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MITI | Eco e Narciso, il dolore di un amore non corrisposto

Narciso, figlio della naiade Liriope e del dio fluviale Cefiso, sin dalla nascita fu di proverbiale bellezza. Un giorno, sua madre interrogò Tiresia, per sapere se il suo bambino avrebbe avuto una lunga vita. Il cieco indovino rispose di sì, a condizione che non conoscesse se stesso.

Una volta diventato adulto, le sue sorti si intrecciarono con quelle della ninfa Eco che, di molte parole, poteva ripetere solo le ultime. Tale condizione era il castigo di Era, dalla stessa Eco più volte ingannata: assai spesso, infatti, la dea avrebbe potuto sorprendere il marito Zeus amoreggiare sui monti con altre ninfe, ma lei, astutamente, tratteneva la sposa celeste con lunghi discorsi, aspettando che le compagne fuggissero. Quando, tuttavia, Era si accorse del tranello, punì proprio la lingua che a lungo la aveva imbrogliata: da quel momento, Eco non poté parlare, ma soltanto ripetere le ultime parole udite.

Un giorno, vagando per la campagna, la ninfa si imbatté in Narciso, bello come un dio, e cominciò a seguitarne i passi: più gli si avvicinava, più si accendeva d’amore. Data la sua condanna, tuttavia, non riusciva a chiamarlo. Aspettò che lui stesso proferisse parola: “Qualcuno c’è?” “C’è”, aveva risposto Eco. Il giovane, stupito, si guardò intorno, ma non vide nessuno:
“Vieni!”
“Vieni!”
“Perché mi fuggi?”  
“Perché mi fuggi?”
“Incontriamoci qui!”
“Incontriamoci qui!”
Traboccante di gioia per l’invito, Eco uscì dalla selva in cui si nascondeva e gettò le braccia al collo del suo amore. Narciso, tuttavia, ebbe subito in orrore la ninfa e, malamente respintala, fuggì, esclamando: “Toglimi le mani di dosso! Che io muoia, prima che tu possa possedermi!”. Eco, col cuore spezzato, schiava del suo antico castigo, poté rispondere soltanto “Che tu possa possedermi.”. Da quel momento, vive in solitari recessi, nascondendo, per la vergogna, il viso tra le foglie. L’amore, suo malgrado, continuò a crescere, alimentato dal dolore del rifiuto, fino a consumare le sue carni: le rimasero solo la voce, che in eterno ripete ciò che sente, e le ossa, che divennero pietre.

Narciso, crudele di bellezza, aveva disprezzato l’amore anche di altre ninfe e di altri giovani; tra questi, infatti, uno lo maledisse, augurandogli un’uguale passione non corrisposta, così da poter sperimentare la sofferenza che lui stesso generava nel prossimo. Tale preghiera fu esaudita da Nemesi, che volle punire il tracotante ragazzo. Un giorno, egli giunse presso una fonte incontaminata e, stanco per la caccia, vi si avvicinò per ristorarsi. Un fulmine, improvvisamente, squarciò il suo cuore: bevendo, si innamorò perdutamente del riflesso di sé, proiettato sull’argentea superficie, credendo, tuttavia, di avere, davanti agli occhi, un corpo, e non un’ombra: contemplava, ardente di desiderio, i suoi occhi, le sue chiome, le sue gote, le sue labbra; ammirava ed era ammirato. Cercava, invano, di baciare e abbracciare la sua immagine, ma i suoi tentativi si perdevano nell’acqua. Disperato, si lasciò morire, mentre sognava di amare se stesso. Il suo corpo si tramutò in un fiore giallo oro al centro, con una corolla di petali bianchi. Si narra che la sua anima, attraversando lo Stige, per raggiungere il regno dei morti, si affacciò dalla barca di Caronte per specchiarsi nelle acque del fiume, nella vana speranza di rivedere se stesso, il suo più grande amore.

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PIEMONTE | La Sacra di San Michele, una storia millenaria

La Val di Susa, a pochi chilometro da Torino, è nota ormai ai più per le vicende legate alla costruzione della TAV, che ormai si susseguono da anni con scontri e proteste.

Fin dall’antichità la Valle di Susa è stata un centro nevralgico per il controllo delle rotte commerciali verso la Francia. Già nella preistoria queste vie erano attive e la valle intensamente abitata. I Romani, quando nel 63 d.C crearono la provincia delle Alpi Cozie, non si lasciarono sfuggire l’importanza commerciale della zona e costruirono diverse ville e stazioni di posta, come quelle di Caselette e Almese e una grande città, Susa, a guardia della rotta commerciale.

Il tempo passa e ai Romani si sostituiscono i Longobardi che, arrivando da est, nel 568 d.C invasero e conquistarono la zona.

Anche le istituzioni religiose non si lasciarono sfuggire l’importanza strategica della valle, che era una via di transito ben nota per i pellegrini che, arrivando dalla Francia, si recavano a Roma o in altri luoghi di culto italiani. Così, nel X secolo, i monaci benedettini scelsero uno spuntone roccioso, il monte Pirchiriano, che si affaccia sulla valle proprio al suo sbocco nella pianura, e ci costruirono una prima chiesa, aggrappata alla roccia viva.

L’interno della Chiesa

La storia vuole che un monaco, Giovanni Vincenzo, si sia ritirato sul monte per condurre una vita da eremita. Un giorno però, un nobile francese, Ugo di Montboissier, si recò in pellegrinaggio a Roma per chiedere indulgenza al Papa. Questi gli propose di scegliere tra 7 anni di eremitaggio oppure la costruzione di un’abazia. E così iniziò la costruzione della Sacra, dedicata a San Michele, affidata inizialmente a 5 monaci benedettini.

Ben presto il monastero, grazie anche all’influenza del suo potente patrono francese, diventò un luogo di sosta per i ricchi e facoltosi pellegrini che percorrevano la strada del fondovalle, diretti a Roma o di ritorno a casa.

Alla seconda metà del XIV secolo risalirebbe, inesorabile, la decadenza del sito. Il conte Amedeo VI di Savoia prima e il cardinale Maurizio di Savoia dopo arrivarono a chiedere la soppressione del monastero, abitato ormai solamente da 3 monaci.

La Sacra di San Michele resterà così disabitata per oltre 200 anni, andando in rovina.

Bisogna aspettare il 1836 e il Re Carlo Alberto di Savoia perchè le autorità volgessero ancora una volta l’occhio a questo monumento dimenticato. Egli decise di restaurare il monastero e affidò il compito ad Antonio Rosmini, fondatore di un istituto di carità. Inoltre 27 salme di casa Savoia furono traslate nella chiesa alla sommità del monte e affidate alla cura spirituale dei Padri Rosminiani.

Questi riuscirono a resistere a tutto, anche alla legge di incamerazione dei beni ecclesiastici del 1867 e vi risiedono tutt’ora.

Oggi la Sacra di San Michele è meta non solo di pellegrinaggi religiosi, ma anche di tanti turisti, attratti dalla sua posizione, aggrappata sulla cima dello sperone di roccia, e dalla sua storia millenaria. Negli ultimi anni è stata visitata da Papa Giovanni Paolo II, utilizzata da Umberto Eco come ispirazione per il suo romanzo “Il Nome della Rosa” e, dal 1994, riconosciuta come “monumento simbolo del Piemonte”.

Chi volesse intraprendere la scalata verso la chiesa, culmine del percorso di visita, si deve preparare a percorrere a piedi un tratto di strada sterrata al temine del quale si può ammirare il bellissimo panorama che abbraccia tutta la valle di Susa. Su questo primo pianoro si trova il sepolcro dei monaci, un tempietto ottagonale del X secolo che oggi si ritiene più probabile essere una riproduzione del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Questa chiesa venne abbandonata nel corso del ‘600 ed è oggi un rudere.

Proseguendo la visita, cominciano gli scalini. Bisognerà percorrerne più di 200 prima di giungere alla sommità del monastero. Durante la salita, si potrà ammirare il bellissimo Scalone dei Morti, nel quale, fino al 1936, erano custoditi gli scheletri di alcuni monaci, da cui appunto, prende il suo nome.

In cima allo scalone, per continuare la visita, si attraversa il Portale dello Zodiaco, opera romanica del XII secolo raffigurante i dodici segni zodiacali e le costellazioni boreali e australi.

Dopo un’ulteriore rampa di scale, si giunge infine alla chiesa, il cuore pulsante del complesso. La sua costruzione inizò nel XII secolo, ma poi venne rifatta e restaurata diverse volte, l’ultima nel 1936. Oggi al suo interno si possono riconoscere tre stili architettonici: romanico, romanico di transizione e gotico piacentino.

La torre della Bell’Alda

Infine, la visita prosegue nelle parte appartenente al monastero benedettino vero e proprio, ma che oggi è in rovina. Unica parte rimasta integra è quella che viene chiamata “la Torre della Bell’Alda”.

Vuole la leggenda (risalente al XVII secolo) che una giovane ragazza del posto, Alda, si sia recata alla Sacra per pregare contro i mali della guerra allora in corso. Purtroppo fu vista dai soldati nemici che iniziarono a inseguirla per catturarla. Giunta sul luogo della torre e non avendo altra via di fuga, la ragazza si gettò nel precipizio invocando San Michele e la Vergine Maria. Miracolosamente si salvò e rimase illesa al fondo del precipizio. La storia però non finisce qui. La giovane infatti, inorgoglita dal miracolo ricevuto, chiamò a raccolta i paesani per mostrare loro le sue capacità. Questa volta però il miracolo non avviene e Alda si schiantò sulle rocce, morendo.

Questo suggestivo monumento, dunque, che racchiude una storia millenaria, panorami mozzafiato e leggende edificanti, vale sicuramente una visita.