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NEWS | L’archeologo Niccolò Daviddi licenziato per aver detto la verità

Niccolò Daviddi, archeologo intervistato da Agorà, ha pagato la sua scelta di dire la verità. Il giovane ha raccontato alle telecamere la paga ridotta (6 euro l’ora) che lui e i suoi colleghi sono costretti ad accettare pur di lavorare.

Niccolò ha denunciato lo sfruttamento di questa classe di lavoratori e la paga oraria ben al di sotto di quanto approvato recentemente dall’Europa. E per averlo fatto, pur senza mai citare la cooperativa presso la quale prestava servizio come, ha perso il suo lavoro. Essendo un libero professionista, non si può parlare propriamente di “licenziamento”, ma l’effetto è ovviamente quello.

Le parole di Niccolò Daviddi

Volevo dirvi che sono stato licenziato – ha scritto a una pagina Twitter che da sempre si occupa di problemi relativi a questo settore -. Cioè, naturalmente non licenziato in senso tecnico: dato che lavoro a partita Iva, neppure quell’onore posso permettermi. Ma ieri sera, poche ore dopo che il video del servizio era stato condiviso in un grosso gruppo Facebook di archeologi, sono stato rimosso (senza alcuna comunicazione) dalla chat Whatsapp in cui la cooperativa assegnava le commissioni per i vari cantieri. Quindi, ho perso il lavoro. Mi sembra giusto raccontarlo, perché è segno di dove siamo adesso: siamo ricattabili e ricattati. Non avevo raccontato nulla su quella cooperativa, avevo parlato di un sistema che non va: compensi orari medi intorno ai 6€/h, obbligo di aprire la partita IVA per lavorare. Lavoro “da libero professionista” che in realtà si configura come lavoro para-dipendente senza diritti. Una cosa che qualsiasi archeologo romano, ma vorrei dire italiano, sa. A quanto pare però si può sapere, si può fare, ma non si può dire.

Un frame dall’intervista a Daviddi

L’ingiustizia secondo Niccolò Daviddi

Come sostiene lo stesso Niccolò Daviddi, la sua polemica è contro un sistema generale che vede l’archeologo specializzato sfruttato e sottopagato. Eppure, per lavorare vengono richiesti titoli superiori per il cui ottenimento bisogna investire i propri risparmi, cercare lavori part-time. Il 32enne ha solo esposto la sua delusione nel non venirsi corrisposto il giusto compenso per gli anni di studio e i soldi investiti. Non ha chiesto la luna!

A quanto pare, per il sistema italiano il termine meritocrazia è solo un’utopia e certe affermazioni si pagano con il licenziamento.

Un pensiero su “NEWS | L’archeologo Niccolò Daviddi licenziato per aver detto la verità

  • Buon articolo, grazie!

    Certo una brutta storia sotto ogni aspetto: quello della disavventura personale del giovane Collega, quello della credibilità commerciale del soggetto imprenditoriale al quale faceva capo, quello del prestigio della associazione di rappresentanza alla quale ha pensato di rivolgersi finendo col portare la rivendicazione contrattuale su una strada senza uscita.

    Probabilmente dovremmo retrospettivamente rivolgere un pensiero ai danni provocati dalla forzata “professionalizzazione” del nostro mestiere legati alla disastrosa Legge Madia-Ghizzoni-Orfini del 2014, che ha di fatto portato alla distruzione delle ditte (cooperative o a fini di lucro) che precedentemente operavano con proprio personale dipendente (o se in collaborazione almeno decentemente stabilizzato), trasformando una parte non piccola di quelle sopravvissute nel triste ruolo di una sorta di pressappoco agenzie, senza forza imprenditoriale e di conseguenza senza argomento né capacità di contrastare la corsa al ribasso delle tariffe.

    Una corresponsabilità per non aver quasi mai detto beh ce la vedo anche nelle Soprintendenze, le quali a ben vedere sono il vero “committente” di tutti noi che operiamo in un campo che per legge è “riservato” a loro e delle quali in un certo senso costituiamo un servizio esternalizzato con oneri a carico di terzi (ma senza che quei terzi siano posti nella condizione di avere un vantaggio dallo scegliere a chi affidarsi in una logica più attenta da quella del massimo ribasso, soprattutto nel caso degli odiosi “controlli in corso d’opera” dove se alla fine l’operatore è debole, non organizzato strutturalmente e anzi professionalmente sfiancabile dall’essere sottopagato e non tutelato sindacalmente, a qualcuno in cantiere potrebbe forse anche far molto piacere così nella speranza di un conseguente ammorbidimento dell’azione di controllo).

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