «Reperto W» è venuto alla luce dalla tomba del bimbo longobardo sepolto in via Rubens, ma è rimasto ignorato a lungo. Si tratta di una manciata di frammenti di ferro arrugginito, rinvenuta vicino alle guarnizioni in oro della cintura; i frammenti sono stati recentemente studiati dalla curatrice della mostra, la dott.ssa Hirose, e da altri esperti che hanno ricomposto un coltello; il fodero dell’oggetto doveva esser appeso alla cintura che reggeva la tunica e le brache del bimbo.

Come prenotare la visita alla mostra

L’inaugurazione è fissata per venerdì 7 maggio alle ore 17. La partecipazione è gratuita previa prenotazione in quattro diverse fasce orarie (17/17.20/17.40/18.00) durante le quali, a gruppi contingentati di 12 persone, sarà possibile partecipare a una visita guidata gratuita della mostra. Per prenotarsi è necessario compilare uno dei moduli online a questo link a seconda della fascia oraria scelta.

Parola al direttore Stefano L’Occaso

Della mostra “La città nascosta – Archeologia urbana a Mantova” nel Museo Archeologico Nazionale di Mantova parla per la nostra redazione Stefano L’Occaso, direttore di Palazzo Ducale.

Dirige la grande macchina di Palazzo Ducale, si è insediato in un momento difficile: novembre 2020. Come ha diretto il lavoro “a porte chiuse”? Cosa ha ereditato dalla precedente organizzazione e cosa ha cambiato?

«Dalla precedente direzione – e mi riferisco a quella di Peter Assmann, piuttosto che all’interim di Emanuela Daffra che ha coperto circa un anno – ho ereditato un Museo vivace, pieno di iniziative e di attività, ma anche uno scarso interesse per i problemi di manutenzione e conservazione, nonché poca attenzione all’avvio delle procedure per i grandi interventi, per i grossi restauri. Questi sono quindi necessariamente le mie priorità. Su diversi fronti mi trovo quindi a lavorare in continuità, con una ricca programmazione di eventi, seppure meno rivolti al contemporaneo; ho tuttavia ritenuto improcrastinabile dedicarmi all’avvio dei lavori e alla programmazione di interventi di restauro e di manutenzione a breve e a lungo termine».

Stefano L’Occaso nella presentazione del restauro dell’Ultima Cena di Leonardo (photo credits: Paolo Gai)
Palazzo Ducale riapre in grande. Lei ha la paternità della mostra “La città nascosta – Archeologia urbana a Mantova”, com’è nata l’idea?

«Dal 2016 al 2018 il Museo Archeologico di Mantova, che accoglierà questa mostra, è stato gestito dal Polo Museale della Lombardia del quale ero direttore; allora mi occupai di allestire il Museo in via permanente dato che, fino al 2015, si visitava praticamente una sola sala. Ma un Museo Archeologico non può essere una realtà statica: deve anzi riflettere il continuo incremento di conoscenze che deriva dagli scavi, che sono oggi affidati alle Soprintendenze. Il mio desiderio era riallacciare il legame con la tutela, con il territorio, e fare del Museo Archeologico una realtà viva, attenta alle scoperte più recenti, che possono giorno dopo giorno aiutarci a scrivere od obbligarci a riscrivere la storia della città e suo contesto».

Il direttore Stefano L’Occaso durante una conferenza
La mostra presenterà grandi lavori, tra questi il restauro dell’imponente dolio ovoide del Bronzo Finale dal quartiere di Fiera Catena (MN). Dopo lo scavo in situ, il microscavo in laboratorio è stato impegnativo. Anche l’esposizione di questo recipiente ha richiesto condizioni e spazi particolari?

«Un primo intervento è stato effettuato proprio in situ dai restauratori di Palazzo Ducale (Daniela Marzia Mazzaglia) e della Soprintendenza (Aria Amato); successivamente l’intervento è stato affidato a una ditta di restauro di Torino. I due dolii trovati e restaurati sono stati accolti entro una teca di grandi dimensioni, appositamente disegnata nella splendida cornice del Museo Archeologico, il luogo che un tempo ospitò il teatro di corte dei Gonzaga e che oggi è deputato a raccontare la storia delle origini della città virgiliana».

Protagonista della mostra è anche il «Reperto W», un coltello idealmente ricostruito da sei frammenti di ferro arrugginiti dalla tomba del bimbo longobardo su via Rubens (MN). La ricostruzione vede in prima linea la dott.ssa Hirose, anche curatrice della mostra, com’è stato trattato il Reperto in vista dell’esposizione?

«Si tratta infatti di un reperto di notevole interesse, tanto per il contesto di provenienza, quanto per se stesso. Dall’area di scavi di via Rubens sono emersi i resti di una struttura a pianta ottagonale che si può forse interpretare come battistero: forse il battistero ariano, in contrapposizione a quello ortodosso, rinvenuto oltre mezzo secolo fa nell’area del Seminario Diocesano. In via Rubens, una sepoltura infantile, del tipo a “casa mortuaria”, ha restituito un ricco corredo, ma a lungo ci si è concentrati sulle guarnizioni d’oro della cintura, mentre solo ora si è compreso il valore di sei frammenti di ferro arrugginito, ricomposti per l’occasione in un coltello ancora nel fodero. Un coltello che doveva avere una lamina d’argento sul manico e inserti di osso o corno nella punta del fodero. Anche questo recupero è merito dei curatori, Mari Hirose e Leonardo Lamanna, ai quali sono davvero grato per l’eccellente lavoro svolto».

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Ricco corredo dalla tomba del bimbo longobardo (VI-VII sec. d.C.): guarnizioni, una crocetta e altri elementi in oro (foto: Museo Archeologico Nazionale di Mantova)
Il Palazzo Ducale di Mantova è dotato di autonomia speciale di tipo scientifico, finanziario, organizzativo e contabile. È stata un vantaggio durante il periodo di chiusura? Permetterà di attuare in meglio i suoi programmi dopo la riapertura?

«L’autonomia gestionale di Palazzo Ducale ha consentito nei recenti anni grandi investimenti in termini di valorizzazione, soprattutto eventi, mostre (in particolare di arte contemporanea), ma anche feste e sontuosi banchetti. Le risorse sono oggi calate a ragione della pandemia e, inoltre, le urgenze di carattere conservativo mi impongono di destinarne una parte alla manutenzione del Palazzo Ducale, ma credo molto nel connubio tra tutela e valorizzazione e stiamo infatti portando avanti un programma di importanti mostre anche per gli anni a venire. Anzi, sin da ottobre, quando presenteremo un’esposizione dedicata a “Dante e la cultura figurativa del Trecento a Mantova”. Le mostre in cantiere, questa è la differenza principale rispetto al passato, sono radicate nel contesto del Palazzo e da esso o dalle sue collezioni prendono spunto. Esse ambiscono a restituire a Mantova e al suo meraviglioso monumento la centralità che la città ebbe nel Rinascimento. Le prolungate chiusure sono state impegnate per la programmazione dei prossimi anni: i segnali di risposta del pubblico alla riapertura sono stati molto positivi».

Stefano L’Occaso e il ministro Franceschini con Obama in visita al Cenacolo nel 2017 (foto: Milano – La Repubblica)
In conclusione, si sente di dare qualche consiglio ai nostri lettori e ai giovani studenti che si approcciano al mondo dell’arte e dell’archeologia?

«Sono uno storico dell’arte, ma con numerose esperienze di collaborazione con gli archeologi: da quando lavoravo come restauratore, per esempio nella Domus Aurea, a quando ho ​impostato l’allestimento del Museo Archeologico. Mi rivolgo direttamente ai giovani archeologi: dovete avere speranza e fiducia nel futuro, perché oggi il sistema museale e le soprintendenze hanno molto bisogno di voi, delle vostre energie, del vostro entusiasmo. L’ingresso, pochissimi anni fa, di giovani funzionari in Palazzo Ducale è stato una vera benedizione per un istituto che stava perdendo smalto e che oggi è invece una realtà viva e piena di iniziative. Sia lavorando in Soprintendenza che in Museo, vi troverete a collaborare costantemente con architetti e storici dell’arte e anche questo credo che sia un importante passo in avanti rispetto al recente passato».

 

Stefano L’Occaso è dottore di ricerca in Storia delle Arti Visive (2009) e funzionario Storico dell’Arte del Ministero della Cultura. È nuovamente direttore di Palazzo Ducale a Mantova da novembre 2020, già direttore del Polo Museale della Lombardia (novembre 2015 – gennaio 2019). Tra le pubblicazioni, vanta più di un centinaio di articoli e saggi e diverse monografie, fra cui: Fonti archivistiche per le arti a Mantova tra Medioevo e Rinascimento (2005), oltre al catalogo scientifico dei dipinti del Museo di Palazzo Ducale (2011). È artigiano, artista ed è stato anche docente universitario; nonché membro di diversi consigli d’amministrazione, comitati scientifici e socio ordinario dell’Accademia Nazionale Virgiliana.

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NEWS | Intervista al direttore uscente Zuchtriegel: concluso l’intervento di manutenzione del teatro di Velia

Si è concluso a fine marzo l’intervento di manutenzione straordinario dell’antico teatro di Elea-Velia. I lavori, finalizzati a tutelare il monumento e a renderlo accessibile ai visitatori del sito, sono stati eseguiti secondo dei progetti che rientravano da circa un anno tra le competenze del Parco archeologico di Paestum e Velia. Per la conoscenza e la valorizzazione dell’area dell’acropoli, il Parco ha varato un progetto di indagini stratigrafiche sull’altura dominata dal castello medievale e alle sue pendici.

Il teatro di Velia venne costruito intorno al 400 a.C. sul versante sud-orientale dell’acropoli, su un’area che aveva un assetto precedentemente abitativo. Il primo impianto fu realizzato secondo imponenti opere di terrazzamento, funzionali alla costruzione del teatro, ma anche alla monumentalizzazione del santuario, forse dedicato al culto dell’antica Athana e costruito alle spalle dell’edificio teatrale. In seguito, il teatro subì opere di ristrutturazione e ampliamento, raggiungendo massimo splendore in età imperiale. L’ultima fase si data al III secolo d.C. 

Intervista al direttore Zuchtriegel

La redazione di ArcheoMe ha voluto intervistare il direttore uscente Gabriel Zuchtriegel, che da poco ha preso le redini del Parco archeologico di Pompei.

Direttore, come è nato il progetto di valorizzazione e di manutenzione del teatro antico e quanto sarà importante per il futuro del Parco?

Il progetto è nato in base a una ricognizione effettuata dopo l’accorpamento dell’area archeologica di Velia alla gestione autonoma di Paestum. Il degrado del teatro antico di Velia era molto avanzato e dunque rientrava tra le priorità che abbiamo voluto affrontare in tempi brevi con il bilancio del Parco archeologico Autonomo. Oltre alla tutela, questo era importante anche per la fruizione del sito in sicurezza“. 

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Il teatro di Velia dopo gli interventi di manutenzione (foto: Parco archeologico Paestum&Velia)
Saprebbe dirci quando è stato compiuto l’ultimo lavoro di rinnovo di questa zona del Parco prima dell’ultimo progetto?

“L’intervento di restauro del teatro risale al 2003. Negli anni ’80, la cavea fu scavata e i blocchi smontati. Il restauro del 2003 prevedeva la creazione di una struttura in terra armata sulla quale venivano riposizionati i blocchi antichi originali. Questa struttura, nel corso degli anni, ha subito un degrado progressivo che bisognava fermare”.

Come mai il teatro versava in quelle condizioni, come si evince da alcune foto di quest’estate? Il Covid come ha influito sulla gestione di parchi come il vostro? Abbiamo notato le preziose strategie avviate dal Parco soprattutto durante il periodo del primo lockdown.

“Lo statuto da Parco Autonomo, con un proprio bilancio, ci ha consentito di intervenire in una situazione dove la precedente gestione non aveva i mezzi per eseguire questi lavori in tempi rapidi. Credo che si tratti di un esempio come l’autonomia possa aiutare ad accorciare tempi e reperire finanziamenti“.

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Il teatro prima dei lavori di manutenzione nell’estate 2020 (foto: Parco archeologico Paestum&Velia)
Velia
Il teatro di Velia in seguito agli ultimi lavori di manutenzione del 2003 (foto: Parco archeologico Paestum&Velia)
Quali sono state le figure partecipanti che hanno collaborato al progetto, atto anche a migliorare l’accessibilità del teatro?

“Oltre alla ditta che ha eseguito i lavori sulla base di un appalto e sotto la supervisione di una restauratrice, il progetto è stato gestito dai nostri funzionari e assistenti interni all’amministrazione e con una mia continua supervisione. Anche se l’importo non è particolarmente alto rispetto ad altri interventi, parliamo di 130mila Euro di lavori, ho tenuto molto a questo intervento e ho visitato il cantiere almeno una volta a settimana“.

Da questo momento in poi sarà possibile usufruire dunque delle sedute della cavea? Avete in programma eventi di rappresentazioni tragiche o spettacoli all’aperto da ambientare nella quinta scenografica del teatro, come già viene fatto ad esempio a Segesta, Taormina, Catania e Siracusa?

“Il teatro di Velia è più piccolo di quelli di Siracusa e Taormina. Ma sicuramente la futura direzione di Paestum e Velia potrà programmare delle iniziative culturali all’interno del monumento. Ma soprattutto i visitatori che vengono a Velia tutti i giorni, che che spero presto potranno tornare, dunque scolaresche, famiglie, persone del posto e turisti, potranno sperimentare la straordinaria acustica del teatro, che ancora oggi ci può fare apprezzare la maestranza degli architetti antichi. Anche in ultima fila si sente perfettamente quello che si dice al centro dell’orchestra del teatro, anche senza microfoni che ovviamente in antico non esistevano”.

L’importanza del progetto nell’organizzazione del Parco
Pensate che il nuovo progetto, che ha avuto come fine il miglioramento delle condizioni del teatro, possa rendere più piacevole il percorso all’interno del parco da parte del visitatore?

Sicuramente, ma è un tassello in un mosaico molto più grande. A Velia abbiamo tanti progetti in corso, perché è un sito eccezionale che merita di essere tutelato e valorizzato al meglio. Oltre ai monumenti che consentono di farsi un’idea del paesaggio urbano e del suo sviluppo attraverso i secoli, Velia è importante per la sua storia e eredità immateriale. Come sede della scuola eleatica, fondata da Parmenide nella prima metà del V secolo a.C., ha avuto un impatto enorme sul pensiero occidentale, a cominciare da Socrate e Platone e fino alla filosofia del ‘900. Il XXI secolo svilupperà una sua visione del pensiero eleatico, che dunque continua a essere attuale“.

Avete altri progetti in cantiere per migliorare fruibilità, accesso e valorizzazione del sito archeologico?  Abbiamo notato l’uscita della nuova iniziativa: il restauro delle mura di Paestum e dello slogan “adotta un blocco e partecipa al restauro anche tu”. Può darci qualche informazione in merito?

Ci sono tanti progetti in corso tra Paestum e Velia. Il nostro obiettivo è sempre quello di congiungere la tutela e la conservazione dei siti con la fruizione e l’accessibilità, nell’ottica di una condivisione della conoscenza e del patrimonio che appartiene a tutti. A volte, i nostri progetti di manutenzione, restauro e scavo comportano anche scoperte inaspettate, come quella di un tempietto dorico di V secolo a.C. nel quartiere NO di Paestum. Anche a Velia si sta avviando un progetto di scavo stratigrafico e indagini, funzionale a una maggiore conoscenza e accessibilità del sito. Sono curioso di vedere i risultati, anche se ora seguo da spettatore, dal momento che ho iniziato il mio lavoro a Pompei“.

Massimo Osanna e la direzione temporanea del Parco: i suoi commenti alla conclusione dei lavori

Da pochi giorni l’accademico e funzionario, Massimo Osanna, ha avocato la direzione del Parco archeologico di Paestum&Velia a sé nell’attesa della selezione del futuro dirigente attraverso un bando internazionale. Con lui anche la dott.ssa Maria Luisa Rizzo che lo affiancherà in questo nuovo percorso come direttore facente funzioni. Dopo la conclusione dei lavori al teatro, nell’ambito della sua direzione generale dei Musei, Osanna ha visionato i lavori e ha così espresso la sua opinione: “Ho molto apprezzato il lavoro che l’équipe del Parco archeologico di Paestum e Velia sta realizzando. Ho voluto visionare personalmente quanto fatto su questo monumento, anche dopo aver letto l’accurata relazione tecnica di Francesca Condò, funzionaria architetto della Direzione generale Musei, che qualche settimana fa era venuta al Parco per un sopralluogo. Devo dire che il risultato finale mi sembra molto positivo, anche in considerazione della storia travagliata del monumento che rende gli interventi di restauro e manutenzione particolarmente complessi. Come è noto, il teatro è stato completamente scavato e poi ricostruito e l’intervento di manutenzione attuale va a migliorare una situazione che era di grande degrado.

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SPECIALE COVID | Archeologia preventiva, il bilancio dell’ultimo anno secondo Sebastiano Muratore di “Pàropos”

Continua lo SPECIALE COVID con l’Archeologia preventiva, immancabile e irrinunciabile argomento; probabilmente il settore che meno ha subito il contraccolpo della pandemia. Preziosissima la testimonianza diretta del dott. Sebastiano Muratore, archeologo professionista e presidente della Società cooperativa “Paropos”.

Prima di cominciare è necessaria un’introduzione: chi è Sebastiano Muratore e di cosa si occupa, nello specifico, la cooperativa “Paropos”? 

Molto semplicemente, è una persona che crede ancora in un’archeologia dal sapore romantico senza però perdere il lato scientifico, un’archeologia vissuta con emozione, passione, spesso anche con sofferenza. Questa vibrante passione verso l’archeologia è la base su cui è stata fondata la cooperativa “Paropos”, che ormai da quasi 11 anni si occupa dei vari aspetti dei Beni Culturali, dalla ricerca archeologica in collaborazione con varie università del mondo alla didattica con le scuole, con un occhio di riguardo verso i bambini.

Quest’ultimo anno è stato difficile per qualsiasi attività. Tra restrizioni e chiusure, parziali e totali, quanto ha influito, in base alla sua esperienza, la pandemia nel settore dell’archeologia preventiva?

Certamente per nessuno di noi è stato un annus mirabilis, ma devo dire, d’accordo anche con alcuni colleghi con i quali spesso si collabora, che l’Archeologia preventiva non è stata minimamente intaccata dalla pandemia. Gli unici rallentamenti sono stati causati, più che altro, dalle chiusure degli uffici preposti, ma si è trattato di episodi sporadici.

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Necropoli greca di Santa Panagia a Siracusa in notturna
E per la ricerca? Quante e quali difficoltà si incontrano giornalmente? 

La ricerca è, senza ombra di dubbio, il settore che ha subito di più il problema. Posso dirti ad esempio che alcuni dei cantieri universitari che seguo personalmente o con la “Paropos” sono tuttora inattivi, ed anche se adesso si prova a riorganizzare delle missioni magari ridotte, si sta sempre con la paura di dover bloccare tutto da un momento all’altro…

Cosa ti aspetti dal prossimo futuro? Quali obiettivi ti sei prefissato? 

Io guardo al futuro con gli stessi occhi di Odisseo verso l’ignoto, attirato ma non sedotto. Non ci sono barriere al desiderio di conoscenza, non c’è paura e non c’è un orizzonte. Un obiettivo mi è particolarmente caro: coinvolgere sempre più i bambini per far vivere loro delle esperienze che potrebbero davvero essere speciali! Ed i miei nipoti sono un ottimo banco di prova.

L’Archeologia è sempre stato un settore molto complesso. La carriera universitaria è molto lunga, gli sbocchi lavorativi sono spesso insufficienti. Sei soddisfatto, nonostante tutto, delle scelte che hai fatto? 

Sono assolutamente soddisfatto, soprattutto perché sono riuscito nell’impresa di creare, guidare e tenere viva una società senza l’aiuto di nessuno. Il mondo accademico non mi ha mai affascinato, lo trovo abbastanza statico e settoriale, e quasi sempre non porta a dei risultati adeguati. La libera professione ti permette invece di spaziare su più fronti, a patto di non abbassare l’asticella della qualità.

Necropoli greca di Santa Panagia a Siracusa
Cosa pensi debba cambiare nel futuro per garantire ai giovani possibilità di carriera? E quali consigli ti senti di dare?

Il consiglio principale è uno solo: studiare. E seriamente. Molto spesso mi capita di dover spiegare a ragazzi con lauree, specializzazioni, dottorati e master, anche i più semplici rudimenti dell’archeologia. Non è possibile, ad esempio, che la metodologia sia in pratica un optional! O che la Storia greca sia una lezione da imparare per poi cadere nel dimenticatoio. Studiare seriamente è fondamentale. Così come costruirsi un curriculum partecipando a campagne di scavo che ti permettano di acquisire l’esperienza sul campo sia fisicamente che mentalmente. Perché solo sul campo puoi imparare certi ragionamenti, per certi versi matematici, che ti portano all’interpretazione del mondo antico.

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SPECIALE COVID | L’esperienza del prof. Giacomo Cavillier del Centro Studi “J. F. Champollion”

Le parole di un accademico del settore sono indispensabili per arricchire il panorama proposto dallo speciale di oggi. Soluzioni temporanee (così ancora si spera) sono state adottate nella Didattica a Distanza, che ha comunque penalizzato tantissimi studenti, ma la ricerca ha avuto una decisiva battuta d’arresto. Testimone è e continua ad essere il professor Giacomo Cavillier, egittologo, direttore del Centro Studi di Egittologia e Civiltà Copta “J.F. Champollion”, nonché membro del Comitato scientifico di questa redazione. Grazie ai numerosi contatti sul territorio, nazionale e non, la voce del professore è catalizzatrice delle tante esperienze di studiosi e ricercatori che di giorno in giorno si trovano a fronteggiare questa drammatica situazione.

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Il professor Giacomo Cavillier sulla montagna tebana

Che cos’è il Centro Studi di Egittologia e Civiltà Copta “J.F. Champollion” da lei diretto?

Il Centro “Champollion” è diretto da Giacomo Cavillier e nasce nel 2007 all’interno dell’Insegnamento di Egittologia e Civiltà Copta dell’Università di Genova allo scopo di consentire a studenti e specializzandi di perfezionare la propria preparazione professionale mediante appositi programmi di formazione e di ricerca in Egitto e in Sudan. Nel 2008, con l’avvio di vari progetti di ricerca in Egitto e nel Mediterraneo, il Centro “Champollion” ha ampliato i suoi orizzonti operativi divenendo un organismo scientifico “dedicato”, convenzionato con università, musei ed istituti di ricerca nazionali ed internazionali. Il Centro “Champollion” ha all’attualità una missione archeologica in Egitto (Luxor) e due progetti di ricerca in Corsica, Sardegna e Sicilia dedicati ai “Popoli del Mare” e allo sviluppo dei culti egizi in età ellenistica e romana. Il Centro è convenzionato ed ha collaborato con alcune delle più importanti istituzioni museali e di ricerca nazionali e internazionali: il Museo Egizio di Firenze, il Museo Archeologico di Napoli, l’Ufficio Culturale Egiziano a Roma, il Centro Archeologico Italiano al Cairo, l’Università del Cairo e la Biblioteca di Alessandria d’Egitto, solo per citarne alcuni. Per le attività di ricerca, il Centro dispone di una sede stagionale della missione archeologica a Luxor (West Bank), mentre le varie attività didattiche sono tenute in apposite strutture (aule, biblioteche e sale conferenze) presso gli enti e i musei convenzionati. 

Quest’ultimo anno è stato difficile per qualsiasi attività, pubblica o privata che sia. Tra restrizioni e chiusure, parziali e totali, di dipartimenti, ministeri, musei, soprintendenze, qual è il quadro che si evince dall’ultimo anno della vostra attività?

Abbiamo dovuto svolgere numerose attività didattiche (conferenze, seminari e corsi) online e sospendere i progetti di ricerca e la missione in Egitto in attesa di tempi migliori. Tuttavia, l’attività divulgativa online ha riscosso successo e intendiamo proseguire oltre, tenendo in considerazione che la cultura può rappresentare l’essenziale strumento per superare l’attuale situazione.

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Uno dei prossimi seminari in programma, organizzato dal Centro Studi “J. F. Champollion”

Per quel che concerne il rapporto con le Università e/o con i progetti di ricerca, cosa è stato possibile realizzare in quest’ultimo anno? E quali e quante cose sono state rimandate ad un futuro prossimo?

La seconda edizione del volume “Shardana”

Nel 2020 sono stati condivisi i progetti “Iside” e “Popoli del Mare” da importanti istituzioni archeologiche siciliane (Messina, Catania, Siracusa); agli inizi del 2021 è stato avviato in Sardegna il progetto “Iside” che vede coinvolte Soprintendenze Archeologiche di Sassari e Cagliari in spirito di fattiva collaborazione scientifica. Sono presupposti essenziali per proseguire nella ricerca e valorizzazione dei culti ed apporti egizi nelle due principali isole nazionali e, al contempo, tentare di dare una fisionomia culturale ai navigatori e guerrieri del Tardo Bronzo noti come Shardana e Shekelesh, di cui sappiamo ancora ben poco. Nel 2021 riprenderà lo studio della collezione di ushabti del Museo Egizio di Firenze ai fini della pubblicazione del terzo volume del catalogo previsto per il 2022. Si tratta di attività che potranno essere svolte a partire dal mese di settembre 2021, pandemia permettendo.

Musei e Cultura hanno subito un duro contraccolpo dalla pandemia, qual è la sua opinione a riguardo?

L’Italia ha dovuto fare i conti con una crisi senza precedenti e ha posto tutte le contromisure possibili; detto questo, i musei, già in molti casi in difficoltà per questioni di investimenti e di gestione non sempre facile, hanno subito danni notevoli sia in termini di afflusso che di “divulgazione”. L’assenza di una divulgazione capillare e sinergica del bene storico-archeologico, a livello locale, regionale e nazionale, soprattutto via web, si è rivelato il tallone d’Achille di tutto il comparto dei beni culturali; è toccato ai blog, alle singole entità museali e persino a studiosi o a giornalisti appassionati, proporre interviste, presentazioni di libri e docufilm, per sopperire alle carenze emerse in questo settore. Personalmente ritengo che una programmazione “centralizzata” del Ministero della Cultura di vari interventi di studiosi qualificati e direttori di musei, ab origine, avrebbe giovato e rappresentato l’idoneo stimolo culturale per i cittadini in lockdown.

L’Archeologia è sempre stato un settore molto complesso. La carriera universitaria è molto lunga, gli sbocchi lavorativi sono spesso insufficienti. Cosa si sente di consigliare ai giovani che si approcciano a questo mondo?

A mio giudizio, e lo si consideri come frutto della mia esperienza professionale di docente e di archeologo, occorre innanzitutto conseguire una formazione completa di base quale strumento per proseguire oltre; il conseguimento di una laurea, di un master o di un dottorato non apre orizzonti di impiego immediati, né consente di ritenersi professionalmente idonei ritenendosi “archeologi, filologi, storici, ecc.”. L’errore è quello di ritenersi già professionisti o, come si dice spesso “arrivati” al top, vantando competenze che possono poi essere smentite ben presto data la giovane età; dunque, a mio giudizio, occorre formarsi bene, seguire una passione per un settore di studio, tentare di concorrere presso l’università o soprintendenze e, in caso di iniziale fallimento, non smettere mai di crederci e di proseguire verificando varie possibilità di ricerca presso enti italiani e stranieri. Giova rilevare che la figura professionale di archeologo, per fare un esempio, è tale solo se si fa ricerca sul campo e acquisendo una metodologia di lavoro che nessun manuale è in grado di offrire, altrimenti basterebbe studiare volumi di settore per ritenersi pronti ad effettuare uno scavo; è come se per operare da chirurgo bastasse studiare l’enciclopedia medica senza aver maturato alcuna esperienza pratica frutto di anni di applicazione. Ovviamente, se non si riesce immediatamente nell’intento di vincere i concorsi, occorre mantenersi con lavori diversi ma sempre proseguendo nella ricerca, implementando esperienze e titoli. In altre parole, si vince solo se si è consapevoli dei propri limiti e si crede nel proprio intento!

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ATTUALITÀ | Al via la prima Giornata Mondiale della Lingua Latina: intervista al prof. Marcello Nobili

Avrà inizio tra pochi giorni il ciclo di eventi per la prima Giornata Mondiale della Lingua Latina. Ad organizzare la kermesse è la Presidenza Nazionale dell’Associazione Italiana di Cultura Classica (AICC) che è riuscita ad ottenere il patrocinio dell’UNESCO e del Ministero dei Beni Culturali per dedicare 24 e più ore alla conservazione e alla valorizzazione dell’antichissimo patrimonio linguistico. 

Le Delegazioni dell’AICC concretizzeranno le tante iniziative organizzate nel dettaglio in questi mesi, la Delegazione di Roma ha canalizzato il grande impegno delle forze dell’AICC sul territorio nazionale preparando una manifestazione molto ampia in contenuti e temi. Grande punto di forza della Delegazione AICC della Capitale è il patrocinio della Consulta Universitaria di Studi Latini, delle delegazioni AICC di Viterbo e Gaeta e di tutte le cinque Università statali del Lazio: Sapienza, Tor Vergata, Roma Tre, Cassino e Tuscia. 

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Dinamicità” è la parola che definisce meglio il programma: il pubblico per cui sono pensate le lezioni comprende i liceali, classicisti e non, che si interrogano sul percorso universitario da intraprendere, ma anche i Docenti della Scuola Superiore, per cui la Giornata avrà funzione di corso di aggiornamento. E che dinamicità anche nei contenuti! Le lezioni delle giornate saranno brevi, non più di trenta minuti ciascuna, e le sessioni avranno momenti di discussione. Inoltre, la prima giornata si concluderà con la premiazione di un concorso creato appositamente per l’evento e la seconda con una passeggiata nella basilica di San Paolo f.l.m. (RM), alla scoperta della storia che le epigrafi del chiostro preservano (necessaria la prenotazione secondo le modalità indicate nella locandina).

Intervista al prof. Marcello Nobili, curatore della Giornata per la Delegazione AICC di Roma

Della Giornata Mondiale della Lingua Latina parlerà per la nostra redazione uno dei protagonisti: Marcello Nobili, curatore dell’iniziativa per la Delegazione AICC di Roma, tesoriere della stessa e docente a contratto di Lingua e Letteratura Latina all’Università Sapienza.

Il professor Marcello Nobili, curatore della Giornata
Ha curato la Giornata Mondiale della Lingua Latina per l’Associazione Italiana di  Cultura Classica – Delegazione di Roma, molto probabilmente il format che ha proposto verrà preso come modello negli anni avvenire. È soddisfatto del suo lavoro?

Effettivamente, una volta lanciata, durante lo scorso novembre, la proposta dal presidente nazionale di organizzare una Giornata Mondiale della Lingua Latina sulla falsariga della già avviata Giornata Mondiale della Lingua Greca e della Cultura Ellenica, è stata nostra l’idea di abbinare una serie di brevi lezioni intese a dare un orientamento post diploma agli studenti del triennio liceale insieme a un concorso di videoclip vertenti attorno a un termine o un concetto tipicamente latino. Devo menzionare, per correttezza, il fatto che lo spunto mi è venuto dal concorso gemello, “KineHellenika”, lanciato dalla nostra Delegazione a fine 2020, che ha riscosso un ottimo successo, con una sessantina di Licei Classici partecipanti. Il successo della presente iniziativa è testimoniato dal centinaio di scuole superiori di tutta Italia, e dal centinaio di videoclip, frutto della passione e della perizia di studenti per lo più diciassettenni e diciottenni, che ci sono pervenuti. Quindi sono molto soddisfatto del lavoro.

Mettere a punto un ricco programma durante il periodo di chiusure e restrizioni che stiamo vivendo non è facile. L’idea della Giornata è stata concepita prima dell’arrivo della pandemia o successivamente? Il Covid è stato un ostacolo per la preparazione di un evento di questa portata?

L’idea generica è del presidente nazionale Mario Capasso (Università del Salento) che chiese anni fa il patrocinio UNESCO. Appena lo ha ottenuto, nello scorso novembre, mi sono messo al lavoro. Il Covid, da una parte, ha reso più lunghe le tempistiche e più incerta l’effettiva messa in opera di questa come di altre manifestazioni che abbiamo dovuto ripensare più volte; dall’altra, ha permesso a docenti, studenti e, in generale, al pubblico di località anche lontane dalla nostra sede romana di accostarsi all’iniziativa.

L’idea di coinvolgere i giovani liceali con il concorso “LatineVideo” è degna di nota, la playlist è visibile sul canale dell’AICC – Delegazione di Roma. Ha già avuto modo di dare un’occhiata? Quale dei tanti aspetti che gli studenti hanno analizzato ha attirato la sua attenzione?

La Commissione giudicatrice è già al lavoro dal primo di aprile. Il giorno 7 stabiliremo la lista dei video che, per una o più ragioni, ci appaiono meritevoli di considerazione, che poi mostreremo nel pomeriggio del 9 aprile. Per deformazione professionale ciò che sono portato ad apprezzare di più nella divulgazione è la capacità di rendere accessibile la conoscenza senza dimenticare il rigore; tuttavia, tenendo in conto che si tratta pur sempre di produzione di filmati per l’Internet, presteremo la debita attenzione all’originalità delle soluzioni audiovisive. A tal fine, annuncio che al gruppo di latinisti componenti la commissione si è aggiunto un altro amico, latinista di vaglia certamente, ma che da oltre un decennio si dedica con eccezionali risultati anche alle Digital Humanities e pertanto ci darà pareri tecnici.

Le Delegazioni AICC sul territorio nazionale hanno in programma numerosi eventi. Alcuni saranno registrati, ma l’emozione della diretta si può vivere una volta sola, quali dei tanti appuntamenti consiglierebbe di seguire?

Se mi è concesso fare pubblicità, la prossima, ampia e variegata manifestazione che stiamo organizzando per il mese di maggio, mese del Festival della Cultura classica AICC (segue la locandina), vedrà proiezione di clip tratte da film storici commentate poi da specialisti o da studiosi che vi hanno prestato la consulenza, conferenze su argomenti di storia e archeologia legate a realtà locali minori del Lazio, come Formia e Gaeta, e, infine, la premiazione di un altro corso-concorso che abbiamo lanciato a febbraio: ScriptaLegamus, dove gruppi di scolari della Secondaria di Primo e Secondo grado si ingegnano di descrivere e commentare le scritture esposte, antiche o moderne, del proprio territorio.

Qualche giorno fa L’AICC Nazionale ha ricevuto la Medaglia per l’alto valore culturale, conferita dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, proprio per l’impegno dimostrato nell’organizzazione della Giornata. Si sente parte attiva di questo traguardo?

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Beh, non credo il presidente Mattarella abbia visto proprio la locandina romana, che ho faticosamente prodotto nelle lunghe notti di gennaio ma… immodestamente, direi di sì! Da ricordare a tal proposito il validissimo e poliedrico supporto che mi è stato prestato dalla professoressa Marisa Giampietro, archeologa e storica dell’arte, già animatrice delle principali manifestazioni culturali del Liceo “Benedetto Croce” di Roma.