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NEWS | Dopo la Sicilia anche l’Inghilterra in trattativa, i marmi del Partenone torneranno a casa

Qualche settimana dopo la notizia della restituzione definitiva del cosiddetto Reperto Fagan dalla Sicilia, anche la Gran Bretagna ha accettato di avviare le trattative con il governo greco per il rientro in madrepatria dei Marmi del Partenone di Atene, dopo decenni di impasse. C’è speranza, dunque, che il Partenone possa tornare a splendere, dopo ben due secoli di spoliazioni. Lord Elgin nel XIX secolo privò il monumento di frontoni, metope e fregio, oggi esposti al British Museum.

Frontone del Partenone (©Reporter in viaggio)
Via libera alle trattative

La prima richiesta formale per il ritorno permanente in Grecia di tutte le sculture del Partenone fu presentata nel 1983. Ad occuparsi delle trattative saranno il sottosegretario alla Cultura britannico, Lord Parkinson, e la sua controparte greca, Lina Mendoni. Lina Mendoni negli ultimi mesi ha seguito anche le trattative con la Regione Sicilia per la restituzione del frammento Fagan, sito al Salinas di Palermo. Punto focale dell’accordo è la proposta del premier ateniese Kyriakos Mitsotakis: le sculture torneranno ad Atene sulla base di un prestito a lungo termine e in cambio a Londra verranno fornite delle opere d’arte antica attualmente conservate in Grecia.

Fondamentale è il mediare dell’Unesco. A rallentare le pratiche troviamo il governo britannico, pronto a sostenere che la decisione della restituzione dei marmi spetti al British Museum in quanto custode delle opere, di contro il museo sostiene che sia il Parlamento a dover promulgare un decreto che metta fine alla disputa.

Fregio del Partenone, dettaglio delle Panatenaiche (©Reporter in viaggio)
Lord Elgin e il deturpamento del Partenone

Dalla prima richiesta di restituzione si formarono due gruppi ben distinti. Il primo gruppo a sostegno della totale legittimità con cui i marmi sono stati spostati da Lord Elgin e di conseguenza la legittimità del British Museum a conservarli ed esporli; il secondo si schierò a sostegno della restituzione totale delle sculture alla città di Atene come legittima proprietaria.

L’azione di Lord Elgin, all’inizio del XIX secolo, in vece di ambasciatore del governo britannico presso l’Impero Ottomano, si concretizzò nella rimozione di alcune statue da lui ritenute rovinate e bisognose di restauro dall’acropoli di Atene. L’atto portò alla rimozione e al trasporto di 15 metope, 17 figure frontali, una cariatide dell’Eretteo e 56 pannelli (circa 80 metri) del fregio del Partenone. A Londra, Elgin provò a vendere i reperti al Governo inglese e la vicenda fece scalpore. Tuttavia nel 1816 il Parlamento acquistò i Marmi che tutt’ora sono esposti nel British Museum.

Approfondimento

APPROFONDIMENTO | Pace e sanzioni nella Grecia classica

La pace è un’esperienza difficile da realizzare. La si può ottenere con l’eliminazione dell’avversario o attraverso la ricerca di un compromesso con la parte ostile. Vi è poi l’uso dell’intimidazione, ossia l’ottenimento di un equilibrio dietro minaccia, attraverso l’uso consapevole di sanzioni, di deterrenti: punire il nemico, qualora non rispetti i patti, per logorarlo prima ancora di doverlo affrontare sul campo.

In guerra dagli inizi della storia

In certi momenti ci si chiede se l’uomo sia nato per farsi la guerra o se, invece, questa sia una degenerazione del nostro animo. In effetti, l’idea di una creatura buona a priori, originariamente paradisiaca, offre speranza per un futuro migliore. Tuttavia, non va ignorato che la prima narrazione scritta mai composta dall’uomo parla di uno stato di guerra terribile, che si conclude solo dopo aver accumulato colline e colline di cadaveri. Parole, quasi testuali, dettate da re Ur-Našše di Lagaš nel III millennio a.C. Inoltre, il fatto che gli esempi più antichi di spade risalgano alla prima età del bronzo, IV millennio a.C., aggrava la posizione dell’uomo: eravamo pronti a combatterci già agli inizi della storia, quando si cominciò a scrivere. Eppure, esistono tentativi di pace, magari imperfetti, vani, ma che la guerra cercarono di mitigarla. Non è tempo sprecato, allora, esplorare il passato a caccia di questi esempi.

L’iscrizione reale di Ur-Našše di Lagaš (RIME 1.09.01.06b), il più antico riferimento storico a un fatto bellico
Il caso della Guerra di Corinto

Una parola ridondante ai nostri giorni è “sanzioni”. La sentiamo spesso e ne siamo quasi assuefatti tanto da non chiederci quale sia il suo significato o l’origine del suo concetto. È un peccato visto che l’antecedente storico dell’uso delle sanzioni fu inventato nella culla culturale occidentale, in Grecia. In quel tempo, tra gli anni 395-387 a.C., lo stato di belligeranza tra poleis è pressoché assoluto. Non è più il periodo, edulcorato dalla tradizione, delle Guerre Persiane, in cui seppur divisi i greci riescono a unirsi contro il nemico comune. Al contrario, la successiva Guerra di Corinto vede un inasprirsi delle divisioni interne della Grecia, che favoriranno il ritorno della Persia in qualità di garante degli equilibri. Inutile discutere se la diplomazia, in questo caso, fu vincente o meno per la sorte dei greci. Meglio analizzare i fatti per capir che di che tipo di pace si parli.  

La Grecia ai tempi della Guerra di Corinto
Un diplomatico in guerra

La Guerra di Corinto può essere paragonata ad un fiammifero lanciato in una polveriera: innestato il primo fuoco, l’esplosione venne di seguito. Il fatto è che gli interessi economici delle diverse città finirono invero a cozzar tra di loro, e da una ristretta disputa confinaria la Grecia intera si ritrovò calpestata da eserciti e solcata da flotte nel mare. Tra i vari protagonisti che presero parte agli scontri ve n’è uno che, a differenza degli altri, ottenne un posto nella storia come mediatore, non come guerriero. Antalcida di Sparta andò in Lidia, nel 392 a.C., cercando l’appoggio persiano, e lì discusse i termini di una pace con gli altri emissari venuti da Atene e dai suoi alleati. Non se ne venne a capo e la guerra poté continuare, ma quell’incontro fu forse il primo passo diplomatico che portò alla successiva Pace di Antalcida nel 387 a.C.

Tiribazo, satrapo di Lidia, che prese parte ai negoziati di pace
La pace del Re, o di Antalcida

Dopo il fallimento della diplomazia, Atene riuscì ad estendere il proprio dominio nel Mar Egeo, ma soprattutto ad allacciare un’intesa con le potenze orientali ostili alla Persia, ossia Cipro e l’Egitto. Ciò provocò un mutamento nei rapporti tra i vari stati perché da parte persiana venne ricercato proprio l’accordo che Antalcida era venuto a proporre cinque anni prima, ossia l’intesa con Sparta. Alla fine, la pace arrivò, definitivamente nel 386 a.C., ma in modo subdolo ed inconsueto. Forte dell’appoggio persiano, Sparta poté minacciare le fazioni rivali: chi non avesse accettato e rispettato la pace, così come i suoi termini, avrebbe affrontato il Gran Re orientale. La strategia di deterrenza promossa da Sparta comportò lo smantellamento dell’egemonie e delle alleanze in Grecia, riaffermando, grossomodo, l’indipendenza di ogni città. Fu questo l’antecedente storico della minaccia di sanzioni in campo diplomatico, ossia l’uso di deterrenti per salvaguardare una pace senza scadenza.

L’estensione dell’impero persiano.
Pace, fragile pace

A conti fatti Sparta porgeva il collo al guinzaglio tirato dal Gran Re persiano. La Grecia, che perdeva i suoi territori in Ionia, passava sotto l’influenza dell’impero orientale, e ci sarebbe rimasta fino all’emergere di Alessandro Magno, cinquant’anni più tardi. Se fu una soluzione giusta o sbagliata lo storico non se lo chiede. Sta di fatto che una pace di tutti ci fu. Tuttavia, durò poco. Nel 382 a.C. il promotore stesso del deterrente, Sparta, tentò di estendere la propria influenza. Ad esempio fece in modo d’instaurare una tirannia fedele nella città di Tebe. La pace allora crollò come un castello di carte e la Guerra Beotica ebbe inizio. Il deterrente non funzionò, anzi l’indebolimento di Sparta comportò l’abbandono persiano. Così, stando al ricordo posticcio di Plutarco, Antalcida si lasciò morire di fame resosi conto del proprio fallimento diplomatico. Una fine triste, forse, come triste fu la pace mancata.

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ENGLISH VERSION | Statue of Goddess Athena arrives in Sicily

On Wednesday 9th February, at 11:00 A.M, the statue of goddess Athena arrived in Sicily at the Antonio Salinas Archeological Regional Museum

 

Partnership between Greece and Sicily
Alberto Samonà, Regional Councillor for Cultural Heritage and Sicilian Identity

This statue will be given to the Salinas Museum for four years after a close cooperation agreement with the Greek authorities which was strongly desired by Alberto Samonà, Regional Councilor for Cultural Heritage and Sicilian identity.

Last month, the partnership between the sicilian museum and the Acropolis Museum of Athens had already allowed the return to Greece of a Parthenon frieze fragment (the so-called “Fagan Artifact”), which was conserved at the Salinas Museum. However, the arrival of this statue marks the first time that an artifact from the Athenian Museum comes to Sicily for a long-term exposure.

Return ceremony of the “Fagan artifact” at the Athens Acorpolis Museum, to which Councilor Alberto Samonà took part.

Accompanying the precious exhibit, which dates to the 5th century B.C., will be Lina Mendoni, Minister of Culture and Sport of Greece, and Nikolaos Stampolidis, director of the Athenese museum. They will entrust it to the Sicilian region, to the presence of Alberto Samonà and Caterina Greco, director of the Salinas Museum. For the important cultural occasion, senator Lucia Borgonzoni, Undersecretary of Culture, will also be present.

 

The Statue

This headless statue, made of pentelic marble, depicts the Goddess Athena: the 60 cm tall figure is dressed in a peplum, complete with a belt on the waist. The deity was probably adorned with a banner transversely placed on the chest which, likely during ancient times, was decorated in the center by a gorgon, which has been lost.

Statue of the Goddess Athena

The figure puts the body weight on the right leg, while using the left arm, in a sort of synchrony, to lean on what was supposed to be a spear. The whole thing is sinuous and smooth thanks to the skillful use of clothing, which is typical of the attic style of the last quarter of the 5th century B.C.

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NEWS | La statua della dea Atena arriva in Sicilia

Mercoledì 9 febbraio, alle ore 11:00, la statua della dea Atena arriva in Sicilia, al Museo Archeologico Regionale Antonio Salinas.

Partnership tra Grecia e Sicilia
Assessore regionale dei Beni culturali e dell’Identità siciliana, Alberto Samonà

La statua, proveniente dal Museo dell’Acropoli di Atene, verrà affidata al Museo Salinas per quattro anni a seguito di un accordo di stretta collaborazione fortemente voluto dall’Assessore regionale dei Beni culturali e dell’Identità siciliana, Alberto Samonà, con le autorità greche.

La partnership tra il museo siciliano e il Museo dell’Acropoli di Atene, il mese scorso, aveva già permesso il ritorno in Grecia di un frammento del fregio del Partenone (il cosiddetto reperto Fagan) conservato proprio al museo Salinas, ma è grazie all’arrivo di questa statua che per la prima volta dal museo ateniese arriva un reperto in Sicilia per un’esposizione di lungo periodo.

Cerimonia di ritorno del “reperto Fagan” al Museo dell’Acropoli di Atene, a cui ha partecipato l’Assessore Alberto Samonà

Ad accompagnare il prezioso reperto, risalente al V secolo a. C., saranno la Ministra della Cultura e dello Sport della Grecia, Lina Mendoni, e il direttore del Museo ateniese, Nikolaos Stampolidis, che lo affideranno alla Regione Siciliana, alla presenza dell’Assessore regionale dei Beni culturali e dell’Identità siciliana, Alberto Samonà, e del direttore del Museo Salinas, Caterina Greco; per l’importante occasione culturale sarà presente anche il Sottosegretario alla Cultura, senatrice Lucia Borgonzoni.

La statua della dea

La statua acefala, in marmo pentelico, raffigura la dea Atena; la figura, alta 60 cm, è vestita con un peplo completato da una cintura portata sulla vita. La dea sarebbe stata adornata da un’egida disposta trasversalmente sul petto che, probabilmente, in antichità era decorata al centro da una gorgone andata poi perduta.

Statua della dea Atena

La figura poggia il peso del corpo sulla gamba destra, mentre sfrutta il braccio sinistro, come in una sorta di sincronia, per appoggiarsi probabilmente ad una lancia. Il tutto è reso sinuoso e morbido grazie al sapiente uso delle vesti; la posa della figura e la morbidezza delle vesti data la statua all’ultimo quarto del V secolo a. C., che rimanda ai modelli delle statue del Partenone.

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NEWS | Dalla Sicilia alla Grecia, un frammento del Partenone torna a casa

Si tratta del “Reperto Fagan”, un frammento del fregio del Partenone custodito nel museo archeologico  “A. Salinas” di Palermo dal 1820. Il prezioso frammento è costituito dal piede di una Dea (Peitho o Artemide), avvolto dalla parte finale della veste che scende in un morbido e meraviglioso drappeggio. Questo tassello di storia volerà presto dalla Sicilia alla Grecia, per ricongiungersi al suo contesto d’origine.

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Il frammento del fregio del Partenone, conservato al “Salinas” di Palermo
Uno scambio culturale tra Sicilia e Grecia

“Il Reperto Fagan in cambio di una statua acefala di Atena, della fine del V secolo a.C., e un’anfora geometrica della prima metà dell’VIII secolo a.C.”. Questo è quanto prevede l’accordo siglato dal Museo Archeologico RegionaleA. Salinas” di Palermo e dal Museo dell’Acropoli di Atene. L’accordo prevede che per un periodo di 4 anni, rinnovabile una sola volta, il Salinas trasferisca al Museo dell’Acropoli di Atene il frammento appartenente al Partenone. Il frammento è attualmente conservato a Palermo, poiché parte della collezione archeologica del console inglese Robert Fagan. Fagan aveva acquistato il reperto ad Atene agli inizi del XIX secolo. Alla morte di quest’ultimo, il piccolo piede della Dea era passato in eredità alla moglie. Acquistato dalla Regia Università di Palermo nel 1820, il Reperto Fagan sembrava aver trovato la sua destinazione finale, ma era troppo lontano da casa.

La Sicilia come apripista in una questione aperta da tempo

L’accordo, fortemente voluto dall’assessore regionale dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, Alberto Samonà, condiviso con la Ministra greca della Cultura e dello Sport, Lina Mendoni, ha un forte valore simbolico. Il piccolo piede della Dea che muove verso casa, infatti, rappresenta un grande passo in avanti nella questione del ritorno in Grecia dei reperti del Partenone. Il frammento Fagan non è l’unico reperto ateniese “fuori posto”. Custoditi nei musei di tutto il mondo, si trovano molti reperti, tasselli di ciò che un tempo costituiva la grandiosa Acropoli di Atene, in particolare di ciò che costituiva il Partenone. Da più di quarant’anni, ormai, la Grecia chiede che le vengano restituiti tutti i componenti di marmo trafugati dal Partenone a partire dal 1800. Basti pensare al British Museum di Londra, che tra i numerosi reperti sottratti dall’Acropoli, conserva gelosamente una delle sei cariatidi del tempietto dell’Eretteo. Al museo archeologico di Atene, dove sono conservate le altre cinque figure femminili, c’è uno spazio vuoto là dove dovrebbe esserci la sesta cariatide: un messaggio non troppo velato rivolto al museo britannico, in attesa che anche l’ultima statua torni al suo posto.

sicilia grecia partenone
Le cinque cariatidi esposte al Museo dell’Acropoli di Atene. Lo spazio vuoto, in attesa del ritorno in patria della sesta figura femminile, ancora in possesso del British Museum di Londra
Un legame di fratellanza che lega la Sicilia e la Grecia da tempi antichissimi

Il ritorno a casa del Reperto Fagan suscita grande gioia e fiducia dell’istituzione greca nei confronti della Sicilia: “L’approdo del Fregio palermitano presso il Museo dell’Acropoli – sottolinea il direttore del Museo dell’Acropoli di Atene, Nikolaos Stampolidis – risulta estremamente importante soprattutto per il modo in cui il Governo della Regione Siciliana, oggi guidato da Presidente Nello Musumeci, ha voluto rendere possibile il ricongiungimento del Fregio Fagan con quelli conservati presso il Museo dell’Acropoli. Questo gesto già di per sé tanto significativo, viene ulteriormente intensificato dalla volontà da parte del Governo Regionale Siciliano, qui rappresentato dall’Assessore alla Cultura ed ai Beni dell’Identità Siciliana Alberto Samonà, che ha voluto, all’interno di un rapporto di fratellanza e di comuni radici culturali che uniscono la Sicilia con l’Ellade, intraprendere presso il Ministero della Cultura italiano la procedura intergovernativa di sdemanializzazione del Fregio palermitano, affinché esso possa rimanere definitivamente sine die ad Atene, presso il Museo dell’Acropoli suo luogo naturale”.

Accadde oggi

ACCADDE OGGI| Il 22 luglio 776 a.C. nascevano i primi Giochi olimpici

«Come l’acqua è il più prezioso di tutti gli elementi, come l’oro ha più valore di ogni altro bene, come il sole splende più brillante di ogni altra stella, così splende Olimpia, mettendo in ombra tutti gli altri giochi»

(Pindaro, Olimpica I, 1)

giochi olimpici Pindaro
Busto di Pindaro

 

Se esiste qualcuno in grado di farci comprendere l’importanza dei Giochi olimpici nel mondo antico, quello è sicuramente il poeta Pindaro, vissuto in Grecia tra il 518 a.C. e il 438 a.C. circa. In barba allo spirito con cui il barone Pierre de Coubertin (1863-1937), promotore dei moderni Giochi olimpici, sosteneva che “L’importante non è vincere, ma partecipare”, Pindaro era di tutt’altro avviso. Le Olimpiadi, nel mondo greco erano un evento importantissimo, capace di mettere in pausa anche le guerre più sanguinose, e vincerle, per gli atleti, significava guadagnare gloria eterna per sé e per la polis da cui provenivano.

L’importanza dei giochi nell’antica Grecia

La cultura delle competizioni sportive, nel mondo greco, ha origini molto più antiche del periodo in cui Pindaro scrive le sue Olimpiche, elogiando i vincitori delle diverse discipline. La prima testimonianza scritta dei “giochi” la ritroviamo nell’Iliade di Omero, in occasione dei giochi funebri in onore di Patroclo. Dalla corsa dei carri a quella a piedi, dal tiro del giavellotto, al tiro con l’arco e al pugilato, nel poema Omerico ritroviamo tutte le discipline che caratterizzeranno le future Olimpiadi. Ma quando nascono le Olimpiadi? E perché sono così importanti? Prima di rispondere a queste domande, occorre tenere a mente il legame indissolubile che esisteva tra i giochi e la religione, aspetto fortemente caratterizzante della vita nell’antica Grecia.

giochi olimpici gara di carri
Giochi in onore delle nozze di Peleo e Teti, dal Cratere François 

 

Olimpia, la grande festa dedicata a Zeus e i giochi in suo onore

Ad Olimpia, situata nell’Elide (Peloponneso nord-occidentale), sorgeva un santuario dedicato a Zeus. La florida regione dell’Elide, con i suoi boschi e prati fioriti, era considerata un luogo talmente bello che doveva per forza essere stato creato in circostanze divine. Ogni anno, in estate, il santuario accoglieva pellegrini provenienti da tutta la Grecia, per partecipare alle celebrazioni in onore di Zeus. Cerimonie, processioni e sacrifici, per rendere omaggio al padre di tutti gli dei, ma non solo. Dopo aver giurato solennemente, gli atleti, provenienti da tutte le città-stato della Grecia, erano finalmente pronti a scendere in campo e sfidarsi nei giochi Olimpici. Se i perdenti uscivano a testa bassa dallo stadio, con il pesante fardello del disonore sulle spalle, i vincenti tornavano nella loro polis da eroi. Loro, e solo loro, avevano tenuto fede al giuramento solenne in cui affermavano di “essersi duramente preparati con il solo scopo di vincere”.

giochi olimpici
La Vittoria alata che incorona un atleta vincitore. Raffigurazione in un vaso a figure nere
La data convenzionale del 776 a. C

Come abbiamo detto, i giochi hanno sempre fatto parte della cultura greca, erano già presenti nelle culture minoica e micenea. Sappiamo anche che i giochi Olimpici devono la loro importanza al luogo in cui sorge il santuario dedicato a Zeus. E proprio in questo luogo fu stilato per la prima volta, nel 776 a. C, un elenco con i vincitori: è possibile, quindi, desumere che si trattasse dell’esito delle prime Olimpiadi accertate storicamente. Durante la cerimonia di apertura dei Giochi, le sacerdotesse del tempio di Hera accendevano la fiamma olimpica, tramite un sistema di specchi che utilizzavano la luce solare per accendere il fuoco. Sistema utilizzato ancora oggi durante la cerimonia di accensione della fiamma olimpica per le moderne Olimpiadi.

giochi olimpici
La cerimonia di accensione della fiamma Olimpica

 

Le prime edizioni e l’evoluzione dei Giochi olimpici

Le prime edizioni dei Giochi olimpici duravano una sola giornata e unica era anche la disciplina in cui si sfidavano gli atleti: lo stadion, una gara di corsa lunga 192 metri. I giochi si ripetevano ogni quattro anni, e le edizioni successive furono pian piano arricchite con nuove discipline. Le gare prevedevano: pugilato, corsa, pentatlon (un insieme di 5 gare come il salto in lungo), lancio del disco, lancio del giavellotto e lotta. Inoltre faceva parte dei giochi olimpici anche la corsa con i cavalli. Furono aggiunte anche le gare di poesia e di scrittura. Ciò che non riuscì a trovare posto nelle olimpiadi fu la figura femminile: le donne non potevano partecipare neanche come spettatrici.

olimpiadi
Pugilatori ritratti in un vaso a figure nere

 

Il declino e la fine dei Giochi olimpici

I Giochi olimpici sopravvissero alla conquista romana. L’imperatore Nerone ne organizzò un’edizione a Roma. Se i Giochi in origine erano aperti solamente ai greci, l’edizione di Nerone, alla quale partecipò lui stesso, fu aperta agli atleti provenienti da ogni parte dell’Impero Romano. Fu l’avvento del cristianesimo a porre fine alle Olimpiadi. Nel 393 d.C., l’imperatore Teodosio, dietro l’influenza del vescovo di Milano Ambrogio, soppresse i giochi, che erano nati per celebrare quelle divinità adesso tanto blasfeme e in contrasto con il nuovo Dio.

Le rovine del tempio di Zeus a Olimpia
Accadde oggi

ACCADDE OGGI | Nasce Alessandro Magno, il Re dei Re

Il 20 luglio del 356 a.C. la città di Pella (la seconda capitale del regno di Macedonia) vide la nascita del Re dei Re, uno dei più celebri conquistatori e strateghi della storia, Alessandro Magno.

Educazione giovanile
Aristotele insegna ad Alessandro, incisione di Charles Laplante in: Louis Figuier, Vie des savants illustres – Savants de l’antiquité (tome 1), Paris, 1866

Figlio del re Filippo II e della regina Olimpiade, fu sempre attirato dalla storia “mitica” su cui ponevano le basi le due famiglie genitoriali (discendenza da Eracle e da Achille). Filippo decise di dare al figlio un’educazione greca scegliendo come maestro il filosofo Aristotele, il quale insegnò al giovane principe le scienze naturali, la medicina, l’arte e la lingua greca.

L’ascesa di Alessandro

Fin da subito Alessandro mostrò le sue abilità di condottiero: difese la macedonia dalla rivolta della tribù tracia dei Maedi nel 340 a.C. e guidò con il padre una spedizione in Grecia nel 338 a.C., dove si scontrarono e vinsero con gli eserciti congiunti di Tebe e Atene; in seguito, discese fino a Corinto dove, nel 337 a.C., costituì una nuova alleanza panellenica con a capo Filippo stesso.

Medaglione raffigurante Filippo II, prodotto dall’imperatore Alessandro Severo

Dopo il rientro a Pella scoppiarono delle tensioni tra Filippo e Alessandro, scaturite dal nuovo matrimonio del re macedone che rischiava di minare la posizione del principe; i dissidi culminarono con un esilio forzato di Alessandro e sua madre per sei mesi, dopo Alessandro ricevette il perdono del padre. Nel 336 a.C. il re venne assassinato, durante una manifestazione pubblica, da una delle sue guardie, Pausania; Alessandro venne subito proclamato re dall’esercito dai dignitari macedoni a soli vent’anni.

Alessandro Magno, III sec. a.C. – Museo Archeologico di Istanbul
Il consolidamento del potere

Alessandro, salito al trono, consolidò il suo potere in patria con l’aiuto del vecchio consigliere del padre Antipatro, eliminando chi poteva contestare la sua posizione. In seguito, pose il suo sguardo sulla penisola ellenica, dove, alla notizia della morte di Filippo, erano scoppiate rivolte a Tebe, Atene e in tutta la Tessaglia. La sua ascesa riportò la Grecia sotto la sfera macedone: fu messo a capo della Lega Ellenica e dell’esercito per la spedizione contro l’impero persiano.

La situazione politica in Grecia nel 336 a.C.
L’impero di Alessandro

Nella primavera del 334 a.C. Alessandro, dopo aver lasciato al fidato Antipatro la reggenza di Macedonia, passò l’Ellesponto alla guida di un grande esercito. Si susseguirono vittorie ed episodi celebri: nei pressi del Granico (vicino al sito di Troia), l’episodio del nodo Gordiano. Uno degli avvenimenti principali di questa spedizione è stata sicuramente la conquista dell’Egitto nel 332 a.C., qui il re macedone venne accolto come liberatore e consacrato a faraone; nel Delta, sulla costa mediterranea, fu costruita la città che porta il suo nome: Alessandria d’Egitto.

Cartiglio di Alessandro Magno nel tempio di Luxor

Ma la battaglia che consegnerà ad Alessandro il titolo di re d’Asia fu quella di Gaugamela del 331 a.C. I macedoni sfidarono in campo aperto le forze persiane e, forti della vittoria, iniziarono l’inseguimento del re persiano Dario, il quale fuggì dalla battaglia; nel corso di questa marcia, che durò alcuni mesi, Alessandro entrò a Babilonia e a Persepoli. Dario venne trovato morto nel corso del 330 a.C. e venne seppellito dal re macedone con tutti gli onori nelle tombe reali.

Le principali battaglie dell’impero macedone
Gli ultimi anni di vita

In seguito a eventi avvenuti tra il 328 ed il 327 a.C., tra cui la scoperta di una congiura a suoi danni, Alessandro decise di effettuare una spedizione in India con lo scetticismo del suo esercito. Qui incontrò diverse difficoltà legate sia ai potentati indiani sia al crescente malcontento tra i suoi ranghi (formati sempre più da soldati asiatici), che spinsero il condottiero macedone a non proseguire oltre, ma a seguire il corso dell’Indo fino alla foce. Questo percorso non fu comunque privo di pericoli; durante l’assedio di Aorno (odierna Pir Sar, Pakistan) una freccia colpì Alessandro, il quale scampò di poco alla morte.

Karl von Piloty, La morte di Alessandro Magno, 1886

Nel 323 a.C., una volta rientrato nel cuore del suo impero, mentre preparava la spedizione in Arabia, morì a Babilonia. Diverse sono le ipotesi legate alla sua morte:

  • ricaduta della malaria che lo aveva colpito anni prima;
  • avvelenamento;
  • tifo;
  • abuso di alcol con conseguenti danni al fegato;
  • sindrome di Guillain-Barré, seguita da una febbre intestinale batterica.
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NEWS | La scoperta di un unguentario “egizio” in una sepoltura etrusca intatta a Vulci (VT)

Già qualche anno fa, prima nel 2013 e poi nel 2016, alcuni reperti provenienti dall’area di Vulci (VT) sottolineavano un collegamento con l’Egitto. Si trattava, come scrive in un suo articolo il dott. Mattia Mancini, di tre scarabei che si inserivano perfettamente in quella che era una fase Orientalizzante” (VIII-VI sec. a.C. circa). Durante questo periodo si assistette a una larga diffusione, in tutto il Mediterraneo, di diverso materiale proveniente da Egitto, Mesopotamia, Siria, Anatolia e Cipro, prevalentemente.

È di pochi giorni fa, invece, l’annuncio dell’apertura della sepoltura di una donna, databile al VI sec. a.C., inviolata da 2600 anni, nella necropoli dell’Osteria. Al suo interno erano presenti i resti ossei, ancora in connessione anatomica, di una donna di circa 20 anni. Aveva un corredo funerario comprendente vaghi di collana in ambra, un’olla chiusa da una coppa greca in stile ionico e tre in bucchero (ceramica tipicamente etrusca); ma anche un kyathos (attingitoio) e un’oinochoe (brocca da vino).

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Un’immagine del ritrovamento (fonte: Il Mattino)

Nell’edizione del 18 giugno 2021 del TGR Regione Lazio è possibile vedere, al minuto 9 circa, il servizio sull’apertura della tomba inviolata.

Un rinvenimento particolare

Ad attirare maggiormente l’attenzione degli studiosi su questa sepoltura è un piccolo oggetto in faience azzurra, un unguentario che rappresenta una donna accovacciata con la schiena coperta da una pelle maculata, probabilmente di leopardo (gialla con macchie nere), con una acconciatura corta e riccioluta e, tra le gambe, un grande contenitore ceramico chiuso con un tappo a forma di rana (di cui manca la testa).

«Non è un oggetto unico, ma molto raro», afferma Carlo Casi, a capo dell’equipe della Fondazione Vulci. «La nostra tomba è molto importante perché intatta e questo ci consente di poter ricostruire l’identikit del defunto. Abbiamo un’ipotesi un po’ ardita. La ragazza potrebbe essere stata in vita un’addetta alla mescita del vino. Anche il balsamario, con la chiusura in pelle del vaso rimanda al processo della fermentazione di liquidi (forse la birra). Nell’Antico Egitto la birra era molto consumata e per essere prodotta doveva subire un lento processo di fermentazione. La chiusura (dell’unguentario, ndr) in pelle serviva a facilitare la fermentazione».

Unguentario da Vulci (immagine via Scienzenotizie)
Gli unguentari del Nilo

Il realtà, almeno nel loro contesto originario, questa tipologia di unguentari, detta “Nilo”, fungeva da contenitori per l’acqua del sacro fiume e, in un secondo momento, come hanno chiarito le analisi chimiche svolte su tali oggetti, erano stati utilizzati come contenitori per latte o sostanze oleose. Da “fiaschette” per l’acqua sacra del Nilo erano divenuti veri e propri unguentari per oli e profumi, molto in voga nei corredi funerari femminili. La giara tenuta dalla figurina, alla luce di ciò, non può fungere da contenitore per vino o birra e, nel contesto di Vulci, difficilmente può dare una conferma circa l’identità (quantomeno lavorativa) della defunta (fonte Djed Medu). Spetterà alle analisi scientifiche chiarire il contenuto del piccolo contenitore, qualora fosse possibile analizzarne eventuali residui.

Unguentario di ispirazione egiziana prodotto a Rodi (VI-V sec. a.C.), molto simile all’esemplare di Vulci

Sia la pelle di leopardo, sia l’acconciatura, sia il materiale in cui è realizzato l’oggetto fanno propendere per l’attribuzione della sua origine a un contesto egiziano. Tuttavia, sottolinea il dott. Mancini, di questi vasetti antopomorfi se ne trovano diversi esemplari soprattutto fuori dal’Egitto, come in Grecia (principalmente a Rodi) e nella Magna Grecia (Sicilia, Campania ed Etruria). Molti studiosi ritengono che si tratti, invece, di una serie di oggetti prodotti nell’isola di Rodi, frutto di un mix di elementi iconografici greci ed egiziani: la parrucca “hathorica” (legata ad Hathor), corta e riccioluta, ad esempio, richiama anche quella della dea cananea Astarte.

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TEATRO | Il teatro classico nell’antica Grecia

L’origine del teatro occidentale, così come lo conosciamo e lo intendiamo oggi, è riconducibile senza dubbio alcuno alla forma drammatica nata nell’antica Grecia e più precisamente ad Atene attorno al V secolo a.C. La rappresentazione teatrale antica greca, assieme a quella romana, costituisce il fondamento del teatro classico.

Tespi dall’Icaria e l’introduzione delle maschere sceniche

Secondo testimonianze storiche e in base a quanto ritrovato in documenti letterari e poetici, sono arrivate a noi notizie riguardanti Tespi dall’Icaria, che giunse ad Atene verso la metà del VI secolo a.C., trasportando sul suo carro i primi attrezzi di scena tra cui arredi scenografici e costumi. Egli introdusse la maschera, elemento già presente nelle rappresentazioni sacrali e rituali delle società primitive, realizzata però in lino. Tespi svolse la sua attività di attore e drammaturgo ad Atene e a lui è attribuita l’invenzione del prologo e della rhesis, la parte parlata della tragedia affidata all’attore, che rispondeva al coro.

Si ritrova il suo nome in un’iscrizione risalente al III secolo a.C., il Marmor Parium, che attribuisce a lui la prima rappresentazione tragica nel 534 a.C., messa in scena nell’ambito delle feste Dionisie, istituite da Pisistrato. Fu il vincitore del concorso drammatico che in quell’anno si celebrava per la prima volta.

L’istituzione degli agoni

Da quel momento, ad Atene in primis e nel resto della Grecia successivamente, nacque la tradizione di organizzare eventi agonistici che spaziavano in vari ambiti, dall’atletica all’arte, i cosiddetti agoni. Negli agoni comici e tragici i maggiori autori di testi teatrali dell’epoca gareggiavano per accaparrarsi il favore degli spettatori. Il teatro era tenuto in grande considerazione dai Greci e rivestiva un ruolo di fondamentale interesse per la vita della polis, tanto che lo Stato pagava il biglietto a coloro i quali non potevano permetterselo. Gli agoni tragici si tenevano durante le feste in onore di Dionisio, le Dionisie, mentre gli agoni comici durante le Lenee, celebrazioni dedicate al dio Dionisio Leneo.

Le Grandi Dionisie duravano complessivamente sette giorni: nei primi tre si svolgevano i riti sacri, i seguenti tre erano dedicati alla rappresentazione delle tragedie e l’ultimo alla commedia. I concorrenti arrivavano a migliaia, secondo le testimonianze di Aristofane, e al termine della gara venivano assegnati dei premi per le diverse categorie: miglior attore, miglior autore e miglior coro, che trasmetteva i temi principali che l’autore voleva trattare e i concetti più importanti da trasmettere al pubblico.

La funzione della tragedia, il genere preferito dai Greci

La forma di arte considerata più elevata era la tragedia, che trattava motivi strettamente connessi al mito e toccava tematiche drammatiche universali in cui ogni individuo potesse riconoscersi, perché proprie della condizione umana, quali: il conflitto interiore morale tra bene e male, il problema etico, il rapporto con la sfera divina, il dolore, il delitto, il sacrificio per onore e la morte. In tutte le produzioni tragiche un personaggio eroico affrontava gli eventi e pagava le conseguenze delle sue azioni, generalmente risolte con la morte dei protagonisti, descritta per la sua natura catartica tipica del sacrificio.

Lo scopo della tragedia era educativo, così come quello della commedia, che si differenziava principalmente per il carattere leggero e divertente con cui trattava temi quotidiani, fungendo spesso da intermezzo tra le tragedie, e per l’aspetto di denuncia dei vizi umani, prendendo di mira archetipi di uomini e personalità pubbliche e politiche del tempo. I personaggi erano spesso comuni e vivevano in ambienti del ceto medio–alto, come il servo e il padrone, interpretati mettendo in risalto i lati più deboli e ridicoli, per accentuarne il carattere comico.

Ecco. Ora la molla è carica. Non deve far altro che scaricarsi da sola.

È questo che è comodo nella tragedia. Si dà una spintarella perché prenda il via, un niente.

Uno sguardo di un secondo su una ragazza che passa e alza le braccia per la strada…

Un desiderio di onore un bel giorno, al risveglio, come di qualcosa da mangiare…

Una domanda di troppo che ci si pone la sera…

E’ tutto. Dopo, non c’è altro se non lasciar fare.

La cosa gira da sola. È minuzioso, ben oliato da sempre.

 La morte, il tradimento, la disperazione sono là, vicinissimi,

E gli scoppi, e le tempeste, e i silenzi, tutti i silenzi.

Il silenzio quando alla fine il braccio del boia si alza,

Il silenzio al principio quando due amanti sono nudi uno di fronte all’altro per la prima volta,

Il silenzio quando le grida della folla scoppiano attorno al vincitore.

È pulita, la tragedia. È riposante, certo, perché si sa che non c’è più speranza. Si sa che si viene presi, che alla fine si viene presi come un topo, con tutto il cielo sopra di noi.

 E che non resta che gridare, urlare a piena voce quel che si aveva da dire, che non si era mai detto e che forse non si sapeva ancora. E tutto questo per niente: per dirlo a se stessi, per impararlo da sé.

Jean Anouilh – Antigone.

THEATRE | Classical theatre in ancient Greece

The origin of western theatre, as we know it and understand it today, is undoubtedly attributable to the dramatic form born in ancient Greece and more precisely in Athens around the fifth century BC. The ancient Greek theatrical representation, together with the Roman one, forms the foundation of classical theatre.

 

Thespis from Icaria and the introduction of stage masks

According to historical evidence and on the basis of what has been found in literary and poetic documents, news has come to us regarding Thespis from Icaria, who arrived in Athens in the mid-sixth century BC, carrying on his chariot the first props including scenographic furnishings and costumes. He introduced the mask, an element already present in the sacral and ritual representations of primitive societies, but made of linen. Thespis carried out his activity as an actor and playwright in Athens and is credited with inventing the prologue and the rhesis, the spoken part of the tragedy entrusted to the actor, who answered the chorus.

His name is found in an inscription dating back to the third century BC, the Marmor Parium, which attributes the first tragic representation to him in 534 BC, staged as part of the Dionysian feasts, established by Pisistrato. He was the winner of the dramatic contest that was being celebrated for the first time that year.

 

The institution of the agons

From that moment, in Athens first and in the rest of Greece subsequently, the tradition of organizing competitive events was born that ranged in various fields, from athletics to art, the so-called agoni. In the comic and tragic agony the major authors of theatrical texts of the time competed to win the favor of the spectators. The theatre was held in great esteem by the Greeks and played a role of fundamental interest in the life of the polis, so much that the state paid the ticket to those who could not afford it. The tragic agons were held during the feasts in honor of Dionysius, the Dionysias, while the comic agons during the Lenee,celebrations dedicated to the god Dionysius Leneo.

The Great Dionysias lasted a total of seven days: in the first three days sacred rites were held, the following three were dedicated to the representation of tragedies and the last to comedy. The competitors came in by the thousands, according to Aristophanes’ testimonies, and at the end of the competition prizes were awarded for the different categories: best actor, best author and best chorus, which conveyed the main themes that the author wanted to deal with and the most important concepts to be transmitted to the public.

The function of tragedy, the favourite genre of the Greeks

The form of art considered the highest was tragedy, which dealt with motifs strictly connected to the myth and touched upon universal dramatic themes in which each individual could recognize himself, because they belong to the human condition, such as: the inner moral conflict between good and evil, the ethical problem, the relationship with the divine sphere, pain, crime, sacrifice for honor and death. In all tragic productions a heroic character faced the events and paid the consequences of his actions, generally resolved with the death of the protagonists, described for his cathartic nature typical of sacrifice.

The purpose of the tragedy was educational, as well as that of the comedy, which was distinguished mainly by the light and funny character with which it dealt with everyday issues, often acting as an interlude between tragedies, and for the aspect of denunciation of human vices, taking it aims at archetypes of men and public and political personalities of the time. The characters were often common and lived in upper-middle class environments, such as the servant and the master, interpreted by highlighting the weaker and ridiculous sides, to accentuate the comic character.

So there it is. The spring is now loaded. All she has to do is discharge herself.

This is what is convenient in tragedy. It gives a little nudge to get it off, a nothing.

A glance for a second on a girl walking by and raising her arms in the street …

A desire for honor one day, when you wake up, like something to eat …

One question too many that arises in the evening …

So he just walked out, and that’s it. After that, there is nothing but letting it go.

The thing turns by itself. It is meticulous, always well oiled.

Death, betrayal, despair are there, very close,

And the bursts, and the storms, and the silences, all the silences.

Silence when the hangman’s arm finally rises,

Silence in the beginning when two lovers are naked facing each other for the first time,

Silence when the shouts of the crowd erupt around the winner.

It’s clean, the tragedy. It is restful, of course, because we know that there is no more hope. We know that we are caught, that in the end we are caught like a mouse, with all the sky above us.

And all that remains is to shout, to scream out loud what you had to say, that you had never said and that perhaps you didn’t know yet. And all this for nothing: to tell yourself, to learn it for yourself.

 

Jean Anouilh – Antigone.

                                                                                                                                               

                                                                                                                                                                            Article translated and curated by Veronica Muscitto

News

NEWS | Nuovi percorsi di visita subacquei nel Mediterraneo

Il Parco archeologico dei Campi Flegrei ha aperto al pubblico lo scorso venerdì 10 luglio il nuovo percorso di visita al Parco Sommerso di Baia. Un intero nuovo isolato è stato indagato in questi ultimi mesi: le indagini, tuttora in corso, hanno individuato un complesso termale, inserito probabilmente in una residenza privata, ancora in gran parte da indagare.

Alle ricerche, avviate nel 2018 con l’apertura delle indagini sul primo mosaico a tessere policrome individuato a Baia e datato al III sec. d.C., si sono affiancate le prime attività di conservazione, insieme all’Istituto Centrale del Restauro di Roma, per proteggere i resti in parte compromessi negli anni dalle correnti marine. L’equipe di restauratori dell’ICR ha monitorato i resti e ha avviato, a partire dal 6 luglio, il cantiere di restauro per la messa in sicurezza definitiva del pavimento.

La visita al nuovo complesso e, contemporaneamente, la visione del cantiere attivo sui resti per tutto il mese di luglio è prevista in tre finestre giornaliere, che durante la settimana permetteranno un incontro ravvicinato sia con il nuovo quartiere sommerso, sia con i restauratori. Durante il week end, e nei mesi successivi, il percorso rimarrà aperto con gli orari consueti del Parco Sommerso, quindi con possibilità di visita, accompagnati dai diving autorizzati, durante tutta la giornata. Il nuovo percorso sarà in futuro visitabile anche tramite canoe e snorkeling. (Fonte: sito web Parco Archeologico Campi Flegrei, www.pafleg.it)

Apertura del primo museo Subacqueo in Grecia

Il 3 agosto è prevista, invece, l’inaugurazione del primo museo subacqueo in Grecia, più precisamente ad Alonissos, isola dell’arcipelago delle Sporadi con il più grande parco marino in Europa. Subacquei dilettanti e appassionati di immersioni potranno, accompagnati da sub professionisti, immergersi nella visita di un relitto mercantile carico di anfore di vino, affondato attorno al 425 a.C. nei pressi della costa rocciosa dell’isola di Peristera e rinvenuto nel 1985.

Tutti i visitatori avranno comunque l’opportunità di vedere con i propri occhi il relitto senza aver bisogno di immergersi o di avere un brevetto da sub: grazie alle nuove tecnologie, è possibile fare un’esperienza di immersione virtuale in realtà aumentata e muoversi intorno al relitto senza bagnarsi. (Fonte: http://en.protothema.gr)