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NEWS | Un ponte di epoca romana riemerge sulla Tiburtina

La Soprintendenza Speciale di Roma, durante i lavori di ampliamento della strada, ha scoperto un ponte romano sulla Tiburtina.

La scoperta

La documentazione della cartografia storica per l’età rinascimentale mostrava la presenza di un ponte sul Fosso di Pratolungo, ma le tracce della struttura di età romana non erano state ancora portate alla luce; le indagini di archeologia preventiva legate ai lavori di allargamento della strada da parte del Comune avevano mostrato la presenza della struttura. La struttura è stata ritrovata al 12° chilometro della via Tiburtina.

Fosso di Pratolungo

Gli scavi, ancora in corso, sono condotti con la direzione scientifica di Fabrizio Santi, archeologo della Soprintendenza Speciale di Roma, dalle archeologhe Mara Carcieri e Stefania Bavastro della Land S.r.l.

La cronologia e i lavori finali

La cronologia della struttura rende la scoperta estremamente eccezionale: il ponte, che permetteva di attraversare il Fosso di Pratolungo, risalirebbe al II secolo a. C. in età medio-repubblicana; la datazione sarebbe confermata sia da alcuni ritrovamenti ceramici, ancora da analizzare in maniera sistemica, sia dalla tipologia di muratura, in grandi blocchi di tufo.

Ritrovamento del ponte di epoca romana

Al termine delle indagini il ponte romano verrà ricoperto dopo un accurato rilevamento e mappatura, che permetteranno, assieme alla analisi dei reperti, uno studio e una dettagliata comprensione di questa importante scoperta.

Le parole della Soprintendente Speciale di Roma

“Si tratta di un ritrovamento di grande interesse archeologico”, spiega Daniela Porro, Soprintendente Speciale di Roma, “ma anche del pari, storico e topografico. Le indagini continueranno nei prossimi giorni per ottenere una conoscenza quanto più completa della struttura e delle sue fasi d’uso. Ancora una volta Roma ci regala preziose testimonianze del suo passato, che permetteranno di comprendere meglio la sua storia millenaria”.

Daniela Porro, Soprintendente Speciale di Roma

 

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NEWS | Monete romane riemergono in Germania: la scoperta ad Augusta di Baviera

Durante i lavori di scavo per la costruzione di edifici residenziali in una zona ex-industriale sono state scoperte alcune monete romane nella città tedesca di Augusta, in Baviera.

La scoperta

Negli ultimi mesi la città bavarese è stata al centro di scoperte archeologiche importanti. Infatti, lo scrigno di monete risulta essere il secondo ritrovamento in pochi mesi.

Gli archeologi al lavoro nella zona residenziale

Sono state trovate oltre 5.500 monete di argento di epoca romana, circa 15 kg; mentre nella precedente scoperta, avvenuta nella stessa area ex industriale, erano stati trovati nello scorso giugno oggetti, armi, gioielli del peso complessivo di 400 chili.

Le ipotesi e le parole dell’archeologo

Secondo l’archeologo di Augusta, Sebastian Gairhos, le monete, sepolte all’inizio del III secolo d.C., potrebbero appartenere ad un grossista vissuto nella ex colonia di epoca romana Augusta Vindelicum, oggi Augusta, capitale della provincia di Raetia.

L’archeologo, Sebastian Gairhos

L’archeologo spiega:

È il più grande tesoro di monete d’argento di epoca romana che sia mai stato scoperto in Baviera. Quello che rende questo tesoro così speciale è che si tratta di denari del primo e secondo secolo e l’argento è ancora molto ben conservato.

La stampa tedesca ritiene lo scrigno di monete una delle 10 scoperte archeologiche più importanti per la Germania.

Studi e conseguenza della scoperta

In seguito al ritrovamento, le monete, per i prossimi tre anni, saranno restaurate e studiate come parte di una tesi di dottorato all’istituto di Archeologia Classica della città.

Le due recenti scoperte hanno posto, nuovamente, l’attenzione sul Museo Romano di Augusta, chiuso da molti anni per carenze strutturali e la mancanza di fondi.

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NEWS | Colosseo, ritrovati resti di cavalli sul Palatino

Nel Parco Archeologico del Colosseo sono stati ritrovati alcuni resti di cavalli. La Direttrice Alfonsina Russo lo annuncia, tramite un post su Instagram:

“Gli scavi effettuati presso l’avancorpo adrianeo della Domus Tiberiana sul Palatino hanno portato in luce, tra i diversi rinvenimenti, i resti di alcuni cavalli, attualmente in corso di studio, verosimilmente oggetto di macellazione.Nei prossimi mesi vi annunceremo l’apertura della Domus in un percorso di visita inedito in cui vi saranno mostrati i restauri effettuati e le novità frutto delle recentissime attività di ricerca svolte in quello che fu il grande palazzo imperiale eretto dalla dinastia giulio-claudia sulle pendici occidentali del colle”.

La Direttrice aggiunge che sarà a breve annunciata la riapertura della Domus Tiberina. Un percorso inedito in cui saranno mostrati i restauri effettuati e le novità frutto delle recenti attività di ricerca.  In un nuovo percorso di sei sale che racconteranno la storia della dimora imperiale.

I resti dei cavalli non sono l’unica sorpresa che hanno riservato gli scavi. I lavori hanno portato alla luce anche una fosse comune, un contenitore in ceramica contenente monete e una lucerna con tracce di fuoco.

resti di cavalli
Immagine del ritrovamento
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NEWS | Il Mausoleo di Sant’Urbano, l’ultimo acquisto del patrimonio culturale italiano

Un nuovo componente arricchisce il Parco archeologico della via Appia antica: il Mausoleo di Sant’Urbano, dopo quattro anni di trattative, entra a far parte del patrimonio dello Stato italiano.

Da simbolo della cristianità a simbolo di deturpazione: la storia del Mausoleo di Sant’Urbano

Risalente al II secolo d.C. e situato nel IV miglio della Regina Viarum (la via Appia), il Mausoleo si presenta con una camera ipogea, che fungeva da sepolcro, e una sala superiore, che serviva alle cerimonie di culto. Una struttura monumentale, con mura alte più di dieci metri, eppure conosciuta da pochi, per lo più grazie alle fotografie in bianco e nero conservate negli archivi Alinari. Dell’edificio originale si conservano soltanto l’abside, le nicchie laterali e la scalinata d’accesso alla sala superiore.

Le modifiche strutturali nel corso dei secoli

Nel XIII secolo il mausoleo fu trasformato in una torre fortificata, il torrione dei Borgiani, i cui resti si distinguono nella parte superiore del monumento. Abbandonato nel corso dei secoli, il monumento venne modificato per usi impropri: vi furono installati forni, barbeque e piscine, che ne hanno compromesso, negli anni, il valore storico. Una prima indagine archeologica venne effettuata alla fine dell’Ottocento da Rodolfo Lanciani e dai fratelli Giambattista e Bernardo Lugari, che avevano acquistato il terreno dal principe Alessandro Torlonia.

La lunga trattativa dello stato per l’acquisto del Mausoleo

In questi giorni si è conclusa una trattativa iniziata nel 2017. L’acquisizione del Mausoleo di Sant’Urbano da parte del Parco è l’inizio di un percorso che aprirà ai cittadini questo sito straordinario, arricchendo così l’esperienza di visita della più grande area archeologica al mondo, ha dichiarato il Ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini, che quattro anni fa aveva dato impulso alla trattiva di acquisizione.

La trattativa non è stata semplice: per poter perfezionare la cessione è stato necessario concordare con la proprietà, riferita all’avvocato Gianfranco Anzalone – la trattativa è stata portata avanti dalla vedova Marisa Antonietta Gigantino – consistenti lavori di ripristino, che hanno portato all’individuazione e all’eliminazione delle manomissioni all’interno dell’area.

Il futuro del Mausoleo all’interno del Parco dell’Appia Antica

Sono particolarmente felice di aver potuto siglare oggi l’atto definitivo che consegna al nostro Istituto il sepolcro, ha dichiarato il direttore del Parco dell’Appia Antica, Simone Quilici. È una buona notizia che ravviva un momento complicato per tutti. Il mausoleo è diventato negli anni un simbolo della deturpazione e degli abusi che in questa zona erano impunemente perpetrati a danno dei beni culturali… Con questo nuovo acquisto avremo non solo modo di poter studiare a fondo l’edificio e acquisire dati scientifici rilevanti, ma potremo anche restaurare e restituire alla cittadinanza e alla fruizione pubblica un nuovo spazio verde, in uno dei tratti più suggestivi della via Appia Antica: un luogo davvero spettacolare che ha ancora molto da raccontare.

 

mausoleo
Il Mausoleo di Sant’Urbano in stato di abbandono
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NEWS | Il Foro di Traiano si “allarga”, terminati gli scavi di Via Alessandrina

È giunta al termine la campagna di scavo che ha coinvolto la Via Alessandrina nei Fori Imperiali. Gli scavi hanno riportato in luce una nuova porzione della piazza del Foro di Traiano e numerosi reperti di età imperiale.

L’obiettivo delle operazioni

Le indagini archeologiche, iniziate nel marzo 2018, si sono concentrate sul tratto settentrionale di Via Alessandrina che collegava il Foro di Traiano al Largo Corrado Ricci. L’obiettivo dei lavori era quello di studiare le fasi di abbandono dei Fori in età tardo antica e l’insediamento medievale che si era installato proprio sulla piazza del Foro di Traiano a partire dal X secolo d. C. Inoltre, la demolizione di questo tratto stradale di circa 60 metri, che copriva una porzione della piazza del foro di Traiano, ha reso più leggibili i resti del Foro stesso, permettendo di vedere la connessione tra i Mercati di Traiano e la piazza del Foro.

L’esito delle indagini

Durante gli scavi sono emersi preziosi reperti di età imperiale: due teste in marmo, una identificata con il dio Dioniso, l’altra appartenente all’imperatore Ottaviano Augusto raffigurato in giovane età. Sono stati trovati oltre sessanta frammenti appartenenti al Fregio d’Armi del Foro di Traiano. Il tratto stradale celava anche i resti di un insediamento medievale, con case piccole e di modesta fattura, che a loro volta coprivano la pavimentazione originale del Foro di Traiano. Queste abitazioni poggiavano direttamente sui resti della piazza, la cui pavimentazione in marmo non è più visibile, probabilmente in seguito alle operazioni di spoliazione che hanno caratterizzato tutto il Medioevo. Lo studio delle strutture e dei reperti ha permesso l’acquisizione di numerosi nuovi dati, significativi per la ricostruzione della storia del centro monumentale della città di Roma.

La mostra permanente nei Mercati di Traiano

Le due teste di età imperiale, i frammenti del Fregio d’Armi e gli altri ritrovamenti sono stati mostrati per la prima volta al pubblico durante una videoconferenza venerdì scorso, alla quale ha partecipato anche la sindaca Virginia Raggi. Faranno parte di una mostra permanente al Museo dei Mercati di Traiano, in stretta connessione con il luogo del loro ritrovamento e della loro originaria appartenenza.

Il Foro di Traiano è un capolavoro dell’urbanistica romana di cui finora non si coglieva appieno la grandiosità. Oggi è più facile capire perché la costruzione fosse definita ‘degna dell’ammirazione degli dei, dichiara Maria Vittoria Marini Clarelli, Soprintendente Capitolina ai Beni Culturali.

Un importante atto di mecenatismo dall’Azerbaigian

L’opera è stata resa possibile dall’Assessorato alla Crescita Culturale di Roma Capitale, dalla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali su concessione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il TurismoParco Archeologico del Colosseo. Gli scavi sono stati realizzati grazie all’atto di mecenatismo della Repubblica dell’Azerbaigian, arrivato grazie all’azione dell’allora sindaco Ignazio Marino per un importo complessivo di 1.000.000, 00 ,  il quale non solo si adoperò per cercare i finanziamenti, ma diede anche un importante impulso all’avvio dei lavori. Infatti, nel 2013 Via Alessandrina si trovava nell’abbandono e fu grazie al suo interessamento che venne riaperta al pubblico.

L’Azerbaigian, che è un paese multietnico e multiculturale”, afferma Mammad Ahmadzada, Ambasciatore della Repubblica dell’Azerbaigian, “è sempre stato molto attento alle culture degli altri popoli e per noi è un dovere rispettare e tutelare i beni storico-architettonici e culturali in vari paesi del mondo. Il patrimonio di Roma appartiene all’umanità, e la città eterna, capitale dell’Italia, culla della civiltà, occupa un posto speciale nel cuore del mio paese”.

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NEWS | Il Dioniso di Tivoli all’asta, la storia della statua da Roma a Londra

Dal 24 novembre al 17 dicembre torna a Londra la Classic Week di Christie’s. La più grande casa d’aste al mondo metterà in mostra una serie di capolavori provenienti da tutto il mondo. I collezionisti di antichità che parteciperanno all’asta del 16 Dicembre avranno l’occasione di fare la loro offerta per acquistare un ornamento che, in passato, aveva decorato la dimora di un imperatore romano.

Stiamo parlando del Dioniso di Tivoli: la statua che l’imperatore Adriano in persona aveva accarezzato con lo sguardo, chissà quante volte, durante una delle sue passeggiate nella sua immensa villa a Tivoli.

La statua sarà venduta all’asta con un’offerta stimata tra 700.000 e 1.000.000 di sterline.

La storia del Dioniso di Tivoli

Per ripercorrere la storia di questa statua, bisogna tornare indietro nel tempo, proprio a Tivoli. Tra il 1769 e il 1771, lo scozzese Gavin Hamilton, pittore e appassionato di archeologia, condusse delle ricerche nella Villa Adriana. In particolar modo si concentrò nella parte nord della villa, vicino al Teatro Greco. Questa zona era chiamata Pantanello, a causa della natura paludosa dell’area. Dagli scavi erano stati rinvenuti numerosi busti, capitelli e marmi. Per poter continuare le ricerche, Hamilton dovette addirittura ricorrere a delle opere di drenaggio, grazie alle quali vennero alla luce numerose altre statue. In un periodo in cui l’archeologia si confondeva quasi totalmente con l’antiquaria, i numerosi ritrovamenti del Pantanello finirono sul mercato antiquario e furono dispersi tra varie collezioni inglesi e romane. Lo stesso pontefice Clemente XIV acquistò una parte di queste opere per i Musei Vaticani.

Da Tivoli a Londra

La statua di Dioniso, che faceva parte del tesoro del Pantanello, fu ceduta da Hamilton a Lord Shelbourne.  Se oggi si presenta a noi come erma, in origine doveva trattarsi di una statua intera che Hamilton modificò, forse perché incompleta al momento del ritrovamento. Se questo oggi risulta impensabile, è doveroso tenere a mente che Hamilton era un appassionato e non un archeologo.

Alla morte di Shelbourne nel 1805, l’erma restò proprietà della famiglia fino al 1930, quando venne venduta al diplomatico Karl Bergsten, entrando così a far parte della Bergsten collection di Stoccolma. Termina così la storia del Dioniso, dalla villa di un imperatore romano a una delle raccolte di antichità private più famose del XX secolo a Stoccolma. Il 16 Dicembre, a Londra, si aggiungerà un altro tassello alla sua storia e la statua intraprenderà un nuovo viaggio, non ci resta che scoprire chi sarà il suo nuovo proprietario!

Il patrimonio di Tivoli e il progetto Atlas

Il Dioniso, oggi all’asta, è testimone della straordinarietà della decorazione architettonica e scultorea della villa imperiale di Tivoli: i suoi capolavori, infatti, figurano oggi nei più importanti musei del mondo. Ma esiste anche una parte di questo immenso patrimonio che è rimasta a Tivoli ed è conservata nei Mouseia della Villa Adriana. Si tratta per lo più delle sculture rinvenute negli scavi degli anni ’50; tra queste, ritroviamo il ciclo scultoreo del Canopo.

Di questo ciclo fanno parte il gruppo di Scilla, la fontana-coccodrillo e una figura semisdraiata in cui è stata identificata la personificazione del Nilo. I lavori per la riqualificazione dei Mouseia sono da poco terminati e saranno presto aperti al pubblico. Nel frattempo, le Villae si stanno impegnando nella mappatura di tutto il patrimonio proveniente dalla residenza imperiale, presente nelle collezioni d’arte antica di tutto il mondo.

“Le Villae – dichiara il direttore, Andrea Bruciati – si stanno impegnando per garantire che, alla fine della sospensione dell’apertura dovuta all’emergenza sanitaria, i Mouseia di Villa Adriana, chiusi dal 2014, tornino fruibili per il pubblico, rinnovati negli apparati didattici, nel racconto della luce e nei colori. Non può che suscitare emozione anche il Dioniso oggi all’asta, poiché evoca la suggestione e il fascino che Villa Adriana ha esercitato nei secoli e ne racconta emblematicamente la storia e la fortuna in età moderna, rappresentandone i valori identitari. Del resto, l’unicità del complesso e l’universalità del suo messaggio, sancite dall’iscrizione alla World Heritage List Unesco, sono legate proprio alla capacità di esercitare nel tempo un’influenza che va al di là dei confini geografici e culturali. Per questo le Villae stanno lanciando il progetto Atlas, una mappatura del patrimonio di Villa Adriana presente nelle principali collezioni del mondo”.

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NEWS | Pompei restituisce altre due vittime, scoperti i corpi intatti di due uomini

Sensazionale scoperta a Pompei nei giorni scorsi. Gli archeologi hanno riportato alla luce altre due vittime di quell’ottobre del 79 d.C., nel momento in cui Pompei venne cristallizzata nella fotografia di una delle più terribili tragedie della storia umana. Due personaggi in più si aggiungono al racconto di fuga e terrore e la loro posizione, il luogo del ritrovamento e i loro vestiti riusciranno a parlare per loro, a dire chi erano e dove erano diretti.

Il ritrovamento è avvenuto nella villa signorile del “Sauro Bardato”, oggetto di studi e grandiose scoperte già dal 2017.

Clicca qui per il video del ritrovamento

La villa suburbana di Civita Giuliana

La lussureggiante villa di epoca augustea era già famosa per la scoperta fatta nel 2017. Nelle stalle, infatti, gli archeologi avevano riportato alla luce i resti di tre cavalli di razza, uno dei quali era bardato con una sella in legno e bronzo e ricchissimi finimenti, come se fosse pronto per l’uscita imminente del suo padrone.

Il direttore del Parco archeologico di Pompei, Massimo Osanna, aveva ipotizzato che si trattasse di un comandante militare o un alto magistrato. Grazie ad un piccolo graffito ritrovato su una parete affrescata, su cui era inciso il nome di una fanciulla, “Mummia”, da cui gli studiosi erano risaliti alla possibile identità della famiglia: i Mummii, una importante famiglia romana di epoca imperiale.

La villa è stata paragonata alla famosissima Villa dei Misteri per la sua eleganza e raffinatezza. Situata subito fuori le mura della città, disponeva di terrazze e giardini da cui si poteva godere della vista del Golfo di Napoli e di Capri. Era costituita da numerosi ambienti, da quelli di rappresentanza alle camere da letto “signorili”, agli ambienti di servizio, come magazzini per l’olio e per il vino e le già citate stalle.

Il criptoportico

Dopo le stalle, l’attenzione degli archeologi si era rivolta all’esterno, nella zona di un lunghissimo criptoportico edificato sotto una delle grandi terrazze della villa.

“Abbiamo avvertito la presenza di vuoti nella coltre di materiale piroplastico e da lì la sorpresa dei resti umani”, sottolinea ancora emozionato Osanna. C’erano le condizioni ottimali per provare a ottenere il calco delle vittime, seguendo la tecnica messa a punto nel 1863 da Giuseppe Fiorelli. L’ultimo tentativo era stato fatto negli anni Novanta del Novecento, purtroppo senza grandi successi. Stavolta l’esperimento è pienamente riuscito.

Grazie al calco sono visibili anche i resti dei vestiti dei due uomini: uno dei due portava con sé un secondo indumento in lana, forse un mantello o una coperta.

Il ritrovamento proprio nel criptoportico ha già un precedente a Pompei: negli scavi del ‘700, infatti, furono scoperti numerosi corpi nel criptoportico della Villa di Diomede, ambienti sotterranei dove probabilmente uomini, donne e bambini si erano sentiti più al sicuro durante il cataclisma.

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NEWS | “Catastrofi, Distruzioni e Storia”, grandi voci per l’Archeologia

Dal 19 al 21 novembre si svolgerà il Convegno di archeologia dal titolo “Catastrofi Distruzioni Storia – Dialoghi sull’Archeologia della Magna Grecia e del Mediterraneo” promosso dalla Fondazione Paestum, dall’Università di Salerno e dalla XXIII Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico.

Di cosa si parlerà

Il titolo del convegno sembra parlare da sé: fra i temi affrontati si parlerà, infatti, della distruzione di Troia (Benzi), del collasso delle città micenee (S. Privitera), del Partenone (L. Godart) e dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. (F. Sirano). Gli argomenti trattati hanno tutti qualcosa in comune: stiamo parlando delle più grandi e famose catastrofi della storia.

Tra i relatori c’è anche l’archeologo ragusano Giovanni Di Stefano, Professore di Archeologia all’Università della Calabria e presso l’Università di Roma Tor Vergata, il quale il prossimo 19 novembre alle 17.00 parlerà di Siccità a Cartagine ai tempi dell’Imperatore Adriano. Suoli aridi e il contributo della ricerca archeologica.

Questa relazione riguarda una delle importanti scoperte effettuate proprio da Giovanni Di Stefano, in qualità di Direttore della Missione Archeologica a Cartagine. Suoli aridi con cristalli di gesso, rinvenuti durante lo scavo di una strada romana, apparterrebbero al periodo della grande siccità che ha colpito il Nord Africa tra il 122 e il 128 d.C., periodo in cui l’imperatore Adriano era in visita proprio a Cartagine.

Come seguire l’evento

L’evento si svolgerà online sulla piattaforma Windows Teams e si potrà raggiungere dal seguente link: http://urly.It/38p-6 

Di seguito la locandina dell’evento :

 

 

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NEWS | A Lecce riemergono i resti di un’antica villa romana

Dagli scavi preventivi riemergono molte tracce di una villa romana rustica di età romano-imperiale

Gli archeologi di Lecce hanno rintracciato una villa romana rustica di età romano-imperiale. Il luogo di rinvenimento è nella zona 167, dove è posto il cantiere per l’impianto sportivo polifunzionale di via Potenza. Gli archeologi hanno fermato i lavori per l’impianto per effettuare gli scavi preventivi, dai quali stanno riemergendo molte testimonianze di un antico insediamento romano. I lavori nel cantiere dell’impianto sportivo sono, quindi, sospesi per i primi ritrovamenti archeologici, successivi a interventi di diserbo e pulizia dell’area. Tra i ritrovamenti vi sono un silos, un pozzo a pianta circolare, recante sulle pareti interne intonaco in cocciopesto, e due grandi cisterne a pianta rettangolare.

I primi ritrovamenti risalgono agli anni Settanta

Gli archeologi avevano già scoperto in passato tracce di un ricco edificio privato, in quest’area. La villa romana era emersa dai lavori di demolizione della Masseria denominata S. Elia alle Secare (S. Elia delle serpi), lavori fatti nei primi anni Settanta del secolo scorso.

I reperti della Masseria S.Elia nel cortile del Museo Sigismondo Castromediano. Fonte: https://www.salento-arcaico.it/2017/03/11/lecce-le-origini-romane-della-zona-167/

La villa era già stata attribuita alla gens Marcia e aveva un’area sepolcrale. Qui i ricercatori avevano trovato rocchi di colonna a fusto liscio o scanalato e cippi funerari con iscrizioni, conservati presso i depositi della Soprintendenza. In particolare, di notevole interesse storico, è il cippo di Marcia Ianuaria. Questi reperti, scoperti negli anni Settanta, sono oggi custoditi presso il Museo Provinciale Sigismondo Castromediano.

BIBLIOGRAFIA

G. UGGERI, Notiziario topografico salentino, Contributi per la carta archeologica, 1971, pp. 288.

C. PAGLIARA, Note di epigrafia salentina III, pp. 72-74.

A. MARINELLI: Lecce, S. Elia a le Secare – Fattoria ed epigrafi sepolcrali di età romana imperiale – Notiziario Topografico Salentino, contributi per la Carta Archeologica, 1971. pag 288.

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NEWS | Una domus romana emerge dagli scavi archeologici di Akrai (PA)

Gli scavi sono stati condotti dall’Università di Varsavia in collaborazione con il Parco archeologico di Siracusa, Eloro, Villa del Tellaro e Akrai, diretto da Carlo Staffile. Gli scavi hanno interessato la zona sud di una delle due strade principali della città antica (decumano) e hanno portato grandi risultati. La professoressa Roksana Chowaniec dell’Università di Varsavia ha presentato ieri i risultati della campagna di scavi, presentazione a cui hanno partecipato anche il sindaco di Palazzolo Acreide, Salvatore Gallo, e l’Assessore dei Beni culturali, Alberto Samonà.

La colonia di Akrai

Akrai è la prima colonia corinzia di Siracusa, fondata nel 664-663 a.C. Sorge su un’altura, il cosiddetto Palazzolo Acreide, in una posizione strategica per il controllo e la difesa del territorio. La città si è sviluppata nel tempo e ha toccato il massimo splendore sotto la tirannide di Gerone di Siracusa. A livello archeologico sono particolarmente interessanti le due grandi necropoli della Pinita e Colle Orbo. Akrai subì molte dominazioni diverse, dalla romana alla bizantina, per poi essere distrutta dagli Arabi nell’827 d.C. Nell’Ottocento sono iniziati gli scavi e gli studi sulla città.

La domus romana

L’obiettivo dello scavo era quello di indagare la rete urbana e lo sviluppo urbanistico di Akrai. Gli archeologi si sono quindi focalizzati sulla ricerca di strade, edifici privati e botteghe. Prima di questo scavo gli studiosi conoscevano di Akrai solo la parte pubblica e monumentale: l’archeologia domestica, che si interessa della sfera privata e dei contesti abitativi, per troppo tempo è stata poco considerata. 

La collaborazione tra la Sicilia e la Polonia ha, sotto questo aspetto, portato buoni frutti. In particolare, gli archeologi dell’Università di Varsavia hanno riportato alla luce una domus romana. Ancora più interessante è il fatto che, sotto la domus, gli archeologi abbiano trovato una più antica abitazione di età ellenistica (III secolo a.C.). Si aspettano quindi studi e pubblicazioni a riguardo, che risulteranno utili da confrontare con altri contesti abitativi romani.