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ACCADDE OGGI | 101 anni da Bukowski e dal suo “esistenzialismo da taverna”

101 anni fa nasceva ad Andernach (Germania) Henry Charles “Hank” Bukowski Jr., conosciuto anche come Henry Chinaski, suo alter ego letterario. In occasione dell’anniversario è doveroso ricordare la sua controversa e amata figura.

Bukowski

Trasferitosi con la sua famiglia a Los Angeles nel 1930, fin da bambino soffrì di timidezza e solitudine, quest’ultima destinata a diventare una caratteristica della sua produzione. Scrisse sei romanzi, centinaia di racconti e migliaia di poesie. Fu abile nell’alternare prosa e poesia e spesso demonizzato per via del suo stile crudo e diretto, a tratti comico e tragico nello stesso tempo.

Il motivo della fama

La grandiosità di Bukowski e anche il motivo per il quale spopolò nell’America del XX secolo risiede sicuramente nella sua insofferenza disarmante: parla di temi delicati riuscendo a mantenere un distaccato cinismo. L’alcol, il sesso, il senso della vita e la scrittura come via di fuga saranno i temi che accompagneranno tutta la sua produzione fino alla morte.  

A partire dai 24 anni scrisse alcuni racconti che vennero pubblicati senza riscuotere successo, così abbandonò la scrittura e si dedicò al lavoro di postino per più di dieci anni. Nel 1965 fu scoperto dagli editori della rivista The Outsider, Jon e Louise Webb, che pubblicarono molte delle poesie di Buke, così chiamato informalmente da Jon.

Bukowski
Lo spazio in The Outsider dedicato a Bukowski nei primi anni ’60

Iniziò così il suo vagabondare da un’università all’altra per eventi di reading davanti agli studenti americani. I suoi veri introiti erano però rappresentati dalla vendita di racconti su sesso e donne, che riscossero un notevole successo al punto tale da innalzarlo come uno dei grandi scrittori del ventesimo secolo.  

Bukowski e il gentil sesso: un rapporto spesso frainteso

Il suo rapporto con il gentil sesso viene tutt’oggi frainteso per via delle sue tendenze apparentemente misogine. In realtà, alla domanda se Charles fosse veramente misogino, in un’intervista di Vice a Linda King, sua storica partner, la donna rispose con un «No» secco.

Bukowski
Charles Bukowski e Linda King

Lo stesso Buke nei racconti di Taccuino di un vecchio porco lascia correre l’inchiostro e scrive:

«Gli scrittori sono una brutta razza. Le signore sono state buone con noi. Lo dico quasi sempre, dietro a un grande scrittore c’è sempre una donna dannatamente brava. Se togli l’amore, la metà del lavoro di un artista fallisce».

Cosa aspettarsi dai suoi libri

Precisamente storie di sesso, vagabondaggio, violenza, sbronze colossali e un pizzico di depressione. Racconti tratti direttamente dal suo vissuto, scandito da una moltitudine di donne, abbastanza alcol da procurargli un’ulcera quasi fatale e una lucida malinconia. È tutto vero? Secondo lo stesso Bukowski, i suoi racconti sono veri al 95%.

Perché leggere Bukowski

Leggere Bukowski è uno step indispensabile per tutti gli amanti della letteratura perché rappresenta alla perfezione lo stereotipo del classico scrittore squattrinato, dannato e sopra le righe, impresso nell’ideale americano della Beat Generation (anche se rifiutò quest’etichetta). Il minimalismo e la superficialità che impregnano le sue opere lo classificano un esponente del “realismo sporco”, corrente letteraria sviluppatasi negli Stati Uniti tra gli anni ’70 e ’80.

Cos’è l'”esistenzialismo da taverna”?

“Esistenzialismo da taverna” è la definizione che più calza alla prosa bukowskiana: depressa, priva di eufemismi e tragicomicamente schietta. Definizione creata ad hoc per la prefazione di Pulp, libro del nostro scrittore, edito da Feltrinelli.

L’originalità della sua penna è ancora oggi qualcosa di unico e sui generis, lo si capisce bene da una sua autodescrizione professionale contenuta in Scrivo poesie solo per portarmi a letto le ragazze: «La maggior parte dei miei detrattori copia pressoché pedissequamente il mio stile o comunque ne è influenzata. Il mio contributo è stato sciogliere e semplificare la poesia, renderla più umana. L’ho resa più semplice per loro da seguire. Ho insegnato loro che si può scrivere una poesia nello stesso modo in cui si scrive una lettera, che una poesia può essere perfino divertente e che non ci deve essere necessariamente nulla di sacro in essa».

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STUDENTI | “TEEN SPIRIT – Quando la rivoluzione ha tutto un altro odore”

Load up on guns, bring your friends. It’s fun to lose and to pretend.

Erano gli inizi degli anni ’90 quando queste parole vennero trasmesse per la prima volta nelle radio di tutto il mondo. Parole destinate a diventare l’inno di un’intera generazione. Apatici, cinici e privi di valori: così vennero definiti i giovani di quella “Generazione X” di cui Kurt Cobain divenne il portavoce. Era attraverso le sue canzoni che questo “poeta punk”, “l’angelo maledetto del grunge” raccontava le inquietudini di un’epoca sedotta dall’eroina che aveva dato vita all’antieroe nichilista, sfiduciato, senza più alcun valore in cui credere.

Siamo nel 1989 e quella barriera invalicabile che nel tempo era divenuta il simbolo della divisione tra due mondi viene finalmente abbattuta da gioie e picconate, abbracci e idranti, urla e sorrisi; creando l’illusione che il mondo sia pronto a cambiare, ma lasciando in bocca ai giovani quel senso di “amaro” e di incompletezza, facendoli sentire i veri reietti della società e addossando loro la colpa del declino. Il 5 aprile 1994, il poeta maledetto del grunge muore sparandosi un colpo di fucile alla tempia. Muore il “portavoce” di una generazione, ma, purtroppo, non se ne va con lui il senso di inadeguatezza che continua ancora oggi ad accompagnare gli animi ribelli dei giovani di tutto il mondo.

E adesso vi chiederete, cosa collega il capostipite del grunge al movimento femminista?
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Simone de Beauvoir

Fu proprio durante i moti del ’68 che una donna francese, considerata poi la madre del femminismo moderno, si inserì in un contesto di rivoluzioni sociali con il suo “Manifesto delle 343 puttane” (Manifeste des 343 salopes). Questo, firmato da 343 intellettuali, scrittrici e personaggi francesi denunciava la legge antiabortista francese che prevedeva dal 1920 l’esecuzione di chi avesse fatto ricorso o procurato l’aborto. La donna in questione era Simone de Beauvoir e chi adesso ha la possibilità di esprimersi liberamente lo deve anche un po’ a lei, ad una vera e propria “donna di mondo”, alla “filosofa elegante” con il suo immancabile foulard annodato in testa o i suoi capelli impeccabilmente raccolti. L’autrice, all’interno della sua opera pricipale, “Il secondo sesso”, attua una cesura con il primo movimento femminista, ponendosi in un atteggiamento critico. Il suffragio femminile è stato l’obiettivo principale della prima ondata femminista, che vedeva in esso il passo decisivo per la liberazione della donna e per la conquista di tutti gli altri diritti civili, politici e sociali.

Simone però si rese conto che, nonostante le donne avessero ottenuto il diritto di voto, la loro condizione non era di fatto migliorata all’interno della società. La de Beauvoir pensò dunque ad una rifondazione teorica del femminismo per dare dignità alla figura della donna, partendo dalla sua condizione di subordinazione rispetto al sesso maschile, individuandone possibili cause, fino a raggiungere l’emancipazione e la sua piena consapevolezza di sé. Simone de Beauvoir utilizzò una prospettiva filosofica esistenzialista sostenendo che ogni individuo, uomo e donna in quanto cosciente, era sostanzialmente libero. In modo particolare le donne, secondo l’autrice, dovevano cambiare necessariamente il loro modo di vivere diventando esseri per sé.

Fu proprio lei a riprendere le tematiche femministe di orientamento marxista considerate più adatte rispetto alle posizioni più liberali. Si schierò sempre contro il sistema dello stato capitalista, ritenendo che una politica di tipo socialista avrebbe potuto eliminare ogni tipo di sfruttamento. Le donne, lavorando in un contesto paritario, avrebbero potuto finalmente conquistare la loro dignità di essere umano, eliminando così la mediazione dell’uomo con la realtà sociale. L’unica via possibile per l’emancipazione femminile, secondo l’autrice, era quella della “donna indipendente” che era costituita da due momenti fondamentali: la presa di consapevolezza della propria condizione e la partecipazione ad un movimento collettivo. Le donne devono unirsi tra loro e anche con gli uomini per combattere tutti assieme contro le disuguaglianze affinché tutti gli individui possano avere pari diritti, dignità e opportunità sociali, politiche ed economiche.

Kurt Cobain ebbe un occhio di riguardo per il mondo femminile, e dopo aver letto “Provocations: Collected Essays on Art, Feminism, Politics, Sex, and Education” di Camille Paglia, sociologa femminista statunitense, espresse un suo pensiero a riguardo:

“…era una femminista militante con delle idee incredibili. Tutti l’hanno definita pazza perché le sue
 idee sono piuttosto violente. Il suo libro dice praticamente che le donne dovrebbero governare la terra, e sono
 d’accordo.”
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Camille Paglia, la “femminista dissidente”

Ma questa non fu l’unica volta che Cobain prese le difese del movimento femminista. Durante un concerto a Buenos Aires rispose in maniera esemplare ad un pubblico sessista, che insultò pesantemente la band di supporto, tutta al femminile, dei Nirvana. Ma lo stesso poeta del grunge fu per Camille, definita la “femminista dissidente”, una delle fonti d’ispirazione principali, insieme alla filosofa Simone de Beauvoir, di cui abbiamo già parlato in precedenza, e al fondatore della psicoanalisi, Sigmund Freud. La sociologa statunitense in più interviste espresse la sua opinione nei confronti della sua generazione, cresciuta proprio in quei rivoluzionari anni ’60. La sua generazione ereditò il fascino per il buddismo dai poeti della beat generation e dagli artisti degli anni Cinquanta, ma fu l’induismo, con la sua teatralità, la sensualità, il senso della commedia e la legge del karma a conquistarla definitivamente. I giovani di quella generazione erano affascinati da tutti i rituali, anche se, sfortunatamente, troppi di loro usavano droghe psichedeliche e funghetti allucinogeni per sostenere la loro ricerca spirituale; diversamente da loro, Camille seppe prendere, in qualche modo, le distanze da questo “suicidio” della società. Lei stessa ama tutt’ora definire la sua corrente “critica psichedelica” perché, pur non avendo mai provato LSD, fu comunque profondamente influenzata dal rock psichedelico di quegli anni e dalle sue distorsioni mistiche.

Il corpo come mezzo di emancipazione 

Anche il mondo dell’arte è stato sempre ostile con l’universo femminile. Lo slogan Do women have to be naked to get into the Met. Museum? diventa il cavallo di battaglia per una generazione di artiste che rivendicano il ruolo femminile nella storia dell’arte. A partire dagli anni Settanta, un gruppo di artiste decide di usare il corpo come campo di battaglia per contrastare le differenze dei generi. Impossibile non citare la madre della body art, una delle artiste più celebri dell’arte contemporanea, stiamo parlando di Marina Abramovic. Le dinamiche da lei messa in evidenza, basti pensare alle indagini sulla dinamica dei rapporti realizzata con Ulay e l’emblematica “Rhytm 0”, svolta a Napoli nel 1974.

La donna si propone vittima sacrificale immobile (chiara allusione ai ruoli tradizionali della donna) che, diventa ben presto vittima innocente di barbarie: dal taglio dei vestiti fino alla messa in mano di una pistola carica. Dopo sei lunghe estenuanti ore di performance, l’artista torna ad essere persona e non più oggetto, di fronte allo scontro così diretto della realtà, la folla incapace del confronto, si dilegua velocemente. Quindi, in quel presente che è tutt’oggi, dove l’incontro tra sé e l’altro sembra intriso di un profondo romanticismo e al tempo stesso di grande violenza. Abramovic mostra nella sua performance l’offerta e il sacrificio del corpo femminile, aiutandoci a ripensare ad un’ideologia del visibile e ad una politica degli sguardi che riguarda la differenza sessuale nel momento in cui qualsiasi meccanismo del guardare e dell’essere guardata contiene il tentativo di stabilizzare le differenze e reprimere il sessuale. Sarebbero tante le donne da citare, artiste che sono arrivate a dare la propria vita per difendere la dignità della donna, di ogni donna, ma, prima di concludere, vogliamo brevemente presentarvi un’altra figura, Hanna Wilke.

Quando Marina Abramovic lasciò che la gente usasse il suo corpo

La Wilke, ha usato il suo stesso corpo come mezzo di emancipazione, cercando un senso di erotismo svincolato dallo stesso sguardo maschile. Accusata dalle stesse femministe di narcisismo ed esibizionismo, Hanna Wilke, non fece altro che universalizzare la questione femminile utilizzando la propria persona. In questo senso, una delle sue performance più emblematiche fu la “S.O.S. Starification Object Series: An Adult Game of Mastication”, dove la donna si fa fotografare in pose da pin up con appiccicate sul corpo le gomme masticate dagli spettatori alla performance. Neanche nella malattia smise di lottare, citando la sua opera “Intra-venus”, che risulta essere la tragica cronaca del suo stravolgimento fisico dovuto al linfoma che la condurrà alla morte.

Per concludere, condividiamo con voi una frase di un uomo che ha fatto della rivoluzione la sua vita, Che Guevara:

Siate sempre capaci di sentire nel più profondo di voi stessi ogni ingiustizia commessa contro chiunque in qualsiasi parte del mondo: è la qualità più bella di un rivoluzionario.

Scritto da Domenico Leonello e Gaetano Aspa